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IntravinoCup | Per la Selezione Naturale serve il vostro aiuto. Qui ci scanneremo

Con questo articolo avviamo una riflessione sui vini naturali (no! non la solita tiritera su “eh ma i vini naturali puzzano”, l’aceto, la rava e la fava).

Una riflessione che in realtà è già iniziata già con l’articolo della scorsa settimana che trattava di come l’ambiente vigna possa non necessariamente essere in futuro un ambiente di monocoltura specializzata.

Una riflessione che ha senso trovi posto su Intravino, perché quell’altro vino possibile era proprio quel vino che, piaccia o meno, naturale vien sovente detto. Una riflessione da portare avanti mentre si gioca.

Sì, la prossima IntravinoCup è dedicata proprio ai vini naturali.
Dopo un lungo conciliabolo di redazione, ci siamo resi conto che non saremmo riusciti a rimanere nel range dei 32 nomi.
Stavolta avremo ben 64 aziende in concorso!

32 le ho già selezionate io ma sarete voi a cuggerire le altre 32 qui, nei commenti. Poi faremo una cernita e dalla prossima settimane si parte con le votazioni.

Quindi avanti, e suggeritemi qualche nome di cantina che non può mancare in questa Selezione Naturale.

Qui le 32 aziende già selezionate (per chi ha voglia di rileggere, ho inserito anche qualche link):

1. Arianna Occhipinti
2. Nino Barraco
3. Gravner
4. Stefano Amerighi
5. Le Boncie
6. La Stoppa
7. La Distesa
8. Tenute Dettori
9. Radikon
10. Emidio Pepe
11. A Vita
12. Casa Coste Piane
13. Cantina Giardino
14. Cascina delle Rose
15. Collecapretta
16. Foradori
17. Fattoria San Lorenzo
18. Paradiso di Manfredi
19. Monte dall’Ora
20. Cà del Vent
21. Perrino Testalonga
22. Bressan
23. Gianluca Bergianti
24. Lino Maga
25. Monte dei Ragni
26. Cascina degli Ulivi
27. Fonterenza
28. Cornelissen
29. Zidarich
30. Paolo Marchionni
31. Ferdinando Principiano
32. Ca’ dei Zago

Si va di selezione naturale!

Tutto chiaro? Dubbi? Incertezze?
Suggerite, suggerite, suggerite.
Ci vediamo la prossima settimana.

[Photo editor/Art designer: Simone Di Vito]

Dalla Rivoluzione Verde agli alberi in vigna con Stefano Lorenzi. Intervista e storia dell’agricoltura zippata

A ricordarci che la natura è una cosa e l’ordine imposto dai filari della coltivazione un’altra ci pensa il Thoreau che in Walden si dedica inizialmente alla coltivazione di fagioli, ma poi ci ripensa.

Intanto i miei fagioli, i cui filari già piantati raggiungevano, messi in fila, la lunghezza di sette miglia, erano impazienti di essere zappati; i più vecchi erano notevolmente cresciuti ancora prima che gli ultimi fossero nel terreno: davvero, non era facile liberarsene. Cosa significasse questa regolare, orgogliosa, piccola fatica erculea, io non lo sapevo. Giunsi ad amare i miei filari, i miei fagioli, sebbene fossero molti di più di quanti me ne occorressero”.
[…]
Poi guadagnai un’altra esperienza. Mi dissi, non pianterò fagioli e grano con lo stesso impegno per un’altra estate, ma – se non li avrò perduti – semi quali la sincerità, la verità, la semplicità, la fede, l’innocenza e simili, per vedere se cresceranno in questo terreno, anche con meno fatica e concimazione, e mi sosterranno, perché di certo non si sono esauriti in questo campo. Ahimè! Io mi dissi così, ma è passata un’altra estate e poi un’altra e poi un’altra ancora, e sono obbligato a dirti, caro Lettore, che i semi che ho piantato, se poi erano i semi di quelle virtù, sono stati mangiati dai vermi o hanno perso vitalità, e non hanno germogliato.
(Walden: Vita nei boschi,  Henry David Thoreau)

Chi sono io per stabilire che lì debbano crescere fagioli e non altre piante? Perché estirpo quelle che io chiamo erbacce per fare spazio ai miei fagioli? Lascerò che crescano se il destino lo vorrà e non pianterò altri che semi di una fede in ciò che semplicemente sarà. Quel che fu è che i fagioli non crebbero.

Una cosa si può dire di Walden: è un testo radicale, ardito, di una scrittura non sempre scorrevole, ma incredibilmente onesto. E sì, la natura è una cosa e l’ordine imposto dai filari della coltivazione un’altra.
O almeno, un terreno dedicato ad una monocoltura, gestito in modo efficiente da un punto di vista produttivo, ha di che dare ragione al De Andrè – rivedendo Lee Masters – de Il Suonatore Jones: “Libertà l’ho vista dormire/Nei campi coltivati/Protetta da un filo spinato”.

L’agricoltura moderna …

Tuttavia, per la grandissima parte della storia dell’agricoltura, quell’ordine dato dall’uomo alla natura è stato nei limiti di una sfida che vedeva in realtà la seconda imporre le proprie regole. La scena de Il Gladiatore con Russel Crowe che accarezza le spighe di un grano che si allunga a perdita d’occhio per i campi della Val d’Orcia [1] sono ottime per il cinema, ma per quanto quella terra sia lì da sempre (almeno 4 milioni di anni) e per quanto le abilità di agricoltori dei romani siano ben note [2] molto probabilmente un grano del genere non è mai stato coltivato da alcuno che parlasse latino.

Per sommissimi capi, uno dei grandi salti dell’agricoltura moderna è avvenuto negli Stati Uniti, che hanno iniziato a costruire la propria potenza nel corso del XIX secolo con fertilizzanti azotati prima, pesticidi e mezzi meccanici per lavorare grandi appezzamenti di terreno [3]. Un modello poi diffuso nel secondo dopoguerra insieme ad ulteriori nuove conoscenze in ambito chimico, meccanico e di selezione delle sementi, che hanno dato vita a quella fase di incremento nella disponibilità alimentare (uno dei fattori chiave dell’impennata demografica globale), nota come Rivoluzione Verde.

Il modello dell’organizzazione agricola in senso moderno, monocolturale, specializzato, ampiamente poggiante sulla chimica e la meccanizzazione, si è andato affermando in forza di una capacità produttiva che ribaltava i rapporti di forza con quella natura che fino ad allora era stata limite insormontabile e spesso crudele. Le carestie che erano così ricorrenti, divennero lentamente un’eccezione ed infine un ricordo (eccettuati quei paesi che s’affidavano a Grandi Balzi in avanti o a pianificazioni la cui inefficienza è stata ripetutamente confermata dall’esperienza e, per chi avesse ancora dubbi, la Corea del Nord è sovente in cerca di ministri dell’Agricoltura[4]).

… e i suoi critici

Come ogni opera dell’uomo, il modello vincente dell’agricoltura moderna ha iniziato a mostrare i propri limiti, anche in considerazione della velocità e della profondità dei cambiamenti apportati [5]. I limiti emersi sono ecologici, in primis, ma anche economici (concentrazioni con tendenze al monopolio in alcuni settori chiave) e sociali.

La crescita demografica in India dal 1960 al 2010 Di Valérie75 – Opera propria, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18060

Alcuni esempi.

La diffusione “globale” di ibridi più produttivi fu rapidissima: “nel 1970 le nuove varietà occupavano circa il 10-15% della superficie coltivata a riso o frumento nel Terzo Mondo. Nel 1983 la percentuale era salita a oltre la metà e a 3/4 nel 1991. In Cina nel 1990, i ceppi a resa elevata cotituivano il 95% del riso e del frumento coltivati” [6] (nel considerare la perdita di biodiversità, si tenga presente tuttavia che contestualmente a quella diffusione di ibridi superproduttivi vi fu un aumento rapidissimo di superfici destinate all’agricoltura).

Oppure si pensi agli effetti del massiccio ricorso ai fertilizzanti azotati, che ebbe l’epicentro del proprio successo in quegli stati agricoli degli USA che stanno lungo il corso di fiumi come il Missouri e il Mississippi. Proprio in questi fiumi sono defluiti nel tempo i residui di quei concimi, andando a riversarsi infine nel Golfo del Messico e dando vita a quel che oggi è conosciuta come dead zone [7]. Si potrebbe andare avanti nell’elenco dei limiti e delle contraddizioni generate dal successo di quella Rivoluzione, tuttavia qua ci preme darne solo una rapida rappresentazione, avendo però cura di evitare semplificazioni da eccessi positivistici o, al contrario, da eccessi di reazione.

Alberi in vigna. Il ritorno a ciò che era …

Fino agli anni della Rivoluzione Verde, la regola dell’agricoltura globale era quella della promiscuità. Anche la più avanzata specializzazione applicata alla gestione dello spazio agricolo prevedeva la coesistenza di specie diverse in appezzamenti di terreno relativamente piccoli. E laddove la convivenza non fosse pianificata per scelta, questa era imposta dalla volontà di una natura che non era facilmente arginabile.

Per quel che riguarda gran parte dell’Europa e del Mediterraneo – lo ricordo sempre – parlare di storia dell’agricoltura significa parlare, per diversi secoli almeno, di mezzadria e la promiscuità era esattamente uno dei tratti tipici della mezzadria. Laddove vi era spazio per coltivare qualcosa, quel qualcosa veniva sistemato. Il grano sotto alla vite, la vite appoggiata ad alberi da frutto. Ed ecco che invece di una vigna in senso moderno abbiamo qualcosa che, per quanto opera di un ingegno agricolo, si rifà, in senso lato, ad un modello naturale.

Un albero da frutto in una delle vigne che gestisco a San Giovanni delle Contee

Ancora ne sopravvivono in vigne sparse per la penisola (non solo ad Aversa, dove sono assurte a simbolo meraviglioso della vitivinicoltura locale). Ma sono solo il retaggio di un passato trascorso o forse un’ipotesi per il futuro della vitivinicoltura di qualità?

Sì perché se l’agricoltura globale, per pensare ad una propria riconversione dal modello attuale deve considerare una vasta serie di variabili estremamente rigide (a partire dalla necessità di sfamare una popolazione che continua ad aumentare a ritmi la cui sostenibilità pone sfide impressionanti), la vitivinicoltura di qualità può permettersi di pensare a modelli alternativi qui ed ora.

Questo perché, spero sia chiaro a tutti, la vitivinicoltura è quella nicchia dell’agricoltura che produce un bene non necessario e il cui valore è aggiunto dal marketing con moltiplicatori che quasi tutto il resto dell’agricoltura può solo sognare. In questo senso non può che essere intesa come avanguardia e con quest’occhio a ciò che sarà, proviamo a guardarla.

A colloquio con Stefano Lorenzi

Premetto per correttezza che lavoro per una società che realizza sistema agroforestali in 18 paesi del mondo (in Asia, Africa, Centro e Sud America). Per sistema agroforestale s’intende proprio un sistema che consocia su uno stesso terreno colture stagionali o annuali, con la presenza di alberi, arbusti e che contempla in questo ambiente anche la presenza di animali; il tutto cercando di costruire un sistema complesso, ma che per questo si tiene in un equilibrio capace di offrire una grande resilienza. Qualcuno potrà ritenere dunque che abbia un pregiudizio positivo rispetto a questo modello. Nelle settimane scorse, ho avuto uno scambio interessante con Stefano Lorenzi, arboricoltore e appassionato di vino che si sta dedicando da tempo allo studio delle interazioni tra alberi e paesaggio vitivinicolo.

L’idea, per farla semplice, è che reintrodurre elementi arborei all’interno di uno spazio dedicato alla monocoltura, come quello del vigneto specializzato, possa essere una scelta vincente da un punto di vista ambientale, della salute del vigneto, della bontà delle uve e – ma questo lo dico io – anche della promozione del proprio vino, forse sì, un po’ più “naturale”. E la prima cosa che, giustamente, Stefano premette alle sue riflessioni, è proprio l’osservazione di ciò che erano le vigne in Italia fino a poco tempo fa.

La consociazione della vite con altre colture non rispondeva a regole basate su conoscenze di microbiologia, ma pure dava effetti positivi. Come potevano sapere, anche solo 60 anni fa, che la corteccia dell’acero è dimora di un acaro che mangia gli acari fitofagi dell’uva? Però intuivano che l’acero si consociava benissimo con la vite. Altro esempio è la presenza di pioppi vicino alle viti in ambienti troppo ricchi d’acqua per la vite, perché il pioppo sottraeva grandi quantità d’acqua e la vite poteva così trovarsi in un terreno migliore.

Immagine esemplificativa di logica agroforestale da: https://forestrypedia.com/agroforestry-system-detailed-note/

Quindi, ciò che prima era dettato da necessità, oggi tornerebbe ad avere senso.

La monocoltura si è dimostrata troppo debole per i cambiamenti climatici in atto. Se è troppo secco va in sofferenza, se piove troppo va in sofferenza, se è troppo ventoso va in sofferenza. Insomma, un mix ragionato di colture mette al riparo la coltura principale e in più permette di avere opportunità produttive anche dalle altre. Ma soprattutto benefici, ad esempio: regimentazione delle acque piovane, ombra, mitigazione delle temperature, dei venti, interconnessioni radicali, aumento della sostanza organica, aumento della permeabilità del terreno e ancora e ancora.

Ma la monocoltura è particolarmente adatta alle lavorazioni meccaniche, pensa alla disposizione di un moderno vigneto specializzato. E la cosa è particolarmente rilevante se parliamo di appezzamenti molto ampi.

È chiaro che un sistema agroforestale funziona meglio dall’impianto. Insomma se progettato con criterio fin dall’inizio, assegnando anche un ruolo agli spazi di passaggio. Se lavoro dal principio secondo questo criterio posso trovare uno spazio per tutto: alberi, vigna, siepi miste che mi diano ambiente riproduttivo per uccelli che mangiano insetti o magari siepi spinose che facciano da recinzione naturale. Ma anche rispetto ad un vigneto esistente, progettato per essere il classico vigneto da monocoltura specializzata, io credo abbia più da avvantaggiarsi che da svantaggiarsi rispetto ad una ridefinizione degli spazi, perché oggi, forse, ancora la situazione regge, ma un vigneto ha una vita media che si calcola in decenni. Ecco se non pianto oggi qualche albero che mi ripara dagli eccessi di calore, dagli eccessi di pioggia o altro … beh, magari correre al riparo tra 15 anni potrebbe essere tardi.
A chi mi dice che la monocoltura è migliore da un punto di vista economico io rispondo: per ora”.

Mi dai qualche altro esempio di interazione positiva tra alberi e vigna?

Guarda, ti cito volentieri i risultati di uno studio dell’Università di Torino – al quale ho dato un mio piccolo contributo – durante il quale sono stati monitorati dei vigneti che sono circondati da boschi ed altri, invece, più isolati e distanti rispetto ai boschi. Oggetto dello studio sono stati gli stomaci di alcuni insetti tra cui calabroni e vespe, per valutare l’attività dei lieviti sulla pruina dell’uva. Hanno visto che – prelevando campioni per 3 anni – nelle vigne prossime ai boschi, sulla pruina si arrivava ad avere fino a 27 varietà di lieviti, di cui 3 o 4 non buone per le fermentazioni in cantina. Mentre nelle vigne isolate non si arrivava a più di 11 varietà di lieviti, di cui sempre 3 o 4 non buone per le fermentazioni in cantina.
Considera poi che durante le estati calde, di notte l’aria fresca esce dal bosco e va a ventilare la vigna, tirando a sé l’aria calda. Funziona come un respiro rinfrescante notturno.
Ma anche avere solo alcuni grandi alberi all’interno di una vigna, significa offrire ospitalità a animali e batteri utili ai lieviti. Oltre a tutte le interazioni positive rappresentate dall’avifauna, perché la gran parte degli uccelli sono insettivori. 

Mi pare che anche queste poche note possano dare il quadro di un tema di grande interesse.

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NOTE

[1] Per la precisione siamo sotto Pienza, nella strada che scende dalla Pieve di Corsignano.
[2] Grazie in particolare al lavoro di Poggio Bracciolini (1380-1459) , che riscoprì l’opera altrimenti dimentica di Columella (4-70 d.C.).
[3] Il ‘secolo americano’, quando gli Stati Uniti sono diventati una superpotenza – Mappa Mundi e Il dominio dell’agricoltura statunitense post 1945
[4] Di norma, infatti, dopo che qualche carestia si abbatte regolarmente sul paese, non potendo imputare la colpa ai piani quinquennali dell’infallibile leader, il ministro dell’Agricoltura di turno viene variamente accusato di collaborazionsimo con il nemico yankee e giustiziato in qualche pubblica piazza. Quindi attenzione perché è un lavoro che ha i suoi rischi.
[5] Chi volesse approfondire può senza dubbio dedicarsi ad una lettura imprescindibile: “Qualcosa di nuovo sotto il sole – Storia dell’ambiente nel XX secolo” di John R. McNeill, edito in Italia da Einaudi e di recente ristampato.
[6] McNeill – pag. 282
[7] Ogni anno, i nutrienti in eccesso provenienti da città, fattorie e altre fonti nei bacini idrografici arrivano nel Golfo del Messico e stimolano la crescita delle alghe durante la primavera e l’estate. Le alghe alla fine muoiono, affondano e si decompongono. Durante questo processo, i batteri che consumano ossigeno degradano le alghe. I bassi livelli di ossigeno risultanti vicino al fondo sono insufficienti per supportare la maggior parte della vita marina, rendendo l’habitat inutilizzabile e costringendo le specie a trasferirsi in altre aree per sopravvivere. greenreport.it
The largest cause of this ecological mayhem is the 120 million tons of synthetic nitrogen used globally in agriculture each year. That is twice the amount of nitrogen reaching fields from organic sources such as animal manure, crop waste, and leguminous plants that fix their own nitrogen. Yale.360

Quanta meraviglia in Abruzzo tra Tamo, Trabocco Mucchiola e Gregoriano

Sono bastati tre giorni per ribaltare ogni vaga concezione sull’Abruzzo terra di arrosticini, pecore e montepulciano cioè carne alla griglia innaffiata da un vinone rosso potente in contesti rurali, suggestivi ma semiabbandonati. Quello che ho trovato è leggermente diverso e merita un approfondimento: gli arrosticini ci sono in abbondanza ma la cucina tradizionale è molto varia e sfiziosa. Inoltre, si arricchisce di una parte di sperimentazione leggibile tra le righe; i contesti rurali non mancano e molti sono mantenuti a regola d’arte, tipo i due borghetti di Scanno e Guardiagrele che sembrano set da film (per non parlare poi di quelli affacciati sul mare). Il montepulciano poi è un baluardo ma in ottima compagnia di una bella compagine bianchista.

Tutto ciò non è solo materiale buono per il prossimo spot della campagna “Abruzzo che spettacolo!” ma per smontare alcuni cliché e uscire dalle rotte tracciate. A soli 5 km da Pescara, nel borghetto medievale di Spoltore, in mezzo al dedalo delle meravigliose viuzze del centro storico mi sono imbattuto nel ristorante Tamo, guidato da una giovane coppia: Maria Chiara Guastadisegni e Antonio Blasi, lui in cucina e lei in sala. Lo stile è minimal-contemporaneo, la cucina unisce suggestioni tradizionali e ispirazioni internazionali soprattutto di matrice francese, la carta dei vini è snella ma ben calibrata e il livello di esecuzione, impiattamento e trattamento delle materie prime è molto alto.

Nel percorso di degustazione scelto (range tra 80 e 100 euro), ad esempio, si ritrova tra gli altri, un interessante Foie gras, barbabietola e frutti di bosco in perfetto equilibrio tra l’intensità del fegato d’oca e le salse.

Altrettanto notevole il Risotto come una pizza marinara, che mantiene la promessa di rievocare anche in bocca, oltre che nell’aspetto, il sapore della pizza.

Crème caramel al mango, su base al frutto della passione e poi gelato al mango con croccante al cocco, strepitoso mix di consistenze, dolcezza e acidità.

Ad accompagnare il percorso, un metodo classico spoltorese perfettamente a fuoco: Le mie abitudini Spumante Brut Metodo Classico Biologico dell’azienda Petrini. Un assemblaggio di chardonnay 80%, percorino 10% e montepulciano 10% in sosta sui lieviti più di 50 mesi che risulta elegantissimo, con una bolla fine e persistente. Al naso crosta di pane, fieno, mandorla, agrumi e miele di acacia. In bocca è morbido e cremoso, attraversato comunque da una buona componente acida e sapida che lo rende molto simile a un satèn.

Ecco, quando tutto intorno si muove da sempre in un’unica direzione è il momento di scommettere controcorrente, è necessario e pure divertente. Poi possiamo dire che ormai si spumantizza la qualunque, che chiunque vuole cucinare gourmet, ma farlo bene, come in questo caso, è un’altra storia.

Una volta da quelle parti, bonus track d’obbligo per il Trabocco Mucchiola che ospita il ristorante Gli Ostinati. A parte la vista da togliere il fiato – sei esattamente sopra al mare – lì ho trovato uno dei piatti più interessanti dell’escursione: il Pancotto ai frutti di mare (foto di copertina). Qui la tradizione viene rielaborata dando al piatto una configurazione verticale e un contrasto di temperature tra il pancotto tiepido e i crudi di mare, freschissimi, adagiati sopra. Vale il viaggio, specie fuori stagione!

Seconda bonus track per la bottega di formaggi del compianto Gregorio Rotolo a Scanno, dove puoi godere, tra gli altri, del suo Gregoriano, premiato come “Miglior formaggio dell’anno” all’Italian Cheese Award 2022: “un pecorino a latte crudo evocativo dei pascoli abruzzese e prodotto dal Bio Agriturismo Valle Scannese (Scanno) che deve il suo nome a Gregorio Rotolo, simbolo della pastorizia abruzzese venuto a mancare lo scorso marzo“.

L’annata 2017 per i Brunello di Montalcino Riserva. In una parola? Convincente

Partiamo da quello che era stato detto dei Brunello di Montalcino 2017 per poi parlare dei Riserva: un’annata a 4 stelle, non il massimo delle 5 raggiunte dalle due precedenti, risultato dovuto ad una serie di fattori. Il cambiamento climatico che si è fatto sentire ed ha causato una riduzione delle rese, quindi stagione calda quasi siccitosa che si pensava generasse vini squilibrati e troppo pieni.

In realtà, il millesimo 2017 ha sorpreso molti all’assaggio per una generale assenza di concentrazioni eccessive e surmaturazioni, se non in rari casi, e molto del merito è stato attribuito al lavoro dei viticoltori in vigna ed in cantina. Per quanto riguarda la parte agronomica, si fa riferimento alle caratteristiche del suolo, alla vicinanza ad un corso d’acqua, ad una ventilazione che mitiga invece di asciugare, oltre al fenomeno delle escursioni termiche tra notte e giorno. Un altro aspetto è aver lavorato in previsione futura in alcuni territori ilcinesi, con vigneti piantati in zone più fresche. Evitando pratiche eccessive come defoliazioni o vendemmie verdi la pianta ha prodotto grappoli equilibrati.

L’opera dell’uomo si è poi rivelata in cantina, lavorando con uve ben selezionate ed evitando concentrazioni eccessive con maturazioni prolungate. La questione tannica è stata oggetto di discussione ovvero se quella percezione a volte più elevata del solito potesse essere un limite alla maturazione e affinamento in bottiglia negli anni a seguire. In generale, la 2017 ha raccolto molti commenti positivi, sicuramente migliori delle previsioni.

A questo punto, nasce spontaneo chiedersi se fosse logico produrre o meno la Riserva ma qui si entra in una questione articolata, nella quale si può mettere in discussione anche l’uscita stessa di un vino nelle annate considerate meno eccellenti. Dando uno sguardo più ampio, in certi paesi si preferisce sempre uscire, magari con un prezzo ridotto nelle annate sfavorevoli, elemento che non viene applicato in Italia.

La Riserva dovrebbe essere l’apice del prodotto, una selezione accurata delle migliori uve che possono maturare un anno in più e regalare un vino perfetto alla sua uscita. Questo giustifica un prezzo molto più elevato del Brunello annata. A mio avviso, sull’idea di Riserva si può lavorare ancora a Montalcino, in molti hanno privilegiato la scelta del cru, ovvero la selezione della stessa annata in uscita in terreno più vocato, ma una sapiente concezione delle riserve potrebbe regalare un mercato di alta gamma ancora non del tutto esplorata.

Quelli che seguono sono i migliori assaggi effettuati al recente Benvenuto Brunello 2022.

BRUNELLO DI MONTALCINO RISERVA 2017

BANFI – POGGIO ALLE MURA
Limpidezza evidente, chiaro e preciso. Naso con ciliegia stagliata, appena speziato di pepe quindi note di mora e cenni di macchia mediterranea. Bocca succosa calda e delicata, velluto iniziale con tannino che si mostra diffuso, ben articolato. Docile il finale, non imperioso, con ritorno fruttato e bella tensione. 92

CAPANNA
Cristallino, rubino profondo e cenni granati. Profumo di frutto maturo, qui i sentori di prugna e ciliegia sono sotto spirito, qualche nota di ginepro e di chiodi di garofano. Consistente in bocca ricco, si allarga bene tiene bene la degustazione con un finale che arriva appena repentino, un po’ amaro. 90

CAPARZO
Granato di bella trasparenza. Pulito nella parte terziaria, tabacco e cuoio che vengono bene in evidenza, poi il frutto rosso come ciliegia. Al gusto ha buon peso, succoso, caldo, levigato, di ottima tenuta gustativa. Finale di bella lunghezza con ritorno profondo di frutto più variegato. 91

CARPINETO
Limpido e terso nel suo colora granato. All’olfatto ha bella pulizia, prugna iniziale, poi ciliegia, anche note di frutta essiccata. Bocca fluida, delicata, non troppo potente, scorre veloce con tannini integrati. Finale delicato, piacevole non eccessivamente prolungato. 90

CASISANO COLOMBAIOLO
Nitido il colore granato compatto. Nota di incenso solo accennata, ciliegia modello amarena, anche ribes sotto spirito. Piacevole l’ingresso in bocca, caldo, dai tannini fusi alla parte alcolica, con finale succoso, caldo, articolato e vivace. 92

FATTOI
Bella pulizia cromatica, cristallino nella sua limpidezza. Note minerali ben definite, caldo, prugna, ciliegia. Bocca di buon peso, caldo, elegante, tannino ben amalgamato, caldo e cremoso. Finale di bella lunghezza, con retrogusto di frutto e piccoli cenni speziati di ginepro. 93

FATTORIA DEI BARBI
Granato delicato, molto limpido. Naso integro dove compare la pietra, quindi note di tabacco, frutti ben definiti, caldi, succosi, con densità equilibrata, tannino che si distribuisce con accortezza. Finale di giusta progressione con cenni di pot pourri. 94

LA CASACCIA DI FRANCESCHI
Conserva la parte rubina e poi l’unghia granata. Bello il frutto deciso, caldo, vitale, ribes e mirtillo, ciliegia e fragola. In bocca ha peso, bella distribuzione tannica, succosità, freschezza, tonicità, con finale fresco dove trova il floreale. 93

LA FORNACE
Un bel colore rubino abbastanza concentrato. Frutto esplosivo al naso dove si uniscono ciliegia, fragola e ribes, con cenni di spezie come cannella e chiodi di garofano. Buono l’attacco in bocca succoso, caldo, elegante, di un buon peso, per un finale appena dominato dal legno. 90

LA LECCIAIA
Granato di bella limpidezza, pulito. Naso antico in positivo, ovvero note di incenso, cuoio, confettura di more e fichi, cenni speziati di chiodi di garofano. Al gusto l’ingresso è caldo, elegante, tannini integri, acidità bilanciata, giusta densità. 92

LA PODERINA – POGGIO ABATE
Granato di ottima limpidezza, luminoso. Naso con elementi vegetali, di macchia mediterranea, frutto maturo, erbe officinali, sottobosco, anche cardo. In bocca ha fluidità, peso equilibrato, freschezza evidente, tannini ben impostati, finale non lunghissimo. 90

MOCALI
Granato molto limpido e pulito. Buon profumo nitido, di ciliegia e lamponi accennati, anche mele, poi cenni di balsamico. Al gusto densità gradevole, succosa, calda, elegante, tannini armonici e fusi alla componente alcolica. Finale prolungato. 95

PARADISO DI CACUCI
Colore molto lieve, limpido, preciso. Per il naso: minerale, ciliegia, freschezza di vegetale, sottobosco. Buon corpo, impatto preciso, cremoso, delicato, freschezza bilanciata, tannini finissimi. Finale prolungato e caldo. 94

PATRIZIA CENCIONI 123
Granato leggero. Profumi intensi di frutti come lamponi, ribes e ciliegia, anche cenni speziati, eleganti. Bocca fluida, lieve, pulita, invitante, sorso gustoso per un finale caldo ed armonico, dai tannini integrati. 92

PIAN DELLE QUERCI
Bel colore granato. Naso evoluto, di foglie di the, frutto maturo in confettura come prugne e more, cotognata. Bocca calda delicata, lieve. Finale in progressione positiva. 90

POGGIO DELL’AQUILA
Bel colore luminoso, piacevole e vivo. Note di bella distinzione, fruttate di ciliegia e prugna, anche elementi di cuoio, poi sentori e appena eterei. In bocca ha bella struttura, caldo, cremoso, con finale pulito e invitante. 92

RIDOLFI MERCATALE
Bel colore rubino con piccole sfumature granate. Affascinante il naso con sentori di ciliegia, lamponi, fragoline di bosco e d erbe aromatiche come timo. Bocca bellissima, levigata, calda, invitante, cremosa e pulita. Tannini ben amalgamati. Finale lungo. 95

ROBERTO CIPRESSO
Granato piacevole concentrato. Frutti in evidenza maturi pieni, decisi, come ciliegia e prugna, lievi note speziate. Bocca calda, succosa, avvolgente dai tannini fusi ben amalgamati. Finale piacevole e lungo. 94

RUFFINO
Rubino estremamente limpido e granato. Note classiche di frutti rossi, compatto, speziato di pepe, cenni di alloro. Bocca succosa, calda, viva, vitale, tannini appena rugosi, classici, fresco in acidità. Finale in bella scioltezza. 92

SALICUTTI – TEATRO
Rubino con bella pulizia, cristallino. Fruttato di ribes e lamponi, poi ciliegia, notevole l’amalgama con nepitella, pepe. Bocca pulitissima, equilibrata tannini, sottili, invitante, calda. Finale prolungato caldo e vivo in progressione positiva. 95

SAN POLINO
Bel colore pulitissimo, ancora rubino e cenni granati. Fruttato evidente, di ciliegia e fragola, poi lamponi, frutti di bosco, quindi pepe e ginepro, mentuccia, anche erba cedrina. Bocca fresca, elegante, dinamica, succosa, pulita. Finale in bella spinta. 94

SANTA GIULIA
Granato, pulito e limpido. Note molto evolute ciliegia sotto spirito, floreale di viola essiccata, appena pepe bianco. Bocca compatta iniziale, poi fluida, freschezza evidente, calda, piacevole. Finale in scioltezza. 90

SESTI PHENOMENA
Rubino di bella limpidezza con sfumature granate Cenni vegetali precisi, anche foglia di pomodoro, poi frutto preciso. Tannini appena evidenti. Pulito, caldo invitante, pieno ma asciugante. 90

TENUTA CORTE PAVONE LOACKER WINE ESTATES – VIGNA POGGIO MOLINO AL VENTO
Rubino con appena cenni granati. Note di frutti sotto spirito, fragole, ciliegie, lamponi, ribes. Bocca ben articolata calda, dinamica, viva, fresca. Finale in bella spinta, con tannini croccanti, di bella vivacità con finale ampio. 93

TENUTA CORTE PAVONE LOACKER WINE ESTATES – ANEMONE AL SOLE
Porpora, di bella limpidezza alla vista. Note vive, pulite, fresche al naso, frutti neri e rossi come ribes e mirtilli, mentolato. AL gusto risulta succoso, caldo, dai tannini ben posizionati, nitido nei sentori. Finale deciso e lungo. 92

TENUTA SESTA – DUELECCI OVEST
Rubino, pulito, di bella limpidezza con sfumature granate alla vista. Profumi di bella pulizia, eleganti, sottobosco, note di tabacco, frutti di bosco assortiti. Al gusto si presenta caldo, sodo gustoso, elegante, pieno. Finale in crescendo di energia. 94

TENUTA LA FUGA DUE SORELLE
Rubino con riflessi granati, pulito. Prugna e ciliegia sotto spirito all’olfatto poi note di maggiorana, nepitella, timo. Bocca succosa, calda e soda, tannini, classico alcol in evidenza. Finale pulito e caldo di bella armonia. 90

TIEZZI VIGNA SOCCORSO
Rubino qualche riflesso granato. Ematico, fiori di pot pourri, ciliegia, anche anguria. Bocca elegante di buon peso, tannino compenetrato, elegante caldo. Finale in bello spolvero. 94

VERBENA
Colore ancora rubino completo. Naso ordinato, preciso, frutti rossi. Bocca succosa e calda, elegante precisa, appena diluita calda, finale netto. 91

 

Brunello di Montalcino 2018: la sottigliezza. (Contiene note di degustazione di 173 vini)

Nessuno è uscito soddisfatto dal chiostro di Benvenuto Brunello quest’anno. L’appuntamento coi Brunello di Montalcino 2018 ha lasciato infatti in bocca un sapore amarognolo: una piccola annata, non certo all’altezza della precedente 2017. Tanto questa è stata infatti roboante, succosa e sorprendentemente elegante, quanto dalla 2018 nei bicchieri nel Chiostro del museo ilcinese (dove per la prima volta erano presenti ben dieci MW ad assaggiare) esce una annata sottile e sinuosa, che in molti casi ha proposto liquidi molto lontani dall’idea di vino ricco, importante e fiero ormai comunemente associata al Brunello di Montalcino.

Certo, non tutti gli anni ci sono le condizioni per fare dei grandissimi vini, complessi eppur fini ma altrettanto certo è che nessuno obbliga i produttori ad imbottigliare separatamente tutte le vigne e le selezioni se l’annata non lo consente. In luogo di tante proposte poco soddisfacenti, sarebbe stato meglio concentrarsi sul prodotto d’annata “assemblaggio” piuttosto che imbarcarsi in micro produzioni comunque lontane dai vertici delle annate migliori. Senza contare il Rosso di Montalcino, che pure sembra destare molto interesse da parte del pubblico e a cui potrebbero essere dedicati più ettolitri nelle annate piccole del Brunello.

Detto questo, lavorando in maniera accurata e avendo l’accortezza di vendemmiare nei momenti di pausa delle piogge settembrine, qualche chicca è uscita fuori. Non sono mancati momenti di puro piacere sangiovesista, con qualche versione di rabbioso estro fruttato e speziato, impreziosito da una serafica compostezza della componente tannica.

Un’annata che potrebbe ricordare certi climi degli anni ’80 ma che oggi i produttori a Montalcino sono forse meno abituati a gestire: le viti in parte dovevano riprendersi dagli shock dell’annata precedente (con gelate alternate ad ondate di calore) e hanno dovuto affrontare piogge importanti nei momenti cruciali di invaiatura e raccolta.

Molti i giovani e molti i nuovi ingressi, tra cui ci piace segnalare forse la più bella etichetta vista di recente ovvero San Guglielmo e il suo drago sputafiamme affrontato in armatura dal santo in persona. Conferme per la nouvelle vague ovvero Caprili, Castello Tricerchi, Armilla, SanLorenzo, Cava d’Onice e Cortonesi ma la palma dell’esordio più folgorante di tutti i tempi va a Giuseppe Gorelli, che con il suo primo Brunello convince tutti.

Andrea Gori (foto di Leonardo Tozzi)

Ecco quindi i miei assaggi di Brunello di Montalcino 2018

Agostina Pieri
Piccante salino e sottile, frutto di bel tono e definizione, allungo notevole e tambureggiante 92

Albatreti
Polpa e gusto, definizione e stile, roccioso e dinamico, un po’ chiuso su sé stesso ma molto variegato 90

Altesino
Pimpante, solare fresco e roccioso, bello stile scorrevole e classico che non delude nel palato 92

Altesino Vigna Montosoli
Ghiaccio e fuoco, dragonesco nell’incedere e sottile nel carezzare il palato, annata minore del cru ma sempre di definizione tannica egregia 94

Argiano
Ricchezza e volume, note di frutta al sole, resina menta e mirtilli, sorso di slancio notevole e bel ritmo 93

Armilla
Fresco e dinamico, floreale misto a frutto scuro, al sorso è integro, croccante, balsamico nei ritorni di timo e mentuccia limone, molto elegante 93

Banfi
More di rovo e sandalo, mallo di noce e prugne selvatiche, sorso di intensità e croccantezza, bello il finale di notevole lunghezza 92

Banfi – Vigna Marruccheto
Estrazione netta e polposa, fresco arioso, solare ed energia bella pulsante, sorso di grande carattere tannino splendido e arrotato con finale profondo 94

Banfi – Poggio alle Mura
Grintoso e pimpante, arancio sanguinella e lamponi, melograno e cumino, bel tannino e sostanza fresca 95

Beatesca
Speziato e fruttato sottile, viola menta e zenzero, sorso placido con ritmo acido tannico di bella intensità , azienda in crescita apprezzabile che centra il primo grande risultato 93

Bonacchi Molino della Suga
Macchia mediterranea, pepe nero, sottile snello e cupo in bocca ma dal ritmo dinamico e coinvolgente il sorso 93

Bonacchi
Fragole in confettura e ribes, camemoro e pepe, sorso semplice ma di bella scorrevolezza 88

Bottega Vino dei Poeti
Estrattivo ma pepato e spezia fine, sorso con nitido frutto e misurata ricchezza 90

Camigliano
Viole e timo, ciliegia e mallo di noce, sorso piacevole, scorre e lascia tracce piacevoli 90

Camigliano – Paesaggio inatteso
Mediterranea macchia e ciliegie, sorso di ritmo, profondità discreta 91

Campogiovanni
Dolcezza di fruttino, fragole, carattere solare e finezza, bocca di piacevolezza e spinta ruffiana ma mai in eccesso, bella la freschezza 93

Canalicchio di Sopra
Tono squillante di frutto rosso, mallo di noce e amarene, pepe nero e scorza d’arancia candita al cioccolato, sorso cristallino e ritmatissimo 93

Canalicchio di Sopra La Casaccia
Placido carnoso con guizzi felici agrumati e frutto scolpito nella pietra, dinamica tannica piacevolissima e di finezza splendida 97

Canalicchio di Sopra Montosoli
Tutta la potenza del cru dispiegata in annata particolare ma molto intrigante, tannino serrato che alimenta un tappeto fruttato sul rosso e nella menta, che traccia solchi di piacere ritmato nel palato 95

Capanna
Mela annurca, ribes rosso, pepe, salinità che emerge bene e convincente, lieve nota amaricante nel finale ma bella presenza scenica 93

Caparzo
Fiori al sole, viola e agrumi, grande estrazione e bel tannino nel sorso sicuro e tradizionalissimo 91

Caparzo – La Casa
Frutto di bosco scuro, ombreggiatura piccante di mallo di noce rabarbaro e poi tanta amarena, tono tannico un poco dimesso ma finale progressivo che si fa ricordare 94

Caprili
Trasparenza fruttata, amarena, resine e curcuma, sorso grintoso, sapido e fine, allunga alla grande 93

Carpineto
Salino e agrumato, piacevolmente speziato , sorso succoso e sinusoidale di tannino e frutto nitido 92

Casanova di Neri Etichetta Bianca
Colore tenue e sottile, fine e profumata , viola e delicata e sottile , lamponi e mandorle, sorso salino sapido e croccante, smagliante e fresco 94

Casanova di Neri Tenuta Nuova
Ricco e fantasioso, ciliegia , amarene, visciola e cuoio, confetto e bacca di vaniglia e mandorla, luminoso solare e finissimo, tannino compresso e fitto, carattere più maschile del solito con l’annata più contrastata 96

Casanova di Neri  Giovanni Neri
Colore sottilmente ricco, note di arancio e melograno, sabbia e roccia sotto che esplode in massa profumata sublime , cupo a tratti e rabbiosamente selvatico in alcuni frangenti,  lavanda, rosmarino, olive in tapenade, ginepro. Ritmo tannico a sinusoide che esplora tutta la gamma di espressività del sangiovese di Sesta 97

Casanova delle Cerbaie
Saporito e fruttato, scuro e balsamico, ritmo di bello spessore 92

Casisano
Pepe menta e sottigliezza, austero e roccioso, lamponi e lavanda, amarena nel sorso ancora un poco aggressivo ma lungimirante 92

Castello Romitorio
Amarene pepe e cumino, sorso con bel tannino e florealità che torna nel finale 91

Castello Romitorio Filo di Seta
Lavanda, ribes rosso e incenso, alloro e lentisco, spunti di patchouli e verbena, sorso che unisce morbidezza a spigolosità ben dosate, ottime note da legno 94

Castello Tricerchi
Piccolo gioiello di definizione floreale, frutto tratteggiato tra mandarino tardivo e kumquat, sorso preciso e punteggiato di sfumature, finale pronto deciso e scattante 94

Castiglion del Bosco
Ampio e roboante, frutto scuro e tostature, tannino con il fiato un po’ corto ma nell’insieme ha una bella presenza scenica 91

Castiglion del Bosco – Campo del Drago
Ombroso e scorbutico sulle prime con note balsamiche a coprire un bel tappeto di frutto bosco e resine, trama tannica affascinante e completissima 93

Cava d’Onice Sensis
Incenso e spezia, balsamico eucalipto e mentuccia, sorso che spinge molto e finisce saporito salino e profondo 93

Cava d’Onice Colombaio
Balsamico, menta, cumino e zenzero, tannino rugoso che impedisce al bel frutto di decollare come dovrebbe 88

Ciacci Piccolomini
Macchia, carrube, elicriso e ligustro, candore vanigliato e spezia fine, sorso di rara piacevolezza in questa annata 94

Ciacci Piccolomini Pianrosso
Finissimo floreale, macchia mediterranea, ferroso e salino, tannino delicato con ritonri di olive e mandorle , molto rilassato ma sempre di ottima complessità , delicato etereo ma con trama tannica tambureggiante 96

Col d’Orcia
Arancio e ribes rosso, mela annurca e fragole, sorso spigliato, fitto e di sostanza ma sempre dal ritmo fresco 92

Col di Lamo
Frutto di lamponi e ribes rosso , tannino di buona trama, sorso compatto e gustoso 90

Corte dei Venti
Lamponi, rosa canina, curcuma e pepe, intensità e grip tannico di bello spunto di struttura 92

Cortonesi La Mannella
Floreale di campo, fragole in confettura e menta , sorso con toni di liquirizia cuoio e pepe , bel feeling e sorso preciso 92

Cortonesi Poggialli
Fine arioso e distinto, carattere solare di fiori al sole, lamponi e pompelmo rosa, tannino robusto ma di grande armonia complessiva grazie ad estratto preciso e acidità giusta 95

Donatella Cinelli Colombini
Scuro e fruttato, sorso tosto, bel ritmo 90

Donatella Cinelli Colombini – Prime Donne
Cupo scuro e pieno, energia e dinamicità, more, ribes nero cassis e fico maturo, tannino di grande fascino e precisione 94

Fattoi
Ribes nero, cumino, sorso dal gran passo e precisione, tannicco accattivante e gastronomico 93

Fattoria dei Barbi
Ribes nero, pepe, mallo di noce e speziatura fine, frutto delicato ma anche il tannino va di pari passo, lasciando bocca pulita e stuzzicante 92

Fattoria dei barbi Vigna del Fiore
Ribes rosso e lamponi in confettura, zenzero, senape in fiore, mammole, sorso con balsamico che torna, brusco un poco il tannino 92

Ferrero
Floreale, sapido, scattante e nervoso con naso però floreale e balsamico, molto 2018, sorso che fa emergere un bel po’ di freschezza fino al finale elegante e composto 92

Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto
Lamponi , melograno, sorso agile e pulsanto, freschissimo ma senza mai lasciare frutto o spezia, bella beva 94

Giodo
Elicriso, tabacco e arancio tarocco, mughetto, viole e zenzero, palato con tannino di grande potenza, sottilissimo e pungente, deve acquietarsi ma ha un carattere unico 94

Gorelli
Polpa, succo, nitore di profumi e sensazioni speziate, arancio, iodio, zenzero e una soffusa sensazione di serafica forza e intensità, un vino che ti solleva e ti porta via, e manco ha finito di evolversi a pieno 97

Il Palazzone
Mela e fragole, amarene e canditi, senape e viole, sorso diretto e preciso, senza molti picchi ma rassicurante nella sua solidità 91

Il Poggione
Mirtillo e more, cumino, sottobosco e humus, sorso pulsante e ricco, con note alcoliche ben contrastata dalla freschezza della materia 93

Leggerello di Montalcino (foto di Leonardo Tozzi)

La Fiorita
Fresco felice e sottile, dimesso ma bel ritmo e vitalità 90

La Fiorita – Fiore di No
Sottobosco e spezie, intenso e carnoso, viole candite, pepe rosa e more di rovo, sorso importante con nota dolce ed elegante finale. 93

La Fornace
Parte piano come sempre, tanto frutto rosso, ferrosità, senape e cumino, tannino da arrotare ma sempre affascinante, vino di bell’avvenire 93

La Fornace Origini
Balsamicità ginepro, lavanda curcuma e pepe nero, macis e carrube, in bocca quasi si trasforma per intensità e struttura ma soprattutto finezza 94

La Fortuna
Frutto nero molto scuro, amarene mirtilli ribes multicolor, sorso molto rilassato e facile, senza tensione 88

La Lecciaia
Placido e scarico, sottile e ferroso, qualche inciampo tannico da attendere 88

La Lecciaia Manapetra
Succo di ribes, amarene, ciliegie e pepe nero, mallo di noce e zenzero, molto estratto e scuro ma di bel pregio 92

La Màgia
Fresco e vitale, floreale e frutto, discreta definizione tannica con legno un poco da digerire 90

La Palazzetta
Gustoso fine delicato e con tannino elettrico che conquista, bel finale agrumato e con note balsamiche raffinate 94

La Poderina
More e ribes nero, ciliegia durone, ginepro e arancio, tannino sottile, vino esile ma con grinta sottesa 92

La Rasina
Roccia e pompelmo rosa, sanguinella e ribes rosso, grande presaa di palato e allungo che si ricorda 93

La Rasina Persante
Scuro e profondo, bocca di grande fascino e completezza, solare e a tratti ombroso ma sempre sulle vette dell’eccellenza aromatica e tannica 95

Lambardi
Colore chiarissimo, vecchia scuola. Bocca molto fine e snella, finale di agrumi e pepe di discreta lunghezza 92

Le Chiuse
Ribes rosso e resine, ginepro e pepe rosa, fragole e prugne, sorso importante con lunghezza e stile splendido fatto di materia purissima 95

Le Chiuse Diecianni 2013
Ribes nero, cumino, resine , ampiezza e solennità, incenso curcuma e finale trasognante 97

Le Gode

Piacevolezza fruttata, pepe rosa e amarene, cacao e torrefazione leggera, ritmo tannico di bella piacevolezza , giovanile ed espressivo 93

Le Gode Vigna Montosoli
Potente e ricco, ribes rosso, fragole e rabarbaro, lieve nota brett ma che non inficia la grande potenza e classe 94

Le Macioche
Fragole e cumino, alloro e macchia mediterranea, sorso di bella lunghezza e con un finale roccioso che incanta 95

Lisini
Classico con nuovo brio, freschezza e luminosità, roccioso e salino , solido e terremotante, bella piccantezza 95

Lisini Ugolaia 2017
Mediterraneo, carrube fichi, resine e tanto frutto scuro, sorso placido con piccantezza e ritmo che intriga 94

Mastrojanni
Amarene e ribes rosso, fragole e rabarbaro, alloro e incenso, sorso cristallino con brio ed energia , finale di notevole allungo 94

Mastrojani Vigna Loreto
Sempre di grande ampiezza e solarità, arioso e imperioso, solenne a tratti e poi si ricorda di dover piacere e lo dimostra con un palato di croccantezza sublime 96

Paradiso di Cacuci
Ombroso e scuro, sottobosco, felci, ginepro e more, belle pulsazioni tanniche con rugosità che intriga e seduce sorso dopo sorso 94

Patrizia Cencioni
Lezioso e aggraziato sulle prime poi sale di tono tra mela rossa, amarena e agrumi, finale con grip notevole e tanta profondità 93

Patrizia Cencioni Ofelio
Nota alcolica molto preponderante su tappeto aromatico molto ricco, tannino di discreta fattura 92

Pian delle Querci
Dolce e raffinato, resina e senape, tannino un poco cedevole sul finale 87

Pian delle Vigne
Lezioso e fine, sottile e saporito, floreale composito, rose e salinità diffusa, sorso di bella trama e signorilità 92

Piancornello
Fragole ribes e frutta al sole, marroni e visciole, sorso di bella materia e profondità, manca un poco di tensione 90

Pietroso
Pieno e succoso, stile deciso e tagliente, finale che cresce bene di ritmo ad ogni sorso, bella prova 94

Pinino
Chiaro e netto, salino e aromatico, spezia e visciole sorso di precisione e carnosità discreta, presenza tannica discreta e lunga 91

Piombaia
Vinoso e fresco, dimesso e con note di felci e ginepro, sorso scorrevole che lascia piacevolezza nera e speziata 90

Podere Brizio
Pepe nero e cumino, tannini di bella fattura e signorilità, allungo sereno e balsamico 94

Podere Giardino Le Tracce
Fragole cumino pepe e curcuma, esotico a tratti e molto più convenzionale in bocca ma con una completezza e schiettezza mirabile, frutto splendido e finale in crescendo che sfrutta bene l’annata 94

Poggio Antico
Classico ed elegante, polpa e floreale nitido, grande progressione ed energia 93

Poggio di Sotto
Scabro e dimesso sulle prime, cresce nel bicchiere con passo sicuro e balsamico, corteccia di abete, menta e timo, tannino preciso e sfaccettato, in bellissima progressione di umami e ritorni balsamici splendidi 97

Poggio Landi
Viole e rose, alloro e macchia, tapenade, sorso di bella e tornita piacevolezza 90

Poggio Landi Chiuso del Lupo
Deciso scuro e roccioso, viscola, e ribes nero, cuoio e liquirizia, presenza tannica importante 93

Poggio Lucina
Visciole e prugne, grana piacevole e succosa, finale croccante piacevole anche se semplice 90

Renieri
Ampio e sottile nei profumi balsamici , sorso con fragole e ribes rosso, cenni di melograno, finale con tannino che accompagna bene la beva 91

Ridolfi
Profilo dimesso e sottile, resine e frutta sotto spirito, sorso un poco nervoso che però cresce alla distanza 90

Ridolfi Donna Rebecca
Intensità e rocciosità, menta, mela candita e buccia d’arancia, tostatura lieve, sorso di forza e potenza, ben controllato 92

Roberto Cipresso
Ampio e solare, bella luminosità di frutta rossa e nera, sorso con eleganza e sottigliezza tannica bellissima 95

Ruffino
Trasparente e fresco, timo e menta, spezia orientale e classicheggiante, sorso di semplice ed efficace semplicità 92

Salicutti Piaggione
Elegantissimo nel colore e nei profumi, sbuffi balsamici e poi tanta prugna, frutta di bosco, ribes rosso, more di rovo e mirtillo, bocca che conquista e seduce, sottilissima eppure di forza e nitore con pochi eguali nell’annata 96

Salvioni La Cerbaiola
Ricco e preciso, scolpito nella roccia e nel gusto fruttato, profondità salina e agrumata, martello tannico con carezze dolci a tratti, bella interpretazione 97

Talenti
Lezioso a tratti ma con frutto e pienezza agrumata splendida, un floreale sontuoso tra mughetto e lavanda, bocca composta e diligente ma dal ritmo piacevolissimo 94

Talenti Piero
Dolcezza tra more e caramello, carrube e prugne, sorso vispo e terremotane con pienezza di drutto che sfina  la tanta materia 94

Tassi
Arancio sanguinella e fragole con rabarbaro, pepe e timo, sorso preciso e aggraziato, non di molta complessità 92

Tassi Franci
Liquirizia olive e rose, fragolina di bosco e pepe, sorso con traccia alcolica ma dal tannino raffinato 94

Tassi Colombaiolo
Mughetto pepe e lentisco, sorso dal bel tannino con grip e allungo niente male 93

Tenuta La Fuga
Intenso dolce, fruttino cotognata, fragole in confettura, pesca e tabacco, lunghezza e piacevolezza notevoli con estrazione ricca 92

Tenuta San Giorgio Ugolforte
Ricco e carico, frutto nero e rossa, sorso con ricchezza estrattiva tenuta a freno bene, sorso piacevole semplice ma che lascia il segno 92

Tenute Silvio Nardi
Sottobosco, viole, ribes nero, sorso di carezzevole sostanza 91

Tenute Silvio Nardi Manachiara
Intenso, floreale alpino, mela rossa e frutta scura, liquirizia, tabacco, pepe nero, tannino sicuro di si, bicchiere che si chiude a testa alto con ritmo e progressione notevoli 96

Terre Nere
Sottobosco, felci e prugne, sorso brusco e rabbioso ma dal carattere riconoscibile, bella materia 92

Terre Nere Capriolo
Scuro ricco e pieno, venature vegetali in mezzo a frutta in confettura, sorso di corpo molto godereccio cui manca un poco di tensione 93

Tiezzi Poggio Cerrino
Pepe rosa e lampone, pulizia e franchezza, sottilmente seducente, bocca precisa e affilata 92

Tiezzi Vigna Soccorso
Ampio e cesellato, ricco e carico, frutto scuro e anche mallo di noce e caramello che si affacciano, sorso con trama tannica esile ma di beva immediata 93

Uccelliera
La consueta carica di sostanza e materia bellissima mitigate dalla freschezza risultano in un vino dal mix di fascino e sensualità notevole con solo un tocco di alcol in eccesso a limitarne l’efficacia, ma è sempre un gran bere 94

Val di Suga
Rosa e lieve smalto, confettura di fragole, timo e pepe nero, sorso di bella carnosità ed esemplare freschezza 92

Val di Suga Vigna del Lago
Polposo solare e ben condotto, trama tannica fitta e precisa, grande beva e soavità 94

Val di Suga Poggio al Granchio
Amarene, prugne lamponi melograno, ferrosità assortita, grip tannico splendido e profondo, vigna in grande spolvero e con prospettive sempre grandiose 96

Di seguito, gli assaggi di Leonardo Romanelli

Canneta
Granato deciso. Note di carruba, cuoio, tabacco e caffè, pelliccia, cuoio. Bocca fluida, succosa, poco elegante, povera. Tannini sottili semplice e poco intenso 87

Cantina di Montalcino
Rubino centrale con ancora riflessi granati. Naso di salamoia, poi cenni salmastri e iodati, frutti rossi. Bocca di buon peso, calda, elegante vivace vera. Finale in bella nettezza un po’ medicale 87

Tenimenti Ricci
Rubino, pulito. Note fresche, fiori secchi, frutti piccoli, pepe. Bocca molto fluida, pulita semplice, tannini molto piccoli. Finale netto, non intenso ma piacevole 89/90

Casa Raja
Granato molto pulito. Etereo, alcolico, prugna e ciliegia sotto spirito, note di castagne, anche cenni di funghi. Bocca calda, docile, fresca, tannini piccoli e ben amalgamati. Finale in bella successione positiva 89/90

Celestino Pecci
Granato limpido, Naso cupo, pesante non elkegante, cuoio, tabacco. Note di freschezza delicata, tannini piccoli, semplice poco incisivo finale lieve. 87

Chiusa Grossa
Granato molto limpido. Naso minerale, pietra asciugata, sottobosco, terra bagnata. Bocca pulita, buon corpo, appena semplice nella struttura, tannino ben coordinato, appena eccessivo come sapore 89

Col di Lamo
Granato, leggero. Note con cenni minerali, anche funghi, tabacco, cuoio, frutta essiccata. Bocca rilassata tannino evidente amaro sil finale 88

Collemattoni
Rubino molto pulito. Naso asciutto di frutta essiccata, poi floreale, di viuola, quindi frutti di bosco. Bocca elegante ricca, saporita frutti piccoli corpo disteso, tannino avvincente, con finale elegante 93

Collosorbo
Granato di buona limpidezza. Carruba, appena torrefatto, frutti secchi ed essiccati da mandorla a prugna, tabacco. Bocca sottile, succosa, calda, elegante soda, saporita. Finale rilassato 91

Corte de Venti Granato di bella limpidezza. Naso intenso di nocciole, prugna, ciliegia sotto spirito. Bocca elegante succosa, calda. Finale asciutto e preciso 90

Elia Palazzeschi
Granato leggero. Sangue, ematico, foglia e conserva di pomodoro, anche appena iodato. Bocca calda soda, succosa, dinamica viva, saporita. Finale prolungato, caldo vivo e verace 92/93

Fanti
Granato, leggero. Salamoia, frutto vivo, pietra, minerale, appena spezie. Corpo di bel peso, succoso, caldo, teso, fresca beva , tannino ben amalgamato, poer un finale succoso e caldo 93

Fornacella
Granato molto leggero. Naso di cassapanca, sacrestia, incenso. Frutti in confettura, prugne e ciliegie. Largo succoso, caldo , tannini precisi, non troppo lungo. Finale corretto, dai tannini ben equilibrati 91

Fornacina
Rubino con soli accenni granati. Molto minerale, terra, vegetale, frutti nitidi come ciliegia, ribes. Bocca succosa, calda tannini belli eveidenti 90

Fossacolle
Granato deciso. Minerale, incenso, pietra, canfora, mentolato, frutto maturo, come prugna. Bocca di buon amalgama, tranquilla, tannini fusi, compatti, finale non lunghissimo 89

Franco Pacenti
Granato molto scarico. Note evolute classiche da incenso a cassapanca, a sacrestia a frutta sotto spirito. Bocca calda, saporita succosa, elegante viva dinamica, vera. Finale in crescendo 92/93

Il Poggiolo
Granato di bella leggerezza, pulito. Naso nitido, corretto, piacevole, elegante, note di frutto polposo, poi incenso e fiori secchi. Bocca calda, dinamica succosa, finale pieno e lungo 90

Innocenti
Rubino, pulito, cenni granati. Naso poco sviluppato, piccolo, sottile, elementare, frutto semplice come ciliegia. Finale caldo e succoso , appena amaro, pur avendo tannino concentrato forse rasposo 88

La Togata
Granato leggero con ancora note rubine, limpido. Frutti piccoli, decisi, anche vegetale di peperone verde accennato, terra. Frutti piccoli, succosi caldi. Bocca asciugante, tannini decisi, poco cremosi. Finale pulito appena asciugante 89/90

La Togata dei Togati
Granato abbastanza leggero. Naso molto classico, fruttato elegante, pulito, fiori di campo, nepitella, menta, solo cenni speziati. Bocca di peso, cremosa, coprretta, elegante. Finale in crescendo 90

La Togata Jacopus
Granato con ancora qualche riflesso rubino. Fruttatissimo, ribes e mirtilli, lamponi, molto sotto spirito, cenni di spezie come pepe bianco. Bocca agile succosa, calda, piacevole. Finale caldo, elegante denso quasi elegante 91

La Togata Carillon
Granato con riflessi rubini, limpido. Naso di tabacco e cuoio, legna da ardere, frutti piccoli, cenni di carne fresca, anche frutto maturo. In bocca ha peso, ricchezza, struttura, tannini puliti, appena asciuganti 90

La Togata Notte di Note
Granato, con note rubine, molto limpido. Naso vegetale, non trioppo ampio, minerale, pietra, Bocca calda rigorosa, austera, anche note officinali. Tannino percettibile, finale medio in peso e lunghezza 89

La Togata Seconda Stella a Destra
Granato leggero, trasparente. Noteb floreali, viola, anche rosa, frutti piccoli, cenni speziati. Bocca salda succosa, viva. Non troppo lungo,tannini mediamente compenetrati. Finale asciugante 88

Maddalena Cordella
Rubino, abbastanza concentrato, limpido. Note legnose, caramella, vaniglia. Bocca docile, cremosa, rilassata, quasi dolce, tannini ben compentreati, finale appena stucchevole 88

Madonna Nera
Rubino molto limpido Naso non troppo espressivo, sottile, fiori secchi, ribes, ciliegia e mirtillo. Bocca piccola, elegante sottile, acidula. Finale in bella tensione positiva 93

Màté
Rubino con soli cenni granati. Naso di fiori secchi, ciliegia, prugna, qualche nota speziata di vaniglia. Bocca asciugante, tannino evidente ma godibile, teso. Finale in progressione 91

Mocali
Granato con qualche cenno ancora rubino. Naso non pulitissmo all’inizio, confettura di more e prugne, cenni di chiodi di garofano. Bocca sottile, fresca subito, cerca la gola tannini evidente un po’ asciuganti. Finale sofferto 90

Musico
Bel granato leggero. Note appena confuse in bocca, frutti amalgamati more e ciliegie, anche prugne, in confettura. Qualche cenno speziato. Bocca semplice diluita tannino sottile, finale amaro 88

Padelletti
Rubino molto limpido nuances granate. Bouquet pulito, dia fiori di bosco al ribes e mirtillo, quindi more e prugne. Bocca di buon peso, discreto, senza eccessi, caldo, tannini fini, Finale in bella progressione delicata 91

Palazzo
Rubino, abbastanza pieno. Naso molto fruttato, deciso, pulito, ciliegia, lampone, mela. Bocca molto piena, ricca, avvolgente, larga e densa tannini ben amalgamati. Finalelungo e potente 91

Podere La Vigna
Rubino con solo qualche riflesso granato. Frutta sotto spirito, elegante, decisa, precisa. . Bocca puntuta poco larga, tannini evidentei non troppo distesa persistenza affaticate. Finale medio, appena cotto 88

Sancarlo
Bel colore limpido rubino quasi porpora. Frutti ben distinti, lamponi, ciliegia, fragole, alcol etereo, Bocca d buon peso, elegante, fresco, levigato, tannini molto fini, succoso e caldo, finale persistente 93

Santa Giulia
Granato molto leggero. Appena minerale, pulito, frutto maturo, prugna, ciliegia. Asciugante poco vivo, pulito fresco, vero. Finale appena corto 89

Sassodisole
Rubino, pulito. Naso poco elegante, vivo, di frutti rossi, intenso, semplice. Bocca caldo, succoso, vero, tannino preciso, vico. Finale in buona succosità 88

Scopetone
Granato pulito con riflessi rubini. Naso pulito, frutti rossi piccoli, anche note verdi di timo, maggiorana, mentuccia, elegante. Bocca saporita di buon peso, caldo 93/94

Scopone
Porpora, pulito, di bella trasparenza. Naso non pulitissimo, appena sporco, minerale, fuliggine. Bocca lienare, magra, succosa, ma appena esile. Finale non lunghissimo 88

Tenuta Buon Tempo
Rubino, pulito e luminoso. Naso incisivo, pulito come frutti, ciliegia e ribes, mirtillo, qualche nota di sottobosco ed erbe aromatiche. Bocca appetitosa, succoso, caldo, tannini ricchi. Finale appena rapido ma netto 91

Tenuta Corte Pavone Loacker Wine estates
Rubino, pulitissimo, vivace. Naso di frutti piccoli, vegetale, pepe bianco, scorza di agrume, mela. Bocca molto elegante vera fresca tannini cremosi, succoso, lungo. Finale cremoso e caldo 95

Tenuta di Sesta
Rubino, molto scarico. Fruttato, pulito, elegante, frutti di bosco, erbe aromatiche, anche macchia mediterranea, pulito. Bocca saporita, pulita, levigata, calda. Finale in progressione positiva 94

Tenuta Poggio il Castellare
Rubino, pulitissimo, Naso classico, frutti maturi, appena rusoante. Bocca di buon peso, fresco, tannini raspanti. Finale non immenso 86

Tenuta dell’Incanto
Rubino con cenni granati. Naso minerale e ferroso, ciliegia e prugna maturi, anche confettura frutta sotto spirito. Finale caldo con tannini precisi, non immenso abitudinario 89

Tornesi
Granato, trasparente, Naso ematico, pomodoro, foglia, anche terra. Buon peso, semplice, lineare cremoso, tannini fini e delicati. Finale in bella progressiopne 90

Ventolaio
Rubino, bella pulizia. Naso fruttato elegante, classico, tabacco, terra e inchiostro. Bocca succosa, tannini fini. Finale lungo e docile 91

Verbena
Granato leggero. Naso invitante, pieno, delicato, intenso, frutti sotto spirito pot pourri. Bocca slavata poco intensa, pulita magra. Finale corto 89

Villa al Cortile
Rubino, pulito. Naso sporco e puzzolente. Peliccia e cuoio. Bocca molto tannica rasposa. Finale affaticato 87

Villa le Prata
Rubino compatto con note granate. Floreale, fresco, vivace, caldo, elegante solido. Tannini decisi un po’ solidi. Finale medio 89/90

Villa Poggio Salvi
Rubino. Chinato, officinale, evoluto, confettura, caldo. Bocca saporita calda e tannica, amara 88

Voliero
Rubino. Ematico, pomodoro, vegetale, foglie. Frutti rossi. Bocca asciugante arida tannica. Finale piccolo non slanciato 88

[Foto cover di Andrea Moretti]

5 motivi per cui il Master in Wine & Spirits all’Università di Scienze Gastronomiche è una figata

Ci sono ancora 20 giorni per iscriversi al Master in Wine&Spirits che partirà presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo il prossimo 14 marzo 2023. 500 ore di didattica, docenze illustri, esperienze sul campo, ben tre viaggi didattici (di cui almeno 2 in Europa e uno in Italia) e la possibilità di ottenere il WSET3 e il 2° livello Ais mentre studi per ottenere un master universitario in inglese da 90 CFU.

Ecco quindi i 5 buoni motivi per prendere molto sul serio questo Master in Wine & Spirits!

Perché non c’è in Italia niente di simile all’Università
Nessun programma di master universitario, in Italia, è pensato per costruire dalle fondamenta una conoscenza approfondita del vino e dei distillati, per innestare su di essa le competenze che servono a diventare operatori commerciali oppure, in alternativa, le competenze che servono a diventare comunicatori innovativi di un modo nuovo di conoscere con il vino.

Perché il programma è bello ma le opportunità ancora di più
Un master che attraverso la rete di relazioni di Banca del Vino e Slowine permette di entrare in contatto con centinaia di realtà vitivinicole iconiche – passando dai produttori simbolo dei territori ai distributori più innovativi – significa entrare in un network smisurato, capace di fornire ispirazione e occasioni professionali per una vita intera. E poi, vuoi mettere tre viaggi didattici in zone simbolo della viticoltura italiana ed europea; seminari e lezioni con la Maison du Whisky, e Velier, il corso per il WSET3 incluso nel programma master?

Perché in inglese è meglio
Studiare, ascoltare lezioni in inglese e lavorare con colleghi di corso che vengono da molti paesi diversi significa acquisire la capacità di relazionarsi con la diversità, comprendere quanti modi diversi ci siano di vivere il rapporto con le bevande che ci piacciono di più, quali diversi approcci bisogna essere capaci di costruire per comunicare, conoscere e apprezzare il vino e i distillati sia che si viva e si lavori nel Belpaese, sia che si scelga la strada del mondo per il proprio futuro professionale.

Perché i distillati sono un mondo pressoché sconosciuto ai più
Mentre sul vino ormai decine di corsi universitari e non lavorano da anni, creando nelle persone e soprattutto nella società una diffusa consapevolezza di quanta complessità e ricchezza ci sia, per quanto concerne i distillati se non siamo all’anno 0, siamo all’anno 1… Di distillati, oggi, parlano i super esperti in circoli ristrettissimi, ma poco di più. La comunicazione e la conoscenza di un’arte millenaria e globale (in ogni continente si distilla da matrici diverse, con risultati incredibili) è appannaggio di poche aziende multinazionali il cui business è fatto da grandi produzioni di massa, che alimentano la mixologia contemporanea. Ebbene, c’è letteralmente un universo sotto questa patina superficiale in cui si parla genericamente di whisky, gin, vodka o tequila.

Perché non è costoso: è un investimento
La retta è di 17.500 euro. Ed è economica.
Se si considera che le ore di lezione sono oltre 500 e ad esse si aggiungono i 25 seminari alla Banca del vino, i tre viaggi didattici (all’inclusive: trasporti, pranzi, cene e pernottamenti, oltre a visite, incontri e degustazioni) e l’esame WSET3, il conto è presto fatto: nessuno potrebbe organizzare per sé qualcosa di simile spendendo meno. Ma non basta.
UNISG infatti supporta lo studente nella ricerca e nell’implementazione di un tirocinio da 400 ore nel settore: il 50% degli studenti dopo il diploma continua a lavorare dove ha fatto il tirocinio.
Infine, grazie alla disponibilità di AIS Piemonte che ha appena lanciato il primo corso per sommelier in inglese, gli studenti del Master Wine&Spirits potranno avere anche una formazione secondo gli standard della sommellerie classica italiana, fuori dall’orario delle proprie lezioni, su base volontaria e, se saranno almeno 12 a volerlo, il corso sarà a Pollenzo, senza costi per le lezioni, con esame finale per il 2° livello AIS.
Insomma, se ci mettete sù che la retta è interamente finanziabile con un mutuo a tasso agevolato garantito dall’Università, che si comincia a restituire un anno dopo il diploma, scegliendo l’entità della rata, si capisce bene perché chi vede il proprio futuro nel mondo del vino e dei distillati troverà una grande opportunità a Pollenzo.

Insomma, se volete sapere proprio tutto quel che c’è da sapere, dovete necessariamente leggere qui!

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Intrawine #13: Grande Cina, maledetta Bordeaux, Roundup, aste, black power e Sudafrica

Con la nuova cadenza mensile torna Intrawine e il solito, imprescindibile carico di articoli da tutto il mondo da leggere. Ogni segnalazione meriterebbe un post singolo vista la quantità di temi che il mondo del vino è in grado di offrire quasi ogni giorno. Quindi non pensate che quello che si può raccontare del vino giri soltanto intorno a quello che avete nel bicchiere!

Dopo la consueta premessa, possiamo cominciare.

La prima cantina di colore in Sudafrica
La storia raccontata in questo articolo sa di riscatto e disuguaglianza allo stesso tempo. Riscatto e disuguglianza perché Paul Siguqa, figlio di una donna che per tutta la vita ha lavorato come bracciante in cantine possedute da persone bianche, ha fondato la prima azienda vincola “fully black owned” in un paese, il Sud Africa, in cui l’80% della popolazione è nera. Nonostante la fine dell’apartheid risalga al 1991, il paese sudafricano vive ancora forti disparità fra le classi bianche più abbienti  e una maggioranza nera. Basti pensare che nel settore vinicolo la popolazione nera possiede soltanto il 2,5% dell’intero vigneto sudafricano mentre i bianchi detengono il 79% dell’intero territorio agricolo, come riporta il pezzo segnalato. L’impresa di Siguqa diventa quindi significativa non soltanto per la sua vicenda personale ma anche per il segnale che lancia in un comparto come quello vinicolo in cui, non soltanto in Sudafrica, il colore della pelle è ancora oggi un elemento che favorisce o ostacola chi vuole intraprendere una propria impresa personale.

His mom labored on a winery under apartheid. Now, he owns one. (The New York Times)

Chi ha paura del Roundup? Un documentario lo spiega
I documentari dedicati al mondo del vino sono uno spazio divulgativo ancora poco esplorato in cui gli esempi che si distinguono per qualità e interesse si contano sulle dita di una mano. L’apripista di questo genere è stato sicuramente Mondovino del regista Jonathan Nossiter mentre in Italia Langhe doc e Barolo Boys – entrambi di Paolo Casalis – hanno fatto un degnissimo lavoro. Anche un maestro come Ermanno Olmi ci ha lasciato un interessante documentario dedicato alla Valtellina e i suoi vini. Questo preambolo per segnalare un pezzo che presenta un documentario del regista americano Brian Lilla che indaga l’utilizzo massivo che nei vigneti californiani di Napa e Sonoma si fa del famigerato Roundup, erbicida con un alto contenuto di glifosato. Per inciso, nel 2015 L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stabilito che il glifosato è potenzialmente cancerogeno per gli esseri umani. Children of the vine – questo il titolo del documentario – approfondisce quanto l’uso dell’erbicida della Monsanto sia trasversale nel mondo agricolo americano e come a ricaduta lo si possa trovare in svariati prodotti alimentari. Se vi interessa approfondire l’argomento, qui trovate il trailer del documentario.

Has the rise of Roundup in wine country made it toxic? (The Press Democrat)

Pic taken from The Press Democrat

Definire funky il vino naturale ha i giorni contati
Ci si sofferma sempre troppo poco sul linguaggio che usiamo per parlare in generale di vino e sull’uso che si fa della terminologia specifica per descrivere una particolare bottiglia. Questo articolo di Esther Mobley punta il dito sull’utilizzo abusato e ridondante del termine funky, soprattutto nel campo dei vini naturali. Senza fare della scienza etimologica, il termine funk nasce durante gli anni Sessanta fra gli afroamericani per descrivere in diversi ambiti musicali qualcosa di autentico, libero e genuino. In territorio vinicolo, il termine funky è stato appiccicato, a seconda dei casi, a vini non convenzionali, con sentori e sapori spinti al limite del potabile, cercando con questa spericolata legittimità linguistica di sdoganare tanti vini con difetti evidenti. Funky è diventato così un termine abbastanza vago da poter essere utilizzato senza una reale corrispondenza, una parola svuotata del proprio significato a causa di un uso improprio e poco ragionato. Quale sarà il prossimo tormentone?

Why natural wine people desperately want you to stop saying ‘funky’ (San Francisco Chronicle)

Il futuro del vetro nel mondo del vino
Ancora Esther Mobley in questa segnalazione. La wine critic californiana indaga una questione che anche qui in Europa sta iniziando ad essere di forte attualità. Visti i costi ambientali, energetici ed economici nella produzione del vetro è possibile che in futuro prenda sempre più piede la pratica di restituire i vuoti alle cantine in modo da poterli riutilizzare. Il pezzo spiega che sulle bottiglie di vino pesano diversi capi d’imputazione: sono pesanti, ingombranti, fragili e costose. Tutti elementi che spingono nella direzione di trovare alternative sostenibili alla produzione di bottiglie. Gli ultimi due anni hanno poi messo ben in chiaro come l’approvvigionamento del vetro sia diventato un incubo per tanti produttori in giro per il mondo. La strada per avere risultati concreti è tortuosa ma l’obiettivo è quello prospettato da un produttore che, in un virgolettato all’interno dell’articolo, vede un futuro in cui le pesanti bottiglie vengano considerate come oggi valutiamo le macchine d’epoca: manufatti dei tempi andati, pittoresche ma poco funzionali all’uso corrente.

Some Bay Area wineries will soon ask you to return bottles after drinking (San Francisco Chronicle)

La maledizione di Bordeaux
Questo pezzo analizza come la Bordeaux del vino e la costruzione di un metodo produttivo peculiare – vini rossi da lunghi invecchiamenti in legno – abbiano influenzato buona parte del panorama enologico mondiale. L’articolo menziona come Bolgheri ma anche Rioja e Barolo senza l’esempio bordolese avrebbero intrapreso probabilmente altre strade produttive. Ma le scelte che hanno plasmato i vini di Bordeaux furono influenzate da un contesto climatico unico e il ricorso all’invecchiamento in legno era funzionale alle uve scelte e all’opportunità che botti di legno davano nel domare sensazioni tanniche particolarmente agguerrite. Oggi, alla luce del cambiamento climatico questa prassi sta venendo meno. I vini prodotti sono pronti già dopo 4/5 anni dalla vendemmia e un approccio easy drinking si sta affacciando anche nella regione atlantica, con evidenti ricadute sui mercati. Probabilmente nei prossimi anni assisteremo a cambiamenti epocali in una delle regioni più legate al proprio tradizionale savoir faire enologico.

The curse of Bordeaux (Tim Atkin)

Come cambia il mondo delle aste internazionali
Qui qualcosa di diverso, cioè il mondo delle aste declinato in due articoli interessanti. Il primo è un’intervista a Raimondo Romani, comproprietario dell’unica casa d’aste specializzata in vino italiano a Honk Kong. L’intervista è una interessante analisi per capire come si muovano i vini italiani sul più importante mercato asiatico, porta d’ingresso della Cina. Le parole di Romani ci aiutano a capire meglio come il mondo delle aste viva di fluttuazioni e mutamenti continui e quanto questo sia cambiato negli anni post Covid. Il secondo pezzo è composto da una serie di dieci interviste a dirigenti e responsabili delle maggiori case d’aste mondiali. Si va dalle classicissime Christie’s e Sotheby’s fino ai nuovi players digitali. Ne esce un quadro anche qui in continuo movimento, fatto di innovazioni tecnologiche, crypto e NFT, nuovi approcci post pandemici e apertura sempre più marcata verso i mercati asiatici.

Il mercato delle aste del vino in Asia è cambiato radicalmente. Ecco come (Gambero Rosso)

Wine auctions in 2022: A changed world (The world of fine wine)

Nuove frontiere contro la contraffazione di bottiglie
Il tema delle contraffazioni di grandi bottiglie negli ultimi anni ha assunto dimensioni preoccupanti e da più parti si cercano modi per evitarle. Codici a barre, QR code, blockchain, sono diverse le strategie adottate per evitare falsi e garantire il consumatore che la bottiglia acquistata è realmente il vino dichiarato in etichetta. Dalla Nuova Zelanda, come riporta questo articolo, arriva un nuovo sistema che promette passi avanti nell’autenticazione di vini pregiati. Promosso dall’azienda Oritain, questo sistema di fingerprint dovrebbe essere in grado, attraverso un QR code, di risalire fino alla vigna di provenienza, quindi un certificato integrale del terroir dal quale il vino nasce.

NZ winery uses terroir ‘fingerprint’ to verify fine wine origin (Decanter)

Il vino naturale sta perdendo il proprio appeal
Il vino naturale è argomento che continua ad essere divisivo, onnipresente nelle discussioni e, come spiega questo pezzo, ormai ridotto ad una memeification di se stesso. Cosa significa? Se fino a qualche anno fa bere naturale dimostrava la propria appartenenza ad una nicchia, oggi mostrarsi mentre si beve un vino naturale, postare una foto sui social assieme ad etichette che richiamano gli stessi motivi, fa parte di una trend ormai diventato mainstream. Allo stesso modo, le liste vini di wine bar ed enoteche che servono vini biodinamici e biologici sembrano fotocopie l’una dell’altra e Instagram è diventata l’arena in cui dare sfogo alle pulsioni più elementari dell’essere naturali. L’articolo è lungo e denso ma merita una lettura per come mette alla berlina comportamenti e pose che hanno fatto più danni al mondo dei vini naturali rispetto ai benefici e per come cerca di dare una visione critica di un movimento che sta progressivamente perdendo la propria energia iniziale.

Is Natural Wine Losing Its Cool Factor? (bon appétit)

A Bordeaux si chiedono aiuti economici per estirpare le vigne
Un altro pezzo che tratta di Bordeaux. Il tema qui è la richiesta da parte di un collettivo di aziende bordolesi di aiuti economici al governo per estirpare 15.000 ettari di vigneto. La proposta avanzata mira ad ottenere un indennizzo – circa 10.000 euro ad ettaro – per superare una crisi che vede diverse aziende in serie difficoltà economiche a causa di un’offerta di vino che supera abbondantemente la domanda. È la faccia meno visibile della Bordeaux minore che fatica a vendere il proprio vino, lontana anni luce dai fasti e dalle quotazioni dei vini dei grandi chateaux e dalle denominazioni di maggior prestigio.

10 000 €/ha, la prime d’arrachage demandée par le vignoble de Bordeaux (Vitishpere)

La crescita inarrestabile del mercato cinese
Da diversi anni il mercato cinese è diventato the place to be per le cantine di tutto il mondo, l’Eldorado enoico al quale si guarda per fare affari e aprire nuovi mercati. Questo articolo riporta alcuni numeri di un’indagine della compagnia GlobalData sul futuro del mercato cinese e sono numeri che, se confermati, faranno brillare gli occhi di tanti export manager. Si prevede infatti che nel 2026 il mercato del vino nel paese raddoppierà passando dai 42 miliardi di dollari del 2021 ai 72 previsti. Allo stesso modo, aumenterà anche la spesa media dei consumatori che si attesterà intorno ai 60 dollari pro capite. Le motivazioni dietro a questi dati sono diverse: le generazioni più giovani si stanno affacciando al mondo del vino e i grandi player delle vendite online, come Alibaba, stanno accogliendo i grandi brands mondiali all’interno delle loro piattaforme. Per ora sono ancora i grandi marchi locali a trainare il mercato ma le aziende di mezzo mondo sono pronte per aggredire questo gigantesco mercato in potenza, visto anche il contenzioso commerciale fra Cina e Australia che ha di fatto tolto di mezzo un rivale agguerrito come il vino australiano.

GlobalData: China’s wine market size will almost double in 2026 (Vino Joy News)

LE BREVI DI INTRAWINE

 

Echoes of a World War in wines from the early 1940’s
Eric Asimov e una serie di bottiglie per raccontare la Seconda Guerra Mondiale.

The Masters of Wine exam – relevant to non-MW-students?
Siete pronti a misurarvi con l’esame per diventare Master of Wine? Qui trovate un esempio.

Liquid gold: celebrating the wines of Macedonia
È il momento di scoprire i vini macedoni

The Mosel
Una panoramica sulla Mosella

Has Burgundy reached a peak?
La Borgogna sta raggiungendo il proprio apice?

Il sapore del vino di domani
Un pezzo di Stefano Liberti su vino e cambiamento climatico

Ci risentiamo tra un mese.
Buona lettura (e se avete suggerimenti, vi aspetto: dillo@intravino.com).

Tutto su IntraWine, la rassegna stampa di Intravino:

– IntraWine: la rassegna stampa di Intravino #1 Febbraio 2022
– IntraWine #2: Melania Battiston, fumetti, Buttafuoco, gusto “salato” e DRC
– IntraWine #3: vino “croccante”, Barolo a La Place, terroir di Internet e guerra in Ucraina

– Intrawine #4: Chianina & Syrah, Libano, NFT, bicchieri da osteria e cure palliative
– Intrawine #5: Auf Wiedersehen Pét, Blind Ambition, Asti Spumante & Ucraina e baby Bordeaux
– Intrawine #6: Geoffroy in Franciacorta, progettare cavatappi, clean wine e cosa fa un wine consultant
– Intrawine #7: Amazon, bottiglie di plastica, Burlotto, AVA e Albéric Bichot, vignaiolo-esploratore
– Intrawine #8: bere in Antartide, Tik Tok, caos delle spedizioni, Muvin e bianchi di Rodano e Spagna

– Intrawine #9: Vino e mistificazioni, uve perdute dalla Gran Bretagna, Vorberg e l’annata 2018 a Barolo
– Intrawine #10: Il futuro di bordeaux, il prosecco di Kylie Minogue, Radice di Paltrinieri, Algeria e zeitgeist
– Intrawine #11: Suicidi tra i vignaioli, l’eredità di Robert Parker, bere con moderazione e the World of Fine Wine
– Intrawine #12: Perché bere non è più figo, Ucraina e bombe, caos a Barolo e tesori di una libreria

Intrawine | Il sondaggio per la nuova copertina ha bisogno di te

Intrawine è la rassegna stampa mensile curata da Massimiliano Ferrari su Intravino e se non l’avete mai letta vi siete persi qualcosa. Io la trovo interessantissima perché mi ha permesso di scoprire contenuti sul vino provenienti da tutto il mondo che altrimenti avrei bellamente ignorato. Dallo scorso mese, la cadenza mensile, con l’ingresso delle notizie brevi, ha reso la fruizione ancor più stimolante e abbiamo pensato che fosse il caso di preparare una copertina ad hoc.

Ecco quindi che Simone Di Vito, photo editor e art director, ci ha fatto qualche proposta che vi sottoponiamo per un una sorta di sondaggio consultivo. A dire il vero, dopo vari tentativi abbiamo già la nostra preferita ma prima di uscire con Intrawine #13 ci piacerebbe sentire il vostro parere.

Quindici secondi di concentrazione e responso nei commenti, ok?

Dunque, siamo partiti da qui.

Ed ecco invece tutte le opzioni in gara!

1.

New Intrawine cover, versione 1

2.

New Intrawine cover, versione 2

3.

New Intrawine cover, versione 3

4. 

New Intrawine cover, versione 4

5.

New Intrawine cover, versione 5

5 bis.

New Intrawine cover, versione 5 bis

 

Coraggio, avanti coi commenti.
Votate, votate, votate!

[Foto di copertina]

Ho bevuto tre bottiglie alla cieca con littlewood (e c’era anche Shaquille O’Neal)

Il bello dei blog sta nei commenti, ci siamo detti per una decina d’anni. Vale sempre meno ma a volte ci scappa la sorpresa. A metà della scorsa settimana mi arriva un wapp: “Buongiorno alessandro sono Franco Boschetto alias littlewood. Se passi sabato sera all’Osteria sotto casa tua qualcosa da bere c’è (no giulio f!)”.

Per chi capita di frequente su queste pagine, il commentatore littlewood suonerà noto. Storico forumista del Gambero Rosso, su Intravino ha all’attivo circa 160 commenti dal 2018 ma non mi ero mai soffermato a capire chi ci fosse dietro. In sintesi: Franco Boschetto lavora in vigna e come trattorista per aziende di vino e attualmente è in forza in una delle realtà più interessanti di tutta la Valpolicella (Cà La Bionda). Moglie astemia, figlio enologo che sta facendo uno stage in una nota azienda di Barolo (indizio: “Domattina devo andare ad aprire il recinto delle galline”) e, a monte di tutto, una cantina privata da oltre 7.000 bottiglie accumulate negli anni. Praticamente tutti mostri, ma questo lo avrei scoperto dopo. Insomma, per educazione passo a salutare la Boschetto family & friends e sfodero un bicchiere fiammante ché  non si sa mai.

Quattro bottiglie alla cieca, ecco le mie impressioni di assaggio ripescate a memoria.

Prima bottiglia.
Dorato carico verso l’ambra, profumi evoluti, terziarizzazione fin quasi al fungo partendo da una base dolce, bella ma dolce, la frutta è arrivata al capolinea e il dinamismo nel bicchiere scarseggia un po’. Il sorso è compiuto, ha una linea di acidità a ravvivare il sorso però è la rondeur a prevalere. Ipotizziamo possa essere uno Champagne con vari anni sulle spalle, ormai arrivato al picco, anche un po’ dopo. Comunque già di partenza timbrato da una maturazione avvolgente che gli anni hanno accentuato. Da berne un bicchiere o due, non di più perché risulterebbe noioso.
Era Jacquesson 1996. 25.740 bottiglie prodotte, 3,5 g di dosaggio, degorgiato nel 2006, 57% pinot nero e 43% chardonnay.

Seconda bottiglia.
Naso terziario bello, balsamico e ampio, un po’ vegetale (fa pensare a qualche cabernet), poi esce fuori un misto di finocchio, senape, grafite e frutta scura. Metterci il naso dentro è molto divertente e invita il sorso. Che a sua volta non è affatto greve, ha una sua pienezza ma gira molto bene, non rapisce ogni angolo della lingua e questo mi fa pensare che non sia una annata di quelle monstre Però a stupire è questa sintesi di vino adulto con una sua snellezza e nessun cedimento, zero smagliature. Poi il bello di non avere un database infinito in testa, nel mio caso, è che non marcisco nello scervellarmi per capire cosa sia. Già quando ho inquadrato che trattasi di un qualcosa simil-bordolese con parecchi anni sulle spalle e complessivamente di pregevolissima fattura, il degustatore che è in me si appunta un distintivo sul petto. Era Vega Sicilia Unico 1990, e tutti zitti.

Terza bottiglia.
Carico ma non scuro, bella densità e colore pimpante. Ci butto il naso dentro e devo dire che il primo flash che mi salta in testa riporta ai vini della Valpolicella che amo (pochissimi). Paradossalmente tenero e sussurrato, su frutta dolce ma non sfatta, anzi turgida, pugno di ferro in guanto di velluto, più gira nel bicchiere più inizia a comunicare, andando su qualche vegetale, altre frutte, con un’idea di presenza, compostezza e profondità che davvero non teme niente e nessuno. Faccio un sorso. Tanta la materia, c’è una quota di dolcezza sì ma niente di stucchevole, non legnosità volgare né surmaturazione né astringenza né calori alcolici fuori controllo. Alla cieca, metto questo vino nel capitolo delle bottiglie Shaquille O’Neal (quando ero giovane pensavo a Sassicaia, cioè Michelle Pfeiffer): un essere umano gigante ma talmente proporzionato e agile da avere pochi eguali nel mondo. Stratificato, di una matericità non pesante e con una bocca debordante. Dico Amarone e ipotizzo Dal Forno, visto che con Franco pochi minuti prima parlavamo proprio di Valpolicella e stili. Era l’Amarone della Valpolicella Vigneto di Monte Lodoletta 1994 di Romano Dal Forno. Esperienza di assaggio autenticamente eccezionale per un vino la cui traiettoria di vita è stimabile in, boh, qualche decennio? Perfetto a 28 anni di età, probabilmente lo era pure a 10 e immagino lo sarà anche a 50. Per quanto ora davvero in forma smagliante. Postilla di Rossano Ferrazzano: “1994, equilibrio magico fra la prima e la seconda fase stilistica di Dal Forno. Uno dei migliori Amarone mai assaggiati, io lo preferisco nettamente rispetto alle annate successive dai muscoli ipertrofici e lucidi. Era perfetto anche a 10, confermo.” Tema interessante, da approfondire.

Peccato per la quarta bottiglia – Les Nourrissons Vignes Centenaires 2005 di Bernaudeau – in realtà aperta dopo lo Champagne e purtroppo tappata, perché viste gioventù rimarchevole, freschezza e franchezza c’era il rischio che fosse da pelle d’oca.

Last but not least, un’idea sui prezzi. Il valore di mercato è un tema centrale nelle riflessioni sul vino e torna sempre utile per contestualizzare gli assaggi. In numeri, stando a WineSearcher: Jacquesson 1996 – 225 euro, Vega Sicilia Unico 1990 – 739 euro, Dal Forno – 518 euro, Les Nourrissons – 897 euro.

Grazie Franco. E pure se tuo figlio andasse a fare stage in Nuova Zelanda, tu torna lo stesso.

Franco Boschetto aka il commentatore “littlewood”

La sostanziale differenza tra degustare e bere vino

Una foto, per quanto bella, fissa un momento del quale ci è sconosciuto il prosieguo: può ritrarvi felici con la persona che amate e dopo qualche mese può essere che non stiate più insieme.

Viaggiare non è fare il turista e chi lo ha fatto sa che ci sono due modi per viaggiare.
Il primo è andare lontano cercando di vedere quanti più posti possibile ma in modo più superficiale, per avere una idea d’insieme nel poco tempo che abbiamo a disposizione. Il secondo invece è farlo in poche tappe, due o tre al massimo, in modo da entrare meglio dentro alle dinamiche di uno specifico posto, conoscere persone seguendo l’onda ed avendo quindi un quadro più chiaro e preciso. Vanno bene entrambe perché non esiste mai un solo modo giusto di fare le cose, esiste quel modo che sentiamo nostro.

Nel mio mondo, bere una bottiglia è la cosa che più assomiglia a un viaggio ed è proprio qua che sta il dilemma.
Comprai questo Musigny 2001 di Jacques Prieur quando la scelta era tra andare fuori a cena con gli amici e poi a ballare o comprare una bella bottiglia, non erano necessari mezzi economici particolari per “viaggiare” coi bicchieri e lo si faceva a cuor leggero, senza ansie né sensi di colpa per l’aver speso un patrimonio.

Il vino è buonissimo nonostante Prieur non sia annoverato tra i fenomeni borgognoni. D’altro canto, stiamo parlando della vigna più celebrata del pianeta. La parte di frutto presente ed affusolata dal tempo fa emergere ancor di più la sua gentilezza, integro e solare, perfettamente compiuto, accarezza il palato con un tannino risolto, ha una buona pressione che esalta la parte floreale secca e le note fumose, chiude pulito con rimandi vegetali e terrosi. Un gran bel vino.

E quindi?
Se degustassi questo vino con un mezzo calice, ne apprezzerei eleganza e precisione (cosa che non faccio mai) punteggiandolo molto bene, ma avendolo bevuto con un amico – bevuto, non degustato – durante la serata, il vino non ha disegnato la parabola che mi aspetto da un’etichetta di questa importanza.

Aspettavo quel poco che fa la differenza ma non è arrivato, e questo è il più grande limite della degustazione tecnica: non lascia al vino il giusto spazio/tempo per esprimersi in pieno, mozzando la conoscenza profonda e privandola di elementi fondamentali. Io stesso, che sono tutto fuorché infallibile, mi sono trovato a comprare vini assaggiati in mezzo ad altri cinquanta, salvo poi pentirmene a distanza di tempo.

Era una foto. Il modo migliore per cercare di capire dove un vino può arrivare rimane andare dai vignaioli, prendersi un po’ di tempo e conoscere loro insieme ai vini. La cosa ovviamente non è sempre possibile ma l’importante è essere consci che tutti i vini che abbiamo in cantina sono in fondo una scommessa. Spesso vinta, talvolta persa. In parte, fatte le dovute distinzioni, come al Casinò, dove vincere o perdere fa parte del gioco: ciò che dispiace è che ora giocare è diventato un esercizio troppo costoso coi prezzi che girano per certe bottiglie.
Il tempo dell’azzardo, per certi versi, è terminato.

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