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Tutto quello che vorreste insegnare in 5 serate sul vino

Viviamo nel relativismo e il pensiero unico è ormai una vecchia carcassa agonizzante. Vale pure per il vino. Ci fanno ribrezzo vini un tempo amati e guardiamo con curiosità liquidi un tempo magari reietti. La tecnica della degustazione arranca tra le sabbie mobili, la new wave sgomita e a volte andrebbe stesa ma una questione rimane: quali argomenti dovrebbe strutturare un corso sul vino rivolto ad un gruppo eterogeneo di neofiti ed appassionati.

Non parlo di Ais, Onav, Fisar e compagnia ma di un corso leggero, senza troppi dogmi, in cui si beve e si spiega cos’è il vino e tutto il macrocosmo che ci gira attorno. Perché qui dentro siamo una manica di filibustieri che hanno assaggiato di tutto ma là fuori c’è l’universo mondo di gente che in modo innocente ignora o, presumibilmente, se ne frega dell’annata fredda in Langa, delle estratto secco o del dosaggio dell’ultima bottiglia hype in Champagne.

Ecco, la maggioranza silenziosa che guarda con stupore, forse ammirazione e un briciolo di incredulità le discussioni fra nerd vuole solo bersi qualcosa di buono, magari capendoci un minimo e godere di quello che ha nel bicchiere.

Quindi la domanda è questa: se doveste organizzare un corso rapido e sintetico di 5 serate sul vino cosa ci buttereste dentro? Anticipatamente grazie per qualsiasi spunto, esperienza pregressa e suggerimento. Unica regola: non copiare.

Non mi piacciono i punteggi dei vini

Bevo l’ennesimo vino strapunteggiato dalla critica e rifletto su questo strumento. Lungi da me fare una crociata contro i punteggi di manica sempre più larga, il mio è un ragionamento sul punteggio in sé e sul perché, pur comprendendone l’utilità, è uno strumento che non mi piace. Se ho tempo di raccontare un vino lo faccio oppure non lo faccio.

Quando nel film L’Attimo Fuggente il professor John Keating (l’indimenticabile Robin Williams) durante la prima lezione dice agli studenti di leggere la pagina in cui mediante un grafico si può stabilire il valore di una poesia chiede ai ragazzi di strappare la pagina perché la ritiene una follia e poi recita le seguenti parole:

“Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita”.

Qui la versione integrale del passaggio a cui mi riferisco.

Trovo che non ci sia nulla di più vicino alla bellezza e alla poesia di un vino e proprio non ce la faccio a racchiudere tutto in un numero: del vino amo il fascino, le attese, quel graffio anche sgarbato che gli dona carattere magari togliendo un po’ di perfezione, ma chissenefrega della perfezione, per me conta l’emozione che trasmette.

Ho pensato a questo l’altro giorno, bevendo il Brunello di Montalcino 2016 Poggio di Sotto. A parte il legno ancora troppo presente, un vino tecnicamente ben fatto, equilibrato, con una buona complessità e lunghezza. Ma a a me non ha toccato quelle corde che sanno raggiungere i vini speciali. Per tutta questa serie di motivi mi trovo spesso ad innamorarmi di un vino punteggiato con 89 piuttosto che di uno che magari ha preso 97/100. Io non punteggio, io bevo, godo, rido da solo e spesso mi commuovo e questa volta non è successo nulla di questo.

Sono rimasto con un pugno di numeri altissimi e poca poesia.

Beppe Fenoglio e la Produttori del Barbaresco per capire le Langhe (almeno un po’)

“Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra.”

Inizia così La Malora, uno dei più bei romanzi di Beppe Fenoglio, un quadro dell’indigenza contadina nelle Langhe degli anni ’30. Una storia di fatiche e silenzi, speranze impossibili e dignitose miserie, raccontata con il linguaggio diretto e franco dello scrittore albese.

Sembrano tempi lontanissimi, in cui l’uomo si accontentava di insaporire il proprio pezzo di polenta strofinandolo contro una sarda o di dormire sopra la paglia nel fienile. In realtà si tratta di appena 90 anni fa. Le colline preziosissime di Langa, trapuntate di vigne come le conosciamo adesso, trasudano la miseria dei nonni e languiscono nella nebbia di ricordi che nessuno vuol più ricordare. Invece la memoria, la storia dei luoghi e degli uomini, hanno un valore profondo.

Questo spunto arriva dall’incontro di qualche tempo fa con Luca Cravanzola alla Produttori del Barbaresco e dal suo formidabile racconto di questo pezzo di storia delle Langhe. Una testimonianza di come la velocità del progresso sia direttamente proporzionale alla velocità dell’oblio in cui cadono i tempi magri.

Barbaresco, a differenza di Barolo, ha vissuto un exploit ancora più recente. Non più tardi di 60 anni fa era il comune più povero di Langa e sembra incredibile il solo pensiero. Ricordare vuol dire, quindi, anche preservare. La terra ad esempio, da uno sfruttamento scellerato e di brevissimo respiro; le persone, dalla bramosia di ricchezza fuori controllo.

Questo è quello che può fare una cooperativa con un’enorme responsabilità come la Produttori del Barbaresco, con 53 soci, 107 ettari vitati a 100% nebbiolo e una filosofia produttiva improntata alla qualità delle uve, al rispetto dell’uomo e del suo lavoro. Su questo punto Luca si sofferma particolarmente, ci tiene a farmi capire che la cooperativa non serve a coprire con la quantità i difetti di qualità e accontentare i soci.

Nelle annate migliori la produzione arriva a 500.000 bottiglie ma non si fanno sconti sulla qualità delle uve vinificate perché la credibilità dell’intero progetto passa anche dall’integrità e dell’affidabilità delle sue espressioni. L’assaggio dei vini al momento della mia visita – ormai qualche mese fa – ha reso tutto molto chiaro: diverse declinazioni della stessa e unica uva, dal Langhe Nebbiolo 2020 a due cru Riserva del 2017 (Ovello e Rabajà) passando per il Barbaresco 2018. Un percorso coerente di complessità crescente che parte dalla versione più accattivante e fresca del Nebbiolo, transita dal vero flagship wine aziendale, il Barbaresco dalla nota etichetta gialla, che mostra già più potenza ed intensità, e si conclude coi due cru – prodotti solo nelle annate belle – che delineano in filigrana le differenze di vigna. L’Ovello più austero e robusto, di grande complessità olfattiva con tonalità di sottobosco, tabacco, ciliegia matura, bocca con densità e allungo, sorretto da un tannino grintoso ma perfettamente dosato; Rabajà invece è tutto eleganza e fascino, ammicca al naso una dolcezza di lampone e ciliegia, violetta e accenni speziati, in bocca è appagante, raffinato, avvolge il palato e chiude su una delicata scia di spezie.

Alla fine vino e letteratura hanno sempre spartito lo stesso fazzoletto di terra, e forse non è un caso.

(Quasi) tutto quello che sai su bottiglie coricate e tappi in sughero è falso

Oggi qualcuno si incavolerà seriamente. Siete pronti a rimettere in piedi tutte le bottiglie coricate in cantina? No, mi spiace, nessuna provocazione sterile.

La scienza fa progressi e sfata miti secolari in tutti i campi, anche nel mondo del vino. Le convinzioni eterne fanno comodo ma non avvicinano alla verità e sul banco degli imputati oggi finiscono le sacre bottiglie da invecchiamento, quelle che in cantina abbiamo sempre conservato in orizzontale.

A muovere le acque, infatti, è uno studio scientifico della professoressa Milena Lambri – ricercatrice presso l’Istituto di Enologia e Ingegneria Agro-alimentare dell’Università Cattolica di Milano – presentato in occasione di un webinar organizzato dall’Onav qualche settimana fa.

Nel lavoro vengono articolati nel dettaglio diversi temi legati alla conservazione delle bottiglie e all’insorgenza di difetti derivanti da vari fattori quali tipologia di tappo, tipologia e fattura della bottiglia, imbottigliamento, caratteristiche del luogo di stoccaggio e altri.

 

Insomma, sull’evoluzione del vino, una volta imbottigliato, influisce una quantità di variabili da far accapponare la pelle, soprattutto per i rischi che ognuno di questi fattori comporta a livello di possibili contaminazioni o “degenerazioni”. Ne prenderemo in esame due nello specifico: l’orientamento delle bottiglie e la dimensione dei tappi in sughero.

Partiamo dalla lunghezza dei sugheri per sfatare un ulteriore mito con le parole della ricercatrice:

“Oggi tante aziende utilizzano tappi esageratamente lunghi per vini pregiati per una questione di semplice associazione psicologica tra la lunghezza del tappo e la qualità del vino, ma usare un tappo eccessivamente lungo compromette il volume dello spazio di testa – ovvero il volume della camera d’aria che si crea tra il liquido e il tappo – e inoltre va a interessare una regione del collo della bottiglia dove il collo non è più a norma”.

Questo significa che il vino avrà più possibilità di toccare il tappo e di dare adito ai fenomeni di colatura e/o trafilamento.

 

Il tutto è direttamente connesso al secondo punto: l’orientamento orizzontale o verticale delle bottiglie sullo scaffale.
Se quello che abbiamo visto con l’utilizzo di tappi più lunghi può avvenire anche su una bottiglia in verticale, capiamo bene come sia estremamente più probabile a bottiglia coricata. Bisogna infatti capire che ormai, osserva sempre Milena Lambri, “non è più vero che il sughero secca e ha bisogno di stare a contatto col liquido, perché i sugheri attuali sono molto ben gestiti dal punto di vista dell’umidità e della lubrificazione quindi non serve che il vino bagni il tappo per mantenere il sughero morbido ed elastico“.

Aggiunge anche che lo scambio tra vino e sughero non è mai sicuro al 100%, nonostante tutti i controlli e le sanificazioni attuate dai produttori, senza considerare le condizioni del luogo di stoccaggio, che a volte rasentano i film dell’orrore.

Quindi, perché assumersi un rischio in più se evitarlo è così facile?

Tutto chiaro quindi? È stato appurato che mettere le bottiglie coricate nelle cantine di ogni buon accumulatore seriale è ormai una cosa superata, meramente estetica, legata a una vecchia pratica e per di più controproducente. E adesso?

Adesso pace, sappiamo come passare le prossime domeniche pomeriggio.

PS: Ok, niente di nuovissimo per i lettori più attenti: La bottiglia coricata è il mito da sfatare una volta per tutte, lo dice la scienza.

[Foto: Val d’Oca]

Intrawine #7: Amazon, bottiglie di plastica, Burlotto, AVA e Albéric Bichot, vignaiolo-esploratore

Nuovo giro di boa e torna Intrawine, la selezione di storie e articoli che nessun altro vi segnala. Anche per questa settimana la rassegna è ricca e quindi vediamo cosa ci aspetta: Amazon e gli acquisti di vino, un bel report dalla cantina Burlotto, l’utilità delle certificazioni e cos’è un’AVA?

Questo è il solito assaggio, se volete scoprire di più link sotto e buona lettura!

 

Amazon si lancia nelle vendite di vino?
Se confrontiamo quanto la tecnologia nei processi di acquisto di vino e bottiglie sia evoluta rispetto ad altri settori ci accorgiamo che l’enomondo è rimasto indietro di diversi passi. È vero che la pandemia ha fatto volare i dati di vendita dei vari e-commerce ma l’acquisto di una bottiglia rimane ancora legata a modalità consolidate, quindi enoteche fisiche, wine bar e grande distribuzione. La notizia riporta del tentativo di Amazon di cambiare il modo in cui siamo abituati a comprare vino e non solo. Come? Applicando anche agli acquisti di vino e alcolici sistemi in cui convergono “fisicità” e nuove frontiere di acquisto elettronico. Un esempio è la tecnologia Just walk out che permette di entrare in negozi e supermercati affiliati all’applicativo Amazon, comprare il necessario e uscire senza passare da casse o sistemi di pagamenti, sfruttando sensori e QR code per pagare attraverso la scansione della propria carta di credito.

Amazon launches latest wine tech (Wine Searcher)

Le certificazioni nel vino servono ancora?
È la domanda che si pone questo pezzo che indaga come negli Stati Uniti le certificazioni formative per lavorare nel mondo del vino vengano richieste in misura minore rispetto al recente passato. Lo scandalo che travolse la Court of Master Sommelier nel 2020 è sicuramente coinvolto in questo cambiamento ma c’entra anche il fatto che in tanti si stanno accorgendo che queste organizzazioni rispecchino un modello sociale – uomo bianco con importanti possibilità economiche – che da più parti viene rifiutato nella società americana. Allo stesso tempo il rovescio della medaglia è il risultato che il WSET durante il biennio 2020/21 ha raggiunto in termini di iscrizioni, +12% rispetto all’anno precedente. Quindi da una parte ci sono ristoranti, distributori che non richiedono specifiche certificazioni e si dimostrano aperti nel formare internamente il proprio personale, dall’altra il numero di persone che vogliono ottenere queste certificazioni sembra essere in aumento.

Does anyone still care about wine certifications? (Vinepair)

Reportage inglese da Verduno, cantina Burlotto
Rimango sempre piacevolmente stupito quando mi capita di trovare blog come questo Word on the grapevine. Blog scritti da qualche impallinato straniero su territori e vini italiani con una profondità e una cura che a fatica troviamo qui in Italia. Questo piccolo, accurato e ben scritto blog tratta solo di Piemonte e vini piemontesi. Dateci un occhio perché ne vale la pena. In questo pezzo un approfondito reportage su Burlotto, la sua storia, i suoi vini e Verduno.

Burlotto: Arctic expeditions, Monvigliero and the jewel of Verduno (Word on the grapevine)

AVA for dummies
Vi siete mai chiesti cos’è un AVA? No? Non avete nemmeno idea di cosa stia parlando? Allora questo pezzo è quello giusto per capire meglio di cosa parliamo quando si parla di AVA, ovvero American viticultural area. Vi lascio qualche indizio. No, non è il corrispettivo di una nostra doc, negli Stati Uniti ci sono attualmente 260 AVA e il loro concetto basilare è molto differente da quello che lega una denominazione europea al territorio di provenienza.

What’s in an AVA? (JancisRobinson, abbonati)

Volatili arruolati nella difesa delle vigne
Fare di necessità virtù potrebbe essere il sottotitolo di questo pezzo che racconta come in diverse aree vitivinicole dalla California all’Argentina, dal Portogallo all’Italia, tanti produttori stiano cercando di introdurre differenti specie volatili per contrastare insetti e roditori dannosi nelle proprie vigne. Un report ha sottolineato come dal 1970 ad oggi negli Stati Uniti il numero di uccelli sia diminuito di 3 miliardi di esemplari, la cui scomparsa è in parte da imputare all’aumento dell’uso di pesticidi in agricoltura. Proprio in un’ottica di sostenibilità reintrodurre volatili come gufi, falchi ma anche cince, pettirossi o rondini è vista come una pratica in grado di contrastare specie infestanti nelle vigne e quindi ha come conseguenza la riduzione di spray pesticidi. Come diceva qualcuno, tutto si tiene.

Winegrowers are recruiting birds to their vineyards (Wine industry advisor)

La plastica, nuova frontiera del packaging
Fino a qualche anno fa l’idea che una bottiglia di vino potesse essere fatta di plastica avrebbe fatto ridere chiunque. Oggi la stessa idea può apparire meno bizzarra di quanto si immagini. L’articolo in questione mette allo scoperto uno dei problemi maggiori che l’industria vinicola si trova ad affrontare, quello della sostenibilità e al tema strettamente legato del vetro, del peso delle bottiglie e del loro smaltimento. Una bottiglia di vetro è pesante, molto inquinante da produrre e difficile da riciclare. Un’alternativa potrebbe essere la plastica riciclata ovviamente con le dovute cautele e usi appropriati. Quindi non vini da invecchiamento tanto per dirne una. Intanto c’è chi si è già mosso in questa direzione, come Möet Hennessy che in una cantina facente del gruppo, Château Galoupet, ha lanciato un rosato in PET. Scommettiamo che fra qualche anno saremo qui a parlare magari di Prosecco imbottigliato in plastica?

When it comes to wine, is plastic actually fantastic? (Club Oenologique)

La storia di Alberic Bichot, produttore ed esploratore borgognone
Qui una bella ed interessante storia, quella del vigneron francese Albéric Bichot (Albert Bichot) e della sua seconda vita come esploratore. Non voglio anticiparvi nulla ma ci troverete viaggi in canoa nel profondo Canada e attraversamenti del continente americano fino alle esplorazioni dell’Antartide per studiare l’habitat e il terroir dell’oceano con il fine di capire qualcosa dei cambiamenti climatici in corso. Tutto da leggere insomma.

French wine producer and explorer of Antarctica studying terroir of the ocean (Forbes)

Tutto su IntraWine, la rassegna stampa di Intravino:
– IntraWine: la rassegna stampa di Intravino #1 Febbraio 2022
– IntraWine #2: Melania Battiston, fumetti, Buttafuoco, gusto “salato” e DRC
– IntraWine #3: vino “croccante”, Barolo a La Place, terroir di Internet e guerra in Ucraina

– Intrawine #4: Chianina & Syrah, Libano, NFT, bicchieri da osteria e cure palliative
– Intrawine #5: Auf Wiedersehen Pét, Blind Ambition, Asti Spumante & Ucraina e baby Bordeaux
Intrawine #6: Geoffroy in Franciacorta, progettare cavatappi, clean wine e cosa fa un wine consultant

Zodiaco, la rara collezione di Castiglion del Bosco

2Qualche settimana fa Ugo Fabbri, brand ambassador di Castiglion del Bosco, insieme all’enologa Cecilia Leoneschi, ha presentato la nuova annata di Zodiaco, la collezione che omaggia lo zodiaco cinese. Stiamo parlando, nello specifico, di un Brunello di Montalcino Riserva. Quest’anno, nel segno della tigre, esce la 2015.

L’evento è una delle pochissime occasioni in cui è stato possibile degustare questa rarità, prodotta solo in formato magnum in 999 esemplari numerati. L’opportunità è nata grazie a uno speciale evento organizzato negli spazi dell’agenzia creativa Golab da Winefully, unica realtà online a offrire in esclusiva la speciale linea di Castiglion del Bosco.

Per inquadrare il mondo da cui la Collezione trae ispirazione occorre fare un passo indietro. Il primo febbraio, con il Capodanno cinese, è iniziato appunto l’anno della tigre. Questo zodiaco di matrice orientale, secondo la leggenda, nacque con il Buddha che, alla fine della propria vita, convocò tutti gli animali della terra. Solo dodici si presentarono: come ringraziamento, ciascuno di questi venne ricompensato con un anno. Tra questi c’era anche la tigre, che nell’oroscopo si contraddistingue per la sua grande forza e il suo intenso magnetismo. Oltre agli animali, lo zodiaco cinese tiene conto anche di diversi elementi naturali che possono alternarsi nel corso del tempo. Nel 2022 questo elemento è l’acqua, il cui effetto è quello di mitigare l’impeto della tigre.

Tutto inizia nel 2013 quando Castiglion del Bosco, realtà di prestigio nel cuore della Val D’Orcia, inaugura la prima serie Zodiaco. Da quel momento, ogni anno, l’azienda presenta una nuova versione della collezione ispirata a un nuovo segno. L’anno scorso, ad esempio, era l’anno del bue. Ogni versione è firmata da un importante artista, che interpreta l’animale grazie alla propria creatività. L’etichetta della Riserva 2015 in particolare, con la tigre in evidenza, è il remake di uno storico foulard che Fulvia Ferragamo realizzò nel 1993 valorizzando il suo iconico motivo floreale. Fulvia era la sorella di Massimo Ferragamo. La famiglia, dal 2003 e fino a qualche settimana fa, è stata proprietaria della prestigiosa realtà vinicola. È di poche settimane, infatti, la notizia della cessione di Castiglion del Bosco a un club d’investimento.

Cecilia Leoneschi racconta che la collezione, originariamente, nasce come espressione di altissima levatura di un solo cru. L’enorme successo che la serie riscuote determina però un cambio di paradigma. Per garantire ogni anno lo stesso livello di eccellenza, con l’opportunità di poter gestire più facilmente le oscillazioni di ogni singola annata, si decide di virare verso una combinazione di più parcelle altamente rappresentative per l’azienda. Ogni anno più della metà delle magnum prodotte viene acquistata in Cina, il mercato di riferimento per la collezione. Le bottiglie sono accompagnate dall’opera artistica presente in etichetta, riprodotta in grandi dimensioni, e partono da un prezzo di 1.500€. In più occasioni le stesse sono state battute all’asta, arrivando fino a 25.000€ per esemplare.

La 2015 è un’annata importante per Montalcino. Dal punto di vista climatico l’impronta è quella di una stagione dove il caldo asciutto si è reso principale protagonista, soprattutto a luglio e agosto. Questo dato si ritrova subito al palato, dove il primo impatto è quello di una materia viva e presente. La bocca è compatta, ma senza che diventi larga, lasciando intravedere un potenziale evolutivo importante. Questo primo livello è intrecciato a una seconda tessitura di freschezza, altrettanto evidente, che si esprime sui toni croccanti della melagrana. Cecilia conferma che lo stile enologico della casa predilige da sempre la tenuta acida rispetto all’estrazione. L’assaggio alterna questa vivacità vibrante a sensazioni più avvolgenti, figlie anche dei tre anni di barrique.

Complessità, risolta. Così si potrebbe definire l’essenza di questo speciale Brunello, dove l’impostazione ricca e poliedrica trova sintesi in un’eleganza regale.

L’equilibrio straordinario del vino vive una tensione tra due poli opposti verso cui oscilla a intervalli regolari. Da un lato la materia viva, la polpa guizzante di un frutto come la ciliegia. Dall’altro i riverberi, le spezie gentili, la macchia mediterranea e le terziarizzazioni che trascolorano nella direzione del cuoio e del tabacco. Da un lato il graffio della tigre, a cui il vino è dedicato. Dall’altro la carezza dell’acqua, l’elemento naturale a cui il segno è associato quest’anno.

La tenuta del Frascati in verticale 2008-2019 a Vinalia Priora

Recenti assaggi anche se sparuti ci hanno messo sull’attenti ogni volta che ci siamo trovati davanti a un Frascati con qualche anno sulle spalle. Non solo l’eretico Casal Pilozzo ma anche la produzione DOCG del Frascati, soprattutto nelle versioni Superiore mostra di avere la stoffa e la struttura per un’evoluzione intrigante e profonda nel tempo. I vini Frascati possono ricordare altri vini vulcanici come Gavi o Soave ma da altri punti di vista, complice una certa dolcezza di frutto iniziale dovuta alla malvasia puntinata, in certe occasioni siamo invece più vicini all’Alsazia.

Durante l’ultima edizione di Vinalia Priora il nostro Jacopo Cossater è stato chiamato da Jacopo Manni a condurre una illuminante verticale-diagonale (perché le aziende coinvolte erano diverse) da cui sono emersi non pochi elementi di interesse. Anche in questo caso, come ha rammentato Jacopo nell’introduzione alla degustazione, cui ho assistito, raramente un bianco appena uscito riesce bene nelle verticali rispetto a quelli che lo seguono, anzi è sempre un passo indietro a tutti gli altri, anche nelle grandi annate: il vino ha sempre bisogno di (almeno un po’) tempo.

Ecco i bianchi assaggiati nelle splendide Scuderie Aldobrandini a Frascati, appunto.
Azienda Agricola L’Olivella  – Frascati Superiore Racemo 2019
Bianco ancora bello paglierino, fresco e invitante, lievissima ossidazione ma non al naso dove spiccano note di crisantemo anice e sapidità spiccata, canfora anice pepe bianco e nero , zenzero, noce moscata. Un floreale dolce e delicato, sorso agile e piccante con freschezza sottile e note di talco e ribes bianco. Si avverte alcol e struttura ma sapidità e mineralità tengono a bada il frutto. 88
Casale Vallechiesa – Frascati Superiore Riserva Heredio 2018
Siamo nella zona est con esposizione nord est. Dorato con ricchezza cromatica ben spiccata.
Ginestra, pepe bianco e nero, sorso di thè camomilla, resina e incisività su note di miele, di eucalipto e canfora, ginestra e agrumi canditi. Lieve pietra focaia, sorso di equilibrio notevole, alcol è sottile, presente ma non debordante, chiude in lunghezza e dinamica divertenti. 91
Casata Mergè –Frascati Superiore Riserva Sesto 21 2017
Floreale cimiteriale, crisantemo e ginestra, susina gialla, confettura di mele golden, torta di mele e pepe nero, sorso succoso, resina, piccantezza ma tanta rotondità, di peso e volume con palato deciso, caseico e talco, solare e intenso. Chiude con lieve nota amaricante 88
Azienda Biologica De Sanctis –  Frascati Superiore Abelos 2015
Arancio candito, eucalipto, resina, anice canfora e ribes bianco, roccia calda, spessore e ritmo, gusto pieno con fruttato che emerge, tanto sospinto da gusto e umami, glicerina e salinitià che vanno a braccetto. Finale deciso e ricco senza peso, in grande equilibrio e stato evolutivo perfetto. 91
Fontana Candida – Frascati Superiore Riserva Luna Mater 2012
Annata bella e ricca con contrasti, molto meglio della terribile 2013, colore dorato leggero, camomilla, pepe nero, canfora, mandorla tostata, sale e curcuma, sorso appuntito e salino, senza eccessi e con rilanci continui di note fruttate bianche e gialle ed erbe aromatiche. Finale di lunghezza che viene voglia di esplorare a lungo. 91
Castel De Paolis – Frascati Superiore 2010
Floreale di campo, resina, pesca bianca matura, mandorle e pinoli, sorso centrato, sapido e croccante. Stupefacente per tenuta e ritmo, agilità e spessore, sapido umami che si proietta a lungo. Piacevolezza unica e dirompente, vino completo e profondo senza perdere freschezza 92
Tenuta di Pietra Porzia – Frascati Superiore 2009
Mineralizzato e piatto con dorato molto ricco e aranciato, nocelle e mandorle, decisamente non servibile ma intrigante per capire dove si va su vino minerale con shock ossidativi. nd.
Fontana Candida – Frascati Superiore Riserva Luna Mater 2008
Canfora e anice, ribes bianco e sottigliezza, acido e croccante, esuberante e ritmato, susina fresca, asciutto delicato. Intimamente roccioso ma con frutto nitido e maturo, quasi cristallizzato in una dimensione onirica, sospeso e ficcante, grande sospensione temporale. Chissà quanto ancora può durare in questo stato di bellezza ma finché ci rimane è un grande piacere. 91

Quanto emerge dalla degustazione è che a Frascati serve senza dubbio avere consapevolezza diversa da parte dei produttori stessi. La sapidità e mineralità sono elementi importanti per l’invecchiamento del vino e per la sua evoluzione in bottiglia ma non tutti i vini longevi sono smaccatamente minerali, vedi Valentini e il suo trebbiano che difatti è modello diverso e originale. I Frascati sono vini che nascono molto mineralizzati e ricchi in componenti di magnesio, potassio e fosforo ma con il tempo la parte della freschezza diminuisce e si assottiglia e si entra quindi in una fase di lenta e compassata evoluzione. È ben percepibile in bocca che hanno bisogno di tempo per sviluppare la loro parte tattile che diviene difatti più presente con l’invecchiamento a regalare sfumature saporose inedite e originali senza perdere freschezza floreale e di frutto.

Derthona Due.Zero | Tutto quel che c’è da sapere sul nuovo corso di Timorasso e Colli Tortonesi

Nel Piemonte vocato alla coltivazione dell’uva a bacca rossa, in una fascia di alte colline al confine con Liguria, Lombardia ed Emilia Romagna, trova dimora un vitigno bianco che sta avendo una crescita in numeri e riconoscibilità davvero importante: il timorasso.

All’inizio di aprile si è svolto a Tortona l’evento Derthona Due.Zero, organizzato dal Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi, con l’anteprima dell’annata 2020 e la presentazione di quello che si appresta a diventare la nuova DOC Derthona.

Tra le caratteristiche della nuova denominazione innanzitutto il nome: sparisce il vitigno (che sarà comunque 100% timorasso) per mettere al centro il territorio, Derthona è infatti l’antico nome della città di Tortona.

Poi l’altezza minima specificata per comune. Spiega Gian Paolo Repetto, presidente del Consorzio, come i Colli Tortonesi siano una zona molto vasta (50 km per 25), che comprende 30 comuni e 6 valli (Scrivia, Ossona, Grue, Curone, Borbera e Spinti) e sia composta da terreni di formazione geologica di almeno tre tipologie differenti (sedimenti di origine continentale, di origine marina e derivanti dal dominio oceanico ligure-piemontese). La scelta di delimitare la DOC anche per altitudine ha quindi due scopi principali: garantire la qualità evitando l’espansione incontrollata dei vigneti, e preservare un territorio agricolo naturalmente biodiverso, dove accanto alla vite trovano dimora altre storiche coltivazioni come le fragole profumate di Tortona (Presidio Slow Food) e le pesche di Volpedo.
Un occhio di riguardo è riservato anche all’ambiente, con bottiglie che non potranno superare i 600 grammi di peso.
Ci saranno tre tipologie di Derthona: Piccolo Derthona, Derthona e Derthona Riserva (quest’ultimo potrà essere messo in commercio non prima di tre anni dalla vendemmia).

Dagli anni ’80, quando l’area coltivata a timorasso era grande circa quanto un campo da calcio, di strada ne è stata fatta molta.
Agli inizi del 2000 gli ettari vitati erano diventati 3, oggi sono 276 mentre i produttori afferenti al consorzio sono passati dai 31 del 2009 ai 132 del 2019.

L’annata 2020 è stata caratterizzata da un inverno piuttosto corto, da un’estate fresca e un settembre estivo. In generale, le valli del tortonese sono tra le meno piovose del Piemonte e la 2020 non ha fatto eccezione.

Una premessa agli assaggi: il timorasso è un vino che ha bisogno di molto riposo in bottiglia. Presentare ad aprile 2022 la vendemmia 2020 senza fornire dettagli legati al territorio del singolo produttore, alle scelte di vinificazione e alle caratteristiche evolutive del vino è rischioso. Non è un caso che su 32 assaggi ben 5 fossero campioni di vasca non ancora pronti nemmeno per l’imbottigliamento. La fatica a trovare un filo conduttore e le differenze molto marcate tra le bottiglie, che sono destinate probabilmente ad attenuarsi con qualche anno in più di attesa, mettono comprensibilmente un po’ di confusione.

Per questa ragione, il giudizio resta sospeso su alcuni produttori e gli assaggi qui sotto non sono tutti e 32 ma solo quelli ritenuti più significativi.

Azienda Agricola Oltretorrente, Derthona, Paderna (AL): grande intensità e idrocarburi in grande evidenza, frutta a polpa gialla e note di caffè. Grande intensità anche all’assaggio, buona freschezza e tanta personalità. Leggermente chiuso sul finale.

La Colombera, Derthona, Tortona (AL): molto intenso, fiori bianchi, pesca bianca e note agrumate, mineralità dell’idrocarburo appena accennata. Bocca scorrevole ed equilibrata con ottimo allungo sapido e fruttato.

Azienda Agricola Paolo Poggio, Derthona Ronchetto, Brignano Frascata (AL): bellissime note floreali molto eleganti, poi scorza di agrumi e note fumè e di erbe officinali. Struttura piuttosto esile, punta decisamente più sulla finezza che sull’intensità. Sorso pulito e di media lunghezza.

Vigneti Boveri Giacomo, Lacrime del Bricco, Costa Vescovado (AL): bellissima pesca in evidenza, agrume e note di miele e spezie dolci. Bocca intensa fresca e compiuta, tra i più “pronti” in assaggio sebbene abbia probabilmente ancora molto margine.

Azienda Agricola Vigneti Repetto, Derthona Quadro, Sarezzano (AL): sferzata di agrumi, limone e cedro, poi floreale elegante e sottile. Da segnalare per la leggiadria che si ritrova anche in bocca. Finale lungo e piacevole fresco di agrume e sapido.

Azienda Agricola Vietti, Derthona, Castiglione Falletto (CN): da vigneti situati nel comune di Monleale, ha naso e bocca che ricordano da molto vicino il sauvignon. Una leggera nota vegetale lo rende scorrevole sul finale. Buono anche se si fatica a ritrovare la tipicità del vitigno.

Azienda Agricola Pomodolce, Derthona Diletto, Montemarzino (AL): Fine e delicato, sussurrato ma preciso nelle note di idrocarburo, mela, agrumi e di tostatura. Bocca sottile, equilibrata ed estremamente elegante su finale di mandorla amara. A mio giudizio il migliore della batteria.

Vignaioli Battegazzore, Derthona Maggiora, Tortona (AL): agrumi, idrocarburi leggeri e piccoli frutti rossi tra la susina e il ribes bianco, trova equilibrio in bocca nonostante una grande freschezza che promette un lungo avvenire. Bel finale sapido.

Azienda Agricola Fratelli Massa, Derthona, Monleale (AL): intenso, agrumi, miele e pesca matura, fiori bianchi e idrocarburi. Vino di grande struttura, la bella freschezza agrumata oggi non basta ad arginare tenore alcolico e muscoli. Oggi è tra i meno pronti ma si farà.

Anteprime per sognare un po’: La Grande Dame Rosé 2012 e Clos Colin di Veuve Clicquot

L’occasione d’assaggio era l’anteprima mondiale al di fuori della Francia della nuova versione Rosè 2012 de La Grande Dame, cuvée de prestige di Veuve Clicquot improntata sul pinot nero, Champagne che sta raccogliendo sempre più estimatori tra gli appassionati e i cultori di prodotti di lusso con le bollicine.

La Grand Dame Rosè nasce infatti da un assemblaggio simile a quello della Grande Dame “bianca” ma con l’aggiunta fondamentale di vino rosso da Bouzy e in particolare dal celebre Clos Colin, un clos vero e proprio piantato a pinot nero da Barbe-Nicole Ponsardin in persona alla fine del 1700. Il Clos Colin è stato finora un vino assaggiabile solo in occasioni particolari o direttamente in azienda con visite speciale dedicate a giornalisti o operatori mentre a breve sarà acquistabile in tiratura limitata probabilmente in “bundle” con la Grande Dame Rosè di pari annata.

Per adesso si tratta esattamente del vino usato per assemblare il vino di partenza per la seconda rifermentazione dello Champagne ma non è escluso che prima o poi si assista alla nascita di una gamma intera di vini fermi Clicquot a partire ovviamente dal pinot nero: marchio indelebile di ogni prodotto della maison di Reims, dalla Carte Jeaune fino ai millesimati passando per la Saint Petersbourg. Un vitigno che ha colonizzato quasi del tutto la Grande Dame, che era partita con una percentuale più alta di chardonnay fino ad arrivare, sotto la guida di Dominique Demarville (il precedente chef de cave della vedova, ora in forza a Lallier), alla formula attuale, unica tra tutte le cuvée de prestige ad avere ben il 95% di pinot nero (ve lo abbiamo raccontato tre anni fa).

Didier Mariotti, talentuoso ex chef de cave di Mumm e subentrato da poco alla guida di Veuve Clicquot, ha introdotto la serata ribadendo alcuni concetti chiave del suo modo di operare e della maison, dove pare essersi ambientato alla grande con un entusiasmo da ragazzino. Del resto chi non bramerebbe di mettere mani e naso su più di 300 vini diversi per i propri assemblaggi ogni anno?

Per Didier, nella Champagne sono importanti entrambe le dimensioni gustative ovvero verticalità, energia e intensità ma anche orizzontalità, carnosità e pienezza. Se per la verticalità è quasi sempre necessario lo chardonnay, il pinot nero è fondamentale per la dimensione orizzontale ma più nel senso di donare complessità che ricchezza tout-court. La verticalità è la colonna vertebrale di uno Champagne mentre l’orizzontalità è responsabile del piacere immediato: se ci si indugia troppo, il rischio è sprofondare come in un divano troppo morbido.

La scelta giusta del pinot nero consente invece a Clicquot di unire rigore e struttura dei pinot nero del nord (Verzy e Verzenay) a calore e maturità del sud (Bouzy e Ambonnay), accordati tra loro dalle uve di Ay con il risultato di un vino a base nera con struttura verticale e dal finale quasi amaro “con cui si danza volentieri“.

La presentazione de La Grande Dame Rosé è stata anche l’occasione di riassaggiare La Grande Dame 2012 già salutata con grande entusiasmo (superiore alla già notevolissima edizione 2008) e di rivelarne le potenzialità a tavola sui piatti di Domingo Schingaro – del ristorante I Due Camini di Borgo Egnazia – e Chiara Pavan di Venissa, all’insegna della garden gastronomy: un concetto intrigante di abbinamento della Grande Dame alla cucina di alto livello dove aromi vegetali, verdure e frutta fresca diventano i protagonisti, mentre carne, pesce e uova vengono cucinati e serviti come contorno.
La splendida Tartare di bietola con uova e tartufo di Domingo accoglie la Grande Dame 2012.
Champagne Veuve Clicquot La Grande Dame 2012 
Lucente con riflessi oro rosa, rosa thea, caramella charms agli agrumi, pesca noce, mandarino canditi e resine, ribes rosso fragile e pepe nero, viole ed elicriso. Torrefazione leggerissima, sottobosco e petricore. Sorso che evoca potenza e calma, ricchezza senza peso, cipria e zenzero, energia e cremosità sontuose che esplodono in una orizzontalità splendida e complessità rigorosa. Finale spezie orientaleggianti cumino e pepe nero, finale di serica sontuosità mai sfacciata. 96
Eè il turno di Chiara Pavan e la sua Insalata di ravioli all’artemisia, erbe balsamiche e pinoli (dove i ravioli ripieni di succo di pinoli sono adagiate in un letto di erbe balsamiche e insalata di campo) abbinata a La Grande Dame Rosé 2012, protagonista della serata.
Champagne Veuve Clicquot La Grande Dame 2012 Rosé
Colore intenso cerasuolo, rose e viole, tabacco e menta, fragolina di bosco e ciliegia in confettura, carrube e mallo di noce, noce moscata e verbena, sorso che esplode e invade il palato a ondate, sottobosco pepe resina, maschile e carnoso, musk, fava tonka ed ebanisteria, bollicina rugosa a tratti con il pinot nero che assale con la sua potenza, finale che danza pericolosamente con l’amaro uscendone vincente ma non per tutti i gusti a livello di esperienza gustativa. Per noi però davvero superba per come incarna l’armonia e lo spirito del vino rosa con un “rougement” perfetto della versione bianca. 97
Tocca di nuovo a Domingo Schingaro e sta al suo Cavolo, lenticchie e manzo battezzare il pinot nero in rosso per la prima volta su una tavola italiana.
Clos Colin 2012 Coteaux Champenoise Veuve Clicquot 
100% pinot nero in acciaio, no legno. Note di amarena, caramello, resina, vetiver e aloe, fava tonka, tabacco e carne, estrazione del frutto precisa, big babol elegante, carrube e mallo di noce. Il sorso è di precisione soffusa, dolcezza e acidità, con la sabbia e il silicio del suolo tipiche che restituiscono in questo vino note più intense per via dello stress idrico. Sorso placido ma forzuto, dolce e saporito, vinoso e ricco, tannino sottile, chiusura di bergamotto e arancio rosso, sottile fragrante e delicatissimo, morbidezza e sinuosità. Si percepisce che non è un vino pensato a sé stante ma lo si apprezza come se lo fosse. 91
Si arriva al dolce di Chiara Pavan, una croccantissima composizione a base di Fragole, tiglio e rose (e meringa) su cui provare la Rosè in formato Jeroboam.
La Grande Dame Rosé 2008 Jéroboam Veuve Clicquot
92% pinot nero di cui 14% di vino rosso pinot noir del Clos Colin a Bouzy, 8% chardonnay, dosaggio 6g/l. Un vino ancora molto indietro nell’evoluzione a partire dal colore fresco e vivace. Sottile sapido ricco e sfumato, canfora anice rosmarino, fragolina di bosco e lampone. Sorso di acidità e sottigliezza, arcigno e solare, forza e sale in egual misura con note di roiboos e mandarino. Ancora in evoluzione e piuttosto sulle sue considerando la 2008 di quattro anni fa rispetto alla quale sembra persino più indietro come evoluzione. Il grandissimo formato impone la sua legge per ora e consiglia di essere bevuto tra almeno dieci anni. 96

Decugnano dei Barbi, pionieri ad Orvieto (e una gran verticale)

Di Orvieto e i suoi vini si parla troppo poco. Io sto scoprendo questo territorio pian piano, una attenzione maturata in tempi recenti e, come ad ogni nuovo incontro, sono piena di entusiasmo e infilo un riferimento all’Orvieto più o meno in ogni conversazione. Il più delle volte però cade nel vuoto, o meglio in un profondo Pozzo di San Patrizio per rimanere in tema.

Ebbene, una bella visita a Decugnano dei Barbi e l’assaggio di molte annate del loro Orvieto Classico Superiore è quel che ci vuole per ridestare l’attenzione. L’idea che mi sto facendo negli assaggi di grechetto – in purezza e non solo – della doc Orvieto, è quella di vini lunghi, energetici e saporiti, in virtù della salinità che in bocca sostiene il sorso, rendendolo contemporaneo, dinamico e mai stancante.

Una vena di idrocarburo al naso fa da fil rouge e risulta sempre sexy, per niente sgarbata. Sarà che qualche cenno di petrolio gratuito di questi tempi s’apprezza sempre. Gli Orvieto nelle migliori espressioni sono vini non così immediati, con pochi frizzi e lazzi per conquistarti in pochi secondi ma nemmeno particolarmente difficili o cerebrali. Quei bianchi che sono più belli nel tempo, con la maturità ricca di sfumature, in pratica vini dal fascino brizzolato.

Un po’ di storia su Decugnano dei Barbi
La storia del vino di Decugnano inizia quasi mille anni fa: in un documento del 1212 si attesta infatti la compravendita di vino prodotto nelle terre di Santa Maria a Decugnano da parte del clero orvietano.
La storia della famiglia Barbi in Umbria parte invece negli anni ’70, quando Claudio Barbi, figlio di un famoso commerciante di vini bresciano, acquista la tenuta di Decugnano in abbandono. Siamo a cavallo tra Lazio e Umbria, poco distanti da Orvieto, tra il Lago di Corbara e il Parco Fluviale del Tevere.

Può sorprendere la decisione di acquistare terreni in Umbria anziché nella vicina Franciacorta ma all’epoca, racconta Enzo Barbi, succeduto al padre Claudio nella conduzione dell’azienda, l’Orvieto era un vino molto in voga, famoso in Italia e all’estero.

“Mio nonno commerciava molto vino di queste zone e ci veniva spesso per acquistarne grandi quantità. In uno dei suoi viaggi si innamorò di Decugnano e decise di acquistare la proprietà per farla gestire a mio padre, che non voleva commerciare vino ma farselo da sé. E questo posto non solo era bellissimo, ma nel terreno vi trovò tantissime conchiglie che tanto gli ricordavano i territori di Chablis, vino di moda all’epoca, e che mio padre amava in modo particolare”.

Era il 1973 e nella tenuta c’era poco più di qualche rudere. Di lì a breve Claudio Barbi avrebbe fatto parlare di sé e dell’Orvieto, creando nel 1978, da buon bresciano, il primo metodo classico umbro spumantizzando le uve locali, con l’affinamento delle bottiglie in una antica grotta etrusca scavata nel tufo ritrovata nella tenuta. Produzione che tuttora continua, ma con uve pinot nero e chardonnay, con sosta di almeno 4 anni sui lieviti, sempre nelle grotte naturali. Ma non finisce qui: Claudio Barbi fu il primo a produrre a Decugnano un muffato nobile italiano, nel 1981 (eh già, non furono gli Antinori!), che chiamò proprio Pourriture Noble, che negli anni a seguire ha reso famoso il territorio di Orvieto proprio per i muffati.

Il Bianco di Decugnano dei Barbi, Orvieto Classico Superiore
Si chiamava proprio così fin dal 1994, la sua prima annata di produzione: “Il Bianco” di Decugnano dei Barbi ha conservato il suo nome fino al 2019, anno in cui, coraggiosamente è stato cambiato in “Mare Antico”. Contemporaneamente è avvenuto il restyling della storica etichetta ovale in una dal taglio più contemporaneo. Il disciplinare di produzione dell’Orvieto doc prevede l’utilizzo di trebbiano e grechetto per almeno il 60%; per la restante percentuale possono concorrere altri vitigni bianchi tra cui anche chardonnay e vermentino.

Scoprirlo in verticale è stato un viaggio nel tempo speciale.

Il Bianco 1995
Seconda annata di produzione. Blend di chardonnay, trebbiano e grechetto in parti uguali; grechetto clone orvietano. Metà delle uve fermentata in barrique, malolattica non svolta. Attacco al naso dolce di vaniglia e pasta di mandorle, cui seguono sentori di acqua di mare e frutta secca tostata. Bocca rotonda e grassa, perfettamente bilanciata da una freschezza citrina ancora in evidenza. Sorso vellutato che chiude su aromi di burro, nocciola e caramella di orzo. Finale integro e persistente che mi fa venire l’acquolina in bocca.

Il Bianco 1996 (da magnum)
Uvaggio e vinificazione come sopra. Qui troviamo anche un frutto giallo, la pesca sciroppata, tornano la frutta secca e lo iodio come nell’annata precedente, con una ossidazione stranamente più spinta che nel campione precedente. Chiude con vena amaricante, cenni di chinotto e un finale disteso e sottile.

Il Bianco 2006
Uvaggio e vinificazione sempre come nei precedenti. Tè alla pesca, foglie secche, cipria e addirittura qualche sbuffo di mentuccia. Naso che ha un po’ sofferto. In bocca emerge l’aspetto salato e si fa più evidente l’amaricante finale legato alle tostature.

Il Bianco 2011
Dalla 2007 cambiano sia l’uvaggio che l’affinamento. 55% grechetto, 5% trebbiano, il resto è metà vermentino e metà chardonnay. Solo una piccola parte dello chardonnay fermenta in legno, tutto il resto è vinificato e affinato solo in acciaio. Il naso si assottiglia, lascia spazio alla parte marina: tante erbe aromatiche, dragoncello, maggiorana timo limonato e cenni fumé. Finale lungo e piacevole in cui compare gradita quella puntina di chardonnay in legno, che arricchisce di frutta secca e rotondità.

Il Bianco 2013
Blend e vinificazione come sopra. Lime, scorza d’agrume, albicocca, cenni di iodio. Ingresso in bocca pimpante, che poi rivela corpo e solidità e una lunga scia salina. Vino profondo che mi è rimasto impresso.

Il Bianco 2015
Limone verde, pietra, pompelmo, mela. Super intrigante, bilanciato, sorso fluido che suggerisce qualche nota tropicale e di mandorla. Bello.

Mare Antico 2019
Annata in commercio, col nuovo nome e la nuova etichetta. Floreale, mughetto e tiglio, parte fresca agrumata in evidenza e cenni anche mentolati. La bocca è improntata sulla freschezza citrina, che esalta il bel volume che il vino mantiene; il finale leggermente salino che richiama il lime e il cedro, ne allunga la persistenza piacevolmente. Da mettere da parte e attendere, se ci riuscite.

Confido nei lettori di Intravino, qualche osservazione o commento su Orvieto e i suoi vini sono sempre ben accetti.