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Intrawine #8: Bere in Antartide, Tik Tok, caos delle spedizioni, Muvin e bianchi di Rodano e Spagna

Questa settimana Intrawine ci porta a scoprire bianchi dalla Spagna e dal Rodano, una spedizione in Antartide con qualche bottiglia clandestina, Tik Tok e il mondo del vino e diverse altre segnalazioni che meritano uno sguardo.

Quindi ecco la consueta lenzuolata di link e storie scelte per voi.

 

Il nuovo caos delle spedizioni
Gli ultimi due anni, fra pandemia, lockdown e ora guerra in Ucraina, hanno trasformato, fra le altre cose, la realtà degli scambi commerciali, dei trasporti e della supply chain in tutti settori compreso ovviamente quello del vino e degli alcolici in generale. Questo pezzo lungo e documentato mette in evidenza bene come la situazione sia ben lontana dall’essere risolta, con gravi ripercussioni su tutti gli attori della filiera produttiva. Spedizioni in ritardo, merci bloccate nei porti di mezzo mondo, forniture centellinate di materiali come bottiglie o etichette, insomma: “Chaos is the new normal and we have adapted to reliable unreliability“.

How Wine and Spirits Companies Are Navigating the Supply Chain Chaos (Seven Fifty Daily)

Rodano in bianco
Alzi la mano qui chi conosce quanto vino bianco si produca nell’areale del Rodano? Ecco, (quasi) nessuno. Per scoprirlo vi invito alla lettura di questo pezzo che analizza un movimento in forte crescita, quello per l’appunto dei bianchi nella valle del Rodano. Sui mercati mondiali la richiesta di vini bianchi che sappiano dialogare con acidità e sapidità è in aumento e la zona può offrire un ventaglio consistente di varietà con caratteristiche diverse, dal roussanne alla grenache blanc fino a clairette e bourboulenc. Chi era fermo a viognier profumati di miele e legno dovrà rivedere le proprie opinioni.

There’s a Rhône white wine revolution under way (Club Oenologique)

Consumi di vino nel 2021
Qui invece una segnalazione con numeri e dati sui consumi di vino nel mondo nel 2021 aggiornati dall’OIV. Leggere questi grafici, andando al di là dello scarno dato numerico, aiuta a capire le dinamiche che dominano i mercati e i cambiamenti in atto. Spulciando i vari grafici ci si accorge che in generale i consumi sono in calo un pò ovunque, che la Cina rimane un oggetto misterioso con dati poco aggiornati e che l’Europa domina per quanto riguarda i consumi pro capite annui. Quindi tanti grafici per approfondire quanto si beve vino in giro per il mondo.

I consumi di vino totali nel mondo – aggiornamento OIV (I numeri del vino)

Vini bianchi spagnoli
La solita, imprescindibile carrellata di bottiglie consigliate da Eric Asimov questa volta mette insieme una categoria che può sembrare quasi un ossimoro, ovvero bianchi dalla Spagna. In una terra consacrata e conosciuta per i suoi vini rossi escono tuttavia bianchi che mi sento personalmente di consigliarvi. Parlo a titolo personale ma i bianchi della Galizia per esempio meritano veramente la vostra attenzione.

From the Land of Bold Reds: 10 Superb Spanish Whites (The New York Times)

Una bicchiere di vino alla fine del mondo
Assaggiare una bottiglia di vino fra i ghiacci antartici è una di quelle esperienze che raramente capitano nella propria vita. In questo pezzo David W. Brown ci offre la sua testimonianza di giornalista e appassionato di vino a bordo di una nave sudcoreana durante un viaggio scientifico in Antartide. La prima e immediata riflessione che ho fatto leggendolo è quanto un bicchiere di vino anche ai confini del mondo possa essere salvifico, in un luogo dove tutto quello che siamo abituati a chiamare civiltà viene meno basta solo un sorso di vino per tenerci legati alla nostra umanità. Bello, da leggere.

A Wine Tasting at the End of the World (Pix Wine)

Il vino su Tik Tok
E se la prossima piattaforma social per il vino fosse Tik Tok? Ora non starò qui a fare analisi su influencer, social, mondo del vino e annessi e connessi. Riporto soltanto che in questo pezzo si analizza come Tik Tok abbia le potenzialità e le caratteristiche per diventare il “nuovo” social network per gli amanti del vino. Tutti pronti a emigrare da Instagram?

TikTok for Wine Lovers: Made For Each Other, or Quite Incompatible? (Meininger’s Wine Business International) 

Un nuovo museo del vino a Verona
La data prevista è il 2026, la sede sarà Verona. Sto parlando del progetto per il nuovo museo del vino che dovrebbe aprire nel capoluogo scaligero. Ne dà notizia Drinks Business e, stando alle parole di Enrico Corsi, consigliere regionale, dovrebbe essere quello che per Bordeaux è la Cité du Vin. Il Muvin, questo sarà il nome, diventerà uno spazio espositivo con sezioni dedicate all’assaggio e percorsi esperienziali. Quello che è certo è che in Italia manca completamente un progetto museale dedicato al vino in grado di riassumerne la poliedricità e la ricchezza. Speriamo solo che non sia un nuovo Fico…

Italy’s largest wine museum to open in Verona (The Drinks Business)

Tutto su IntraWine, la rassegna stampa di Intravino:
– IntraWine: la rassegna stampa di Intravino #1 Febbraio 2022
– IntraWine #2: Melania Battiston, fumetti, Buttafuoco, gusto “salato” e DRC
– IntraWine #3: vino “croccante”, Barolo a La Place, terroir di Internet e guerra in Ucraina

– Intrawine #4: Chianina & Syrah, Libano, NFT, bicchieri da osteria e cure palliative
– Intrawine #5: Auf Wiedersehen Pét, Blind Ambition, Asti Spumante & Ucraina e baby Bordeaux
Intrawine #6: Geoffroy in Franciacorta, progettare cavatappi, clean wine e cosa fa un wine consultant
– Intrawine #7: Amazon, bottiglie di plastica, Burlotto, AVA e Albéric Bichot, vignaiolo-esploratore

Tre assaggi favolosi di Chateau Figeac: 2009, 2019 e il 2021 en primeur

Chateau Figeac a Saint Emilion è sinonimo di eleganza da sempre, o almeno dal 1892 con la proprietà della famiglia Manoncourt. In occasione della presentazione veronese a Villa Ca’ Vendri dei Bordeaux 2021 en primeur, organizzata da Crus et Domaines de France della famiglia Helfrich abbiamo potuto constatare con mano alcune annate significative – le ultime due con il magico “9” – e la 2021 in anteprima, prodotta nella nuova cantina, investimento da 15 milioni di euro decisamente importante per uno Chateau ancora (tra i pochissimi ormai) a gestione famigliare.

Blandine de Brier Manoncourt racconta cosa vuol dire fare vino con quattro microclimi, suoli diversi e complementari, 50 ettari in totale ma non solo di vigna, rarità a Bordeaux dove la monocoltura regna sovrana. Sempre una stessa famiglia e medesima etichetta del 1906 – disegnata da Robert Villepigue, allora direttore e prozio degli attuali proprietari – moderna ancora oggi. Il senso del marketing a Figeac non manca di certo.

Nel 1947, Thierry Manoncourt, ingegnere e agronomo, decide di subentrare “per un anno” all’allora direttore ma finisce per restarci per sempre fino alla sua scomparsa nel 2010 traghettando Figeac verso il gotha delle migliori aziende bordolesi  con tante innovazioni e scelte lungimiranti compreso l’uso dell’acciaio inox ai tempi in cui  “l’inox serve per il latte“.  E soprattutto lasciando alla moglie Marie-France e le figlie Blandine e Hortensie uno chateau volto al futuro e alle innovazioni come dimostra la nuova cantina appena inaugurata , impegnativa economicamente ma con nuovi spazi più ampi e profondi rivelatisi fondamentali in una annata come la 2021.

Chateau Figeac è un blend classico di cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot per un terzo ciascuno. Siamo a Saint Emilion ma ci sono suoli adattissimi al cabernet sauvignon, che dona eleganza anche in annate calde e ricche. Legno sempre nuovo al 100% e solfitazione limitatissima in ogni fase per preservare la florealità. Tra i primi in zona ad usare acciaio. Dal 2012, vinificazione parcellare e assemblaggio finale dei vini: non sempre le parcelle migliori in assoluto sono adatte a fare il grand vin.

Tre assaggi favolosi, due da annate meravigliose con appunto il 9 finale.

Chateau Figeac 2009
Annata con vini molto forward e già evoluti a Bordeaux ma non in questo caso: evoluzione bellissima, legno di cedro, amarena, purezza di albicocca e bergamotto, sigaro cubano, intenso e cangiante, maturo ma molto meno di tanti altri coetanei in zona, al sorso cattura per emozione e suadenza, profondità inusitata tra bacche rosse e nere, radici, ambra, dattero. Tannino splendido, sottile e ferroso, che dirige bene la materia abbondante ma sempre nel solco dell’eleganza. Finale di prugna, mirtilli, senape e cardamomo che rinfresca e incanta nei rimandi floreali di viole e pepe nero. 95

Chateau Figeac 2019
Annata classica oggi per Bordeaux (dalla 2015 è andata sempre piuttosto bene) con inverno sempre breve e mite, viti che partono prima del solito e si espongono a gelate ma nella 2019 sono state risparmiate. Millesimo di eleganza e delicatezza ma qui si aggiunge anche profondità. Quello di FigeacLa 2019 è risultato il terzo miglior vino a Bordeaux comparando i voti di tutti i critici internazionali e non si può dire che non ci abbiano azzeccato. La materia è abbondante, emergono al naso visciole, more, pepe, sottobosco, lavanda, macchia mediterranea, florealità evidente, lavanda, rosa marocchina, torrefazione e noce moscata, ribes nero, arancio scuro e bergamotto. Sorso che parte rotondo grazie al merlot con polpa di mora e ribes nero, poi il cabernet franc apporta grafite, frutta nera e la foglia di the del cabernet sauvignon. Elementi speziati e tostati supportano frutto e tutti gli altri elementi al palato, con un amalgama ancora da sviluppare in bottiglia nei decenni a seguire. Tutti gli elementi in questo vino si sommano alla grande moltiplicando il piacere complessivo. Lunghezza e stile rigoroso ma con una dolcezza bellissima a sottolineare il grandioso lavoro d’assemblaggio e il millesimo davvero da tenere d’occhio. 98

Chateau Figeac 2021 (en primeur)
Annate discreta e invitante con bella raccolta di una parte del merlot (dal 21 settembre al 2 ottobre) ma poi le previsioni di pioggia hanno spinto a vendemmiare anche uve non del tutto mature da parte di tanti ma non a Figeac, che ha vendemmiato il 20 del mese. Annata comunque fresca, dall’alcol finalmente in linea con quello degli anni ‘90: il cabernet ha potuto maturare con calma e senza stress con risultati notevoli. Varie vendemmie con cantina a tre temperature diverse con tre epoche di vendemmia separate e in ciascuna si può stimolare la partenza della fermentazione mentre si attendono altre uve mature. Naso intenso di lavanda, viola, elicriso, prugna, mirtillo e pepe nero: la Riva Destra conferma una predilezione le per annate più fresche, vibrante, sorso che vola e si mostra quasi già bevibile, lamponi in confettura, vegetale sedano e maggiorana, cardamomo e pepe africano, peperone crusco, sorso di lunghezza e tannino stupefacente, ricco denso e piacevole, rimandi vegetali puntuali e continui ma il finale è un frutto di bosco nitido, serico e con carnosità perfetta. 95-97

[La foto di Blandine de Brier Manoncourt è di Andrea Liverani]

Apocalypse Wine: intervista al prof. del cortometraggio oscurato da YouTube (e poi ricomparso)

Tutto nasce da un bando di concorso dedicato a “Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto” organizzato da Regione, Unione delle Pro loco e Ufficio Scolastico Regionale del Veneto. Un’opportunità che ha spinto i ragazzi della IV A meccanica dell’ISISS Luciano Dal Cero di San Bonifacio (Verona) a dar vita ad Apocalypse Wine: una video-ricerca che approfondisce le problematiche legate alla coltura intensiva della vite, con un focus sulla viticoltura industriale della valle d’Alpone (Lessinia Orientale).

Un corto molto artigianale di 12 minuti che, dopo aver ottenuto in pochi giorni migliaia di visualizzazioni, ha sicuramente fatto storcere più di qualche naso, fino ad essere oscurato da YouTube. Per saperne di più, ho fatto qualche domanda al professore che, insieme ai ragazzi, è uno dei protagonisti di questa vicenda: Simone Gianesini.

Ciao Simone, come nasce l’idea di questo corto?
L’idea nasce dall’incrocio di una riflessione con il caso. Mi spiego. Grosso modo tra primavera e autunno dell’anno scorso, si è concluso l’iter per la modifica costituzionale che ha permesso l’introduzione dei concetti di biodiversità e paesaggio tra gli articoli fondamentali della nostra Carta Costituzionale. In sostanza, lo Stato si è fatto garante della tutela di biodiversità e paesaggio e non solo dell’eredità storica e artistica della nazione. Ecco, siamo partiti da qui e poi per caso ci è capitato sottomano il bando di un concorso della regione Veneto, che nello spirito e nella semantica chiedeva – a noi così è parso – di fare esattamente quella cosa che da sempre più è funzionale al potere, cioè la celebrazione dell’esistente. In sostanza ci si chiedeva, attraverso l’uso di vari linguaggi, tra cui il cortometraggio, di festeggiare il patrimonio storico, culturale o enogastronomico della regione. Ma per noi non c’era nulla da festeggiare: con uno sguardo sul paesaggio, che è fra le entità più “culturali” di una nazione, i ragazzi si rendevano conto come la gestione dei luoghi in cui si trovano fosse in deroga alla Costituzione. Abbiamo quindi immaginato un gioco, per la verità molto serio: quello di sabotare lo spirito del concorso, in un certo senso di irriderlo (il riso che smaschera), esprimendo democraticamente un punto di vista antitetico.”

Come è stato accolto il corto dalla commissione del concorso?
“Non ne abbiamo idea. Nessun riconoscimento, nessuna menzione. In un certo senso questo si può anche interpretare, in negativo, come un bersaglio centrato, come l’affermazione, da parte dei giudici, che “non eravamo dei loro”. Oppure, più semplicemente, c’erano lavori più meritevoli.”

Ti sei fatto un’idea sul motivo della censura da parte di YouTube?
“Sulla censura in realtà ogni ipotesi è un’illazione. Chi censura senza il coraggio o la forza intellettuale di argomentare il proprio dissenso non può poi pretendere che delle sue debolezze ci facciamo carico noi. Chi non vuole dare voce ad altri non sa meritarla per sé.”

Poche parole molto precise e argomentate, quelle del prof. Gianesini. Un motivo in più per dedicare alcuni minuti alla visione del video, che magari non è da premio Oscar ma in cui, altrettanto evidentemente, di ciccia sul fuoco ne è stata messa parecchia. E con tante ottime ragioni.

PS – Tre giorni fa il corto (che trovate qui sotto in versione integrale) è stato nuovamente caricato su YouTube, mentre invece da quando è online (un mese circa) non è mai scomparso da Vimeo.

Rosso Morellino 2022: gli esperti ne parlano poco ma c’è molto da dire

Per la quarta edizione di Rosso Morellino – svoltasi lunedì 9 maggio a Scansano – 41 produttori hanno portato in assaggio oltre 80 etichette per fare il punto sullo stato dell’arte del Morellino di Scansano e sui vari progetti della denominazione.

Dopo le anteprime toscane della denominazione (report intravinico qui) torniamo nelle terre etrusche del Morellino per dare un po’ di numeri: 1.500 ettari vitati, 216 produttori, 9,2 milioni di bottiglie (dato 2021) con un incremento del 7% rispetto al 2019, giro totale d’affari da 51 milioni di euro. La quota export è al 20% con una fortissima presenza della docg Morellino di Scansano sul mercato italiano e un prezzo medio dello sfuso tra i più alti in Italia. 

 

I numeri però non dicono tutto. A noi adulti piacciono tantissimo i numeri ma: “Quando raccontate loro di un nuovo amico, non vi chiedono mai le cose importanti. Non vi dicono: «Com’è il suono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?». Le loro domande sono: «Quanti anni ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Solo allora pensano di conoscerlo”. [Indizio: è piccolo e principe].

I numeri non ci sanno raccontare ad esempio il paesaggio struggente e variegato che si esplora attraversando le valli dei fiumi Ombrone e Albegna. Non ci raccontano la biodiversità da safari di questa parte di Maremma, dove la vigna non è mai sola e dominatrica incontrastata. Qui l’ambiente parla di integrazione agricola, con un territorio ricco e prospero dove l’uomo è intervenuto bene senza essere sfruttatore egemone e sterile. Qui la vita è agre, non agra.

Siamo tra i 200 e i 500 metri sul mare, con i vigneti racchiusi tra le valli dei suddetti Ombrone e Albegna, protetti e nutriti dal colosso vulcanico del Monte Amiata, dove mare e luce esaltano maturazioni, sapori e odori. Qui il sangiovese si esprime su equilibri diversi rispetto al Chianti o a Bolgheri. Il frutto rimane più succoso, il tannino è spesso vigoroso e grippante ma in moltissime espressioni, o almeno in quelle che ho preferito, la beva è agile, dinamica e succulenta. Qui molti produttori raccontano di avere difficoltà di maturazione in alcune zone per il vitigno tosco per antonomasia e la pratica di fare blend con vitigni quali merlot o soprattutto syrah è di molto usuale, come dicono loro.

A Filippo Bartolotta divulgatore, consulente e wine educator – il Consorzio Tutela del Morellino di Scansano DOCG ha dato le chiavi dell’autobus per portarci a spasso nelle terre del Morellino in due meravigliose masterclass che ci hanno portato “Dal vulcano al Mare”, in un viaggio territoriale e geografico.

 

Wine Tour nelle Terre del Morellino attraverso il racconto di 6 produttrici

Fonte Tinta – I Lecci di Giannoni Barbara 2020
Il vino è denso, moro ma lucente. Naso di gelso più che di mora, frutto opulento. Orizzontale in bocca, è severo e gagliardo con i tannini in evidenza.

Brumaio – Tenuta Pietramora di Gaia Cerrito 2019
Una delle vigne più alte con grandi escursioni. Belle note di arancia sanguinella, naso balsamico di eucalipto con la macchia mediterranea che avvolge le vigne che esce nitida. Corteccia e note fumé con tannino vigoroso e grippante. Sembra uno schiaffo salato che manca forse di grazia ma che è ben saldo su strada sicura e certa.

More – Monterò di Milena Cacurri 2019
Milena è fan di Steiner, certificata bio ma applica la biodinamica in vigna. Un percorso di conoscenza per lei la vigna, una sfida something more del morellino. Colore luminoso sangiovetico. Propoli, frutto primario ma anche complessità, tecnico, tannino disteso e cupo in bocca. Appuntatevelo.

Ficaie – Tenuta il Quinto di Vittoria Saby 2020
13 ettari vitati su 70 di proprietà che è una costante da queste parti. La famiglia Saby arriva dalla Francia a investire in Maremma portando l’enologa Valentina che viene da Chateau Latour. Oggi sono le figlie che si occupano dell’azienda. Rubino intenso, si sente la spezia della syrah e una ricercata affumicatura. Ha un tocco tannico vellutato e un frutto maturo ma fresco nonostante l’annata. La loro idea è l’eleganza, vino molto silky e scorrevole.

Celestina Fè – Celestina Fè di Moira Guerri 2018
Scendendo verso il mare le vigne sono vicinissime alla costa. Note mediterranee e sbuffo minerale. Dolcezza naturale con un rimando salino e salmastro di alloro, rosmarino e lentisco, profuma di scirocco.

Reviresco – Val di Toro di Annamaria Cruciata 2018
Siamo nel Parco dell’Uccellina con la duna, il sughero, la macchia mediterranea e una montagna sul mare. 12 ettari in biologico nati nel 2003. Lei siciliana con marito scozzese arrivati in Maremma nel 2002 in vacanza. Colore trasparente di tegola di terracotta. Ciliegia e amarena ma la macchia mediterranea emerge forte con una punta verticale di alloro e bacche nere, tannino grippante che asciuga forse troppo la dinamica del vino.

Wine Tour dagli Etruschi ai giorni nostri attraverso le Terre del Morellino

Morellino di Scansano – Sellari Franceschini 2017 “Omaggio a Mario Gallori”
Annata caldissima e siccitosa molto difficile. L’ultimo vino su cui Mario ha messo le mani utilizzava vari vitigni tintori come da tradizione e la syrah gli era stata portata dal nonno, ha profumi da annata calda, prugna e frutta surmatura balsamica di mirto e mora di gelso, sembra di percepire la dolcezza al naso, cupo terragno di eucalipto quasi da fernet e radice che rinfresca il vino con la macchia mediterranea enormemente presente al naso. In bocca è caleidoscopico, intenso ma fibroso, tannino e alcol si fanno sentire ma rimane un vino di grande piacevolezza con la grande acidità che lo sostiene. Mario era una campione di razza.

Morellino di Scansano – Antonio Camillo 2020
Al naso emerge netta la parte floreale. Antonio dice di essere meravigliato dalla sua 2021. Su 5 ettari di sangiovese hanno selezionato 100 quintali di uva! Un vino tutto giocato sul frutto rosso fresco e croccante. Nota balsamica e mediterranea con l’alcolicità tenuta sotto controllo magistralmente, bacca di goji essiccata e mirtillo quasi da tisana, reattivo fresco. Poco ma buonissimo. Uno dei fari per il futuro della denominazione.

Morellino di Scansano – Fattoria dei Barbi Riserva 2018
Qui si va alla ricerca di tonalità più morbide, calde ma ben bilanciate, con la parte tannica importante nel vino che è l’anima dell’azienda, il marker dei Barbi come ci viene detto. Naso dolce che il merlot declina, in bocca una bella acidità ma il frutto rimane integro e succoso. 

Madrechiesa – Terenzi Riserva 2018
Una azienda nata nel 2001 da proprietari milanesi, un refrain qui ormai. Nota di corteccia e affumicato, poi ciliegia con scorza di arancia, grazie alla spinta acida e citrina rimane grintoso e piacevole. Non iperestratto ma anzi, tutt’altro che ignorante.

Giogo – Terre dell’Etruria Il Poderone 2021
Frutto esplosivo, trama tannica fitta e grippante, more di bocca. Potente e presente, morellino materico con bella acidità che aiuta a digerire la struttura.

Laire – Bruni Riserva 2019
Una certa dolcezza con tannini morbidi e vellutati. In azienda non piacciono gli estremismi e nel vino si riflette questa decisione, un vino equilibrato e molto elegante.

Spiaggiole – Poggio Maestrino e Spiaggiole 2020
Profumi diretti, frutto rosso croccante reattivo e balsamico di erbe officinali di grande beva e piacevolezza.

In conclusione, i miei migliori assaggi sono stati i Morellino fatti con sangiovese in purezza, dove si intravede una unicità che forse andrebbe cavalcata per trovare uno spazio distintivo nell’affollato ecosistema vitivinicolo regionale. Il futuro io lo vedrei come sangiovese e d’annata per un vino rosso ricco ma agile, vibrante e vigoroso. Un vino figlio dell’unicità di questo paradiso di biodiversità e cultura agraria bimillenaria.

[Foto cover: Consorzio di Tutela Morellino di Scansano]

10 buoni motivi per iscriversi immediatamente a un corso da sommelier

Ho frequentato, oramai diversi anni fa, i corsi AIS offerti a Milano e non ne sono affatto pentito. AIS e FISAR propongono, oltre ad una formazione specifica sul vino, anche un’abbondante dose di conoscenza circa l’abbinamento col cibo ed il contestuale “mappazzo” teorico fatto di sensazioni olfattive, tattili, gustative. ONAV è invece più concentrata sul vino in senso stretto (tant’è che l’organizzazione parla di assaggiatori e non di sommelier) tralasciando il pairing.

Fatta la premessa, cominciamo con il chiarire i motivi per il quale diventare sommelier (o assaggiatore). L’elenco includerà anche quelli che, secondo me, sono luoghi comuni da sfatare: perché? Perché spesso diventano ragioni per frequentare questi corsi.

1) Per fare il fanatico: detto anche l’errore dello sbarbato. Se c’è una cosa che ho capito è che del vino non ho ancora capito niente – la forma mentis dell’appassionato è quella aperta a tutto, senza pregiudizi e senza “paranoie” ma soprattutto senza spocchia. Volete un esempio? Non esiste che critichiate a prescindere una bottiglia vedendo solo l’etichetta o la denominazione, che è pure peggio. Aspettate di assaggiare. Il fatto di avere un diploma appeso da qualche parte non vi rende più fighi, ma solo più fallibili: tanto salirete, tanto fragorosa sarà la caduta.

2) Per incazzarsi con la Babele di DOC presenti in Italia e le sovrapposizioni di DOCG, DOP, IGT: si, maledirete la verbosità di certi disciplinari ma soprattutto la legge italiana ed i suoi bizantinismi. Però sarete dei fenomeni in geografia!

3) Per avere successo con le donne: un volpino di Pomerania o un bassotto tedesco color chocolate costano all’incirca le stesse cifre di un corso per sommelier ed abbisognano di cure nonché di appostamenti nei vari parchi cittadini alla ricerca della preda giusta, amante degli animali (quindi anche di certi esseri umani, se sarete fortunati) e non fornita di partner sul momento. Puntate sul risparmio ed acquistate bambolotto, passeggino e munitevi (inventatevi) di storia strappalacrime fatta di abbandono e notti insonni. In alternativa fate come Jerry Calà ed andate a vivere da soli.

4) Per far colpo sugli uomini: ma se è sempre la donna che decide dai! Non avete bisogno di far colpo!

5) Per approfondire: vero, verissimo. Tutti i corsi danno una bella mano alla conoscenza ma non sono LA conoscenza. Quella arriva con il tempo e con la voglia di mettersi in ballo giorno dopo giorno: non fermatevi al corso ma continuate ad approfondire (e quindi ad assaggiare).

6) Per abbinare correttamente il cibo con il vino: nì. So che entrerò in un campo minato ma proprio non mi trattengo: con il vino io ci mangio quello che voglio. Ok, il Barolo con la sogliola all’acqua pazza anche no, però, se volessi mangiarmi un cotechino con lo champagne chi avrebbe lo stomaco ma soprattutto le argomentazioni “tecniche” per impedirmelo? Il grasso del cotechino viene ammansito e governato dalla bolla e la persistenza della ciccia viene domata dalla sicumera dello shampoo; vedi punto primo: chi fa (o è) il talebano è il caso che non legga oltre. E si dia alla Coca Cola.

7) Per fare il fenomeno con i produttori e sapere di cosa si sta parlando. No! Non lo sappiamo. Fughiamo ogni dubbio: il produttore, anche il più scarso, avrà comunque e sempre più titolo di parola di qualsiasi sommelier o assaggiatore. Capacità di assaggiare un vino è anche capacità di saper ascoltare chi lo produce senza arrampicarsi in pindarismi e smargiassate evitabili. Umiltà.

8) Per fare il fenomeno e basta: questo sì, a volte, può essere – conosco uno che mi ha raccontato di averlo fatto e scrive su di un blog…

9) Per ubriacarmi e bere di più: non hai capito niente. Se poi cominci a “capirci qualcosa” – ma dubito viste le premesse – comincerai a bere meno. Ma meglio. Molto meglio. Sempre che tu sappia/voglia applicarti.

10) Per smetterla di bere Tavernello: se lo bevi al buio ed hai davanti qualcuno che ti racconta – in modo credibile – che quello che hai nel bicchiere è un Meursault Charmes… CI CASCHI! Diventando sommelier non acquisisci i super poteri ma solo un metodo per usare naso e bocca. Per il cervello forse è troppo tardi. E poi basta sparare addosso al Tavernello (disclaimer: non sono pagato per lisciare il pelo alla Caviro, dico solo quello che penso).

All’Anteprima del Chiaretto di Bardolino ho scoperto molte cose sui rosati

Dieci milioni di bottiglie, pari al 50% della produzione totale italiana di vini rosa fermi a denominazione di origine: è questo il Chiaretto di Bardolino. Sedici comuni nell’area sud-est dell’anfiteatro morenico del lago di Garda (sponda veneta) dove storia e condizioni pedoclimatiche hanno fatto in modo che l’uomo assecondasse la vocazione rosa di corvina e rondinella.

60 diversi tipi di suolo per mille ettari (di cui 350 coltivati in BIO) distribuiti tra 800 viticoltori e 100 produttori che dal 2014, con l’avvio della cosiddetta Rosé Revolution, hanno scelto la via delle rese più contenute e delle macerazioni più brevi al fine di ottenere un vino dal colore più tenue. Il colore è identità e noi scegliamo e beviamo anche quello.

L’Anteprima del Chiaretto “Corvina Manifesto” 2022 presentava in assaggio la nuova annata 2021, in versione ferma e spumantizzata, oltre a una piccola selezione di etichette che alcuni produttori stanno iniziando a mettere in commercio con già uno o più anni di affinamento sulle spalle.
A due vendemmie di distanza dal precedente appuntamento organizzato dal Consorzio di Tutela cosa c’è di nuovo?

In etichetta il Bardolino Chiaretto è diventato “Chiaretto di Bardolino” per enfatizzare il carattere identitario di questo specifico prodotto di territorio
Il nuovo disciplinare di produzione ha decretato l’innalzamento fino al 95% della percentuale utilizzabile di corvina veronese

Quello della longevità del Chiaretto di Bardolino credo sia il tema più interessante emerso in questa edizione, perfettamente fotografato dalla masterclass col Chiaretto in verticale condotta dal solito monumentale ed enciclopedico Angelo Peretti. Le vecchie annate sono in piena forma e suggeriscono un potenziale evolutivo ancora tutto da scoprire. L’azienda Poggio delle Grazie ha stupito tutti con un 2014 di grande eleganza: agrumi, uva spina, tè alla pesca, menta, miele e un ricordo fumé per un assaggio fragile e complesso che chiude sapido e asciuttissimo. E meno male che l’annata è considerata orribile! Con il 2015 si perde giusto qualcosina in finezza ma le coordinate rimangono quelle di un vino che (per fortuna) è solo un lontano parente delle giovanissime e stereotipate versioni da bordo piscina (esiste una definizione peggiore?). Ancora più affascinanti le due annate in assaggio della Tenuta La Presa: una 2017 tutta pesca, pompelmo, erbe officinali, grandi suggestioni minerali, e soprattutto una 2016 che ricorda uno Champagne complesso ed evoluto a cui semplicemente la carbonica è venuta meno.
A margine della verticale, sempre a conferma del giovamento che il Chiaretto di Bardolino può trarre da un affinamento prolungato, segnalo la selezione 2020 Le Morandine dell’azienda Il Pignetto e il Villa Cordevigo Gaudenzia di Villabella nelle versioni 2018 e 2019, ai vertici di gradimento dei miei assaggi del weekend. Insomma il Chiaretto non solo non teme l’invecchiamento ma col tempo acquisisce una profondità e una complessità difficili da preventivare al momento dell’imbottigliamento.

Con queste premesse, la nuova annata finisce per pagare dazio. L’andamento climatico del 2021 ha favorito una buona maturazione delle uve e l’escursione termica giorno/notte nel periodo chiave ha trasferito nei vini una componente acida e sapida più importante rispetto alla 2020. In generale ho trovato vini discreti, con una certa omogeneità qualitativa anche se a mio parere ancora acerbi, con gli aromi fermentativi ancora in evidenza e un frutto (più futtini rossi che agrumi) indeciso tra l’imporsi, integrarsi  o cedere completamente il passo alle componenti saline e speziate. Comprendo bene la necessità di far quadrare quanto prima il bilancio, capisco che c’è un mercato che chiede vini giovani e freschi per l’estate in arrivo, ma allo stesso tempo non riesco a non pensare che si tratti almeno in parte di potenziale sprecato.

Segnalo l’azienda Raval sia per il Chiaretto di Bardolino Classico 2021 che per lo Spumante Brut (da Charmat) goloso di fragola e pompelmo rosa. Molto interessante anche il Metodo Classico Brut dell’azienda Ronca dal colore quasi ambra, il naso dolce e speziato, e la bocca piena e matura. Tuttavia non credo che la spumantizzazione (soprattutto con metodo Martinotti) rappresenti il mezzo migliore per valorizzare le peculiarità del territorio. L’ascesa del Prosecco Rosé potrebbe fare da traino oppure oscurare completamente questa tipologia. Il tempo dirà.

L’Anteprima ha ospitato altre due masterclass per le quali nutrivo parecchia curiosità:

Tavel
Rosés des Terroirs

L’AOC Tavel è nota per essere stata la prima denominazione istituita in Francia (nel lontano 1936) esclusivamente per vini rosé. Oggi conta 36 produttori tra cui 4 cooperative che coprono più della metà dei 930 ettari totali. Nella produzione del Tavel possono concorrere fino a 9 diverse tipologie di uva (tra cui anche varietà a bacca bianca) con la grenache in percentuale maggioritaria. La natura dei suoli, il clima molto caldo e secco, e il tipo di vinificazione (macerazione a freddo per un tempo compreso tra le 12 e le 24 ore) fanno sì che si ottengano rosé dal colore molto intenso, alcolici e strutturati, agli antipodi rispetto al Chiaretto del Garda. Se vi rispecchiate in questo genere di vino buttatevi a capofitto: sotto i 20 euro si trovano dei veri gioielli. Durante il lockdown ho consumato con soddisfazione Tavel del Domaine de la Mordorée, Château  d’Aqueria, Guigal, Chapoutier, Château de Ségriès. A questo giro devo aggiungere tre vini (annata 2021) per altrettanti produttori scoperti alla masterclass:

Domaine Des Carabiniers da vigne lavorate in biodinamica, fermentazione spontanea, dal carattere selvatico ed energico, acidità spiccata e bella personalità;

Cuvée “Langoustière” di Château de Manissy, sempre da agricoltura biodinamica, in equilibrio tra fragole mature, arancia rossa, beva e complessità;

Château la Genestiére, ovvero il più colorato dell’intero lotto in degustazione, di gerani e lamponi, fragole e spezie in un quadro generale di grande armonia.

Tutte le sfumature di rosa invece per l’Association International Rosés des Terroirs (AIRT) che riunisce sotto di sé (al momento) 34 produttori dalle denominazioni Tavel, Bandol, Côtes De Provence e Chiaretto di Bardolino, quest’ultima rappresentata dalle aziende Le fraghe di Matilde Poggi e Guerrieri Rizzardi. Scopo dell’associazione, come dice il nome stesso, è promuovere i vini rosa dalla spiccata identità territoriale.

In degustazione “coup de coeur” per il Côtes du Rhône Rosé Le Rosé d’Automne 2020 Domaine l’Odylée, di gran lunga il più originale tra i vini serviti. Grenache 100% in conversione biologica, macerazione carbonica dei grappoli interi senza controllo di temperatura né aggiunta di alcun additivo enologico. “Avevamo progettato di fare un vino rosso” spiega Odile Couvert, vignaiola presente all’evento. “Un esperimento che mirava ad ottenere un certo tipo di estrazione ed ecco invece che in svinatura ci siamo ritrovati un vino dal colore molto scarico che non avrebbe mai ottenuto l’ok dalle commissioni per cui abbiamo deciso di imbottigliarlo come rosé”. Un vino vibrante ed emozionante, nonostante la volatile chiaramente percettibile, ottenuto col più geniale degli errori: assecondare la natura fintanto che (pur con fini diversi) essa persegue i tuoi stessi obiettivi.

Franco Cristoforetti, presidente del Consorzio di tutela del Chiaretto e del Bardolino, approfitta di alcune domande per puntualizzare: “Queste masterclass certificano che i nostri sono e restano vini di territorio che senza dubbio necessitano di cure ed attenzione in fase di vinificazione ma non di tecnologia invasiva, a meno di non considerare la gestione della temperatura un eccesso di tecnologia”. Personalmente sono convinto che valorizzare un territorio e trasferirlo in bottiglia implichi passare necessariamente attraverso l’applicazione di pratiche agricole biologiche e l’utilizzo delle fermentazioni spontanee con lieviti indigeni in cantina. Su questo duplice aspetto mi pare ci siano ancora grandi margini di miglioramento.

Tirando le somme, qual è la vera anima del Chiaretto? La discriminante che rende davvero giustizia alle differenze tra le microzone che rientrano nella DOC è rappresentata dal tempo e tali differenze si dilatano e si amplificano con gli anni di affinamento in vetro. Il Chiaretto di Bardolino ha dalla sua il vantaggio di avere in genere un prezzo decisamente accessibile. Se vi dovesse scattare la scintilla per una determinata bottiglia il consiglio è semplice: procurarsi un cartone per il consumo immediato e uno da dimenticare in cantina per la pensione. La vecchiaia può riservare piacevoli sorprese!

L’intelligenza artificiale licenzia sommelier e wine critics (e fa bene)

Sebbene il naso sia un po’ chiuso, il palato di questo Riesling è pieno zeppo di succosi aromi di pompelmo bianco e mandarino. Non è un vino molto concentrato ma è ben bilanciato da una nota di acidità limone e lime che indugia sul finale“: in questa breve descrizione possiamo trovare tutti gli stilemi tipici del linguaggio let’s say sommelieresco, immaginando l’elegante professionista con gli occhi chiusi e il naso immerso nel bicchiere. Sensazioni, profumi, evocazioni.

E invece questo breve testo è stato prodotto da un computer: un algoritmo, per farla semplice, che ha assemblato una serie di termini che gli sono stati dati in pasto e che ha tirato fuori la narrazione che volevamo sentire.

La notizia è stata pubblicata pochi giorni fa dall’autorevole Scientific American (AI Sommelier Generates Wine Reviews without Ever Opening a Bottle). Un gruppo di ricercatori internazionali ha sviluppato un sistema di intelligenza artificiale in grado di generare dettagliate quanto evocative analisi organolettiche di vini e birre. Quante brevi descrizioni da stampigliare sulle etichette o da utilizzare per arricchire le schede prodotto di qualche ecommerce specializzato potranno essere rapidamente realizzate così, invece di attendere lunghe e costose degustazioni di professionisti? Molte. Moltissime. Forse tutte?

La prima riflessione che mi viene in mente, da appassionato e sommelier poco praticante, è che forse qualcosa non va. Qualcosa stona, a partire dalla sovrabbondanza di aggettivi che invece di arricchire e affascinare finiscono per stancare e appiattire. Il linguaggio utilizzato da coloro che praticano il vino non riesce a comunicare, se non con alcuni addetti ai lavori, e spesso neanche con loro.

Un buon algoritmo mischiando alcuni termini da un mero elenco è capace di tirare fuori una descrizione credibile tanto quanto quelle dei grandi narratori del vino. E credibile lo è davvero. Per testare la bravura dell’algoritmo, infatti, sono state proposte 2 recensioni – una scritta da un sommelier e l’altra dall’intelligenza artificiale – per ognuno dei 300 vini e delle 69 birre. Hanno poi chiesto a un gruppo di persone di leggere tutti i commenti per verificare se i soggetti potessero distinguere le due fonti, quella umana e quella elettronica. Nella maggior parte dei casi, non potevano. “Siamo rimasti un po’ sorpresi”, hanno commentato i ricercatori.

Eppure non c’è molto da sorprendersi, se il linguaggio che abbiamo prodotto, legittimato e promosso è una sintesi di banalità ricorrenti, figure retoriche acrobatiche, aggettivi esotici inossidabili al tempo e ai cambiamenti. Perché poi il risultato finisce per essere questo.

Ci si interroga spesso sulle strade da percorrere per un nuovo linguaggio del vino: una comunicazione che deve cambiare per recuperare senso, per essere davvero comunicazione e non autocelebrazione settoriale. Probabilmente c’è una nuova direzione da prendere prima che sommelier e wine critics finiscano per licenziarsi da soli.

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Una storia russa che dice tanto: Putin e il vino (gli oligarchi, gli amici, le consulenze)

“Il magnate russo Andrey Yakunin si mette a produrre vino in Umbria: l’esperto Cottarella per le viti”. La notizia così titolata è apparsa sul sito d’informazione Umbria24.it il 7 aprile scorso [1]. Sì, fa parte del titolo anche l’errore nell’attribuire due t al cognome del più celebre consulente enologo italiano: Cotarella Riccardo.

La notizia, in sintesi, riguarda un investimento da 150 milioni di euro che Andrey Yakunin ha deciso di fare in Umbria, nel castello di Antognolla. Sempre Umbria24 ci informa che siamo “in un territorio che, oltre ad avere una lunga tradizione vitivinicola, si trova ed essere limitrofo a importanti indotti, quale quello ad esempio di Montefalco”. Ed ecco dunque che Yakunin decide di impiantare anche una vigna di poco meno di 2 ettari, a merlot, e per farlo si rivolge a Riccardo Cotarella. Yakunin, 47 anni, magnate russo, figlio dell’oligarca Vladimir, ex Kgb considerato un tempo molto vicino a Putin, è un imprenditore internazionale nel campo degli hotel di lusso. Di recente si è espresso con parole nette contro l’invasione russa dell’Ucraina in una bella intervista pubblicata il 9 marzo scorso sul quotidiano Il Tempo [2] che vi consiglio di leggere.

Questa notizia, tuttavia, ha risvegliato in me la curiosità riguardo ad un articolo pubblicato qualche tempo fa sul Corriere.it a firma di Luciano Ferraro, che trattava proprio delle consulenze russe di Riccardo Cotarella e che sono andato a rivedermi, insieme ad un tweet della giornalista Felicity Carter (che nel frattempo è stato cancellato, ma di cui abbiamo lo screenshot). Quella curiosità mi aveva portato a leggere un po’ di risorse reperibili online sugli affari vinicoli del Cremlino, che si sono rivelati essere tanto intricati’ quanto interessanti. Ma per mettere insieme i passaggi di questa storia dobbiamo prima andare a cena proprio con Vladimir Putin ed Emmanuel Macron (tanto di spazio, a quel lungo tavolo, non ne mancava).

Brindisi di stato
Come i francesi insegnarono al mondo, le cene dei vertici diplomatici non sono semplici cene, ma sono il proseguimento del lavoro politico con altri mezzi. Talleyrand, Carême e il Congresso di Vienna sono lì a ricordarcelo e per questo anche la cena tra Putin e Macron merita attenzione.

“Il senso di un incontro è nei dettagli. E Vladimir Putin ha disseminato una serie di indizi, durante la visita di Emmanuel Macron a Mosca. Uno è stato brutalmente aggressivo: quando ha detto alla fine, riferendosi a Volodymir Zelensky e all’Ucraina, «potrà piacerti o no, bella, ma te lo becchi», una frase oscena che in russo può ammiccare sia allo stupro, sia alla necrofilia, e che è stata accolta con raccapriccio pressoché corale dai commentatori europei”.

Così iniziava il pezzo di Jacopo Iacoboni su La Stampa dello scorso 8 febbraio [3], in cui si raccontava della cena al termine dell’incontro tra Putin e Macron. Siamo pochi giorni prima dell’aggressione russa all’Ucraina. Ho riportato proprio l’attacco del pezzo, con quel riferimento all’oscena frase di Putin, perché purtroppo oggi quella frase suona drammaticamente attuale e dà la cifra del personaggio.

Ma ciò che c’interessa arriva dopo. Secondo quanto riporta Jacoboni, infatti, durante la cena vengono serviti due vini, un bianco e un rosso, prodotti nella cantina Usadba Divnomorskoye, una tenuta molto cara al presidente Putin.

“Cottarella, l’enologo di D’Alema che fa il vino per Putin”
Lasciamo dunque Iacoboni (che se non siete abbonati a La Stampa potete leggere qui: [4]) e riprendiamo un articolo del Corriere.it del 30 maggio 2018, aggiornato il 12 ottobre 2020. Perché questo articolo ci racconta chi è che svolgeva la consulenza per la produzione dei vini della cantina Usadba Divnomorskoye.

Come detto si tratta di un articolo a firma di Luciano Ferraro (anche qui, memore degli insegnamenti del Direttore Tomacelli, ho provveduto a screenshottarlo). Il titolo dell’articolo è quello sopra riportato:“Cottarella, l’enologo di D’Alema che fa il vino per Putin”, così come scritto e pubblicato sul Corriere.it (ma nel resto del pezzo Cotarella viene chiamato col suo cognome correttamente scritto) [5].

Nell’articolo si dà conto che:

“Riccardo Cotarella, l’enologo dell’ex premier D’Alema, ha tra i suoi clienti una famiglia del potere politico russo, quella dell’uomo che Vladimir Putin ha nominato come paladino degli imprenditori, il difensore civico Boris Titov. Fondatore del Partito della Crescita, Titov si è anche candidato alle presidenziali del marzo scorso. Lo chiamano il re dello Champagne, perché dal 2006 (all’inizio era al timone, ora l’ha ceduto al figlio Pavel) è l’azionista di maggioranza del gruppo vinicolo Abrau Durso, la cantina di spumanti fondata da Alessandro II, nel 1870. Una grande azienda (680 ettari) che ha fornito il vino prima allo zar, poi alla nomenklatura (che impose le etichette con la scritta Sovetskoye Shampanskoye, Champagne sovietico), e ora al Cremlino, aprendo a pochi passi dall’ufficio di uno Champagne Bar, all’interno dei magazzini Gum, sulla Piazza Rossa […] Tra le aziende della galassia Abrau Durso c’è la Usadba Divnomorskoye, con vigneti tra i boschi che si affacciano sul Mar Nero”.

Dunque, a quel che si apprende dall’articolo del Corriere.it (pubblicato nel 2018 e aggiornato il 12 ottobre 2020) Riccardo Cotarella era il consulente* della cantina Usadba Divnomorskoye, facente allora parte della galassia Abrau Durso di Boris Titov.

Chi è Boris Titov?
Due parole su Titov andranno spese. Si tratta infatti di un personaggio che racconta bene come funziona il regime russo. Titov è formalmente fondatore e capo di un partito alternativo a quello di Putin. Alle presidenziali del 2018 si è addirittura presentato come candidato concorrente a Putin. La sua campagna elettorale è iniziata andando a Londra per dire agli expat russi quanto fosse bella Russia putiniana e quanto sarebbe stato bello se loro vi avessero riportato i propri denari [6]. Non male come oppositore. Il suo ruolo viene ben descritto da un pezzo dello Spectator – che Ferraro correttamente cita nel proprio articolo – che lo presenta come semplicemente “uno che lavora per Putin” [7], anche se lui nega.

Non appena persa – secondo copione – la corsa alla presidenza in favore di Putin, Titov ha continuato a mantenere il proprio incarico di Presidente della Commissione per i Diritti degli Imprenditori (che detiene ininterrottamente dal giugno 2012). Altri oppositori di Putin – forse un po’ più convinti di Titov – hanno avuto ben altri destini (per chi volesse approfondire basteranno un paio di ricerche su: Boris Nemcov, Anna Stepanovna Politkovskaja, Pavel Klebnikov, Sergei Yushenkov, Val’terovič Litvinenko, Stanislav Markelov, Natalia Estemirova, Sergei Magnitsky e mi fermo qui, ma la lista potrebbe allungarsi parecchio).

Dove finisce Titov, dove inizia Putin?
Ecco dunque spiegato il titolo del Corriere della Sera con Cotarella che “fa il vino per Putin”? No, non è solo questo. C’è altro, se si sta a quanto raccontato da Alexey Navalny.

Usadba Divnomorskoye si trova infatti sul Mar Nero vicino ad una cittadina chiamata Gelendzhik (poco lontano dalla Crimea), all’interno di un luogo splendido. Splendido tanto da essere finito nel video con cui il dissidente russo Alexey Navalny ha mostrato quello che lui stesso ha chiamato “uno Stato nello Stato”, “il più grande frutto della corruzione nella storia”: la megatenuta che Putin si sarebbe fatto costruire a due passi dalla Crimea. Se non sapete di cosa stiamo parlando potete vedere questo video.

 

“Secondo la ricerca di Navalny, l’interesse di Putin per la viticoltura è cresciuto da un hobby a una fissazione. Con Boris Titov come prestanome, una società chiamata “Divnomorye” (che affitta strutture e spazi dalla società “Lazurnaya Yagoda” proprietaria dei vigneti che si trovano a Gelendzhik) e vende vino con il marchio “Usadba Divnomorskoye”.
(Following the money, Meduza) [8].

Pare dunque che non ci siano solo i rumors riportati da Ferraro in calce al suo pezzo, laddove scriveva: “Al Vinitaly – dove i vini vennero presentati nel 2018, ndr – alcuni giuravano che «tra i soci della cantina c’è Putin»”.

I vini dello zar
Provando ad andare un po’ più a fondo, credo sia opportuno far subito presente che non è facilissimo muoversi tra i giochi di scatole cinesi delle società che fanno riferimento agli interessi dietro Usadba Divnomorskoye.
Per dare un quadro sintetico, da quel che si può trovare in rete, la struttura risulta la seguente.

. Usadba Divnomorskoye (di qui in avanti UD), traducibile in italiano come “posto splendido in riva al mare”, è il nome del brand che si trova sulle etichette dei vini.
. Le vigne, lo stabilimento produttivo, i magazzini sono di proprietà di una società che si chiama Lazurnaya Yagoda [9].
. A produrre i vini del brand UD non è però Lazurnaya Yagoda, ma un’alta società ancora: Divnomorye.

Ho così trovato un articolo su Wine Business International [10], a firma Anton Moiseenko, che ci dà due informazioni interessanti.

La prima riguarda le misure di sicurezza per chi vuole visitare la cantina di UD.

“La stretta sicurezza non è nulla di insolito per le aziende vinicole: quando nelle cantine vengono invecchiati beni liquidi per svariati milioni di euro, è spesso un obbligo. Ma la sicurezza ai cancelli della tenuta sulla costa del Mar Nero è un po’ più esigente. Non solo le guardie controllano i documenti di tutti e fanno passare i visitatori attraverso i metal detector, ma ben prima della visita programmata, i visitatori sono obbligati a fornire il modello del loro cellulare e i dettagli del loro attuale impiego”.

La seconda è un aggiornamento al 2019 sulla proprietà della cantina.

“All’inizio del 2019, Divnomorskoye è stata acquistata da Gennady Timchenko (numero cinque della lista dei ricchi di Forbes Russia 2018, con una ricchezza stimata di 16 miliardi di dollari) e Vladimir Kolbin. Entrambi gli uomini sono coinvolti nel petrolio, nelle costruzioni e in molte altre attività – e hanno legami noti con il Cremlino. Entrambi hanno rifiutato di commentare l’accordo”.

Il vino si beve solo con gli amici
A differenza di Timchenko, Vladimir Kolbin non ha nulla dell’oligarca russo (un lavoro normale, una casa normale, nessun business particolare di cui è proprietario), ma ha dalla sua una cosa che in Russia vale più dei miliardi: è figlio di Petr Kolbin, amico d’infanzia di Vladimir Putin.

La storia dell’amicizia tra Putin e Petr Kolbin sembra la storia di un romanzo. In sintesi i genitori di Vladimir e Petr furono entrambi feriti durante la gloriosa difesa di Leningrado, anni dopo quell’episodio i due divennero vicini di casa e i loro giovani figli iniziarono a frequentarsi fino al giorno in cui, appena teenagers, uscirono per andare a ballare e si ritrovarono nel bel mezzo di una rissa, durante la quale Petr Kolbin difese il più gracile Vladimir. Fu quell’episodio a cementare per sempre la loro amicizia (e a spingere Vladimir Putin a studiare il judo). Negli anni i destini di Vladimir e Petr si separarono, ma Putin non dimenticò mai l’amico e a quanto pare, per la gestione dei propri soldi, si fida più di lui (e di suo figlio) che di esperti contabili. A ben vedere, anche in questo, il presidente russo dimostra di conoscere la teoria dell’organizzazione delle grandi multinazionali (così come delle organizzazioni criminali internazionali), che vogliono che i ruoli manageriali siano ricoperti da esperti, ma quelli apicali del più stretto inner circle, è bene che siano segnati da legami di fedeltà tribale, se non di sangue.

La storia completa dell’amicizia tra Vladimir Putin e Petr Kolbin potete leggerla in un bel pezzo del Guardian che racconta come, secondo i Pandora Papers, Kolbin senior sia da tempo il prestanome di fiducia per la gestione degli affari personali di Putin [11]. Anche in questo caso, il diretto interessato nega che ciò sia vero.

Gli affari
Ho così tradotto dall’inglese il restante stralcio dell’articolo di Meduza (uno dei siti d’informazione più invisi al Cremlino), in cui si dà conto di come la ricostruzione fatta da Navalny inquadri le attività vinicole di Putin.

“Nonostante i volumi di vendita relativamente bassi, Divnomorye ha ricevuto un prestito per 7,5 miliardi di rubli (101,7 milioni di dollari) nel 2018. Si dà il caso che Divnomorye appartenga a Vladimir Kolbin, il figlio di Petr Kolbin (uno degli amici d’infanzia di Putin che avrebbe agito in passato come azionista segreto per la società commerciale “Gunvor” di Gennady Timchenko, presumibilmente tenendo la quota di Vladimir Putin nell’impresa). I lavori di costruzione e ristrutturazione del palazzo e dei vigneti ricadono su una rete di imprese apparentemente scollegate che alla fine alimentano il denaro di un’azienda chiamata “Top Art Construction”, registrata a nome del figlio di Asya Borisova, donna il cui nome riecheggia sinistramente all’interno del Cremlino, dice Navalny. Borisova vola regolarmente a Gelendzhik per visite molto brevi, e le sue imprese impiegano 634 persone nella zona. Negli ultimi due anni, più di 10 miliardi di rubli (135,7 milioni di dollari) sono fluiti alle sue imprese locali a Gelendzhik. Navalny dice che è tutto per il palazzo e le cantine di Vladimir Putin” [8].

Questa dunque, in sintesi, la versione di Navalny.

Un tweet pungente, ma spuntato
Torniamo adesso a dove la nostra storia è iniziata.
Il 26 febbraio Felicity Carter ha fatto un tweet che riguarda proprio la storia che abbiamo messo insieme. Chi è Felicity Carter? Riprendo e traduco dal sito wine2wine. “Giornalista e redattrice, Felicity Carter è Executive Editor di The Drop, il ramo contenutistico di Pix” e tante altre cose. Il suo tweet, rimosso alcuni giorni dopo la pubblicazione (che, memore degli insegnamenti del direttore Tomacelli, ho screenshottato) diceva: “Sarebbe un grande atto di solidarietà se quei famosi nomi del vino italiano che hanno comprato vigneti dopo l’annessione russa della Crimea o che fanno consulenze alla cantina di Putin annunciassero di ritirarsi”.

Dopo quanto abbiamo visto, credo di poter dire che in merito al riferimento di tale tweet ai “nomi famosi del vino italiano che fanno consulenze alla cantina di Putin” non ci possano essere molti dubbi. Tuttavia all’invito di alcuni colleghi a fare i nomi (tra questi Walter Speller, collaboratore di Jancisrobinson.com), Felicity Carter ha preferito non rispondere oppure (se ho ben capito) prima ha risposto per poi cancellare la risposta. Non so come si dica in inglese “tirare il sasso e nascondere la mano”.

Un aneddotto gustoso
Lasciando per un momento da parte la presunta cantina di Putin, vale la pena segnalare che Felicity Carter ha fatto conoscenza diretta della Crimea in un viaggio del 2016, ospite proprio di alcune cantine della zona. Ne scrisse un pezzo interessante [12], senza fare molti riferimenti alle vicende politiche e militari del luogo, se non per una breve frase in chiusura di articolo (“Come risultato dell’azione militare e politica, il vino in questa parte del mondo è stato stravolto, da Kiev a Mosca” tutto qui), ma raccontando un divertente aneddoto che ha per protagonisti Putin e Silvio Berlusconi.

Durante la sua visita in Crimea, Felicity Carter ha avuto infatti la fortuna di visitare Massandra, un tempio del vino realizzato dal celebre Principe Golitsyn.
Per usare le parole di Carter:

“ Golitsyn è la figura più significativa della storia del vino russo. Ha studiato enologia in Francia, ha creato gli impianti di spumantizzazione di Abrau-Durso (e qua torniamo a Titov, ndr), ha fondato una scuola di enologia e anche Novyi Svit, un famoso produttore di spumanti, sulla costa meridionale della Crimea. Massandra, fondata nel 1894 nella zona di Yalta per rifornire il vicino palazzo dello zar Nicola II, è la cantina più famosa della Crimea.
[…]
La collezione del principe Golitsyn è il museo Hermitage dei vini fortificati, con diverse bottiglie di Jerez de la Frontera del 1775. Quelle bottiglie sono riuscite a sopravvivere alla rivoluzione russa e a due guerre mondiali, ma non sono riuscite a superare Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, che hanno fatto questo stesso tour a settembre (2015 ndr). Berlusconi ha chiesto di berne una, e la nuova direttrice filorussa di Masssandra, Yanina Pavlenko, è accusata di aver rimosso una bottiglia, del valore di 90.000 dollari, per lui”.

In conclusione
Qua occorre fare uno sforzo di chiarezza, prima di chiudere.
Abbiamo il capo di un regime che ha di recente aggredito (nuovamente) uno stato sovrano con il proprio esercito e che pare abbia sviluppato nel tempo una curiosa passione per il vino. A supportarlo in questa passione ci sarebbero alcuni di coloro che compongono la sua cerchia di cosiddetti oligarchi, ma a quanto pare sono soprattutto gli amici, quelli di cui Putin si fida. Abbiamo la ricostruzione di Navalny riguardo alle proprietà di Putin e del suo entourage, realizzate – secondo tali ricostruzioni – con i soldi di ruberie e corruzione (una ricostruzione che è quella di un fiero oppositore di questo autocrate, ma certo pare essere piuttosto documentata – nota a margine: oggi Navalny si trova in un carcere russo). Abbiamo un professionista del vino, stimato a livello mondiale, che ha il pieno diritto di prestare il proprio lavoro a chiunque ritenga opportuno e che viene presentato in un pezzo del più importante quotidiano italiano come “l’enologo che fa il vino per Putin”. E infine abbiamo il tweet di un’importante giornalista internazionale del vino.
Nel considerare tutto questo si tenga presente che formalmente Putin non risulta avere partecipazioni nella cantina Usadba Divnomorskoye.

Rimarrebbe da capire – e può essere la domanda con cui chiudere questo pezzo – se quella consulenza raccontata dal pezzo del Corriere.it (aggiornato ad ottobre 2020) sia ancora in essere o meno. E se lo fosse, verrebbe da riproporre la domanda di Felicity Carter (se sia opportuno mantenerla in essere).

Ah, i vini!In realtà per concludere davvero, rimane una cosa da fare: farci un’idea dei vini della famosa (o famigerata) cantina UD. Su winesearcher ho trovato una scheda dedicata allo Chardonnay ivi prodotto. L’annata 2017 ha un punteggio medio di 87/100 e viene stimata ad un prezzo di 29 euro.

Senza dubbio c’è margine per migliorare.

[Foto cover: WineNews]

[1] https://www.umbria24.it/
[2] https://www.iltempo.it/
[3] https://www.lastampa.it/
[4] https://tribunatreviso.gelocal.it/ e valga come nota che in questo pezzo dell’8 febbraio scorso Iacoboni affermava: “la distribuzione internazionale – dei vini di Usadba Divnomorskoye ndr – è curata appunto da Cotarella” facendo quindi intendere che almeno fino a febbraio di quest’anno fosse in essere un rapporto tra Cotarella e la cantina.
[5] https://www.corriere.it/
[6] https://www.rferl.org/
[7] https://www.spectator.co.uk/
[8] https://meduza.io/
[9] https://www.emis.com
[10] https://www.wine-business-international.com/
[11] https://www.theguardian.com
[12] https://www.felicitycarter.com.au/
* Vale la pena segnalare che al 21 maggio 2019 una serata organizzata dalla delegazione AIS di Milano veniva presentata così: “L’azienda Usadba Divnomorskoe si trova in Russia, costa del Mar Nero, regione di Krasnodar, villaggio di Divnomorskoe, periferia della città di Gelendzhik. Una bellissima storia (!!! ndr) che intreccia Italia e Russia grazie alla collaborazione tra il capo agronomo Walter Biasi e l’enologo Matteo Coletti, aggiunta alla competenza del capo enologo Oleg Nichvidyuk. Il tutto sotto la supervisione di Riccardo Cotarella”.

Assaggi di Bordeaux 2021 en primeur, primo vero banco di prova per i “new classics”

Come ogni anno, grande occasione di assaggio a Villa Ca’ Vendri (Verona) con un’ampia selezione di Bordeaux en primeur fatti arrivare appositamente da Les Grands Chais de France della Famille Helfrich, uno dei negociant bordolesi più importanti.

La 2021 dei rossi a Bordeaux è stata un’annata tosta e complicata, completamente diversa dal bel biennio di confortanti certezze e rotondità che l’ha preceduta. Coi suoi toni freddi e di minore maturità delle uve (in diversi chateau si è dovuto ricorrere alla chaptalisation per ottenere l’alcol sufficiente a bilanciare i tannini), è stata perfetta per mettere in evidenza l’assestamento di una nuova classicità a Bordeaux: meno merlot al di fuori delle zone super vocate della riva destra e ricerca di vini più scattanti e freschi, esatto contrario delle fruit bomb che il mercato pareva richiedere fino ad oggi.

Ma se gli accorgimenti degli ultimi anni – botti più grandi, meno legno nuovo, anfore, meno rimontaggi, fermentazioni a freddo, estrazioni meno importanti – si sono rivelati molto utili in annate calde, va detto che si sono dimostrati molto meno adatti per gestire annate fredde e piovose come la 2021, dando spazio in molti casi a vini dai toni verdi molto accentuati, centro bocca evanescenti oppure intensi ma dal finali amaro e secco, acidità scomposte e frutto eccessivamente sottile.

Breve riepilogo delle annate precedenti: 2016 freschezza, 2017 croccantezza, 2018 e 2020 sostanza e concentrazione, 2019 eleganza maxima (a riassaggiarla oggi, davvero incantevole).

A titolo generale, molto difficile dire se la 2021 sia annata da merlot o da cabernet ma di certo sulla riva destra i migliori chateau spesso hanno aumentato la percentuale di cabernet franc e sulla riva sinistra l’uso del merlot si è ulteriormente ridotto. Ciò non significa che non ci siano grandi Pomerol o Saint Emilion, anzi, ma di certo non si possono trarre regole generali: è stata un’annata decisamente selettiva e prima di orientarvi e cominciare a comprare sarebbe meglio effettuare qualche assaggio preventivo. A noi è piaciuta ma di certo non è niente di simile a quello che potrebbe esservi piaciuto negli ultimi anni, dalla 2015 ad oggi: piuttosto, immaginate una 2014 con più consapevolezza ed esperienza.

Guardando al mercato italiano, Bordeaux come modello e come vini mostra una certa stanchezza comunicativa e scarso appeal sui consumatori che oggi stravedono per altre regioni (Borgogna e Champagne). Eppure di affari e vini interessanti dai prezzi intriganti ce ne sono eccome, con garanzia di longevità spesso maggiore rispetto alle altre zone.

Ecco quindi i primi assaggi 2021.

Haut Medoc AOC
CHATEAU DE LAMARQUE ricco fitto e denso, more e polpa di ribes, sorso contrastato. 88/90
CHATEAU DU CARTILLON pepe e verbena, fitto ed ematico, china e zenzero, sorso dal bel ritmo ma chiude amaro. 87-89
CHATEAU LESTAGE SIMON arancia rossa lamponi e pepe nero, sottile ematico, tannino imperante. 88-90
CHATEAU CANTEMERLE visciola pepata, liquirizia e more, sorso agile e fresco, in crescendo. 93-95
CHATEAU LA LAGUNE ribes nero e rosso, cassis, mela verde e bocca arcigna. 90-92
CHATEAU LA TOUR CARNET legno bello ampio, sorso animato e carnoso, un poco asciutto. 87-89
CHATEAU SOCIANDO MALLET arioso saporito sottobosco e campo di fiori, narciso e ribes, finale e sorso che animano e lasciando sedotti. 93-95

Bordeaux Superieur
CHATEAU CROIX MOUTON fitto e elegante ribes e pepe, sottile delicato. 87
CASTILLON – COTES DE BORDEAUX CHATEAU JOANIN BECOT
FRONSAC CLOS DU ROY legnoso e pepato, tannino fitto ed elegante. 90
CLOS FLORIDENE pepe nero e lamponi , grafite e cedro, lunghezza stilosa contratta. 88

Margaux AOX
CHATEAU CANTENAC BROWN viola incenso ricco e profondo, verbena, ampiezza e ritmo, lieve alcol poi lunghezza visciole e pepe. 95-97
CHATEAU D’ISSAN visciole pepe resine e legno di cedro, sorso di rocciosità , balsamico di rose e pepe nero, bellissimo. 93-95
CHATEAU DAUZAC polveroso lavanda mirto, pepe nero, more , tannino con contrasto amarognolo. 90-92
CHATEAU DU TERTRE arioso speziato ginger menta Piperita arancio rosso, ricco e intenso con freschezza dell’annata ben centrata. 91-93
CHATEAU KIRWAN verbena liquirizia lamponi in confettura, sorso nervoso, pulsante e visciola , centro bocca lieve ma finale di bella presenza. 90-92
CHATEAU LASCOMBES polvere da sparo, lavanda, rosa canina, fragole in confettura , profondità tannica ambiziosa. 92-94
CHATEAU MARQUIS DE TERME foto e scuro, ribes nero e visciola , china e cola, sorso asciutto e lieve , sottile. 90-92
CHATEAU PRIEURE LICHINE lamponi e bergamotto, arancio rosso d mandarino, tannino stupendo sfaccettato ed elegante. 94-96
CHATEAU RAUZAN GASSIES viola, lamponi rossi more di gelso, polpa in bocca sontuosa, finale e centro bocca splendido. 93-95
CHATEAU SIRAN viole e ribes rosso, anice e bergamotto, sorso agile e preciso senza svolazzi. 88-90

Moulis AOC
CHATEAU CHASSE SPLEEN carnoso fragole pepe e cumino, ritmo tannico azzeccato e trascinante. 91-93
CHATEAU MAUCAILLOU ribes nero e rosso, cumino e salvia, tannino deciso con dolcezza finale bella. 89-91
CHATEAU POUJEAUX roccioso e rigido all’ingresso con floreale che emette bel sorso che si distende dolce semplice. 90-92
CHATEAU MAUVESIN BARTON viola lamponi e rose, sorso di buona dinamica e grinta gessosa. 90-92

Pauillac AOC
CHATEAU CROIZET BAGES balsamico timo mentuccia, segatura, sorso ampio fine bella la lunghezza e il tannino lieve. 91-93
CHATEAU GRAND PUY DUCASSE visciola, gelso, more di rovo, tannino estratto in maniera importante, scontroso per ora ma in prospettiva potrebbe essere interessante. 90-92

Pessac Leognan AOC
CHATEAU CARBONNIEUX pepe nero rafano e sapidità, teso e sottile ma bel frutto. 91-93
CHATEAU COUHINS tabacco legno di cedro e mirtillo, sorso squillante. 90-92
CHATEAU DE FIEUZAL intrigante pepe e menta tannino contratto ma bella dolcezza. 92-94
CHATEAU LARRIVET BRION ribes nero e amarene, erbaceo ma bella polpa, nervoso. 87 -89
CHATEAU LATOUR MARTILLAC ricco e sfaccettato densità e ricchezza, tannino bello e ricco. 91-93
CHATEAU MALARTIC LAGRAVIERE ampio balsamico e aromatico, fittezza gustosa. 90-92
CHATEAU OLIVIER delicato e preciso frutto nero, spezia e curcuma, tannino roccioso. 90-92
CHATEAU PAPE CLEMENT ampio succoso muscolare e flessuoso, tannino deciso classicheggiante ma molto più verde del solito. 90-92
DOMAINE DE CHEVALIER lavanda pepe mirto e alloro, comparto tannico di croccantezza superiore e una dinamicità flessuosa che incanta. 95-97
CHATEAU CANTELYS legno e ribes nero, lamponi e senape, ricco e deciso, un po’ scontroso. 86-88
CHATEAU BROWN ribes nero, lamponi e sorso di polpa bella. 90-92

Pomerol AOC
CHATEAU BEAUREGARD incenso pepe rosa, sorso ritmato piacevole dolcezza. 92-94
CHATEAU LA POINTE visciola grafite tabacco e menta, sorso arcigno. 87-89
CLOS BEAUREGARD ampio sottobosco lavanda e solarità inconsueta, sorso di frutto mela e canditi, tannino saporito. 90-92
LA PATACHE mora e pepe rosa, menta cumino, sottile e sapido, ritmo sicuro ben orchestrato. 91-93
CHATEAU SERGANT rose e floreale di campo, sottile , delicato ma profondo , olive e more di rovo. 92-94

Saint Emilion AOC
CHATEAU BELLEFONT BELCIER resina ambra e pepe rosa, tabacco ed elicriso , bella falcata tannica. 90-92
BEAU SEJOUR BECOT arancio e bergamotto, iris e muschio bianco, saporito e ricco ma anche dinamica fresca. 95-97
CHATEAU CADET BON semplice ma efficace, polpa rossa viòle e alloro, bocca agile. 88-90
CHATEAU CANON fragole e arancio, floreale d mela rossa, sorso di polpa e spinta buone. 88-90
CHATEAU CLOS FOURTET salino e fruttato, incenso, more , lamponi maturi, grandiosa la definizione tannino e la fittezza, esile ma splendida espressione di territorio e bravura. 96-98
CHATEAU FLEUR CARDINALE viola incenso oliva e lamponi, sandalo, sorso progressivo e intrigante. 91-93
CHATEAU FOMBRAUGE fitto senape e amarene, lieve vulcanizzazione, sorso incalzante e profondo. 90-92
Chateau La Gaffelliere viola incenso pepe e noci, sontuoso passo al sorso con ginepro e cumino, bel tannino. 91-93
CHATEAU LA DOMINIQUE ampio rosso luminoso e floreale, aloe e ambra, sorso di energia e finezza , finale dolce e ritmato. 91-93
CHATEAU LAROQUE intenso piccante e speziato, sorso lieve e piccante , bel finale. 88-90
CHATEAU MANGOT l lamponi e visciole, pepe e resine, sorso di bella impronta ricca. 89-91
CHATEAU TOUR CHRISTOPHE more mirtillo e pepe nero, piccantezza e ritmo, bella salinità. 90-92
CHATEAU VILLEMAURINE lamponi e arancio, viole e pepe, sorso chiudo ma con prospettiva. 90-92
CHATEAU BRISSON more e caramello, peperone e sottigliezz, chiude tanto il sorso. 86-88
CHATEAU CANTIN bello floreale saporito e mentolato, sorso roccioso, finale di stampo classico. 88-90

Saint Estephe AOC
CHATEAU COS LABORY fitto e cupo, balsamico e nocciolato, sorso esplosivo ma gestito benissimo. 93-95
CHATEAU MEYNEY visciola legno di cedro, cumino e pepe nero, sapone di Marsiglia, sorso di bel ritmo acidità. 90-92
CHATEAU PHELAN SEGUR ampio ma freschezza importante, visciole incenso, lamponi croccanti, lunghezza e dinamicità, bocca sontuosa con vegetale balsamico da manuale. 95-97

Saint Julien AOC
CHATEAU BRANAIRE DUCRU ampio e floreale, caramello e pepe nero, sorso di bella rocciosità asciutta. 90-92
CHATEAU GLORIA verbena e mirto, legno e sottobosco, sorso contratto. 87-89
CHATEAU PIERRE legno e tabacco, visciola ed elicriso, centro bocca leggero ma tannino di buona eleganza. 88-90
CLOS DU MARQUIS polpa di mirtillo e more, spezia e fittezza, grande potenza ma anche eleganza nel bel sorso. 92-94
LA PETITE MARQUISE fine rosso sapido e succoso, bella bevibilità e semplicità ma azzeccato il ritmo. 88-90
CHATEAU LAGRANGE fitto pepato more di rovo e senape, sorso arcigno. 88-90

Uno, nessuno e centomila (Les Nourrissons 2018, Bernardeau)

Les Nourisson 2018, Bernardeau: è la quarta bottiglia di questo vino che bevo ma, a differenza delle altre occasioni, ho avuto più tempo da dedicargli seguendo l’evoluzione per due giorni. Se nelle esperienze passate l’ho bollato in maniera superficiale e sbrigativa con un semplice “buono ma troppo giovane”, oggi mi viene da scrivere tutt’altro.

Va detto che la prima bottiglia, ormai un anno fa, aveva accanto quel mostriciattolo del Les Noel De Montbenault di Richard Leroy accanto, ma analizzando il vino senza il peso del confronto e con il giusto tempo di ascolto dimostra grande purezza ed equilibrio, non ha sbavature, cresce e si distende nel bicchiere con una progressione continua, è stimolante e ha un ottima persistenza. Se prima era un “buono ma giovane”, oggi è uno “stappate e bevete”.

Questo mi fa rendere conto di quanto sia difficile parlare di vino e avere un confronto con altri appassionati su bottiglie bevute in momenti e situazioni diverse. Se a volte penso che frutti, fiori e spezie siano un limite nella comunicazione del vino, allo stesso tempo il “non stappare il Barolo 2017 di Anco Marzio perché l’ho bevuto due settimane fa ed era chiuso a riccio” dà un contributo alla causa vino ancora più insignificante.

Le variabili in gioco sono troppe, beviamo esperienze non bottiglie, cerchiamo sogni non certezze e forse ci vorrebbero più leggerezza e spensieratezza. Leggo, seguo, osservo, ed è pieno di assolutismi, dogmi, tentativi di creare gerarchie che non hanno senso di esistere. Quando mi dicono “l’esperto sei tu”, se a farlo è gente non interessata al vino lo accetto, ma quando è un appassionato a dirlo mi fa uno strano effetto.

Allo stesso modo, quando l’esperto di turno mi dice “i vini di Comtè Ramonetzk Roulotte da giovani sono grassi e legnosi” mi domando: “il mio interlocutore quanti Comté Ramonetzk Roulotte ha bevuto? Quanti e quali cru? Quante annate? Quali annate? Che rapporti ha con i bianchi di Borgogna? Quanta sensibilità ha per i profumi derivanti dal legno? Quanti e quali bianchi di Borgogna beve? Ma soprattutto, c’è una verità in quello che dice? È cambiato il modo di produrre vino in casa Comté Ramonetzk Roulotte? Se sì, da quando? Il mio interlocutore ne è a conoscenza o e fermo alle sue convinzioni senza aver approfondito?

Capita, è capitato e capiterà anche a me di spararle grosse, di fare il professorino (qualcuno si diverte a chiamarmi così), ma i buoni propositi ci sono: il ritorno alla semplicità, al rispetto delle opinioni degli altri anche se vengono espresse da persone con meno esperienza, perché saper ascoltare fa crescere, aiuta a capire, ma solo se chi parla è puro, libero dagli stereotipi che ingabbiano la mente.

Beviamo per stare bene, per essere felici, per condividere, anche se più di qualcuno questo l’ha dimenticato.

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