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Che figata la Piquette | Breve storia del vinello francese e intervista a Todd Cavallo di Wild Arc Farm

Gennaio ormai da anni si va affermando come il mese di pausa detox dopo i bagordi delle feste natalizie, tanto che ormai si parla di Dry January in tutto il mondo occidentale e secondo i dati più recenti questa pausa detox sta conquistando e orientando la X Generation verso un consumo sempre più consapevole, e non solo nel primo mese dell’anno. [1]

Quali potrebbero quindi essere le nuove tipologie e i trend di consumo del vino nei prossimi anni, proprio in virtù dei tanti temi di attualità messi sul tavolo? Mi è venuta voglia di approfondire uno dei topic più caldi e cioè i vini a basso o nullo contenuto alcolico.

In Italia, vini a basso contenuto alcolico, o meglio bevande – perché legalmente molte di queste non possiamo chiamarle vino – sono sempre esistite. Quali sono quindi le varie tipologie e quali le tecniche di produzione di queste bevande? Come sono state presenti nell’immaginario e nella cultura rurale, contadina e agronomica nei secoli?

Per rispondere a queste domande ho iniziato una ricerca che mi ha spinto oltre e altrove, con ampi margini di aggiornamento. Ma partiamo dalla storia.

I Romani chiamavano Lora un vinello ricavato dai raspi già pigiati sui quali era fatta passare abbondante acqua. Un secondo vino in pratica. I procedimenti per la fabbricazione di tale vinello potevano essere vari e sono descritti esaustivamente da Plinio (Nat. Hist., XIV, 86) e da Columella (XII, 40). [2]

Spostandoci nel tempo in maniera repentina, arriviamo nel mondo contadino medievale francese nato in seguito alla rivoluzione feudale, dove si afferma, per questa stessa tipologia di bevanda, un nome ben diverso, che ne afferma e sancisce la definitiva cattiva fama (almeno finora): la Piquette.  Oggi in Francia Piquette è praticamente sinonimo di cattivo vino, di vinello detto in senso assolutamente spregiativo.

Piquette deriva il suo nome da piquer che significa pungere, pizzicare, proprio per le sue caratteristiche di bevanda rifermentata e quindi frizzantina. Ne conosciamo perfettamente la ricetta perché ce la tramanda in un testo di straordinario interesse scientifico e culturale, datato 1786, il botanico e agronomo francese Jean-Baptiste François Rozier.

Rozier è stato un pioniere delle scienze botaniche in Francia e ha redatto un testo fondamentale per lo sviluppo delle scienze agrarie nel mondo, un testo monumentale che descrive minuziosamente tutto lo scibile umano catalogato fino a quel momento, in ambito agricolo e contadino: il Cours complet d’agriculture… ou Dictionnaire universel d’agriculture, par une société d’agriculteurs (dodici volumi di cui nove di sua mano, 1781-1800).

In questo straordinario libro, Rozier ci descrive in maniera chiara e definitiva cosa è la Piquette: “PIQUETTE o PETIT VIN, o REVIN, o BUVANDE. Espressioni usate nelle diverse Province per designare una sorta di bevanda, fatta con acqua gettata sulla vinaccia dell’uva, e che con essa fermenta per qualche tempo.”

E ci descrive minuziosamente la tecnica produttiva:

Dopo che la vendemmia fermentata ha consegnato, sul torchio, la quantità di vino che contiene, i servi prendono la vinaccia, la sbriciolano, la ributtano nel tino e aggiungono una quantità d’acqua proporzionata a quella della vinaccia. Vale a dire che se il vino di una cuvée ha riempito dai quindici ai venti barili, la vinaccia può fornire due o tre vini piccoli. Quando la vinaccia, presa ad esempio, viene posta nella vasca e ben sbriciolata, viene irrorata il primo giorno con circa cento litri d’acqua, si instaura una piccola fermentazione. Il giorno successivo, aggiungiamo la stessa quantità di acqua e così per diversi giorni di seguito, finalmente, fino ad avere approssimativamente la quantità di vino piccolo che desideriamo. Se dal primo giorno si mettesse tutta la quantità d’acqua, non ci sarebbe fermentazione vinosa, (consultare questa parola) passerebbe subito a putrida, poiché il resto del principio spiritoso e mucillaginoso verrebbe annegato in una massa troppo grande di veicolo acquoso. È quindi necessario che l’acqua si impregni gradualmente dei principi capaci di fermentazione vinosa.

Alla fine, Rozier fa una meravigliosa esortazione che ci fa comprendere in pieno tutto il valore popolare di questa antica bevanda: “Proprietari, ricordatevi che i vostri lavoratori sono uomini, che portano per voi il peso della giornata; sono già abbastanza infelici, da essere costretti a lavorare per vivere con uno stipendio mai proporzionato alle loro fatiche; ricordatevi che la piquette sarà la loro unica bevanda durante tutto l’anno, e che l’uomo che non si nutre lavora male; non pressare così rigorosamente il tuo raccolto, dagli almeno il prodotto dell’ultima potatura, oppure ricorri al metodo che ti ho indicato; la spesa è così modesta che non bisogna avere anima per rifiutarla.”[3]

La Piquette ovviamente ha vissuto più bassi che alti nella sua storia ma in questo momento storico di particolare attenzione alla salute, al riciclo e alla sostenibilità, la Piquette potrebbe compiere la sua vendetta sul mondo enologico e affermarsi come una tipologia straordinariamente attuale.

Oltre alla sua bassa alcolicità, alla piacevole e succosa freschezza, la sua bella acidità e la piacevole piccantezza bollicinica, che si porta dietro già nel nome, ne fanno una bevanda super versatile e molto appagante. Un drink di facilissima beva adatta per molti e variegati momenti della giornata e della gastronomia, ma soprattutto uno straordinario racconto di sostenibilità nel suo essere bevanda nata dal riutilizzo di vinacce. Tutti questi fattori ne fanno un prodotto assolutamente vincente. Esiste un solo problema: in Europa non si può produrre.

Per le rigide leggi anti-sofisticazione o adulterazione del vino, questo prodotto rientra nel novero delle frodi alimentari ed è quindi proibito, o quantomeno non si può chiamare vino. Fuori dall’Unione Europea però cambia tutto, e la Piquette sembra essere diventata negli ultimi anni la next big thing del mondo vino.

Ci si perde facilmente nelle ricerche in lingua inglese sulla Piquette, le referenze e le notizie in merito non mancano. Navigando sempre più a fondo però mi accorgevo che un nome spuntava fuori quasi sempre da queste mie surfate online, quello di un certo Todd Cavallo di Wild Arc Farm nella Hudson Valley, New York.

In quasi ogni pagina, articolo o post consultato in lingua inglese alla fine mi imbattevo, troppo spesso per ignorarlo, nel suo nome, che sempre veniva indicato come quello di un pioniere degli unconventional drink for wine lovers. In particolare ne parlavano sempre come del winemaker che ha reso super popolare questa particolare tipologia di bevanda a base d’uva che sta letteralmente spopolando negli ultimi tempi in tutto il mondo anglosassone: la Piquette, appunto.

Sinceramente avevo letto qualcosa in merito ma troppo poco per farmi una idea precisa di lui e dei suoi esperimenti, e così mosso da sete di curiosità ho scritto via Instagram direttamente a Todd per capire direttamente da lui come il mercato Usa stia reagendo a questa novità. In pochi minuti, tramite scambi rapidissimi è nata qualcosa di più di un semplice scambio di informazioni online. Talmente bello che abbiamo deciso insieme di farne una breve intervista.

Ciao Todd, ci spieghi esattamente che cos’è la Piquette?
Piquette è un “secondo” vino ottenuto reidratando e rifermentando con semplice acqua il mosto pigiato, per estrarre tutto il possibile dall’uva stessa.

Da dove nasce l’idea di riprodurre questa tipologia? Cosa significa fare questo vino oggi per la tua idea aziendale e filosofica di vino?
Un amico ha condiviso con noi un libro sulla storia del vino in Europa, “The Red & the White: A History of Wine in France and Italy in the Nineteenth Century”, scritto da Leo Loubere [4],  e abbiamo deciso di provare a imbottigliare la piquette piuttosto che distillarla in grappa come avevamo fatto nella nostra prima annata. Ricavarlo da tutti i nostri vini ci permette di ottenere di più da ogni ettaro che coltiviamo o da ogni tonnellata di uva che acquistiamo, mantenendo bassi i prezzi di tutti i nostri prodotti senza ulteriori input agricoli.

Parlaci del metodo di produzione.
Pressiamo delicatamente per rendere migliori i nostri vini base e per lasciare più zucchero nel mosto per la seconda estrazione. Quindi aggiungiamo lentamente acqua per alcuni giorni e mettiamo la massa a bagno una settimana circa prima di pressare di nuovo. Alla piquette riaggiungiamo poi il vino pressato vero e proprio per fortificarlo, e lo lasciamo invecchiare 4-6 mesi prima di imbottigliarlo con il tirage (usiamo miele millefiori locale) per farlo rifermentare in bottiglia. Non facciamo degorgement, quindi vendiamo tutte le picchette “col fondo”.

Molti affermano che si tratta di un tipo di bevanda proibita e non a norma di legge. La Piquette si può produrre oggi in Europa o no?
Da quello che sappiamo, non è ancora legale produrre Piquette per la vendita nell’UE, anche se molti la producono solo per il consumo personale o per l’esportazione.

Qual è ad oggi la risposta del mercato e dei consumatori?
La risposta del mercato è stata enorme e non riusciamo a produrne abbastanza per tenere il passo con la domanda. Il trend si sta espandendo in maniera esplosiva, visto che ora ci sono oltre 100 produttori di piquette in tutto il mondo, dopo che noi siamo stati i primi a venderlo commercialmente negli Stati Uniti solamente nel 2017.

Quali sono i produttori di Piquette da seguire e assaggiare?
Produttori che noi amiamo e supportiamo sono Kalche Wine Cooperative, Revel Cider e Ibi Wines (che fanno parte della stessa azienda), Mersel Wine e American Wine Project.

Avete altri progetti in cantiere di vini a basso grado alcolico per i prossimi anni?
Ogni anno produciamo sempre più piquette ormai, ma sta diventando un po’ noioso per noi, quindi stiamo iniziando a fare spritz botanici usando la piquette come base. L’anno scorso ne abbiamo prodotto uno chiamato “The Lemon of Pink” che conteneva basilico limone e sommacco, e quest’anno ne stiamo realizzando uno da uve concord e camomilla. Per noi sta diventando un modo divertente ed eccitante per sfruttare l’acidità e i sapori della piquette e potenziarli con altre cose che coltiviamo qui in azienda.

A me sta interessando da morire il mondo della Piquette. La prossima volta magari scriviamo di qualche assaggio ma intanto se qualcuno di voi ne ha provata qualcuna degna di nota i commenti qua sotto sono sempre in modalità ON ovviamente!

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[1] https://winenews.it/it/il-dry-january-e-un-fenomeno-considerato-sempre-piu-cool-ma-solo-dalla-generazione-z_488027/
[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/lora_%28Enciclopedia-Italiana%29/
[3] https://fr.wikisource.org/wiki/Cours_d’agriculture_(Rozier)/PIQUETTE_ou_PETIT_VIN,_ou_REVIN,_ou_BUVANDE
[4] Leo A. Loubère è professore di storia europea moderna alla State University di New York a Buffalo. È autore di “Louis Blanc” (1961), “Socialismo utopistico: la sua storia dal 1800” (1974) e “Radicalismo nella Francia mediterranea” (1974). Ha viaggiato molto e condotto ricerche nelle regioni vinicole ed è lui stesso un enologo dilettante.

[La bellissima foto di Todd Cavallo è di Ashton Worthington pubblicata su Wine Enthusiast. Troppo bella per non essere ripresa!]

Verticale epocale di Clos de Gamot (e che gran cosa il malbec a Cahors)

Perché molti si struggono per il Savagnin (un quasi Gewürztraminer) e snobbano il malbec? Perché nessun interesse per i vini di Cahors? Perché i produttori di Calce sono dei fighi assoluti, speranza per l’umanità, mentre quelli di Cahors non li considera nessuno alle manifestazioni? Cosa ha fatto di male il malbec?

Ora vi confesso un segreto che sanno in pochi: i vini di Cahors, specialmente quelli di Clos de Gamot, sono clamorosi, costano poco (circa 20 € a scaffale, 50 per le vigne centenarie), sono distribuiti in Italia, anche le annate storiche, e invecchiano in modo sublime e sorprendente. Ne ho le prove.

Cahors si trova circa 2 ore a est di Bordeaux, merita la visita anche solo per la bellezza del villaggio storico. Le vigne sono un po’ sparse nell’ampia regione, alternate a pascoli e boschi. Nel mezzo il fiume Lot scorre tracciando le sue ampie anse e crea un microclima mite e favorevole alla viticoltura. Il vitigno è il malbec, localmente chiamato côt, il principe del Sud America, probabilmente partito da qui. I proprietari del Clos de Gamot, la famiglia Jouffreau, hanno conservato gli antichi 20 cloni pre-fillossera (chiamati appunto Jouffreau) per ripropagarli una volta scoperta l’efficacia dell’innesto su piede americano, che pare sia proprio avvenuto all’interno di questa antica tenuta del XVI secolo.

Le vigne di Clos de Gamot si trovano quasi tutte intorno alla casa di famiglia, circondate da un anello montuoso e col fiume Lot che vi scorre all’interno, ad 800 m s.l.m., i suoli sono composti da sabbia (nemica della fillossera), calcare e un po’ di argilla.
Molte piante hanno più di 100 anni, i primi reimpianti su piede americano. Tutte le parcelle vengono vendemmiate e vinificate separatamente in base al loro potenziale qualitativo e al livello di acidità. La cantina è minimale e l’invecchiamento si svolge in botti per lo più grandi.

La degustazione di seguito riportata, 10 annate tra la 2020 e la 1988, ha dimostrato che questi vini hanno un potere di invecchiamento che raramente si incontra: vini di 30 anni che non cedono al tempo, che sembrano avere appena 5-10 anni di coccole in bottiglia. Se fosse un film, sarebbe Benjamin Button: più invecchia e più sembra giovane, godibile e di grande beva.

Ecco la verticale, a dire il vero abbastanza epocale.

1.Clos de Gamot 2020
Estate calda, ma non troppo secca, ha piovuto a fine stagione. Color porpora quasi impenetrabile. Profumi davvero intensi e buona complessità: frutta a bacca nera, prugne mature, liquirizia, foglie di tè. Nessuna percezione di quella vinosità a volte tipica del Malbec giovane. Al palato ritornano gli stessi aromi percepiti al naso: mirtilli e prugne, davvero goloso, ma senza perdere di autorevolezza. I tannini sono fitti, giovani, ma maturi, non asciuganti e in parte ben celati dietro la struttura. È appena nato, non sarà un vino di impalpabile eleganza, ma sarà sicuramente longevo e meritevole di attenzioni. 88

2. Clos de Gamot 2019
Annata fresca, molto tradizionale, simile alla 1988. Servito a temperatura inferiore agli altri. Color porpora scuro. Ci vuole tempo per aprirsi a causa della temperatura, ma poi arriva un fiume di eleganza floreale: violette, iris e lillà. In seguito, lo spettro olfattivo si fa più complesso con profumi di fragole mature, lamponi ed erba appena tagliata. Il gusto è davvero interessante: il tannino è perfettamente maturo ed integrato nel corpo del vino, la freschezza bilancia il sorso magistralmente, la bocca rimane pulita e piacevolmente appagata. La persistenza è notevole. 93

3. Clos de Gamot 2018
Estate calda simile alla 1989, con punte arrivate fino a 40.5°C. Rubino che mostra ancora un po’ di giovinezza attraverso alcuni riflessi porpora. Al naso profuma di Oriente: ambra dolce, incenso, cipria, talco e tanti fiori viola, un po’ di mentuccia; i profumi sono molto intensi ma non variegati come nei precedenti millesimi. In bocca è più morbido, piacevole, meno spigoloso, il tempo in bottiglia e probabilmente il caldo dell’annata lo hanno ingentilito. Il tannino è presente, non disturba. L’alcol, seppur alto, circa 14,5% vol., è ben tenuto a bada da una struttura imponente, ma dotata di una sua classe. 90

4. Clos de Gamot 2015
Annata perfetta, come la 2005 e la 1995. Color rubino pieno e media trasparenza (gli antociani hanno lavorato diversamente in queste annate più fresche). Inediti e contrastanti profumi per questo millesimo: caramelline alle fragole e lamponi, succosissime, scorza di arancia rossa, rose rosse, mirto, cranberry, muschio. I profumi continueranno ad evolvere, ma a conservare piacevoli note di gioventù per tutto il periodo nel bicchiere, o meglio, per tutto il tempo delle 2 bicchierate abbastanza alte…
Al gusto è completo, parte apparentemente leggero, inganna, è un gigante implacabile con acidità sublime e gustosa, sapore infinito. Il commento di Monsieur Jouffreau è stato:” Dopo una vendemmia così gloriosa, è stato tutto un casino”. 95

5. Clos de Gamot 2011
Annata calda, molte somiglianze con la 2020. Nel bicchiere si presenta rubino scuro, fitto. Meno intenso, buona complessità: mirtilli appena colti, scorze di arance e limoni, tè nero, pepe bianco e gradevolissima ortica. In bocca le parti sono in armonia e ben bilanciate, ritorna la piacevole e rinfrescante nota erbacea di ortica ben calibrata da una vellutata avvolgenza tattile. Pecca un pochino di persistenza. 88

6. Clos de Gamot 2008
Annata fresca. Rubino scuro, diventa trasparente a bordo bicchiere. Di nuovo sono i mirtilli a dominare il ventaglio olfattivo di questa annata insieme ad una nota dolce di marzapane. Dalla 2008 si intuiscono finalmente anche un po’ di profumi terziari: cortecce, erbe occitane, china, cioccolatini alla menta. Il tempo ha domato i tannini di questo Malbec, rendendo l’acidità la vera spina dorsale di questo vino che risulta quindi più bevibile, quasi una droga, e bisognoso di cibo accanto. Finale lungo e pulitissimo. 89

7. Clos de Gamot 2000 Cuvée des Vignes Centenaires
Basse rese per questa vecchia vigna. Rubino di media trasparenza. Stupisce per l’intensità dei profumi: è un mix di piccoli frutti rossi stramaturi, arance, cioccolato amaro, bosco e humus, pietra bagnata, noce moscata e una leggera nota ematica. In bocca, se proprio vogliamo trovargli un difetto, l’alcol è un po’ fuori dai ranghi, il tannino invece è ben eseguito, non del tutto polimerizzato e chiude con una fantastica freschezza, è come se tutte le altre caratteristiche del vino girassero intorno all’acidità. Finale lunghissimo. 96

8 Clos de Gamot 1998
Questa bottiglia ha un livello di vino più basso rispetto agli altri, anche rispetto ai vini più vecchi, forse il tappo non era in perfette condizioni. Il colore rubino cede e mostra leggeri riflessi granati. Al naso si avvertono note terziarie di fiori appassiti, foglie bagnate, muschio, gibier. Tannino soffice e persistenza media. Vino di transizione. 86

9 Clos del Gamot 1989
Annata calda, simile alla 2018. Media trasparenza, rubino con riflessi granati. Suscita immediata simpatia alla prima olfazione: grande complessità caratterizzata da sigaro, foglie secche, caramelle toffee, mallo di noce, poi si apre, arriva la frutta rossa matura, le foglie si reidratano e compare anche la parte floreale di iris. Vale la pena aspettarlo un po’ di più nel bicchiere. Dopo il primo assaggio, ci si stupisce per la grande pulizia e definizione delle parti: tannini polimerizzati e resi più rotondi, freschezza che si mantiene bene e rende il vino bevibilissimo. Questa bottiglia ha aperto diverse discussioni e ragionamenti sul Malbec. 92

Secondo Monsieur Jouffreau nel vino bisogna trovarci la qualità e sentirci il territorio. È arrabbiato per tutti i birrifici artigianali che compaiono come funghi a Parigi e che vendono le loro bottiglie a prezzi più cari dei suoi vini. Di sicuro in passato Cahors si è un po’ svenduta e adeguata alle mode, ma anche in questo caso i vini non hanno mai perso la loro personalità, e anche le annate partorite nei periodi più bui, hanno dimostrato che il territorio è più forte di qualsiasi scelta stilistica. Ma il mondo oggi non ha pazienza, non legge, non si informa in profondità sui fatti, tutti vogliono sapere, ma senza dar retta alle spiegazioni.

10. Clos de Gamot 1988
Annata fresca simile alla 2019. Tra il rubino e il granato, media intensità. Talmente intenso al naso che i profumi traboccano dal calice e lasciano la loro traccia fino al gomito. Cioccolato, frutta secca, cuoio, pot-pourri. Ma è in bocca che mostra ancora tutta la sua agilità e giovinezza, Benjamin Button appunto: l’aspetto è di un vecchietto, ma dentro è giovane e scanzonato. Si sente ancora tutto il nervosismo dell’acidità, grande motore di questo millesimo, ma chissà che avranno pensato 35 anni fa. Il tannino è ancora presente, non ingombrante, più che asciugare, ripulisce, un coadiuvante della bevibilità. Torna il marchio di fabbrica di Cahors: la succosità finale che richiede del cibo accanto. 96

11. Clos de Gamot Cuvée des Vignes Centenaires 2020
Torniamo ai giorni nostri con un’annata calda interpretata dalle vigne vecchie di 80-100 anni. Colore quasi nero, intensissimo. La parte floreale è quella che si percepisce per prima al naso: iris e glicini, poi mirtilli, tè nero, aria di mare e tè alla menta. In bocca è molto avvolgente, sembra un piacione ma interviene la sferzata di acidità a bilanciare il tutto. Tannino elegantemente eseguito, alcol in guardia, ma sempre ben domato. Ad un secondo assaggio ci si accorge che questo vino è un nettare di eleganza, dal gusto infinito, non c’è bisogno di aggiungere molto altro. 96

Com’è possibile che un vino della sconosciutissima zona di Cahors possa arrivare a certe vette espressive? E pensare che mi ritengo piuttosto severa nei punteggi. Per me è sempre più raro trovare vini davvero longevi, che col passare del tempo acquistano spessore olfattivo pur conservando integrità aromatica. Vini che grazie al lungo affinamento in bottiglia si concentrano con l’unico scopo di soddisfare e stupire chi li beve. Premio i vini che sono buonissimi oggi e che possono migliorare, emozionare in futuro. Se siete alla ricerca di piccoli beni di investimento per il vostro palato che verrà, Cahors e Clos de Gamot sono il posto giusto in cui cercare.

[Foto di Clizia Zuin]

Parliamo di Praepositus e longevità del sylvaner nella Val d’Isarco

La scena è un interno giorno a pranzo da Pierluigi a Roma.
Pierluigi è un ristorante che dice poco ai non romani. Non stellato né con grande hype, è un classico che in quanto classico non finsce mai di dire quel che ha da dire.
L’azione del giorno se la prende tutta il sylvaner mentre la regia è di Werner Waldboth – direttore vendite dell’Abbazia di Novacella – che ha organizzato questo pranzo per indagare versatilità e longevità di questo vitigno. Il menu tutto a base pesce di mare è un curioso ossimoro con questo vitigno alpino che sta prendendo la scena nella Val d’Isarco.

La Val d’Isarco

La Valle è una striscia sottile lunga 80 km, con 440 ettari vitati, che va dalla sorgente del fiume Isarco al Brennero fino alla sua foce nell’Adige a Bolzano. Con ad est le Dolomiti e ad a ovest le Alpi Sarentine, siamo nella zona vitata più a nord d’Italia. Nonostante l’ambiente alpino e le alture, qui sono presenti tratti tipicamente mediterranei che influiscono nella vegetazione e nelle colture, dove infatti predominano il castagno e la vite. Poche precipitazioni e forte insolazione, combinate con le ampie escursioni termiche, ne fanno un territorio bianchista d’elezione, anche perché qui le uve si coltivano tra i 400 e gli 850 metri su terreni di origine morenica, sabbiosi e sassosi, composti da ardesia, gneis e granito.

Bressanone, il cuore della zona, ha subìto fino alla prima guerra mondiale l’influenza dell’Impero Germanico prima e di quello Austro-Ungarico poi, venendone chiaramente plasmata e influenzata nella cultura, nella lingua e ovviamente anche nel vigneto, con la presenza preponderante di vitigni di chiara espressione germanica. Fino ai primi del ‘900 però si coltivavano in valle principalmente varietà a bacca rossa le quali, soffrendo il clima freddo, riuscivano a produrre vini di non particolare interesse. Fu la fillossera che diede l’opportunità di cambiare il vigneto, con consulenti agronomi che arrivarono da Wurzburg e che capirono il potenziale bianchista della Val d’Isarco portando con loro il vitigno principale della Franconia: il sylvaner.

Negli ultimi 30 anni si è passati alla quasi totalità produttiva di vini bianchi che oggi rappresentano l’86% del vigneto. Per quel che riguarda i vitigni presenti in valle, dal 1961 al 2014 la produzione di müller thurgau è salita dal 4% al 19% mentre quella di gewürztraminer dallo 0,2% del 1961 all’odierno 15%. Il kerner, invece, nel 1961 non era ancora coltivato, quando oggi invece costituisce il 17% del vigneto. Mentre il sylvaner oggi rappresenta il 16% del vigneto.

La creazione di un territorio

È noto ormai come il modello cooperativistico altoatesino sia un orologio perfetto e un esempio per tutti. Abbazia di Novacella ne è un ottimo esempio. Qualche anno fa alcuni giovani vignaioli si sono messi a vinificare e imbottigliare, con il risultato non di distruggere la cultura cooperativista e questo modello di business ma di creare un territorio dove prima quasi non c’era. Adesso la Val d’Isarco non è più solo Abbazia di Novacella e Cantina Valle Isarco, i due colossi della valle ai quali tutti conferivano le uve fino a poco fa. Negli ultimi 10 anni sono nate tante piccole realtà di giovani vignaioli che nel 2015 si sono costituiti in una associazione di produttori, la EisacktalWein, che conta oggi 20 soci.

Proprio Werner Waldboth ci racconta contento e non offeso o piccato che è anche grazie a questi nuovi produttori che i vini della Val d’Isarco si stanno facendo conoscere e riconoscere. Una cosa fuori dal comune in un’Italia dove faide, invidie e invettive sono radicate e secolari e l’atomizzazione iper frammentata e individualista è male comune e di conseguenza mezzo gaudio. Qui in Val d’Isarco c’è però qualcosa di profondamente diverso. Non solo non troverete nessun produttore che parla male del suo vicino ma anzi non troverete nessun produttore che non ne parli bene.
Sta tutto qui, forse, il segreto dei vini altoatesini.

Il sylvaner

Il sylvaner  deriva da un incrocio casuale fra il traminer e l’ÖsterreichischWeiß, un vitigno antico simile al veltliner, proveniente dall’area viennese. Fonti certe ci dicono come nel Seicento il sylvaner sia stato importato dall’Austria in Germania, e infatti nel 1659 il suo nome compare per la prima volta in un documento compilato in Franconia, tutt’ora considerata la zona di produzione principale di questo vino.

In Alto Adige il vitigno giunse nel 1880, quando si impiantarono i primi vigneti in Val d’Isarco su raccomandazione di Edmund Mach, allora direttore dell’Istituto sperimentale di San Michele all’Adige. Il sylvaner ha trovato nella Val d’Isarco la sua Mecca, sfruttando la combinazione favolosa creata dai pendii vertiginosi ma soleggiati creati dalla lenta erosione del fiume Isarco, le alture dei vigneti tra i 650 e i 750 metri dei vigneti e la presenza di terreni ricchi di depositi morenici. Produttori e degustatori si sono man mano resi conto del perfect match tra il sylvaner e l’ambiente unico di questa valle, che riesce ad esaltare la spinta dinamica, sapida e vibrante di questi vini di luce e di freschezze mentolate e balsamiche. Ma non molti avevano ben compreso il potenziale di affinamento di questo vino.

La verticale di Alto Adige Valle Isarco Sylvaner Preapositus di Abbazia di Novacella

In assaggio, la selezione aziendale PreapositusAbbazia di Novacella dedica all’allevamento del sylvaner 7,75 ettari: di questi, solo 1,75 sono sono riservati alle uve che daranno origine a questa linea. Tutte le uve scelte per i vini di questa linea provengono da vigneti con una bella esposizione ma soprattutto dalle viti più vecchie che vengono valorizzate con rese bassissime.
Le uve vengono vendemmiate verso la prima metà di ottobre, dopo la fermentazione le uve maturano per circa 10 mesi per il 60% in contenitori di acciaio, per il 30% in botti di acacia da 30 ettolitri e per la restante parte in barrique di rovere francese. Poi ulteriore affinamento di due mesi in bottiglia.

Perlae Insolitus Metodo Classico Extra Brut
L’assaggio è iniziato con uno spumante da sylvaner, il Perlae 2019. 24 mesi sui lieviti con dosaggio minimale di 1,4 g/l, sboccato il 31 ottobre e in commercio da metà dicembre. Uno dei pochissimi metodo classico prodotti da sylvaner in Italia, esperimento che l’azienda ha deciso di mettere in commercio dopo molte prove. Un vino sfizioso, con bell’allungo acido, molto dritto in bocca e sicuramente divertente da provare. Ovviamente deve ancora trovare la sua dimensione, Werner ci parlava infatti di tenerlo forse fino ai 36 mesi sui lieviti nelle prossime annate.

Alto Adige Valle Isarco Sylvaner Stiftsgarten 2019
Un vino prodotto in appena 1.000 bottiglie dalle vigne più vecchie di sylvaner proprio nel giardino sul retro dell’Abbazia, 2.000 mq di vigneto piantato nel 1972. 2/3 del vino fa legno in barrique francesi e il resto acciaio. Il legno si fa sentire tantissimo e rende il sorso carico e pieno, ha bisogno di un bel riposo in bottiglia per diventare grande.

Alto Adige Valle Isarco Sylvaner Preapositus 2021
Qui si viaggia ovviamente su freschezze mentolate decisamente nordiche e affilate, ma lieviti e legno devono ancora prendere la strada maestra della compostezza e dell’equilibrio.

Alto Adige Valle Isarco Sylvaner Preapositus 2016
I richiami mentolati e balsamici iniziano ad integrarsi con uno spettro olfattivo che si riempie di sensazioni iodate delicate ma puntute. Splendida al naso la danza tra salvia e cenere. In bocca iniziano a sentirsi una forza e una energia che all’assaggio lo marcano chiaramente come un vino di luce e di alture.

Alto Adige Valle Isarco Sylvaner Preapositus 2013
When the going gets tough, the tough get going. Qui siamo in quei momenti dove i campioni entrano in campo e chi non è all’altezza resta fuori dai giochi. Questi livelli ti capire che si fa sul serio. Vino veramente top. Mallo, castagno, noci e foglie autunnali e fungine. La 2013 è stata una grande annata in Valle, con vendemmie tardive perfette per maturazione e complessità. Un vino clamoroso anche in bocca, dove entra affilato e chirurgico e si distende elegante e sinuoso come Paolina Bonaparte sul lettino del Canova.

Alto Adige Valle Isarco Sylvaner Preapositus 2006
Qui si è osato, e meno male. Alzi la mano chi credeva che un Sylvaner potesse reggere 16 stagioni che neanche Friends o Don Matteo. Un vino ancora in ascesa, piccante speziato di anice e zenzero, canditi e caramello salato. In bocca è succoso e croccante, con un allungo finale salato e citrino infinito. Un vino con una tale forza progressiva che ancora è tattile e vivo. Sembra attaccarsi al palato e non lasciarti più, con un finale di lemon zest e alloro che lascia la bocca pulita, piena e appagata. Che bomba.

Dal mio personalissimo punto di vista di frequentatore occasionale di questo vitigno la sorpresa è stata enorme.
Il sylvaner si è dimostrato un vitigno bianco da vini capaci di una evoluzione progressiva molto interessante, con fragranza e freschezza quasi intatte, una acidità che accompagna il sorso anche dopo parecchi anni in bottiglia e una dinamica vibrante che lo rende un vino veramente grintoso e brioso.

PS: in batteria c’erano anche un esperimento – orange wine da sylvaner (Hora) abbastanza interessante – e un delizioso moscato rosa con delicate note di the, rose e pinoli bello fresco, acido e sapido.

Lettera a me stesso da giovane | Giovanna Tiezzi e Stefano Borsa di Pacina

Con questa lettera inauguriamo un nuovo filone narrativo, un altro capitolo di Intravino a cui teniamo molto.

La comunicazione – del cibo, del vino e non solo – viaggia veloce e spesso il tempo della riflessione è soggiogato da quello della condivisione rapida e superficiale. Si lancia il sasso nello stagno e si aspetta solo il ritorno di qualche piccola onda, spesso maligna e rude. Qui vogliamo provare a costruire uno spazio di pensiero dal riverbero più lungo di un’onda nello stagno che rapidamente scompare.

Esiste un bellissimo progetto editoriale di una magazine sportivo statunitense al quale mi sono ispirato: Letter to my younger self sul The Players Tribune. La rivista chiede ad atleti famosissimi di tutto il mondo – ormai ritiratisi dalle competizioni – di scrivere una lettera a loro stessi nel momento esatto in cui esordirono nelle rispettive carriere. Per intendersi, gente del calibro di Gigi Buffon, Kobe Bryant, Pete Sampras e tantissimi altri.

Con Lettera a me stesso da giovane ho pensato di fare la stessa cosa però coinvolgendo grandi vignaioli, gente del vino di cui spesso ci appassioniamo e vogliamo sapere più cose possibile, come fossero vere e proprie star. Sono andato alla ricerca del turning point, come lo chiamano in inglese, il momento topico e decisivo nella vita di un essere umano. Il momento degli inizi, il momento degli esordi di una giovane vita che sta anche inconsapevolmente virando verso lidi che solo nel presente poi riusciamo a decifrare. Spesso, non sempre.

Si parla troppo di vino – sentiamo ripetere spesso – ma sempre troppo poco di comunità, di politica, identità e storia. Della storia rurale e sociale del nostro paese. Con Lettera a me stesso da giovane sono andato alla ricerca di pagine non ancora scritte, o scritte solo parzialmente. Iniziamo oggi con due persone che hanno tanto da raccontare: Giovanna Tiezzi e Stefano Borsa di Pacina.

Buona lettura e buon viaggio.

Jacopo Manni

 

Pacina, vendemmia 1987

Cari Giovanna e Stefano,

in questo momento a Pacina si stanno prendendo delle decisioni che segneranno il nostro futuro. Giovanna, sei appena tornata a Pacina dopo la tua vita da ballerina con la compagnia Koteba in Costa d’Avorio e tu Stefano, dopo la laurea in Agraria a Milano e alcune esperienze di lavoro nelle campagne del centro Italia, stai arrivando in Toscana nel Chianti: tra pochi anni vi incontrerete.

Dovete essere pronti a comprendere l’importanza di quello che sta avvenendo. La Fattoria di Pacina, dopo il tempo della mezzadria, va avanti con nuovi sistemi di conduzione che però stanno già segnando il passo ed entrando in una criticità locale e globale. La particolare attenzione verso il mantenimento dell’equilibrio dell’agro-ecosistema nella conduzione dei terreni dell’azienda non basta.

Giovanna, i tuoi genitori – Lucia ed Enzo – hanno capito e sanno che così non si potrà andare avanti. La loro scienza e conoscenza, la loro sensibilità ed il loro umanesimo li fa guardare oltre e gli fa vedere il mondo che non sarà più, e l’incertezza del mondo che verrà. Bisogna fare un passo decisivo: subito e senza compromessi.

Come scrive il babbo Enzo a chi si occuperà manualmente della vendemmia e della vinificazione di questo 1987: “Il vino nella bottiglia oltre ad esser di buona qualità organolettica deve essere di buona qualità alimentare e quindi non contenere alterazioni dovute agli interventi chimici in vigna ed in cantina”.

Enzo e Lucia Tiezzi

Senza indugio e senza compromessi dovete perseguire questa strada!
Voi vivrete, lavorerete e crescerete i vostri figli a Pacina. Respirerete, mangerete e berrete quello che sta intorno a voi e vedrete il mondo che lentamente ma inesorabilmente presenterà delle terribili criticità ambientali e sociali. Non preoccupatevi se vi sembrerà di perdere le occasioni che il mercato vi metterà sotto gli occhi. Ci sarà un momento in cui sarà facile fare affari col vino, però si dovrebbe cambiare decisamente e velocemente direzione: siamo agli inizi degli anno ’90 e per perseguire veloci obiettivi commerciali bisognerebbe piantare altre vigne, alterando il già fragile equilibrio dell’agro-ecosistema ed intervenire in cantina con protocolli di vinificazione per ottenere prodotti alla moda, facili da presentare agli opinion leaders e facili da vendere in un mercato in grande fermento.

Abbiate pazienza, continuate con l’idea che è il momento di unire la storia millenaria di Pacina, le esperienze antiche e quotidiane, frutto dell’osservazione e delle necessità contingenti, con la conoscenza scientifica dei cicli biologici della vita e dei processi microbiologici: I tempi storici e i tempi biologici descritti nei libri di Enzo e Lucia. Senza fretta ma con rigore, e solo in questo modo, riuscirete a comprendere quello che Pacina vi può dare ora e che vi potrà dare ancora anche in futuro, quando i cambiamenti climatici incominceranno a manifestarsi in maniera continuativa. Se permetterete alle vostre colture di essere forti ed indipendenti, queste vi ripagheranno con frutti che veramente rappresenteranno l’unicità del vostro luogo.

In definitiva, perseguite la ricerca della forte identità del vostro prodotto, frutto della capacità della natura di manifestare le caratteristiche che troverete forti ed indipendenti anche, per esempio, nel vostro vino. Nel momento in cui siete, il riscaldamento globale è un argomento che agli occhi dei più sembra uscire dalle farneticazioni di qualche scienziato estremista, oppure essere argomento di una parte politica per fare presa sulle emozioni della gente. È un argomento fastidioso, che sembra frenare e frustare la capacità dell’uomo di poter fare quello che vuole e dove vuole ma ricordatevi: “Non esiste crescita infinita in un mondo finito”. Enzo lo ripete sempre e mamma Lucia continuamente ce lo fa capire con i gesti quotidiani a partire da quello che ogni giorno mette in tavola.

Cara Giovanna, tu sei l’unica che a scuola mangiava la mela invece che la merendina… che tristezza! Ora puoi capire invece che meraviglia di dono hai avuto: un luogo, un’educazione, una visione umanistica della vita sostenuta da una profonda conoscenza scientifica. Il tuo quotidiano, che sembra essere la normalità, è un momento di avanguardia storica. Tra 30/40 anni il mondo sarà già in difficoltà e la mela sana invece della merendina saranno punti chiave ed imprescindibili per vedere un futuro per questo pianeta. Pensa che fortuna e che responsabilità che hai: potete iniziare da subito un percorso di vita e di lavoro che si spera diverrà consuetudine per molti se non per tutti (e forse prima o poi, se ancora in tempo, sarà obbligatorio per tutti). Con Stefano puoi pensare di costruire qualche cosa di solido, di reale che funziona. Storia e tradizione, passione ed affetti, conoscenza ed incoscienza, istinto e razionalità, tante cose che messe insieme fanno la forza vitale per non fermarsi di fronte agli ostacoli, per non farsi venire la voglia di prendere le scorciatoie più facili. Se ci credete fino in fondo verrà il momento in cui la soddisfazione di quello che state facendo sarà forte dentro di voi ma anche riconosciuta intorno a voi.

Incontrerete lungo la strada altri che hanno intrapreso un percorso simile, magari con presupposti differenti, ma che porta nel caso del vino a svincolarsi dall’omologazione della globalizzazione e a dare valore all’unicità dell’origine e quindi a mettere l’ambiente al primo posto. All’inizio sarete in pochi ma nel giro di pochi anni molti altri, soprattutto tanti giovani come siete voi ora, saranno ben coscienti di quello che si deve fare per tentare di garantire un futuro al mondo.

Quindi, quando tra cinque anni deciderete definitivamente che questa sarà la vostra vita e che il nostro futuro dipenderà anche dalle vostre azioni quotidiane, dovrete essere fermi nelle vostre convinzioni ed ottimisti sul futuro. Siamo la prima generazione della nostra famiglia che diventa “contadino” e che vivrà di questo. Abbiate davvero la consapevolezza che tutti i giorni le vostre azioni avranno importanza per voi e per il mondo. Vi sembra un’esagerazione ma ricordatevi la favola del colibrì che poi racconterete ai vostri figli Maria e Carlo e così sarete ancora più forti e convinti e felici di quello che fate.

Nella giungla scoppia un grande incendio. Tutti gli animali scappano verso il grande lago. Il colibrì va al lago e con il piccolo becco prende una goccia d’acqua e torna verso la foresta lasciando cadere la goccia sul fuoco. E così molte volte, avanti ed indietro. Gli animali si fanno gioco di lui e il ghepardo, il re della giungla, gli dice: “Ma cosa credi di fare stupido, mettiti in salvo!”. Il colibrì senza fermarsi gli risponde: “Io faccio la mia parte!”. E così il giaguaro capisce e incomincia a fare come il colibrì e dietro di lui tutti gli altri animali della giungla. Così, in breve tempo, l’incendio verrà spento.

Giovanna e Stefano

[Foto di copertina: Triple A. Le altre foto sono una gentile concessione di Giovanna e Stefano.]

Intrawine #15 | Effetto White Lotus, ingredienti in etichetta, Perù, metaverso e bottiglie riciclate

Bentrovati! Eccoci qua con la prima infornata di notizie del 2023, approfondimenti su vino e dintorni rintracciati in giro per la rete. Intrawine non cambia formula, tanti argomenti attuali per capire come gira il mondo fuori dalla nostra finestra.

In questa puntata di inizio anno tra le altre cose troviamo: effetto White Lotus, etichette e dati nutrizionali, Perù enologico, vino nel metaverso e problemi seri a Bordeaux.

Buona lettura!

Dopo l’effetto Sideways arriverà l’effetto White Lotus?
Quanto uno show televisivo può influenzare i consumi di vino? Sideways è ormai un case study, chi ha visto Paul Giamatti demolire i merlot californiani e tessere le lodi del pinot nero sa bene quanto questa pellicola del 2005 abbia orientato i consumi di vino sul mercato statunitense. Dopo quel film, la produzione di pinot nero aumentò del 170% in California e si iniziò a parlare proprio di “the Sideways effect“. Un caso analogo è quello avvenuto durante la seconda stagione di The White Lotus, ambientata a Taormina e dintorni. Jason Wilson si chiede se questo show possa replicare il trend innescato a suo tempo dal film di Alexander Payne, per quanto riguarda il vino siciliano in questo caso, e parte da lì per approfondire come questo tipo di “pubblicità” abbia un impatto importante su una buona fascia di consumatori, arrivando là dove marketing, strategie aziendali e corsi sul vino faticano a centrare il bersaglio.

Is White Lotus the New Sideways? (Everyday Drinking)

Continuano le proteste a Bordeaux
La situazione dalle parti di Bordeaux sembra essere incandescente negli ultimi mesi. Continuano infatti le proteste e le richieste da parte di migliaia di viticoltori nei confronti del governo francese per ottenere sussidi che compensino l’espianto di migliaia di ettari vitati. Crisi climatica, consumi di vino rosso in calo e forte rallentamento dei vini di zona sul mercato cinese sono le cause di una crisi che vede coinvolti soprattutto piccoli produttori del Medoc. La cifra richiesta è 10.000 euro per ogni ettaro espiantato, per mettere un freno alla sovrapproduzione che esce da questo enorme serbatoio di vino.

Bordeaux stages biggest wine protest in decades after plunging sales in China (Vino Joy)

Ingredienti e valori nutrizionali arrivano sulle etichette di vino
A partire da dicembre di quest’anno, ogni bottiglia importata in Europa dovrà presentare un’etichetta in cui troveranno spazio anche informazioni nutrizionali e ingredienti contenuti in quel vino. Dopo anni in cui si è dibattuto intorno all’opportunità o meno di inserire dettagli di questo tipo sulle bottiglie di vino, finalmente si è arrivati ad una conclusione. Come riporta l’articolo di Esther Mobley sul San Francisco Chronicle, ben presto anche gli Stati Uniti si doteranno di una legislazione similare. Dal momento che anche i consumatori di vino hanno sviluppato negli ultimi anni un’attenzione profonda rispetto a quello che si trova nel bicchiere, la comparsa degli ingredienti in etichetta va incontro proprio a questa esigenza di informazione e trasparenza. L’altro pezzo segnalato riflette sulle motivazioni per cui l’industria del vino sia rimasta al palo su una questione centrale come questa. Anche alla luce della diversa sensibilità che le nuove generazioni mostrano di avere nei confronti di cosa contiene il cibo che mangiano, sarà necessario che produttori ed enti sovranazionali ne tengano conto. L’opportunità per le aziende sarà anche quella di una maggiore trasparenza e di poter confutare tanti luoghi comuni che girano intorno al contenuto di una bottiglia.

Nutrition facts will soon appear on some wine bottles, and they might surprise you (San Francisco Chronicle)

The wine industry needs to move into the 21st century (The Wine Gourd)

E se iniziassimo a riutilizzare le bottiglie vuote?
Abbiamo già segnalato in passato articoli che rilevano quanto poco sostenibile sia l’uso di bottiglie di vetro, dal punto di vista produttivo, logistico e anche dello smaltimento. Le alternative esistono ma ovviamente le resistenze e le difficoltà al cambiamento sono difficili da aggirare. Diventa quindi interessante questa proposta lanciata dal gruppo spagnolo Familia Torres. L’azienda catalana, all’avanguardia nel proprio percorso di sostenibilità, ha proposto di costruire una rete europea di riutilizzo delle bottiglie coinvolgendo in questa operazione cantine, consumatori e aziende del vetro. Josep Maria Ribas, director of climate change della compagnia spagnola, spiega che sono già iniziati i colloqui con le maggior imprese del vetro per capire se esiste la possibilità di studiare un formato standard per le bottiglie di vino usate sul mercato europeo. La realizzazione di questa idea non è priva di ostacoli ma potrebbe essere una svolta importante per affrontare l’insostenibilità dell’industria del vetro.

Familia Torres campaign for a European returnable bottle scheme “in less than 3 years time” (Vitisphere)

Conoscete il vino peruviano?
Avreste mai detto che il Perù è la nazione del Nuovo Mondo con la più antica tradizione vitivinicola? Grazie all’interesse suscitato negli ultimi anni dalla sorprendente scena gastronomica di Lima e dintorni, con conseguente incetta di stelle Michelin, di pari passo è salita anche la curiosità per i vini del paese incastonato fra le Ande. Diverse ragioni hanno portato il vino peruviano ad eclissarsi nel corso dei secoli, fra le altre il pisco, diventata ben presto bevanda nazionale. Ma il vino in Perù si è sempre fatto con risultati altalenanti. Ora le due scuole di pensiero principali sono due: quella francese e quindi i soliti nomi noti – cabernet, sauvignon blanc, chardonnay – quella di maggior interesse che punta su vitigni iberici, con risultati che sembrano di volta in volta sempre più incoraggianti come scrive Tim Atkin in questo approfondimento.

On the trail of Peruvian wine (Tim Atkin MW)

Il metaverso porta il vino nel futuro
Alzi la mano chi negli ultimi mesi non abbia mai sentito parlare di NFT, metaverso e blockchain. Anche solo per sbaglio, vi sarete imbattuti in una di queste parole, incomprensibili per molti, sconosciute per altri ma in ogni caso entrate a gamba tesa nella realtà in cui siamo immersi: in un modo o nell’altro, toccherà farci i conti. Anche il mondo del vino, tradizionalista per definizione, ha iniziato a intrattenere rapporti stretti con i termini sopracitati. Come spiega questo interessante approfondimento di Richard Hemming MW, il metaverso è un’opportunità per il settore vinicolo in modi che forse non sono ancora stati pienamente esplorati. Degustazioni e tour nei vigneti da tenersi collegati in modo virtuale, bottiglie reali che diventano NFT o gamification che coinvolge appassionati e cultori del vino. La nuova forma che assumerà il web nel futuro inizia a mostrare quali potrebbero essere in futuro i modi con cui ci approcciamo al vino. Staremo a vedere.

Wine and the metaverse (Club Oenologique)

Luci e ombre dell’intelligenza artificiale sul mondo del vino
Qui un’altra segnalazione che prova ad immaginare come sarà il mondo del vino nel futuro prossimo. Se prima si è parlato di metaverso ora è il turno dell’Intelligenza Artificiale e cioè quella ChatGPT che sta facendo furore in mezzo mondo. Anche noi su Intravino l’abbiamo messa alla prova sui vini naturali. Il pezzo in questione prova a capire quale potrebbe essere l’impatto di tool come ChatGTP sul mondo del vino, in particolare in tema di marketing vinicolo e descrizione dei vini così come nella ristorazione, nella customer service e nella gestione di inventari e magazzini. Sommeliers e giornalisti potrebbero essere i primi a subire gli effetti di un’intelligenza artificiale evoluta in grado di sostituire il loro lavoro. Il pezzo è interessante e ponderato, con una sorpresa finale che non vi svelo…

ChatGTP and wine: extinction-level event for wine writers and sommeliers? (JaneAnson.com)

Incubi della logistica e aumento dei prezzi
A perfect storm. Così viene definita su Wired la situazione in cui l’industria vinicola si è venuta a trovare nel corso del 2022. Una tempesta perfetta cui hanno contribuito l’invasione russa in Ucraina, l’aumento dei costi energetici e il perdurare del Covid in Cina. Elementi che, a cascata, hanno causato alti costi e difficoltà nel reperire bottiglie, tappi, capsule ed etichette, cioè tutto quel corollario spesso invisibile ma vitale per far arrivare il vino nei nostri bicchieri. Difficoltà queste che si sono andate a sommare ad una stagione estiva fra le più calde mai registrate e che, a sua volta, ha creato non pochi problemi. Alla fine la tempesta si è abbattuta sotto forma di grosse difficoltà per la supply chain del vino mondiale e in conseguenti rincari che con ogni probabilità vedremo nel corso di questo 2023.

Wine is getting pricier thanks to a logistical nightmare (Wired)

Ci ritroviamo a febbraio e per qualsiasi suggerimento, consiglio, critica o altro scrivete qui: dillo@intravino.com

Tutto su IntraWine, la rassegna stampa di Intravino:

– IntraWine | La rassegna stampa di Intravino #1 Febbraio 2022
– IntraWine #2 | Melania Battiston, fumetti, Buttafuoco, gusto “salato” e DRC
– IntraWine #3 | vino “croccante”, Barolo a La Place, terroir di Internet e guerra in Ucraina

– Intrawine #4 | Chianina & Syrah, Libano, NFT, bicchieri da osteria e cure palliative
– Intrawine #5 | Auf Wiedersehen Pét, Blind Ambition, Asti Spumante & Ucraina e baby Bordeaux
– Intrawine #6 | Geoffroy in Franciacorta, progettare cavatappi, clean wine e cosa fa un wine consultant
– Intrawine #7 | Amazon, bottiglie di plastica, Burlotto, AVA e Albéric Bichot, vignaiolo-esploratore
– Intrawine #8 | Bere in Antartide, Tik Tok, caos delle spedizioni, Muvin e bianchi di Rodano e Spagna

– Intrawine #9 | Vino e mistificazioni, uve perdute dalla Gran Bretagna, Vorberg e l’annata 2018 a Barolo
– Intrawine #10 | Il futuro di bordeaux, il prosecco di Kylie Minogue, Radice di Paltrinieri, Algeria e zeitgeist
– Intrawine #11 | Suicidi tra i vignaioli, l’eredità di Robert Parker, bere con moderazione e the World of Fine Wine
– Intrawine #12 | Perché bere non è più figo, Ucraina e bombe, caos a Barolo e tesori di una libreria
– Intrawine #13 | Grande Cina, maledetta Bordeaux, Roundup, aste, black power e Sudafrica
– Intrawine #14 | La svolta del Mugaritz, vade retro vetro, anni Settanta, rapaci in vigna, Prosecco in Australia

Alcol, salute, etichette e scelte europee. Un report per approfondire

ABSTRACT

. La Commissione Europea, nel suo Piano per la lotta contro il cancro, ha proposto un’etichettatura comune per tutti i paesi membri che riportasse avvertenze sanitarie su tutti i prodotti alcolici.
. Il Parlamento Europeo ha emendato quella proposta a larga maggioranza, esprimendosi negativamente proprio sul punto delle avvertenze sanitarie in etichetta.
. La Commissione ha successivamente dato via libera all’Irlanda per introdurre tali avvertenze, nonostante un voto molto chiaro del Parlamento Europeo sulla questione. La forzatura della Commissione è senza dubbio meritevole di biasimo.
. Ma che rapporto c’è fra alcol e cancro? Uno studio di Lancet Oncology lo chiarisce: anche al consumo moderato sono associati (pochi, pochissimi, ma pur ci sono) casi di tumori.
. Il punto dunque è tanto l’etichetta, quanto l’aprirsi di un fronte sanitario per il consumo di alcol. Questo, in passato, era stato messo all’indice per i suoi effetti sociali piuttosto che sulla salute.
. La scelta dei produttori di vino di combattere una battaglia su questo fronte, mirata semplicemente a negare i rischi, potrebbe rivelarsi una strategia perdente sull’esempio di quanto accaduto all’industria del tabacco.

Il rapporto fra alcol e salute è stato al centro di controversie politiche di settore negli ultimi mesi. Un dibattito a distanza che ha visto Intravino affrontare a più riprese l’argomento, soprattutto grazie agli interventi di Jacopo Cossater, tenendo una posizione che insiste sul non negare i rischi per la salute connessi con il consumo di alcol, senza tuttavia dimenticare quanto di buono, il vino in particolare e le bevande contenenti alcol in generale, ci possono offrire a fronte della nostra capacità di saperle gestire [1].

Dispiace che Assoenologi, per parola del suo presidente Riccardo Cotarella, abbia invece acceso di un fervore bellicoso i toni del confronto, definendo la propria posizione una “resistenza [nientemeno ndr], necessaria per ricacciare indietro questi folli attacchi [così sono definite le posizioni non sovrapponibili a quella di Assoenologi ndr] che rischiano, prima o poi, di creare seriamente dei danni inestimabili al vino, patrimonio della nostra storia e tradizione culturale e gastronomica.[2]”
Non dubito che Riccardo Cotarella abbia profondamente a cuore la nostra storia e tradizione culturale e gastronomica, ma credo abbia altrettanto  a cuore – del tutto legittimamente – i possibili contraccolpi che un mutare della sensibilità e della percezione diffusa rispetto al consumo di vino, potrebbe arrecare all’intero comparto e al suo indotto.

Comparto che in Italia vale oltre 14 miliardi di euro [3], senza considerare l’indotto. [4] Un settore già in difficoltà per una serie di fattori che chiunque può facilmente immaginare: i lockdown imposti dalla pandemia di Covid-19 e successive varianti, la guerra e i suoi molteplici effetti sull’economia e sul sistema produttivo, la stretta del credito, l’inflazione. [5] Che ci siano ragioni per essere nervosi, da parte dei produttori e di chi ne tutela gli interessi, è del tutto comprensibile. Tuttavia non è ancora venuto il giorno in cui il nervosismo e le reazioni scomposte saranno il modo giusto per affrontare una sfida.

Per questo ha senso tornare sull’argomento, per cercare di dare un po’ più di informazioni sulla vicenda e per rifuggire inutili eccessi retorici. E per riallacciare le fila di un dibattito che può stare su toni ben diversi da quelli finora proposti.

Il Piano europeo per la lotta contro il cancro

Era il 3 febbraio 2021, quando la Commissione Europea annunciava:

Oggi, alla vigilia della Giornata mondiale contro il cancro, la Commissione europea presenta il Piano europeo per la lotta contro il cancro, una delle principali priorità in materia di salute della Commissione von der Leyen e un pilastro fondamentale di una forte Unione europea della salute. […] Il Piano europeo per la lotta contro il cancro sarà sostenuto da azioni che spaziano in tutti i settori delle politiche europee, dall’occupazione, all’istruzione, alla politica sociale e all’uguaglianza, passando per il marketing, l’agricoltura, l’energia, l’ambiente e il clima, fino ai trasporti, alla politica di coesione e alla fiscalità.

Come chiunque può notare, non figura in quell’elenco di settori quello apparentemente più legato al tema della salute: la sanità. L’UE, infatti, integra le politiche sanitarie nazionali, sostenendo i governi locali dell’UE nel raggiungimento di obiettivi comuniQuesto per chiarire fin da subito che il piano non riguarda direttamente la politica sanitaria (su cui le competenze della Commissione sono relativamente limitate), ma più direttamente il marketing e la comunicazione, temi che rientrano nell’ambito delle competenze dell’UE.

I quattro pilastri di questo piano sono: prevenzione, diagnosi precoce, accesso ai trattamenti, miglioramento delle condizioni di vita dei malati. Riguardo alla prevenzione le linee guida del piano sono così sintetizzate:

Prevenzione attraverso azioni che affrontano i principali fattori di rischio come il tabacco (con l’obiettivo di garantire che meno del 5% della popolazione ne faccia uso entro il 2040), il consumo nocivo di alcol, l’inquinamento ambientale e le sostanze pericolose.

L’alcol viene quindi menzionato esplicitamente fin nei comunicati di sintesi (anche se fate caso a quel “consumo nocivo” perché ci torneremo dopo). Guardiamo allora l’intero documento della Commissione nella parte dedicata proprio all’alcol (pag. 10 e seguenti) e vedremo che quanto previsto dalla richiesta irlandese di cui si discute in questi giorni, è l’esatta applicazione di quel che veniva disegnato nel Piano europeo per la lotta contro il cancro.

Per ridurre l’esposizione dei giovani al marketing dell’alcol, la Commissione […] proporrà l’obbligo di indicazione degli ingredienti e della dichiarazione nutrizionale sulle etichette delle bevande alcoliche prima della fine del 2022 e delle avvertenze sanitarie sulle etichette entro la fine del 2023.

Il voto del Parlamento Europeo e il caso irlandese

Di recente la Commissione Europea non si è opposta ad un progetto presentato dall’Irlanda per introdurre avvertenze sanitarie nell’etichettatura di bevande alcoliche, vino incluso, vendute all’interno dei propri confini [6]. Quanto richiesto da Dublino va esattamente nella direzione del piano predisposto dalla Commissione e se fosse tutto qua, non si vedrebbe per quale ragione la Commissione avrebbe dovuto opporvisi.

Il fatto che non può essere trascurato è che il Parlamento Europeo, in una votazione del febbraio 2022 aveva esplicitamente dato parere negativo al Piano anticancro della Commissione Europea proprio laddove questo proponeva l’etichettatura sanitaria per l’alcol, sulla base del principio che c’è differenza tra consumo nocivo e moderato di bevande alcoliche e non è il consumo in sé a costituire fattore di rischio per il cancro.

E allora facciamo un po’ di ordine. Come abbiamo visto, il piano della Commissione Europea indicava alcune misure per la prevenzione del cancro, compreso l’intervento in materia di “marketing” relativo all’introduzione di un’etichettatura con avvertenze sanitarie per i prodotti alcolici. Il Parlamento Europeo, con un voto dell’assemblea, ha emendato il testo di quel piano, proprio nelle parti relative a tale etichettatura.
Quegli emendamenti sono stati presentati da parlamentari che fanno parte della maggioranza su cui si regge la Commissione: Paolo De Castro (Pd, S&D), Herbert Dorfmann (Svp, Ppe) e Iréne Tolleret (Renaissance, Renew) e hanno ottenuto ampia maggioranza in assemblea. La sostituzione del riferimento alle avvertenze sanitarie in etichetta con l’invito a fornire informazioni su un consumo moderato e responsabile di alcol, è passata con 392 voti contro 251 [7].

Si tenga dunque da parte la questione alcol e salute, sulla quale torneremo dopo, ma qui c’è una questione di carattere istituzionale. La Commissione, organo di governo dell’Unione Europea, ha di fatto avallato una decisione di un suo stato membro che va nella direzione opposta a quella indicata dal Parlamento Europeo in un voto in assemblea che ha riguardato esattamente quella materia [8].
Un esecutivo che in barba a quanto votato dall’assemblea elettiva di riferimento, autorizza uno stato membro ad agire in autonomia, non fa un buon servizio all’immagine delle istituzioni europee (immagine già non esattamente brillantissima quando si affronta il tema della rappresentanza) e mina alla base ogni pretesa volontà di andare verso una etichettatura comune in ambito europeo per ciò che riguarda le bevande alcoliche.

Su questo punto la politica italiana (e in seconda battuta quella francese), le associazioni di categoria italiane [9], europee e francesi, hanno dunque ragione di puntare l’indice contro il comportamento della Commissione guidata da Ursula von der Leyen? Credo di sì. Anche se i toni di alcuni sono stati sopra le righe, anche se certi sovranisti che si fanno alfieri delle regole europee appaiono curiosi, anche se potrà non piacerci il modo e potranno non piacere i protagonisti, ma ci sono delle ragioni che sarebbe sciocco non vedere.

Alcol e tumori

La scelta della Commissione Europea di avallare la fuga in avanti di Dublino è, a parere di chi scrive, un autogoal. Se il punto da affrontare è quello del rapporto tra consumo di alcol e salute, le attività da condurre, a fronte di una palese opposizione del Parlamento Europeo al tema delle avvertenze sanitarie in etichetta, avrebbe dovuto essere quello di costruire una maggioranza per il futuro. Non con forzature da parte della Commissione, ma semmai aprendo un dibattito.
Ci sono evidenze di un rapporto tra consumo di alcol e una maggiore incidenza di certi tumori? A guardare alcuni studi di autorevoli riviste scientifiche la risposta pare positiva, allo stato delle conoscenze attuali. Userò tutte le cautele del caso per trattarne perché, come molti che s’avventurano in questo dibattito, non sono un oncologo, non sono uno scienziato, ma ho fiducia nella scienza a partire dal non assegnarle alcuna assolutezza, ma solo ragionevoli certezze basate su un’esperienza in continuo aggiornamento.

Non a caso, su The Lancet Oncology – una delle riviste mediche più importanti ed autorevoli al mondo – il rapporto tra alcol e alcuni tipi di tumore è stato recentemente affrontato da una ricerca a cui fa da premessa un commento che vi riporto per intero.

Grazie all’utilizzo di dati aggregati sulle vendite commerciali e sul consumo autodichiarato di alcolici, Harriet Rumgay e colleghi forniscono stime aggiornate dell’onere globale del cancro attribuibile al consumo di alcol su The Lancet Oncology. Queste stime, basate su misure standard, sono utili poiché i modelli di consumo di alcolici cambiano nel tempo. I ricercatori hanno riscontrato che il consumo di alcol è associato a un notevole carico di tumori a livello globale (741.300 [intervallo di incertezza al 95% 558.500-951.200] casi di tumore attribuibili al consumo di alcol) con ampie variazioni geografiche. Sebbene il consumo pesante (>60 g al giorno) abbia contribuito maggiormente (346.400 [intervallo di incertezza al 95% 227 .00-489.400] casi), anche il consumo da leggero a moderato ha avuto un ruolo (103.100 [82.600-207.200] casi per il consumo moderato [<20 g al giorno] e 41.300 [35.400-145.800] casi per chi beve fino a 10 g al giorno). Includendo il consumo pregresso di alcolici, le stime sono aumentate. Gli autori osservano che le accise e la limitazione dell’accesso e degli orari di funzionamento potrebbero ridurre questo onere. Aggiungerei che, a livello di paziente, la combinazione di consulenza e farmaci può essere efficace. Tuttavia, per ottenere una solida comprensione dell’incidenza del cancro associato al consumo di alcol, dei meccanismi sottostanti e del modo migliore per intervenire, è necessario disporre di misure accurate dell’esposizione all’alcol.

La ricerca menzionata in questo commento potete leggerla per intero su The Lancet Oncology e quel riferimento alle ampie variazioni geografiche è indicativo di come possano esserci fattori ambientali e genetici che incidono a loro volta sugli effetti del consumo di alcol, oltre ovviamente alle abitudini di consumo. La ricerca in questione ha abbassato le stime della Frazione di Popolazione Attribuibile di persone colpite da un cancro correlabile al consumo di alcol, rispetto ai dati del 2012, tuttavia ha rimarcato come anche ad un consumo leggero e moderato sono attribuibili circa 40.000 casi a livello globale. Pochi? Pochissimi, se si vuole, ma pure ci sono. Ovviamente rimarcare che dati puntuali relativi al consumo sono essenziali per questo tipo di ricerca potrà sembrare banale, ma non lo è. Un conto è dire bevo molto, un conto è quantificare con esattezza la quantità di alcol assunta. Moltiplicare questo livello di precisione per una ricerca di dimensioni globali complica le cose in modo esponenziale.

Ci sono tuttavia evidenze ben note di tutta una serie di implicazioni per la salute legate al consumo di alcol che vanno oltre la relazione coi tumori [10] e ribadisco quanto già scritto su queste pagine: “un’industria [quella dell’alcol] che esiste da tempo e non ha mai dovuto affrontare grosse sfide rispetto alla pericolosità per la salute del proprio prodotto (l’alcool è molto pericoloso e ha dovuto affrontare sfide relativamente piccole rispetto alla sua pericolosità, questo intendo), inizia a dover considerare questo fronte con una rinnovata attenzione” [11].
In passato, infatti, alla base delle campagne che hanno portato alla proibizione dell’alcol in molti paesi non ci sono stati gli effetti sulla salute, ma quelli sociali. Negli USA fu il movimento per i diritti delle donne a farsi capofila della lotta per la messa al bando dell’alcol (donne più che giustamente stanche di subire le violenze dei compagni ubriachi), in Islanda fu un referendum del 1908, in Svezia si è andati avanti tra messe al bando e riammissioni sotto l’egida del monopolio, la Russia e l’Unione Sovietica hanno avuto più di un ripensamento sulla questione alcol. Questo per non parlare di paesi dove alle ragioni sociali si sono incrociate quelle religiose.

Etichette e salute

Se in merito al rapporto tra alcol e tumori è plausibile che l’industria del vino chieda maggiori riscontri scientifici, è altrettanto plausibile segnalare che ad oggi la letteratura più nota in materia pare essere piuttosto concorde sull’individuare questo legame (ed al riguardo segnalo anche questa ricerca, precedente a quella citata poco sopra, ma coerente nei risultati). Quello che è più plausibile obiettare è semmai che il fronte d’intervento più logico, utile e necessario ad oggi sia quello delle menzioni sanitarie in etichetta.

Non voglio eccedere nel cinismo, ma la principale ragione per cui gli Stati Uniti hanno già inserito sulle bevande alcoliche commerciate nel proprio paese la dicitura che vedere riportata in immagine non è legata alla salute ma al portafoglio delle grandi aziende di alcolici. Gli Stati Uniti infatti, sono all’avanguardia per quanto riguarda le cause risarcitorie nei confronti di grandi aziende di ogni settore. Una delle chiavi vincenti che gli studi legali hanno trovato per ottenere risarcimenti sono esattamente i mancati avvisi di pericolosità relativi ai prodotti venduti da queste aziende (e questo vale per il tabacco come vedremo nel paragrafo successivo, come per i mobili Ikea). Del resto, gli Stati Uniti sono quel paese dove se sei maggiorenne ti vendono un fucile d’assalto, a patto di segnalarti che “hey, con questo ci puoi ammazzare la gente”. Grazie della segnalazione.

Credo che l’introduzione di tale etichettatura non abbia modificato in modo sensibile il consumo di alcol negli Stati Uniti e fatico a credere che possa ottenere effetti diversi in Europa. Questo è il motivo per cui da un lato trovo l’iniziativa della Commissione su questo punto, e la sua forzatura sulla vicenda irlandese, doppiamente insensata e dall’altra trovo eccessivi i toni di reazione da parte delle associazioni di categoria. E li trovo ancor meno sensati quando s’indirizzano verso la difficile battaglia per sostenere la salubrità dell’alcol e nel caso di specie del vino.

Lobby e futuro

Sul sito di Addictions France [10] il presidente Bernard Basset ha scritto un editoriale sul tema di cui riporto un passaggio molto interessante:

La lobby dell’alcol, e in particolare quella del vino, sta pagando per una strategia sbagliata, sul modello di quella dell’industria del tabacco, ormai totalmente screditata per le sue menzogne e le sue pratiche disoneste. Per molto tempo, le aziende del tabacco hanno mobilitato notevoli risorse per nascondere gli effetti nocivi del tabacco: hanno pubblicato studi falsi, hanno corrotto scienziati e governi… Ma alla fine la scienza si è imposta e le aziende del tabacco hanno perso ogni legittimità ad esprimersi sulla salute. Una convenzione internazionale (la Convenzione quadro dell’OMS per il controllo del tabacco o FCTC) vieta loro di svolgere qualsiasi ruolo in materia.

Per chi non conoscesse la storia della clamorosa disinformazione messa in atto scientemente dall’industria del tabacco americana, consiglio di leggere la celebre storia di “Una lettera aperta ai fumatori di sigarette” (in inglese “A frank statement to cigarette smokers“). Quello statement era un messaggio sponsorizzato congiuntamente dai produttori di tabacco, apparso nel gennaio 1954 su 448 giornali di 258 città degli USA (si stima che raggiunse 43 milioni di americani). Il messaggio metteva in discussione i risultati della ricerca che indicavano il fumo come causa del cancro e, allo stesso tempo, assicurava i consumatori che le sigarette erano sicure, impegnandosi a sostenere la ricerca imparziale per indagare sulle accuse secondo le quali il fumo è dannoso per la salute umana.
La strategia della negazione, finanziata da ingenti campagne, funzionò fino a fine anni ’90. Fu allora che iniziarono in USA le cause di risarcimento miliardarie da coloro che avevano subito i danni del fumo, i processi a carico delle industrie del tabacco per la disinformazione messa in atto e una diversa gestione delle regole sulle sigarette (a cui tuttavia si arrivò solo nel 2009 con una legge apposita). Fino ad arrivare a quanto rammentato da Basset riguardo al divieto internazionale per le aziende di tabacco di esprimersi in materia di salute.

Non si sta qui equiparando le due vicende, si sta solo rammentando un importante capitolo della storia recente del diritto, della salute e delle strategie di lobbying.
La storia, come noto, non insegna niente. Siamo noi, che nel caso, possiamo imparare qualcosa da lei. Sempre che se ne abba l’intenzione.

_______________

[1] Una rapida rassegna può essere presentata attraverso i principali interventi di Jacopo Cossater sul tema: Ancora su vino e salute. Arriva il Simposio di Assoenologi tra alimentazione e benessere (gulp!) , Vino e salute, smettiamola una volta per tutte . Segnalo poi Alessandro Morichetti: Anche il buon vino fa male alla nostra salute (purtroppo) e un mio rapido focus su vino naturale e salute: Il vino naturale fa bene alla salute? No
[
2] Qui l’editoriale di Cotarella
[3] I numeri del vino e Il Sole 24 Ore su dati Growth Capital e Vino.com
[4] Mediobanca su dati Istat
[5] Al riguardo è consigliato l’editoriale di Andy Neather per il sito di Tim Atkin (che fa un focus sul mercato UK, ma che vale in generale per tutto il comparto)
[6] Sole 24 Ore
[7] Ansa
[8] A chi obietta che tale materia sarebbe sanitaria, e quindi varrebbe la sovranità nazionale in materia è da far notare che no, la materia “etichettatura” è stata oggetto dell’iniziativa della Commissione in quanto afferente al marketing e non alla sanità … anche perché se dovesse essere intesa come sanitaria, materia sulla quale insiste un principio di sovranità nazionale, mi si deve spiegare con che logica si pretenderebbe di andare verso regole comuni di etichettatura in materia.
[
9] Anche la FIVI ha preso posizione al riguardo qui il link alla notizia sul sito di Askanews
[10] Qui una rapida rassegna
[11] Anche il buon vino fa male alla nostra salute (purtroppo)
[12] Fondata nel 1872 da Claude Bernard e Louis Pasteur, l’Association Addictions France è un’associazione la cui attività spaziano dalla prevenzione all’assistenza, dal lavoro sociale alla riduzione del danno.

Château de Beaucastel 2001 e il segreto per non passare mai di moda

Da quelle parti – a Châteauneuf-du-Pape – fa un caldo infernale. I terreni brulli sarebbero l’ambientazione perfetta per uno spaghetti western invece i cugini francesi ci hanno piantato una quantità di vitigni infinita, tanto che sono tredici quelli consentiti per fare il vino che piaceva tanto a Sua Santità quando stava ad Avignone.

Nello scegliere questa bottiglia da condividere con gli amici rifletto sulla moda e il suo costante bisogno di cambiare nel tempo in base alle tendenze e alla società, generando un movimento circolare perpetuo che ci riporta sempre al punto di partenza, cambiando sempre con il risultato di non cambiare mai.

Alcune cose sfuggono a questo meccanismo del “già visto” creando delle rare eccezioni che si posizionano in un luogo astratto protetto da una sorta di immunità. Ciò che non è mai stato di moda non sarà mai fuori moda.

Lo Châteauneuf-du-Pape è tutto questo. Le volte che me lo sono trovato sulla tavola sono davvero rare, non compare quasi mai nei salotti buoni, alle cene tra amici e pure i social – ormai così importanti nel decretare chi è in e chi out – gli danno poca importanza.

È una sorta di brutto anatroccolo ma la favola del brutto anatroccolo sappiamo tutti come finisce ed io non potevo certo esimermi dal regalare un lieto fine. La particolarità di questi vini – appartenenti alla prima AOC francese – sta nel poter assemblare fino a tredici varietà di uve differenti (grenache, syrah, cinsault, mourvedre…), dando modo ai vigneron di creare mélange capaci di rappresentarli al meglio e, cosa non da poco, di adattarsi alle differenti annate.

Vini in gioventù ricchi e giocati su un frutto sfacciato, a tratti violento, ma che grazie ad una così abbondante materia sono capaci di evolvere magnificamente, creando una parabola che permette molte finestre di beva e regala esperienze molto differenti nel tempo.

Châteauneuf-du-Pape Rouge Château de Beaucastel 2001
Ad osservane il colore impenetrabile e vivo, nasconde bene i suoi ventidue anni. La prima sensazione è di grande calore, nulla a che vedere con l’alcol ma piuttosto l’abbraccio di un amico o del fuoco di un camino, profuma del calore che ha il conforto e in questo caso sa di ciliegia, prugna con un cuore di menta piperita. Partiamo bene, decisamente bene. Naso invogliante come pochi, arrivano prima cioccolato amaro e rabarbaro, raggiunti subito da argilla e fiori secchi, i profumi sono diligenti ed ordinati quasi sapessero che per essere colti al meglio è bene uscire un un po’ alla volta.

Ricordo perfettamente l’ultimo Châteauneuf-du-Pape bevuto un annetto fa, millesimo 2019 del Domaine Charvin, e realizzo che rispetto a questo Château de Beaucastel 2001 le differenze, come in una vecchia foto dimenticata nel comodino, stanno più nel tono dei colori che nella sostanza. Non cambia di molto l’oggetto, tanto è vero che se avessi dovuto berli alla cieca dubito che avrei dato ai due quasi vent’anni di differenza, come se il tempo venisse rallentato dalla massa di questi vini e necessitasse di uno sforzo maggiore per spogliarli.

Gli ultimi profumi ad arrivare mano nella mano sono una speziatura piccante ed un po’ di tabacco, seguiti a stretto giro dal tamarindo. Da un naso così ampio e stratificato mi aspettavo un sorso più cremoso invece il vino si compatta ed entra dritto dichiarando subito tutta la sua nobiltà; alcol perfettamente fuso come tutto il resto del vino, dove spicca una bella finezza tannica che ne accentua la morbidezza. Tutto è molto preciso, ogni elemento trova corrispondenza chiudendo il cerchio mentre la sapidità ne aumenta la beva in modo pericoloso. Bottiglia di grande carattere e originalità con una chiusura che rimette in pace col mondo.

Purtroppo non ne ho più ma mi piacerebbe risentirlo tra una decina di anni , intanto questa bottiglia si merita un posto sulla mensola dei ricordi.

Orlando Abrigo | Verticale didattica di Barbaresco Montersino e Rongalio

Mi affascinano sempre quelli a cui basta una sniffata veloce per capire tutto di un vino. Quelli che mentre io cerco di capire se sia più ciliegia o amarena, sciorinano vitigno, zona di produzione, annata, collina e filare. Per quelli come me, che difettano anche in memoria, capire come si traduca un terreno in una bottiglia è mestiere difficile, che richiede però una ricetta tutto sommato semplice: assaggiare bottiglie della stessa denominazione, prodotte dalla stessa mano e possibilmente della stessa annata, nelle quali l’unica cosa che varia sia grossomodo solo la collina. Ecco come un pomeriggio in visita da Orlando Abrigo, Treiso, a bere e parlare di Barbaresco è stata un’occasione per imparare qualcosa e raccontare una storia.

Gianni Abrigo, secondo figlio di Orlando, inizia a lavorare in vigna da studente. La prima vendemmia seguita da lui è stata la 1986. Siamo in epoca pre iPhone, quando dopo scuola si poteva persino passare tre ore di fila per colline a vedere come cresce l’uva senza sentirsi lontani dal mondo. Nel 1991, Orlando Abrigo compra il vigneto sulla collina di Montersino, dove inizia la nostra visita.

Montersino è una vigna di circa 60 anni, con terreno leggero e ricco di calcare, esposta in pieno sud e piantata a rittochino (i filari sono disposti secondo la linea di massima pendenza). “Oggi non la pianterei a rittochino, ma così l’ho trovata e così la tengo, mi godo i vantaggi e impreco per gli svantaggi”. Nel caso di vigne esposte a sud come Montersino, il rittochino permette a entrambe le pareti fogliari di ricevere la luce del sole a mezzogiorno, inoltre quando le pendenze non sono eccessive, come in questo caso, la meccanizzazione è agevolata. Tra gli svantaggi principali ci sono l’erosione superficiale e la maggior difficoltà nel separare il fondovalle dalla cima della collina per differenziare la produzione.

La seconda vigna approfondita in degustazione è Rongalio, vero e proprio monopole in zona Meruzzano, esposta a sud ovest e caratterizzata da un terreno molto più ricco di minerali (ferro, zinco e manganese soprattutto).
Da qui nasce solo nelle annate migliori il Barbaresco Riserva Rongalio. “Abbiamo rinunciato alla menzione della vigna per questione di semplicità. Avremmo dovuto menzionare la denominazione, la zona e la vigna. L’etichetta sarebbe diventata lunga e di lettura meno immediata”. Sarà, ma in questo modo il concetto di vigna Rongalio un po’ si perde (a meno di non avere qualcuno che te la spieghi) ed è un peccato.

La degustazione.

Barbaresco Meruzzano 2019: rosso rubino con lievi toni granato ma ancora evidentemente giovane. Il naso inizia un po’ alcolico, poi si smorza. Toni soprattutto floreali, frutta fine (fragolina) e un cenno balsamico.
Di media struttura e dal tannino levigato è il classico vino d’ingresso, solido senza emozionare.

Barbaresco Montersino 2011: annata calda anche se non come la 2003.
Il primo impatto odoroso è un bel frutto rotondo e ben maturo, ciliegia e prugna soprattutto, poi petali di viola e la spezia che resta sullo sfondo.
Vino di volume, dal tannino ancora deciso seppure ammorbidito dal tempo, finisce su note di cioccolato che tornano al naso.

Barbaresco Montersino 2014: annata discussa, con tanta pioggia, ma che più di un produttore (non solo di nebbiolo) alla fine confessa di apprezzare particolarmente.
Molto colorato, qui la parte fruttata non è quasi percepibile: potpourri di fiori secchi, sottobosco, note balsamiche, autunnale e austero. Lungo, largo, molto fresco e dal tannino vispo è un ottimo esempio di quanto l’annata possa cambiare il profilo aromatico e gustativo.

Barbaresco Montersino 2016: annata grande praticamente ovunque, si conferma tale anche qui. Sintesi perfetta tra la 2011 e la 2014, qui ci sono la frutta ancora fresca, la spezia leggermente più dolce e le note floreali e di rabarbaro. In bocca ha ancora tanta tensione da spendere, con il tannino vigoroso e tanta freschezza da smaltire. Buono ora, crescerà ancora.

Barbaresco Rongalio 2009 (il Rongalio è divenuto Riserva solo dal 2011): frutta più scura, tra la scorza d’arancia e la mora, petali di fiori appassiti e note ematiche. La bocca è coerente, sapida, saporita e lunga con un finale che ricorda le note amaricanti del rabarbaro.

Barbaresco Riserva Rongalio 2013: naso più fine, balsamico e di frutta matura, in bocca la grande freschezza e il tannino che spinge parecchio sono al momento preponderanti sul resto. È il meno pronto dei Rongalio, e andrà dimenticato in cantina per un po’.

Barbaresco Riserva Rongalio 2016: anche in questo caso la 2016 è un po’ la sintesi dei due assaggi precedenti. Il naso conserva le note agrumate, firma del cru, assieme alla viola e ai piccoli frutti rossi, ma c’è maggior dolcezza. E ritroviamo la stessa dolcezza in apertura nell’assaggio, dove c’è gusto, freschezza e il tannino maturo delle annate migliori.

Menzioni speciali per Rongalio 2006 e Montersino 1994 assaggiati a cena.
Il 1994 è la prima annata per il Montersino. Più o meno mentre iniziava la vendemmia usciva Grace di Jeff Buckley: sembra ieri ma gli anni ’90 sono ben lontani.

Una prima considerazione riguarda la tenuta: nessun cedimento. Vitigno, territorio e mano chiaramente fanno la differenza.
La seconda è che ciò che in qualche modo ha distinto le due colline durante le mini verticali è confermato qui: toni più dark, larghezza e finezza per Rongalio, frutto più dolce e bocca più centrale per il Montersino. I toni balsamici, che ogni tanto comparivano in entrambi i vini qui sono più evidenti, probabilmente aiutati dagli anni in bottiglia. Esce infine una bellissima pesca di vigna mai percepita prima (che pure mi sarei aspettato). Probabilmente in questo caso ha giovato il fatto che avendoli bevuti a cena hanno avuto più tempo per esprimersi nel bicchiere.

Envinate, finalmente alle Canarie | Storia e magia dei vini atlantici sull’isola di Tenerife

Sole, mare, vacanze: le prime parole che vengono in mente pensando alle Canarie, isole che attraggono ogni anno milioni di turisti da tutto il mondo. In realtà, oltre a spiagge famose in tutto il mondo, questo arcipelago al largo delle coste del Marocco preserva una tradizione vitivinicola secolare, con viti che superano addirittura i 300 anni.

Ho visitato Tenerife più di dieci anni fa e grazie ad un amico, ormai insediatosi lì da circa 15 anni, ho scoperto che tra luoghi fantastici e natura incontaminata, per un appassionato incallito di terroir e vino non manca proprio nulla. Con il passare degli anni ho iniziato a documentarmi e più cercavo più trovavo informazioni e cantine interessanti. Finalmente ho trovato i vini giusti e per i prossimi sette minuti vi porto alle Canarie con me.

Arrivano le prime viti

La storia del vino nelle Canarie inizia cinque secoli fa per mano dei conquistadores spagnoli e portoghesi che attraccavano su queste isole come tappa intermedia prima di ripartire alla volta delle Americhe. Ben presto, poi, la presenza coloniale si fece sempre più dominante, imponendosi sulle tribù indigene locali dei Guanche.

Nelle Canarie, le prime barbatelle furono piantate dal portoghese Fernando De Castro a Tenerife verso la fine del XV secolo; a lui fecero seguito tanti altri e in poco tempo, da mero esperimento, i vini canari divennero una realtà concreta, iniziando ad essere esportati in Portogallo, Spagna ed Inghilterra (spesso in versioni fortificate ribattezzate Canary Sack) e riscuotendo successo per i successivi tre secoli.

Oidio e peronospora ma soprattutto diatribe commerciali con i paesi importatori condussero però l’industria vinicola canaria verso un ripido declino e solo molti anni dopo, con la creazione delle Denominazioni di Origine (la prima fu Tacoronte-Acentejo a Tenerife, nel 1985), iniziò finalmente a riscattarsi. Da quel momento ad oggi nacquero poi altre 9 DO, e 5 di queste appartengono proprio a Tenerife.

Questione di eredità

Oggi gran parte delle viti nelle Canarie conserva i sistemi di allevamento ereditati dai secoli precedenti. Tra questi, famosi sono i tradizionali hoyos o le più moderne zanjas a Lanzarote, ma soffermandomi maggiormente su Tenerife, che con il 65% della produzione è il maggior produttore dell’arcipelago, la parte nord è di influenza portoghese, con il caratteristico cordon trenzado, un sistema di viti attorcigliate che formano un cordone a circa 50 cm da terra (vedi la vigna di palo blanco nell’immagine di copertina), mentre più a sud l’influenza è prettamente spagnola, con viti ad alberello in stile Jerez.

Qui anche il corredo genetico di molte varietà risulta lo stesso di cinque secoli fa. L’isolamento dal resto del mondo, i vigneti in altitudine, la presenza di sabbie e sedimenti vulcanici originati dai vulcani un tempo attivi (il più famoso è il Teide a Tenerife, che con i suoi 3718 m rappresenta la punta più alta di Spagna): tutti fattori che hanno scongiurato l’arrivo della fillossera, consentendo il preservo della maggior parte dei vitigni ancora a piede franco. Un centinaio di varietà diverse in tutto l’arcipelago, dove oltre ai meno diffusi negramoll, tintilla e baboso, troviamo la malvasia vulcanica (quella citata da Shakespeare) e le più significative e longeve listán prieto, negro e blanco (il palomino dello Sherry), che tutt’ora troviamo anche in America Latina.

Una delle vigne da cui si ricavano i due vini Benje, a circa 1200 m

A differenza di quello che si può pensare essendo al 28° parallelo, il clima qui è principalmente di tipo sub-tropicale, ma più si sale in altitudine e più tende al continentale. Dopodiché troviamo tanti microclimi diversi che variano da zona a zona, in cui l’influenza degli alisei da nord si fa sentire con umidità e precipitazioni che rendono spesso difficile la maturazione dell’uva (molti dei vini non arrivano a superare i 12° di alcol). Inoltre, le Isole Canarie sono la prima zona d’Europa in cui si vendemmia: a Lanzarote, ad esempio, la raccolta inizia addirittura nella prima decade di luglio.

Il progetto Envinate

Se sull’isola di Tenerife la valorizzazione di viti e varietà antiche è ormai una tendenza più che consolidata in parte lo si deve a Roberto Santana, che nel 2005 in compagnia di Alfonso Torrente, Laura Ramos e José Martinez, suoi compagni all’Università enologica Miguel Hernandez di Alicante, diede vita a Envinate: progetto nato con l’intento di restituire lustro e centralità a vigneti storici situati in luoghi e posizioni particolari. All’inizio puntando sul solo territorio della Ribeira Sacra – Galizia (che trattammo tempo fa qui e qui), ma nel 2008 poi partì con quello dei vini atlantici.

Oggi il portfolio di Envinate vanta tre linee in totale: quella della Ribeira Sacra con 5 vini, la linea the Levant in zona Albacete (al momento un solo vino) e ovviamente quella atlantica a Tenerife, forse i prodotti più rari e ricercati di tutta la loro produzione. Ogni vino ha un costo medio compreso tra 16, 30 e 50€ (il prezzo più alto fa riferimento ai due cru di Taganan).

Ogni vigna viene allevata da famiglie e popolazioni locali (riportate poi in etichetta), poi seguite e supervisionate da Envinate che cura la parte enologica. Tutti vigneti in regime biologico/biodinamico e senza utilizzo di chimica, mentre in cantina solo fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, un uso essenziale di solforosa e imbottigliamento senza filtrazione. Dove poi, nello specifico, scelte come quella del grappolo intero o diraspo, affinamenti in legno (mai nuovo), cemento o acciaio, variano a seconda dell’interpretazione del vino stesso.

I vini

Dopo due anni di ricerche finalmente sono riuscito a mettere le mani su quasi tutta la produzione atlantica di Envinate (all’appello mancherebbero solo i due cru Margalagua e Amogoje di Taganan). Sette vini in cui spesso il leitmotiv è stato quello di un qualcosa di mai assaggiato, di particolare, anche se poi non sono mancate sfumature a richiamare memorie di assaggi passati. I bianchi sono forse quelli più particolari ma se vogliamo anche quelli da attendere maggiormente, mentre i rossi più immediati e di facile lettura ma dai tratti somatici più comuni.

Do Tenerife Ycoden-Daute-Isora – Benje Blanco 2020 – €18
Proveniente da diversi appezzamenti situati a circa 1200 m sulle pendici nord occidentali del Teide, con viti di listán blanco non allevate di età compresa tra i 70/100 anni. In questo come nel resto dei bianchi nessuna malolattica.
Parte ridotto e un po’ affumicato, ma il respiro gli regala pesca, susina, erbe aromatiche, il sorso è piuttosto salino, liquido, citrino e quasi acidulo, che fa salivare in abbondanza, chiudendo corto tra note affumicate e ferrose. Un po’ acerbo eppure dalla beva quasi gluglu, mi ricorda tanto uno chenin di Saumur.

Palo Blanco 2020 – (Valle de la Orotava) – €25
Ricavato da un singolo vigneto di 1,5 ettari a 600 m di altitudine, sulle pendici nord-orientali di Pico del Teide, da viti centenarie di listán blanco con sistema cordon trenzado. Vino di cui curioso è l’affinamento di dieci mesi in due foudre friulane ovali da 2500 litri.
Anche qui partiamo sul ridotto ma basta poco e sbocciano note di sandalo, fiori bagnati e punte balsamiche dritte nelle narici, che virano verso il terroso una volta in bocca. Agile e verticale, decisamente sapido e profondo, lascia un fresco retrogusto di sedano e prezzemolo tritato, facendosi apprezzare maggiormente a tavola senza mai sovrastare il cibo.

Taganana
Nome della zona situata a nord di Tenerife, che secondo l’antica lingua Guanche significa “intorno alle montagne”. Qui i vigneti sono promiscui e lasciati allo stato brado, posti tra i 75-300 m su scogliere di roccia vulcanica primaria appena sopra l’Oceano Atlantico (vedi foto sotto), dove a causa del terreno difficile ogni lavorazione viene svolta a mano o, come nel caso del trasporto dell’uva durante la vendemmia, con l’aiuto di animali.

A Taganana, vigne allo stato brado con vista

Taganan Blanco 2020  €26
Blend di gual, forestera gomera e verdello, malvasia, listán blanco, marmajuelo e albillo criollo, da viti di età compresa tra 60 e 300 anni (!!!) coltivate da 15 famiglie diverse.
Paglierino pallido, subito note ossidative, poi mielose, biscottate e di pesca in polpa, più glicerico e dai toni mediterranei rispetto ai precedenti, con sapidità e acidità ben distinte che pungolano lingua e gengive in un sorso fatto di curve e piacere, chiudendo nel fin di bocca con una patina salata persistentissima; mi ricorda una stupenda Riserva Ivana ’97 di Radikon assaggiata un anno fa. L’ho già riordinato, bellissimo…

Taganan Tinto 2020  €21
Blend di diverse varietà a bacca nera come listán negro, listán gaucho, malvasia negra, negramoll, baboso con piccole percentuali di vitigni a bacca bianca. Come per il Blanco viti non allevate di 60-300 anni che poggiano su suoli basaltici e sabbiosi, terrazzati e molto scoscesi.
Raffiche di viole e frutti rossi, tostature e note dolci di caramello, cacao e baccelli di vaniglia, estratto, carnoso ma il dinamismo non gli manca, la trama tannica è abrasiva ma non prevarica il bel fruttato di ciliegia in chiusura. Il potenziale c’è ma forse ha bisogno di tempo per esprimerlo appieno.

Do Tenerife Ycoden-Daute-Isora – Benje Tinto 2020 – €18
96% listán prieto con il restante 4% da listán blanco e tintilla, ricavato da vigneti ricchi di sabbia vulcanica posti tra 1000-1200 m presso Santiago del Teide (vedi foto sopra), con viti di età compresa tra 70-100 anni.
Di color rubino classico, spunti di arancia rossa, note ferrose e di tabacco da pipa coerenti da naso a bocca, in cui acidità e un tannino ben calibrato pennellano vigore, frutta e piacere. Vino bellino, completo, che ingolosisce e asciuga bene il palato.

Migan Tinto 2020 – (Valle de la Orotava) – €26
Questa cuvée proviene da due appezzamenti molto antichi di listán negro condotti a cordon trenzado. Il 60% proviene da una vigna di sabbia vulcanica sita in località La Habanera (uve interamente pigiate a grappolo intero) posta a 600 m, mentre il 40% da una parcella in località San Antonio (15% a grappolo intero), ricca di argilla su un pendio a 350 m.
Tra i quattro è quello dal tono più scuro, più complesso e di maggior concentrazione, tra frutti rossi e fiori appassiti è proprio il sorso a stupirmi, con una incredibile sensazione tattile-olfattiva di buccia di ciliegie acerbe che insieme a rosmarino e sterpaglie secche accompagna un sorso croccante e di grassezza. Vino che riempie la bocca di roba ma senza appesantirla, che ha prodotto in me l’effetto Wow!

La Santa De Úrsula 2020 – (Tacoronte-Acentejo) – €31
Proviene da una zona chiamata La Carujera, sulla costa nord-orientale, considerata la più mite e umida di Tenerife. È un blend di tre parcelle con viti di oltre 100 anni che affondano su terreni sabbiosi, argillosi e basaltici posti tra i 350/650 m. 48% negramoll, 50% listán negro e 2% listán blanco.
Stuzzica al naso con ribes rossi, violetta e spunti pepati, in bocca è come una lama stretta e appuntita, fresca, agilissima e dal tannino leggero, che punge piacevolmente solo la punta della lingua. Interessante e familiare a tratti, mi ha fatto pensare ad un esile Chianti Classico in annata fredda.

Per chiudere, un breve video che rende ancora meglio l’idea di viticoltura su questi territori.

[Foto da josepastorselections.comMappa delle DO by Quentin Sadler]

IntravinoCup – Selezione Naturale | Siamo arrivati a proclamare il vincitore

6 turni di gioco, 2025 voti totali per una media di oltre 300 voti a turno. Ma le medie non sono mai un dato particolarmente veritiero e infatti dopo i tantissimi voti dei primi turni, più ci si avvicinava alla finale, più ci si andava assestando intorno ai 220 voti per turno (complici anche le vacanze natalizie). Qui ci sono solo alcuni numeri, ma la cosa per me più importante è che durante queste settimane non si è solo giocato, come era giusto che fosse, ma si sono anche affrontati temi centrali per la discussione intorno ai vini naturali.

Quel che me ne porto a casa è che scrivere di vino naturale, con il pretesto di questo gioco chiamato IntravinoCup | Selezione Naturale mi ha fatto leggere molto. Non di cornoletame, dinamizzazione dell’acqua o altro ma di economia alternativa, ecologia, salute… Insomma, per me l’aggettivo naturale ha una funzione di marketing molto efficace, ma poco precisa.
La natura sta molto meglio senza vigne, se dobbiamo fare quelli che amano la natura, e l’uomo vive bene anche senza vino, se dobbiamo fare quelli che amano la salute.

Ma quel che è possibile fare attraverso il vino è dare corpo ad un modo di lavorare e trarne il giusto guadagno, in modo creativo e rigenerativo. Per chi lavora, per la comunità del luogo e per l’ambiente.
Questo è il vino “naturale”, ma sarebbe meglio definirlo altrimenti (alternativo, artigiano o insomma fate voi e alla fine mi va bene anche naturale, basta che ci capiamo), che mi piace.

A queste considerazioni aggiungo le note proposte in commento dall’utente Viva Roddolo:

Tra le 64 cantine da cui siamo partiti non ve n’era alcuna proveniente dalla Puglia, che per quantitativi prodotti è la seconda regione dietro al Veneto. Dato che incuriosisce ancora di più considerando la buona percentuale di produttori cosiddetti “biologici” operanti nella regione in questione. L’ottima capacità di Toscana e Friuli, rispettivamente al settimo e ottavo posto per quantitativi prodotti, di aver saputo interpretare (o addirittura anticipare) la “svolta naturale”, la prima con ben 12 produttori presenti e il secondo con 8, tra i 64 iniziali.

Una nota interessante. Il Friuli credo abbia goduto dell’essere stato la culla di un rivoluzione stilistica originale e fondativa, per molti versi, dell’intero “movimento” dei vini naturali, la Toscana è storicamente (parlo della recente storia del vino moderno) una regione all’avanguardia nel cogliere gli spunti e le innovazioni più interessanti in circolazione. Sulla Puglia avrà forse inciso la mancanza di “campioni” di portata davvero … come dire … “quelli che non puoi non menzionare”? Lascio a voi ogni valutazione al riguardo, perché adesso è venuto il momento di proclamare la cantina vincitrice di questa IntravinoCup dedicata al “vino naturale”.

And the winner is…

Carichi nel colore, approssimativi nell’esecuzione, il Breg e la Ribolla 1998 sono così lontani dal nostro modo di concepire il vino che non ci sembra nemmeno giusto esprimere una valutazione“. Così si esprimeva sui suoi vini la guida Vini d’Italia 2003 Gambero Rosso-Slow Food, a segnalarcelo un altro utente, Luca Miraglia, con un commento davvero azzeccato nel darci l’idea di come le cose cambino nel tempo, di quanta diffidenza ci fu nell’accogliere quei vini allora e di quanto coraggio e quanta lungimiranza fosse dotato l’uomo i cui vini venivano così recensiti in quella guida. Oggi, come avrete capito, Gravner aggiunge alla sua lunghissima serie di riconoscimenti, anche la piccola, microscopica soddisfazione di aver vinto questa IntravinoCup!

Una sfida equilibrata, con Gravner sempre in leggero vantaggio su Foradori, che tuttavia ha fatto un grande percorso in questa IntravinoCup, collezionando 1245 voti nel corso dei vari turni e superando sfide difficilissime come quelle con Emidio Pepe o Arianna Occhipinti. Un grande riscontro quindi, anche per un’azienda storica come Foradori, i cui vini non da oggi sono grandemente apprezzati dai lettori di Intravino (Foradori figurava tra le sole 3 cantine trentine de Le 100 migliori cantine d’Italia secondo Intravino).

Il trofeo della IntravinoCup – Selezione Naturale (come al solito, non si vince niente! solo la gloria imperitura!) prende quindi dimora ad Oslavia ed io sono andato a ricercarmi, incredibilmente trovandolo, quell’articoletto che a Gravner avevo dedicato qualche anno fa e che per chiudere questo piccolo gioco, riposto qua a conclusione.

Ci vediamo con la prossima IntravinoCup!

[Photo editor: Simone Di Vito]

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