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Orizzontale di 2020 del Domaine Dujac assaggiati in cantina e due chicche finali

Il Domaine Dujac è uno degli ultimi arrivati (1967) nella storia secolare del vino in Borgogna ma di certo è anche uno di quelli oggi più ricercati. Qui si stanno scrivendo pagine importanti e solo pochi mesi fa abbiamo visitato la nuova e bellissima cantina, con la chiglia di una nave rovesciata a fare da soffitto e nuovi spazi per la vinificazione già operativi in questa vendemmia. Rispetto alla precedente, ingegnosa ma molto raccolta, oggi si respira davvero una grandeur che i vini di Dujac meritano.

Lo stile leggero ma mai troppo aereo, la sinfonia del Clos Saint-Denis e la forza del Clos de La Roche, le infinite sfumature che Jeremy insieme al fratello sono capaci di estrarre da Morey-Saint-Denis e le altre parcelle in conduzione sono un manifesto del vino moderno e artigianale (certificato bio dal 2008), preciso fino all’ossessione ma sempre accogliente, finissimo e incapace di farsi dimenticare.

Non guasta in questo quadro la grande conoscenza di vini italiani che si respira in casa Dujac, una famiglia a trazione americana dal lato femminile, visto che tanto la madre quanto la moglie di Jeremy, Diana Snowden (anche lei enologa con un’azienda in Napa Valley), vengono dagli USA.

Lo stile è per certi versi simile a quello di Roulot sui bianchi, ovvero vinificazione integrale con almeno un 90% di grappolo intero, pre-ossidazione forte, estrazione di catechina, follature precise e dopo il legno un percorso in riduzione che mantiene tensione ed eleganza senza perdere frutto e armonia. Colori molto scarichi e suggestioni di eleganza permeano tutti i vini che si dispiegano nel tempo in una progressione inarrestabile per chi sa attendere.

La vendemmia 2020 è iniziata il 19 agosto, la più precoce di sempre al Domaine. In cantina abbiamo fatto una panoramica dettagliata di grande interesse.

Morey-Saint-Denis 1er cru Blanc Monts Luisants 2020
Ciccia, canditi e pepe bianco, muschio, resina e intensità, sorso pieno e deciso, si pianta sul palato tra incenso, camomilla e un’implacabile acidità. 90

Morey-Saint-Denis Blanc 2020
Poca argilla, fresco e sapido, leggero, lime e rafano, croccantezza e decisione citrina. 88

Morey-Saint-Denis Rouge 2020
Annata dalla raccolta molto precoce ma che mostra bene intensità e ricchezza tipica del village, rosa canina, lamponi e ribes rosso, liquirizia e olive, acidità e piccantezza, secco, potente e incalzante, tannino intenso ma mai fastidioso. 91

Morey-Saint-Denis 1er Cru Aux Combottes 2020
Dal tono scuro, con più freddezza, maturità e tono nocciolato, carrube e menta, note di confettura ed ematiche, tannino fitto e profondo, lunghezza cinerea e fruttata, bello. 93

Clos Saint-Denis 2020
Per qualcuno questo vigneto è il Mozart della Côte-d’Or, di sicuro qui mostra un floreale elegante, viola e ibisco, mirtillo e more di rovo, lieve nota erbacea, aloe, cardamomo, sorso incantevole e soave anche se la forza tannica per adesso è straordinaria e intensa ma in futuro sarà velluto, già ora però è una meraviglia. 97

Clos de la Roche 2020
Cinereo e cupo, prugne selvatiche e frutta di bosco, noce moscata, cioccolato, cassis, anche qui tannino duro e roccioso con un lato dolce che per ora rimane nascosto ma pronto ad esplodere. Profondo e sublime, florealità debordante nel finale. 96

Dopo gli assaggi della 2020, sono uscite fuori durante la cena due chicche in versione magnum.

Clos Saint-Denis 1995 
Annata molto fredda, terroso, speziato, cappero, juta, ribes rosso, mirtillo, visciola, chiodi di garofano e tostature di cacao, sottrazione di struttura ma non di sapori e profumi, che arrivano poco dopo. Sorso scattante, teso e soavemente sontuoso al palato, lunghezza tannica e grazia tipica del Grand Cru, imperiale, ha classe ed eleganza uniche che si rivelano nei minuti che sta nel bicchiere conquistando applausi a scena aperta. 98

Chambolle-Musigny 1er cru Les Guenchers 2001
Dolcezza di amarena, ginepro e sciroppo di cassis, sensuale, intensità e carnosità, lascia una scia ferrosa/sanguigna e profonda che non dimentichi, una quasi gelatina di frutta che si stampa per minuti sul palato, splendido. 96

Tra Barolo e Barbaresco lavoro nero per sei euro l’ora: un reportage che fa pensare (e pure incazzare)

Che ci sia sfruttamento tra le colline di Barolo e Barbaresco è notizia che fa salire una discreta carogna a chiunque abbia un minimo di senso civico. Dei tanti aspetti marci che pur ci sono in un settore florido e portatore di benessere e ricchezza come la viticoltura in Langa, questo è probabilmente quello più intollerabile.

Ma andiamo con ordine altrimenti ci mancano dei pezzi.

Il periodo dell’anno in cui escono le guide del vino in Italia è uno dei più prolifici per trovare eccellenti incroci di pseudogiornalismo prestato alla vacua inconsistenza: spesso la distribuzione di premi e cotillon è talmente imbarazzante da meritare solo l’oblio ma per fortuna ci sono dei casi in cui è la cronaca di provincia a regalare le sorprese migliori. O purtroppo peggiori, come in questo caso.

Merita senza dubbio un plauso il reportage di Francesca Pinaffo pubblicato domenica 25 settembre sulla Gazzetta d’Alba, “dal 1882 il settimanale di Alba, Langhe e Roero”.
Il titolo purtroppo dice già tutto: “C’è un’Alba che lavora a sei euro l’ora in nero“.

C’è un’Alba che lavora a sei euro l’ora in nero (REPORTAGE)

L’articolo meriterebbe una lettura attenta ma siccome siete pigri riporto qualche stralcio significativo aggiungendo premesse, parentesi e le dovute considerazioni personali a margine.

Il punto di partenza, semplice e lineare, è che le colline vitate sono belle da guardare e raccontare ma starci in mezzo a sudare sotto il sole o col vento non è l’ambizione di nessuno. Fatte salve rare eccezioni, il lavoro in campagna attira come un calcio sui maroni e a testimoniarlo sono sia campagne molto povere (a basso valore aggiunto), sia zone molto ricche (ad alto valore aggiunto).
Questo tema mi è molto caro da anni, almeno sin dai Tre aspetti sostanziali (più uno) per capire la particolarità del successo di Barolo e Barbaresco, dove il +1 era:

4) Presenza massiccia di manodopera straniera. Paradossale o meno che possa sembrare, le colline più costose d’Italia sono quelle meno coltivate da italiani. Sembra incredibile ma un 70/80% della manodopera è costituita da macedoni, rumeni e albanesi (fonte: Coldiretti) infaticabili e operosi, spesso organizzati in cooperative (più o meno esemplari). Se da una parte, quindi, prosegue incessante la mappatura dei cru, o MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive) in legalese, dall’altra non ci sono frotte di giovani vignaioli impazienti di coltivare Villero, Bussia, Cannubi e Vigna Rionda (“Guarda, quello pota agli Asili”) . Nella ricca e benestante Alba, girare con gli scarponi interrati non è ancora del tutto cool ma potrebbe diventarlo.

Scrive Francesco Pinaffo su Gazzetta d’Alba:

Le colline Unesco parlano inglese e tedesco, fanno affari oltreoceano e attirano persone da ogni dove. È un volto dell’albesità, la capacità di farcela, lavorando duramente, convintamente, sempre. Ma c’è anche un altro volto, assai meno radioso, eppure da mettere in luce. Chi sono gli uomini che popolano le colline nella stagione del lavoro? Quali sono i visi degli stagionali? Sappiamo che, senza di loro, non potremmo mantenere il nostro attuale tenore di vita? Li trattiamo in modo adeguato? Gazzetta d’Alba da tempo racconta le loro povere esistenze. Per incontrarli, è sufficiente camminare per le vie che circondano il centro di Alba, nel tardo pomeriggio. Sono africani, a piedi o in bicicletta, camminano veloce, con lo zaino in spalla. Alcuni si trovano alla fermata dell’autobus: hanno scarponi sporchi di terra e magliette sudate. Sono gli “invisibili” che lavorano i vigneti, appena tornati dalla vendemmia. Non è facile avvicinarli e tanto meno avere informazioni precise sulle loro condizioni di lavoro. A prevalere è ancora quasi sempre la paura di perdere l’occupazione.

Ebbene sì, a chi è cresciuto col Tenete Colombo e La signora in giallo non sfuggirà l’incremento di africani a lavorare le vigne. Prima non c’erano o erano pochissimi, ora sono tanti di più.

Qualcuno, però, tra molti silenzi, sceglie di raccontare. «Ho appena finito la giornata in vigna», dice un ragazzo sui trent’anni, con gli occhi stanchi. «Vado a comprarmi qualcosa da mangiare e una bottiglia d’acqua, prima di tornare a casa». Chiediamo qualche informazione in più: «Lavoro tutti i giorni per una cooperativa, per nove o dieci ore, con una trentina di compagni. Guadagno sei euro all’ora, ma il mio contratto finirà a ottobre. La mia non è una situazione stabile: non è fissato un guadagno mensile, perché l’impegno non è garantito». Questo ragazzo è riuscito a trovare un alloggio insieme a due amici. «Uno di loro lavora in fabbrica e vive certamente meglio di me», precisa, per poi salire in bicicletta e andarsene.

Di fronte al cimitero, sempre alla stessa ora, si notano altri braccianti di origine africana. Arriva di colpo un’auto, scendono quattro persone: salutano, recuperano gli zaini dal baule e siedono sulla prima panchina libera. Sono tutti nigeriani, ma anche questa volta solo uno è disposto a parlare. «Anche noi lavoriamo sulle colline, ma arriviamo da Torino: ogni giorno prendiamo il pullman per Alba e la sera torniamo a casa», dice un ragazzo. «Quanto guadagno? Tra cinque e sei euro l’ora: è poco, ma a Torino non si trova niente da fare. Ci accontentiamo». Quando gli chiediamo se ha un contratto, diventa sospettoso e preferisce chiudere il discorso.

Pinaffo è una freelance che collabora a Gazzetta d’Alba da vari anni, non è la prima volta che si imbatte in questo genere di questioni e ho condiviso con lei una riflessione: non facendo nomi né dando riferimenti precisi il rischio è che la denuncia si risolva in un todos caballeros, dove tutti leggono ma nessuno si sente chiamato davvero in causa, men che meno chi alimenta un meccanismo marcio sulla pelle degli sfruttati.

A discapito di chi lavora bene – regolarizzando i dipendenti e offrendo buone condizioni di lavoro, tanto cooperative quanto soggetti privati – e a vantaggio di chi, per incuria o ignoranza, continua ad alimentare un sistema di sfruttamente perverso e irricevibile.

Un altro punto nevralgico rimane la stazione. Verso le 18.30, i braccianti africani si muovono tra la folla di pendolari e turisti. Le auto di alcune cooperative sono ferme sul piazzale e forse per questo è difficile trovare qualcuno disposto a raccontare. Fino a quando incontriamo un ragazzo che parla solo inglese: la sua terra è il Gambia, è sposato e ha un figlio di otto anni, che non vede da molto tempo. La sua storia è quella di molti migranti: arrivato in Italia su un barcone, si è spostato al Nord. A Bra ha lavorato per anni per una cooperativa. Poi, il contratto è terminato e ha dovuto lasciare anche la casa. La vendemmia gli è sembrata l’occasione giusta: «Il mio capo? L’ho conosciuto alla stazione. Guadagno cinque euro all’ora, ma senza contratto». È stato reclutato più di un mese fa, da quando è iniziata la stagione della raccolta, ma dice di non essere stato ancora pagato. Mentre camminiamo con lui verso via Pola, dove si trova il Centro di prima accoglienza della Caritas, apre una bottiglietta d’acqua. «L’ho comprata poco fa: il padrone mi fa pagare anche il cibo e l’acqua», precisa. La sua è certamente un’Alba molto diversa rispetto a quella che conosciamo: prima di approdare da don Gigi Alessandria, per tre settimane, ha dormito all’addiaccio, su una panchina, di fronte ai binari. «Una volta sono arrivati due poliziotti, i quali mi hanno detto che non potevo rimanere lì: quando se ne sono andati, sono rimasto».

Di questo tema, a dire il vero, si occupò anche Giancarlo Gariglio su Slowine ormai sette anni fa, nel giugno 2015, con l’articolo Schiavi nelle vigne a 3 euro l’ora: la nostra inchiesta sul caporalato, poi ripreso a novembre in Il caporalato nelle vigne spiegato a mia figlia: sfruttamento, evasione fiscale, incidenti sul lavoro.

Alla frase di Gariglio “In Langa e nel Monferrato se non ci fossero i macedoni si fermerebbe tutto” andrebbe oggi solo aggiunto “In Langa e nel Monferrato se non ci fossero africani e macedoni si fermerebbe tutto”.
Il problema dal 2015 rimane invariato e nemmeno affrontato, come dimostra la perfetta aderenza tra i numeri dell’articolo di Slowine e le cifre menzionate da Francesca Pinaffo su Gazzetta d’Alba: “Da un incontro sotto falso nome col direttore di una cooperativa considerata virtuosa e dalle tabelle che ci ha fatto vedere un vignaiolo, sappiamo che il costo orario “ufficiale” e fatturato di un manovale delle cooperative è di 10 euro più Iva l’ora (tutti i prezzi sotto riportati si riferiscono a un’ora di lavoro).
Sempre la cooperativa “virtuosa”, dietro nostra precisa richiesta, ci ha fatto sapere che in nero potevamo spendere 8 euro tutto compreso. Alcuni produttori ci hanno fatto capire che se l’azienda in questione è grande e richiede molto lavoro si può arrivare a 6 euro.
Nel caso di lavoro regolare, il manovale macedone percepisce 6 euro orari se è esperto e 4 euro se invece è alle prime armi. Questo ce l’ha rivelato un ex dipendente di una cooperativa, che ora lavora per un vignaiolo.”

Che fare, quindi?

Documentare, spiegare e fare luce sui fenomeni circoscritti di marcio nell’agricoltura mi sembra un dovere morale che per ora pochi altri oltre Gariglio e Pinaffo si stanno prendendo in carico.
Commenti del tipo “Mettete in cattiva luce un settore virtuoso, in cui la maggior parte delle aziende lavorano bene” o “Fate un danno a livello di immagine e ingigantite il problema” vanno rigettati convintamente. Perché se il 99,99% della comunicazione sul vino è volta proprio ad esaltare le positività del settore, questo non esime dal mettere in rilievo le criticità che pur ci sono, anche e soprattutto in una zona “fortunata”.

Da questo punto di vista, in conclusione, mi ritrovo perfettamente nelle parole di Francesca Pinaffo, che ho interpellato in merito a questa vicenda.

Proprio perché un settore è virtuoso, dovrebbe affrontare con decisione ciò che non va, soprattutto se si parla di diritti delle persone. E credo che, con la sua lunga storia basata sull’etica del lavoro, la zona di Alba possa davvero fare la differenza, portando avanti pratiche esemplari. Alcune settimane fa, in città, si è svolto il Forum Mondiale dell’Enoturismo: dal palco del Teatro Sociale, Carlin Petrini di Slow Food ha condannato le “piccole sacche di caporalato che purtroppo esistono”, invitando il mondo del vino ad affrontare il problema. Fuori, in contemporanea, un gruppo di attivisti e tre lavoratori africani erano impegnati in un sit-in pacifico: in sostanza, hanno distribuito agli ospiti del Forum un foglio – scritto in italiano e inglese – per accendere i riflettori sul problema e per chiedere maggiore attenzione. Avrebbero voluto anche loro salire su quel palco, per dare voce a un giovane lavoratore che ha vissuto in prima persona lo sfruttamento in vigna. Ovviamente, la risposta è stata negativa: per tutto il territorio, spero che a breve possano avere lo spazio che giustamente chiedono, magari in un momento pubblico organizzato in sinergia ai vari attori del mondo vitivinicolo. La conoscenza, la condivisione e il fare squadra sono elementi essenziali per combattere l’illegalità.

[Foto cover: Giancarlo Gariglio]

 

 

Lui è Sergio Genuardi e questo Salgemma 2021 è la sua prima annata

Il potere del gesso. Sembra il titolo dell’epopea di un insegnante delle medie in preda a slanci megalomani ma non si tratta di questo. All’appassionato di vino, il gesso ci riporta alla mente solo una cosa: lo Champagne.

Perché la leggenda delle bollicine poggia le sue solide basi sul solfato di calcio bi-idratato (CaSO4·2 (H2O)), e con la chimica mi fermo qui. Questo materiale bianco-grigiastro è, in parole povere, una roccia sedimentaria di origine marina, formata da un accumulo di conchiglie e microrganismi calcarei in un mare poco profondo (da 50 a 100 m), dove vivevano ricci di mare, ostriche e belemniti (cefalopodi fossili simili ai calamari). Altamente poroso, riesce a trattenere l’acqua in maniera ideale, evitando ristagni e umidità. Insomma una manna per tutto ciò che vi affonda le radici e vi si accasa, come la vite. E come poi il vino che ne deriva, con quella sua sconcertante sapidità. Questo minerale per fortuna è distribuito un pò ovunque, della serie “Il mio tesoro…? Se lo volete è vostro… cercatelo!” (i nerd dei manga capiranno). In questa occasione è stato scovato in Sicilia, “la regione più bella del mondo” (cit.).

Il bello, però, viene adesso perché un ispirato giovane produttore, Sergio Genuardi, decide di puntare tutto sul nero d’Avola. Nasce così il suo primo vino – Salgemma 2021, monovitigno coltivato a circa 600 metri s. l. m. su suoli ricchi di zolfo, salgemma e gesso per l’appunto. Siamo a Casteltermini, nell’entroterra agrigentino, dove i suoli sono ampiamente ricchi di questi minerali. Contatto Genuardi telefonicamente e scopro un pò di informazioni direttamente dalla fonte.”

Mio nonno mi raccontava che qui, ai suoi tempi, la cultura contadina era fiorente, ognuno si faceva vino per consumo familiare, ma a un certo punto la miniera di zolfo (la solfara) divenne più remunerativa e si preferì abbandonare l’agricoltura. Poi la miniera venne chiusa e i terreni quasi tutti venduti ai comuni confinanti.

(…) Io ho 27 anni e sono enologo, ho girato mezza Europa negli ultimi 10 anni, tra studio e lavoro, per andare incontro alla mia passione. A un certo punto ho deciso di rischiare e puntare tutto sul mio territorio e sul mio progetto personale, volevo mettere le radici al loro posto.

Meno male, perché il suo vino è sorprendente, come mi dice subito Carmelo Iozzia, sommelier del ristorante Le Muse di Noto: e pensare che di mio non avrei mai scelto un nero d’Avola (maledetti preconcetti!). Vino vibrante già al naso, dove viene fuori il succo di mirtilli per poi lasciare spazio a pietra bagnata, salsedine che richiama la macchia mediterranea, anice, pepe, zolfo e un po’ di smalto. In bocca il liquido è fresco e succoso ma sfodera anche un elegante grip tannico. Mi colpiscono soprattutto pulizia e tensione tra la componente fruttata e quella acido-sapida.

Questa prima annata non è stata oggetto di nessuna filtrazione e la solforosa è bassissima, ma Sergio Genuardi non è un estremista: “cerco di fare il massimo in vigna, di lavorare meno che posso in cantina ma non ho un pensiero integralista, non voglio etichette. Faccio una piccola produzione artigianale, circa 7 mila bottiglie, e mi posso permettere di puntare tutto sulla qualità senza escamotage e senza dogmi.” Chapeau! Le premesse per un gran bel futuro ci sono tutte.

 

Sergio Genuardi
Contrada Serre
92025 Casteltermini (AG)
sergiogenuardi@gmail.com

+39 340 7033802

Piccole gemme in verticale nella piccolissima Ghemme: Torraccia del Piantavigna, ad esempio

Percorro l’autostrada A26 in direzione nord da tutta la vita per le gite domenicali sul Lago Maggiore, ancor di più negli ultimi anni in cui, da Casale Monferrato, la Liguria sembra lontana come la Sicilia. Il cartello dell’uscita di Ghemme recita testualmente “ROMAGNANO S GHEMME”: da bambino pensavo che quel posto si chiamasse Romagnano San Ghemme, e mi chiedevo chi fosse colui.

La zona vitivinicola di Ghemme è geologicamente interessante.
Dalla collina di Pelizzane (siamo in zona Ronco dell’ulivo), rivolgendo lo sguardo verso ovest, si scorge nelle giornate limpide la serra d’Ivrea, e le colline di Ghemme ad una prima occhiata panoramica sembrano avere un’origine simile.
Basta però una breve passeggiata tra i vigneti e uno sguardo al suolo per capirne la differenza: Ghemme è fatta di strati di argilla e sassi rotondi, gli stessi che si vedono attraversando il fiume Sesia; siamo infatti su una terrazza fluvio-alluvionale, e le colline qui non sono altro che i detriti portati dal Sesia durante le piene per millenni.

Ghemme è una denominazione oggi piccolissima, poco più di 50 ettari vitati (dati del 2019), DOC dal 1969 e DOCG dal 1997.
In epoca pre fillossera il nord Piemonte coltivava a vite un’area simile per superficie a quella delle Langhe, e lo spanna (il nome locale del nebbiolo) era apprezzato dalle corti di mezza Europa e dai ristoranti del milanese, ma il parassita made in USA e l’industrializzazione prepotente che svuotò le campagne cancellarono quasi la produzione vinicola in quest’area.
Oggi i produttori sono pochissimi, spesso con appezzamenti di una manciata di ettari, ma le potenzialità del territorio sono ormai note e probabilmente è questione di tempo perché si torni ai fasti della prima metà dell’800.

Torraccia del Piantavigna nasce negli anni ‘50 dello scorso secolo quando Pierino Piantavigna (nomen omen), originario della Valtellina, mise a dimora un piccolo vigneto su una collina accanto al castello di Cavenago. Il nome Torraccia, contrariamente a quanto si pensi, prende spunto dalla forma quasi circolare di quella prima collina, e non dalla torre (unica in zona) del castello, ridotta ormai quasi ad un rudere.

Sarà poi nel 1997 che il nipote di Pierino, Alessandro Francoli (sì, quello delle distillerie) darà vita all’azienda così com’è conosciuta ancora oggi. Dal 2015 infine entra a far parte di Torraccia del Piantavigna con una quota importante anche la famiglia Ponti (sì, quelli dell’aceto), originaria anch’essa di Ghemme ma nota ben al di fuori del territorio piemontese.

È con evidente orgoglio che Mattia Donna (enologo) e Giorgio Bellomo (il Professore) ci accompagnano sulla collina di Pelizzane, fulcro della produzione, e ci descrivono il paesaggio. Perché Torraccia è anche Gattinara, che ormai ha calamitato gli investimenti e l’attenzione mediatica del nord Piemonte, ma Torraccia è soprattutto Ghemme: “Ghemme è la nostra casa! Lì sotto vedete la nostra azienda, noi siamo nati qui, noi siamo Ghemme!”.

Ad ogni ospite è stato chiesto di scegliere un’annata per la degustazione.
Io ho scelto la 2001, e come ormai capita sempre più spesso (più in Francia che in Italia) la degustazione parte dal vino più vecchio, questo.

Ghemme DOCG, 2001
Nebbiolo 90% e vespolina 10% da vigna Poncioni, un vigneto piantato nel 1977.
Annata piuttosto regolare con però i mesi di luglio e agosto particolarmente siccitosi.
Ciliegia sotto spirito, mora e prugna con una sottile nota di goudron e tabacco, balsamico, di grande eleganza.
In bocca il tannino è dolce e ammorbidito dal tempo, c’è grande sapidità e lunghezza. La dolcezza vanigliata del legno è ancora presente nonostante i 21 anni di bottiglia.
Nel complesso è equilibrato e di ottima beva. C’è da chiedersi quanto ancora possa resistere un vino del genere che dimostra metà degli anni che ha.

Ghemme DOCG, 2007
Nebbiolo 90% e vespolina 10% da vigna Pelizzane. Affinamento di 3 anni in botti nuove.
Naso dolce di lampone e viola, speziato di pepe nero e leggero chiodo di garofano. Un briciolo indietro di freschezza che accentua di conseguenza la dolcezza del frutto e della spezia. Meno longevo e austero del 2001, premia le rotondità quasi vellutate.

Ghemme DOCG, 2008
Nebbiolo 90% e vespolina 10% da vigna Pelizzane. Affinamento di 3 anni in botti nuove.
Il 2008 qui viene ricordato come “l’anno senza inverno”. Nei primi 3 mesi dell’anno le temperature furono miti e ci fu pochissima pioggia. In aggiunta a luglio una tromba d’aria si abbattè su Ghemme dimezzando la produzione.
Naso di viola, ciliegia e melograno, tannino ancora graffiante, tanta acidità e una leggera nota vegetale sia al naso che in bocca che ci raccontano sia dovuta ad una maturazione non completa dei vinaccioli da cui è stato estratto un tannino un poco verde.
Vino su cui scommettere per il futuro.

Ghemme DOCG Riserva, Vigna Pelizzane, 2008
Le uve provengono esclusivamente dalla zona in piano sulla cima della collina di Pelizzane (circa 1 ettaro) che fu travolto dalla tromba d’aria citata poc’anzi.
Per aumentare un poco la produzione circa il 20% dell’uva fu lasciata a grappolo intero, e per questa ragione è rimasto in affinamento in legno per ben 10 anni! Al naso colpisce per la balsamicità mentolata, poi viola, ciliegia e mora. La spiccata sapidità si percepisce prima ancora di assaggiarlo. In bocca è fresco, succoso e compatto, c’è tanta materia ma è anche verticale e sapido. Il tannino è fitto, avvolgente e maturo. Ottimo!
Gli assaggi nei primi anni non convinsero del tutto (ecco perché i 10 anni di legno prima dell’imbottigliamento). Oggi l’enologo Mattia Donna confessa che quella percentuale di grappolo intero, aggiunta più per circostanza che per un vero e proprio disegno, è un esperimento che si potrebbe ripetere. Nelle annate che lo richiedono e nelle percentuali corrette, è uno strumento in più a disposizione. Personalmente approvo.

Ghemme DOCG Riserva, Vigna Pelizzane, 2011
Le uve provengono esclusivamente dalla zona in piano sulla cima della collina di Pelizzane (circa 1 ettaro), e l’affinamento in legno è durato 5 anni.
Grande intensità olfattiva. Il naso restituisce note di freschezza, con scorza di arancia, rosa e viola, ciliegia e ribes, poi spezie dolci e note quasi ferrose e di liquirizia. Di grande struttura, fresco, sapido, succoso e con un tannino fitto ma ottimamente integrato. Legno presente ma di gran qualità e per nulla invadente. Ebbe ottime recensioni quando uscì e conferma il giudizio. Ha ancora tanti anni davanti a sé.

Colline novaresi Vespolina DOC, La Mostella, 2019
Il nord Piemonte deve la sua fortuna al nebbiolo, ma il nord Piemonte non sarebbe lo stesso senza la vespolina, uva coltivata qui da quasi due secoli presente in varie percentuali in quasi tutte le denominazioni di zona (Ghemme, Gattinara, Lessona, Boca, ecc…).
Circa il 3% dei grappoli de La Mostella sono lasciati appassire su graticci e l’affinamento è esclusivamente in acciaio e vetro.
Vino rosso estivo, semplice di ciliegia e pepe rosa e bianco ma con un tannino deciso e una nota pepata importante che gli donano grande personalità. Da bere fresco senza pensarci troppo sù, è un vitigno che almeno una volta nella vita va assaggiato in purezza.

Il mio problema con la syrah (e un Apice 2016 da volare via)

Il mio problema con la syrah è più che altro una questione di pelle. Il suo essere così debordante e quel varietale così marcato me la rendono ingombrante, mi ricorda quelle persone che quando le conosci fanno passare il messaggio che se ti va bene, bene! sennò te ne puoi andare a quel paese.

In fondo è come se mi trovassi di fronte ad uno specchio nel quale non voglio guardarmi per non vedere quelli che ritengo i miei stessi limiti: ci somigliamo troppo per piacerci fino in fondo.

Sta di fatto che, al di là del mio sentire, da questo vitigno nascono vini splendidi (principalmente nel Rodano) in grado di evolvere ed invecchiare a lungo, perdendo quell’iniziale che diventa raffinatezza.

Stefano Amerighi è senza dubbio uno dei vignaioli con il maggior seguito in Italia da molti anni e le sue bottiglie finiscono in un baleno (qui ne sappiamo qualcosa: Vigneron del futuro: Stefano Amerighi da Cortona è un articolo del novembre 2009, ndr). Fortunatamente, ho un caro amico con un bella scorta che mi ha invitato a casa sua per una bella bistecca alla fiorentina con cui stappare questo Apice 2016.

Col vino nel bicchiere, decido di parcheggiare un attimo la mia solita velocità nella degustazione per dedicargli più tempo del solito, i miei movimenti sono lenti, soppeso ogni cosa e lo faccio in silenzio come fossi un ospite che non vuol disturbare. Non mi stancherò mai di dire che – dal mio punto di vista – nel vino esistono una grandezza oggettiva ed un gusto soggettivo e non sempre le due cose vanno a braccetto. Adesso voglio proprio vedere cosa succede con questa syrah così celebrata e solitamente così lontana dalle mie preferenze.

Il colore è vivo e brillante, il suo biglietto da visita è un pepe netto ed esplosivo che sembra volermi ricordare cosa sto bevendo, ne sento un sorso e vengo colpito dalla materia e dall’equilibrio ma decido di aprire qualcos’altro perché voglio dargli tempo per sciogliersi un po’. La scelta si rivela azzeccata. Sgomitando per farsi largo tra la speziatura, fanno capolino note nette di frutti rossi – su tutti il ribes – poi a seguire una bella parte ematica alla quale si uniscono la buccia del mandarino e il pesto di oliva in un continuo susseguirsi di opulenza e freschezza che culmina in profumi di mentuccia.

Anche al sorso questo Apice 2016 cresce a contatto con l’aria: l’alcol è perfettamente integrato, il vino ha una bellissima tensione e lascia la bocca vogliosa di proseguire. Finale che si snoda su frutto e liquirizia di grande persistenza. Gran bella bottiglia di livello decisamente superiore al costo a scaffale (non arriva a 50 euro), perfetta per capire che io e la syrah possiamo finalmente mettere via le reciproche diffidenze e cominciare ad essere amici.

Nota finale per i lettori più stagionati: a quattro ore dall’apertura, al naso si sente chiara, netta ed inequivocabile una nota di Tabù, la caramella in lattina con cui quelli della mia generazione sono cresciuti.

Non servo certo io per dirlo ma nell’elenco dei luoghi mondiali dove si producono grandi Syrah, Cortona occupa oggi un posto davvero di tutto rispetto.

E il naufragar m’è dolce in questo Mare e Vitovska 2022

Mi piace il Castello di Hohenschwangau, vicino sfigato di Neuschwanstein più famoso e disneyanamente celebrato. Mi piacciono molto il Castello di Malaspina perché c’è la camera di Dante, quello di Edimburgo perché ha l’one o’clock gun come il Gianicolo ha il cannone di mezzogiorno, quello di Suomenlinna a Helsinki iperboreali motivi che solo Eino Leino, Jari Litmanen, Aki Kaurismäki e vecchi amici capirebbero.

Mi piacciono il Castello di Velona e quello di Verona, il primo perché lo vedo dalla finestra a Castelnuovo dell’Abate, il secondo perché è citato nella carducciana Leggenda di Teodorico che mi faceva molto ridere da bambino, quando mio padre la declamava facendosi la barba. Amo l’Hohensalzburg perché, altior surgens, si vede dal giardino del Mirabell che è più in basso e cantato da Trakl, infatti ospita la targa coi versi di Musik im Mirabell. Amo Castel Sant’Angelo per ovvii motivi, tra questi un’altra targa che recita non Trakl ma Animula vagula blandula eccetera; e amo anche i Castelli Romani per senso di prossimità, appartenenza e identità, sebbene dei castelli restino oramai solo le spoglie. Amo il Castello del Wawel per l’ultimo inverno di cortina di ferro in cui mi ritrovai, dopo una partita a scacchi e abbondanti screwdriver, a far slittino col culo su un cartone giù per il colle; ma anche perché, a cortina di ferro divelta, vi ripassai mentre ospitava temporaneamente la Dama con l’ermellino.

Più di tutti amo forse il Castello di Duino, arroccato sul bianco raggiante delle falesie a strapiombo sul golfo, un affaccio d’abbagliante bellezza; lo amo anche per il fortepiano al quale suonò Liszt e per il sentiero panoramico intitolato a Rilke, uno che non metteva i likes alle ferragne ma era uso flirtare con Cvetaeva, Salomè e altre influencer del loro calibro. Qui Raniero M. compose le prime due Elegie Duinesi e postò nell’occasione uno status update: “Essere qui è splendido”. Molti likes, molte condivisioni. In effetti aveva ragione. Non bastasse, il Castello di Duino ospita una manifestazione e un vino che amo: anche nel 2022 Mare e Vitovska / Vitovska in Morje ha soddisfatto tutte le attese, a cominciare da quelle mondane: raramente mi ero imbattuto in frotte enoiche tanto composte e, a sera, persino eleganti, quasi la sede suggerisse dress code acconcio e modi distinti. Molte, quindi, le toilettes da serata galante d’estate, con l’opportuna eccezione dei tacchi bassi per affrontare saliscendi, sterrati e selciati senza ritrovarsi galantemente a gambe levate o con un’elegante ingessatura a pendant. Venendo alla sostanza, anche quest’ultima edizione ha alimentato gaudio e gusto, cominciando dalle colazioni (prime e seconde) en plein air presso cantine e vigne, occasioni fortunate per racconti e assaggi extra-Vitovska, e continuando al Castello con la Vitovska e i banchi di svariati ristoranti e produttori di salumi, formaggi, dolci e miele (per le referenze vedere qui): il meglio dei dintorni e una presenza imperdibile da Erba.

Quest’anno si è divertito (e infervorato) anche Carlo Petrini, prima alla colazione da Sandi Škerk e poi alla conferenza introduttiva durante la quale ha celebrato la “… maggior rivoluzione vitivinicola del mondo a opera di una piccola schiera di produttori…” e la loro eccezionalità (cit.): “L’eccezionalità sono proprio i produttori, l’identità è data da loro più che dal vitigno, o dal mare…”.

Petrini, insomma, pare aver preso a cuore le trde glave (in sloveno: teste dure). Più olimpico di lui è stato Nicola Bonera che, con la consueta e compita eleganza, si è soffermato sulla versatilità della vitovska, qualità da non confondere con l’ubiquità: vitigno strenuamente locale, eppure duttile – ciò che Nicola (1) mostrerà efficacemente nella degustazione da lui guidata – al punto da prestarsi a interpretazioni tanto varie, quanto generalmente riuscite.

Ai banchi e nelle degustazioni (quindi solo Vitovska, ospiti a parte)

BAJTA. 2020 sapida, guizzante, agrumata, vivace per nerbo e progressione in allegro. 2016 ben evoluta con agrumi canditi e cenni di nocciola e toffee a caratterizzarla per un tratto morbido veritiero, non artato, ben equilibrato da freschezza e croccante sapidità.

ŠKERK. 2019 austera e serrata. Concentrata, sostanziosa ma nitida e nettante in progressione e chiusura. Riservata. Vino che guarda avanti. 2018 più distesa, soave, dal bouquet composito di fiori, susina, curcuma e mandorla; lunga, leggera, avvolgente e appagante al sorso.

OSTROUSKA. 2021 prova di botte grossa e scalpitante, irruenta, prosperosa e divertente. 2020 fiori, frutta a polpa gialla e sale, tel quel, ovvero esemplare e corretta per la cifra stilistica delle vinificazioni senza macerazione.

Damijan MILIČ. 2019 piccola, sapida, brillante. Una gemma di sale e screziature floreali e fruttate (susina, latte di fico, mandorla).

GRGIČ. Excursus: da lui si è anche andati per il pranzo. Fa vino, ha un agriturismo, un maneggio e una fattoria didattica, è un omone simpatico come sua moglie, alla quale devo grazia sempiterna per uno stinco di maiale con patate e zucchine in tecia. 2019 piena, pastosa e franca di frutta gialla e girasole, sapidissima, gastronomica (non a caso: quasi lo stato di spirito della sua casa). 2020 prova di botte cruda e muta, una nuda lama di sale. 2021 prova di botte altrettanto cruda ma vivace, spiritosa, trascinante.

ZIDARICH. Disclaimer: abdico a finzioni d’obiettività, Benjamin mi aveva conquistato anche prima di conoscere lui e sedere alla sua osmica. 2019 ferma e ferrea al naso, splendida al sorso, piena, nervosa e di presa trascinante. Kamen 2019 sensuale e tenue. Claustrale al naso e invece piena, salata, tesa al sorso. Una carezza in un pugno, Dorme un canto nelle cose, qui le cose sono tante e stop alle citazioni. 2004 autunnale con fiori amari, canditi ed erbe fini, bocca di sale, gesso, canditi e melata.

BUDIN. 2020 firm, crisp and dry. Essenziale nel duplice senso di: a) sobria/asciutta/concisa/sintetica, agli antipodi del ricercato, bombastico e illustrativo; b) bevendola si può finire per non volerne più fare a meno.

SKERLJ. 2020 prova di botte. Disclaimer: il suo è il vino degli amici e il vino degli amici è fuori discussione. Tra visite ufficiali, ufficiose e persino post-lavorative (tra queste memorabile quella con tre entusiasti elettricisti dopo una giornata in cantiere a Monfalcone) non saprei più quante. Se gli amici, poi, hanno il dono innato del bilanciare estro e regola, il compitino del commentatore è di facile esecuzione. Ho preso ad amare la sua Vitovska dalla vendemmia 2007. 2020 lineare, fendente, sassosa e luminosa già prima di andare in vetro, rinnova il piccolo, annuale portento di tre lustri di ragione e sentimento. 2019 energica, fresca e floreale con camomilla e girasole, susina e idromele. Sapidità eminente e grande presa al palato, progressione lunga con cenni di frutta matura (albicocca, camemoro, gelatina d’uva), finale tracciante e dissetante. Ricorda per equilibrio ed espressione proprio la magnifica e corale 2007, a volume per ora leggermente ridotto.

CACOVICH. 2020 Dimitri è giovanissimo, gestisce e abita 3 ettari che, oltre a lui, abitano le sue api. Gestisce anche un’osmiza. La gentilezza, morbidezza di fondo della sua Vitovska pare richiamare il miele e chiude in lunghezza un sorso salato, energico, agrumato (mandarino), intessuto di dettagli erbacei e di frutta gialla matura, molto godibile.

ZAHAR. 2020 Struttura, densità e articolazione aromatica quasi fuorvianti – una sorta di Malvasia in disguise. Sapida e piena, progressione cremosa e dai sapori di frutta gialla matura con finale che chiude decisamente su sale e agrumi.

KOCJANČIČ. 2020 frutta sublimata, non ostentata, profumi rarefatti, sottili e penetranti. Temperata, magra, schiva, senza compiacenze. Un altro bell’esempio di droiture che, nella degustazione guidata, ispira Bonera nella riflessione sulla Vitovska che scardina le credenze non imponendosi per riconoscimenti/riconoscibilità, così sobria e solo mimeticamente fruttata…

Damijan MILIČ. 2019 miele di acacia, fava e albicocca accennati, lime e salmastro più netti. In attacco freschezza svettante al palato, citrina e tesa, evolve tutta in velluto, polpa e freschezza d’agrumi maturi, susina e caprifoglio.

OSTROUSKA. 2020 una pesca bianca, il suo nocciolo, uva spina, un grano di sale (bocca) e prima di quelli cera, miele, crocchette di mais, polenta (naso). Si fa bere, apprezzare, ricordare.

RENČEL. 2018 Se Joško Renčel dice che la 2018 è un’annata classica, da Riserva, allora la 2018 è un’annata classica, da Riserva. Lui interpreta l’annata classica appassendo 2 settimane in cassette, macerando altre 2, svinando e passando per 2 anni in tonneaux usati e acciaio. Risultato? Presa al palato da rosso, grande concentrazione senza gravami, tensione e presenza. Maturità di frutto esemplare senza cotture, confetture, sciroppi. Energica, sapidissima e dettagliatissima. Una lama foderata in velluto, la Vitovska di Hattori Hanzō, senza dubbio vinificata a Okinawa.

Joško Renčel

 

VINARSTVO GEC. 2020 tropicale, lattica, cremosa. Naso tra cedrata, frutta esotica, idrolitina e zuppa inglese. La bocca, al traino di un’acidità tracciante, paga in allungo la trazione anteriore diminuendo l’aderenza e planando su una catasta di frutta assortita.

A colazione (quindi no-Vitovska)

1. Da Sandi Škerk (con Gregor Budin + Damijan Milič)

ŠKERK. Malvasia 2019 radiosa, ariosa e complessa, ha un ventaglio aromatico lento a schiudersi e di ampiezza affascinante, dalle nitide note balsamiche e di frutta candita. Apre al palato in delicatezza e incrementa ritmo e presenza in allungo, con grazia e nerbo perfettamente assiemati, sapidità ingente e una fine speziatura di contorno. Ograde 2019 (vitovska, malvasia, sauvignon blanc, pinot grigio) ancor più complesso per maggiore stratificazione aromatica. Ananas e albicocca disidratati, scorza d’arancia candita, melata, frutto della passione, alloro, ginepro, muschio. Bocca fresca e sapida, dalla presa decisa e tannini che accompagnano la progressione, freschezza crescente e finale salato e fruttato dolce. 18/10 Metodo Ancestrale (glera) camomilla, miele millefiori, lavanda, cardamomo, cedro candito e fondi di caffè. Cremoso e misurato, quasi denso per sensazione tattile, soave nei richiami aromatici, vivificato dalla vena sapida.   

BUDIN. Malvasia 2020 lime, frutto della passione, susina, petricore, timo e curcuma a comporre un bouquet ad alto impatto, ma più emotivo che olfattivo: è buonissima anche al palato con morbidezze e calore misurati e diffusi in principio, corroborata da freschezza e sapidità, piena e dinamica, dal lungo finale in cui il frutto riverbera screziato di fumo e mandorla.   

Damijan MILIČ. Malvasia 2020 essenziale, fresca e dissetante. Pesca, mandarino ed erbe di campo soavi ispirano semplicità e leggerezza. Il suo piccolo do-mi-sol evolve invece al sorso in un insieme più solido, di presenza e persistenza aromatica molto godibili.   

2. Da Vigna sul Mar – Urizio + Bruno Lenardon

Muggia: solo un pugno di chilometri ed è un altro mondo, soprattutto un’altra terra. In effetti è un lembo d’Istria e un letto di flysch, tutt’altro dal calcare e dalle terre rosse dell’altopiano. Il sostrato organico è qui più profondo, il terreno più fertile, sebbene vi siano variazioni a seconda della quota altimetrica: Lenardon, che è poco più in alto, ha suoli più magri; Vigna sul Mar è invece sul versante meridionale della collina di San Bartolomeo e, come suggerisce il nome, la sua vigna si estende fino al mare su terreni fertili e ben drenati.

Bruno Lenardon

URIZIO. Malvasia 2020 avvolgente e complesso il profilo aromatico, slanciato e cangiante. Bocca sapida, fresca ed equilibrata, corposa e vibrante, dalla coda chiaramente salina. Refosco 2020 complesso con amarena, ribes, susina, erbe amare e spezie (pepe rosa), bocca da… Refosco antipodale rispetto al Terrano: corposa e tannica, con tannini morbidi e fini, aggraziata ed equilibrata nello sviluppo, irrorata di freschezza.

BRUNO LENARDON. Refosco 2020 da viti dei due refoschi poi espiantate nel 2021 a 35 anni di età. Vendemmia tardiva per acquisire piena maturità del frutto e pienezza d’aromi. Elegante e fragrante, dal sorso slanciato ma di ottima presa e presenza, finale con ampie e lunghe caudalies fruttate e speziate. Elysium 2018 (moscato rosa di Parenzo) coinvolgente, soave bouquet di rosa tea, salvia, menta, buccia di mela, rabarbaro candito. Bocca leggera, carezzevole, dai molteplici dettagli aromatici e giustamente fresca.

3. Da Rado Kocjančič + Martin Merlak + Sancin

KOCJANČIČ. Malvasia 2020 di respiro marino, accenna appena a frutta gialla, miele e camomilla. Bocca di notevole presa, salina ed essenziale, vibrante e lunga. Una Malvasia vestita da Vitovska. Brežanka 2017 è il vino e la vigna di Breg, come indica il nome. 15 varietà di uva a bacca bianca da un vigneto centenario con quota maggioritaria di autoctone (malvasia istriana, vitovska e glera) e saldo da varietà dalle zone circonvicine: friulano, riesling italico, sauvignon blanc, pinot bianco, ribolla, klarnica, pinela, poljsakica e, per andare più lontani, malvasia del Chianti, auxerrois e due varietà a piede franco non ancora certificate nella banca mondiale del DNA. Fiori di acacia, propoli, pesca matura, albicocca e fieno greco in composto insieme. Bocca avvolgente, quieta, solenne e molto sapida, di notevole lunghezza.

MERLAK. Malvasia 2019 leggiadra e dal timbro aromatico contenuto (susina, fiori di sambuco, menta). Bocca di mandarino e sale, molto fresca, dal bel finale in cui la viva sapidità bilancia note morbide di agrumi canditi e acqua di rose. Rosso 2020 (refosco ped. verde) succoso, puntuto, leggero. Frutti rossi e scuri più una punta speziata e ferrosa.

SANCIN. Glera 2020 naso di grande impatto con pompelmo, lime, timo e frutto della passione. Divertente, fresco e beverino al sorso, con coda aromatica a cadenzare il finale. Rosso Monte d’Oro (VdT, merlot e refosco) ispira frutta rossa matura e carnosa, peperone, fumo. Al palato è sostanzioso e ben ritmato da tannini maturi. Sensibile la nota del legno, dolce e non astringente, sullo sfondo di ciliegia matura, pomodoro confit e composte di prugna e peperone.    

4. Da Grgič + Cacovich + Zahar

GRGIČ. Malvasia macerata 2019 miele, fiori e crema a comporre un naso di spessore cui fa riscontro una bocca rotonda all’ingresso ma sapida, animata e asciutta in allungo. Coda speziata e floreale.   

CACOVICH. Malvasia 2021 gentile e misurata. Fiori di campo, susina e agrumi su uno sfondo salmastro. Bocca sapida e concisa, ben equilibrata, spigliata e dissetante.

ZAHAR. Malvasia 2018 la più opulenta, ampia e grassa al naso con frutta matura, fieno greco e ricchi cenni di pasticceria. Bocca rilassata e regolare, vivificata da ingente sapidità, nitida e nel complesso morbida.

Vedi che io non sono un poeta, lui sì e alla fine della degustazione mi ha salutato con garbo, con cortesia e per nome. On croit que le style est une façon compliquée de dire des choses simples, alors que c’est une façon simple de dire des choses compliquées. Suo, a questo proposito, l’estro nel definire una scala dei gialli per la Vitovska, secondo lo stato evolutivo e il frutto di più immediato riferimento, dal pompelmo delle versioni più tangy a mango e guava di quelle internazionaliste.

Dai non così noti Monti Aurunci (Lazio): Aurete e i dinosauri in smoking

Non molto tempo fa mi sono trovato nella classica situazione ricca di insidie per il bevitore appassionato, cioè la festa di compleanno di un caro amico, per giunta olandese, che ama alla follia i vini laziali e non vede l’ora di riempirti il bicchiere. Paura!

Arrivato privo di ogni entusiasmo, ho dovuto ricredermi non appena il padrone di casa mi ha passato con un sorriso gaudente il primo bicchiere di vino. Un calice di rosso proveniente dalla parte meridionale del Lazio, fatto da ragazzi giovani allo loro prima vendemmia: con un “Super fresh and tasty” mi intima di provarlo subito e a quel punto, incuriosito da un entusiasmo sospetto, mi lascio andare.

Rimango sorpreso, pur sapendo di trovarmi nel Lazio non avevo idea di cosa stessi sorseggiando, il vino in questione aveva una bevibilità eccezionale, la scarica di acidità di un terrano del Carso e la spensieratezza di un gamay del Beaujolais. Un vino da merenda, da bere fresco durante l’estate che stava per iniziare.

Raspato nero, questo è il nome del vitigno autoctono originario dei Monti Aurunci nell’area sud della provincia di Frosinone, coltivato nel comune di Esperia. Recupero la bottiglia contraddistinta da un’etichetta originale che strizza l’occhio al marketing raffigurante uno scheletro di dinosauro in smoking che fuma un sigaro seduto su una poltrona. Raptor 2020, azienda agricola Aurete. Memorizzo la bevuta appagante, segno questa piccola realtà meritevole di visita e in effetti, complice una breve vacanza, così è stato.

Prendo accordi telefonici con Giovanni Vittiglio, che si è dimostrato sin da subito disponibile a conoscermi e mi spiega che al momento Aurete non ha una cantina di proprietà dove vinificare le proprie uve ed è “ospite” da Mario Basco dell’azienda agricola i Cacciagalli, realtà vitivinicola biodinamica nella vicina valle di Teano, punto di riferimento per l’affinamento esclusivo dei vini in anfora di terracotta.

Appuntamento quindi al tramonto direttamente in vigna.

Esperia è un piccolo comune incastonato sul Monte Cecubo, le vigne si trovano nella frazione di Monticelli nel Parco Naturale dei Monti Aurunci, non lontano dal golfo di Gaeta, un’oasi naturalistica caratterizzata da suoli di colore rossastro ricchi di ossidi quali ferro e magnesio derivanti da fenomeni carsici (dissoluzione di rocce calcaree in superficie causate da acque piovane che erodono le pietre sciogliendo i minerali in esse presenti). Qui di recente sono state rinvenute delle orme di dinosauro tra le più antiche del Lazio, risalenti al periodo Cretaceo quando l’intero territorio era ricoperto d’acqua (ed ecco quindi svelato il motivo delle etichette così ammiccanti).

Incontro Giovanni Vittiglio, Eugenio Varone e Vincenzo Coppola – i tre fondatori di Aurete – appoggiati a un pozzo adiacente alla vigna, intenti a preparare un aperitivo improvvisato, e ho la piacevole sensazione di essere arrivato al momento giusto. L’azienda nasce nel 2016 dalla passione di tre amici per il buon bere e durante la nostra conversazione scopro che Giovanni ed Eugenio provengono dal mondo della birra artigianale mentre Vincenzo è agronomo di professione. Gli ettari vitati sono quattro divisi in tre differenti vigneti: Aurete, il più giovane, piantato nel 2018 a syrah, Via Romana e Cariano, mezzo ettaro di vigneto pluricentenario a piede franco sopravvissuto alla fillossera dal quale, attraverso una selezione massale, sono stati recuperati i due vitigni autoctoni – il raspato nero e la reale bianca – che sono stati inseriti dall’ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio) nel registro nazionale e regionale.

Attraverso la consulenza di Michele Lorenzetti dell’azienda Terre di Giotto, i preparati biodinamici di Carlo Noro e supportati dall’amicizia di Mario Basco dei Cacciagalli, che ha messo a disposizione la cantina e preziosi consigli, i ragazzi di Aurete hanno speso i primi anni ad arricchire i suoli e curare le piante confrontandosi con i contadini locali e arruolandone uno di fiducia che si muove con una familiarità tipica di chi ha passato giornate intere tra i filari.

Assaggiamo i vini sotto il caldo sole di giugno all’ombra di un albero, Giovanni ha portato i vini frutto della vendemmia 2021 imbottigliati da qualche settimana e quelli della 2020 che hanno beneficiato di un riposo di un anno in bottiglia. Thero 2020 è un bianco macerato ottenuto da l’uva reale bianca con un piccolo saldo di trebbiano. La macerazione avviene in anfore di terracotta prodotte da Artenova (Impruneta) e Giovanni mi spiega che la scelta del contenitore non è casuale in quanto l’anfora esalta la mineralità del vino e permette al liquido di respirare, ne regola l’umidità e soprattutto concentra, poiché l’argilla a differenza del legno permette una maggiore evaporazione di acqua. Bianco luminoso, naso pungente, note di pesca gialla nettarina, susina, salvia e roccia. Il sorso è vibrante, fresco e ampio, una nobile acidità tipica di altre latitudine non farebbe pensare a un vino del Lazio e invece la reale bianca sorprende e stupisce. Nel 2021 i ragazzi hanno scelto una macerazione più corta, il vino è più esile pur mantenendo il tratto stilistico dell’annata precedente, ci sarà bisogno di un po’ di tempo in bottiglia per esaltarne l’indubbia qualità.

Il Raptor 2021, raspato nero in purezza, esprime da subito un’energia dirompente nel bicchiere, liquido vinificato in sottrazione che non rinuncia al frutto, lampone in primo piano, una accenno di acidità volatile slancia il sorso e un vino che si farà, anche lui ha bisogno del suo tempo. La vendemmia 2020 che già in precedenza avevo incontrato regala un liquido sfaccettato e versatile. Il frutto vira su una mora selvatica, terroso e pepato. Sorso incisivo sulla lingua, dotato di una bella tensione, l’acidità è dinamica e supporta un tannino energico e sferzante. Come per Thero, la macerazione e la fermentazione avvengono in anfora.

Sauro 2020 è l’ultimo vino che assaggiamo, frutto del vigneto più giovane piantato a syrah. Il liquido sosta per circa cinque mesi sulle proprie fecce in clayver di gres – nient’altro che botti realizzate in ceramica, e come spiega Giovanni del tutto equiparabili al cemento per quanto riguarda impermeabilità e isolamento termico – mentre a dispetto dell’anfora di terracotta, dal punto di vista funzionale presentano una minore porosità. Sauro è una scommessa che ha del potenziale, e l’areale di Esperia potrebbe valorizzare un vitigno con il quale non sono mai riuscito a entrare in sintonia quando coltivato nei confini regionali (quelli laziali). Liquido morbido e carnoso contraddistinto da una marcata ciliegia matura. Al naso si avvertono delicati sentori di pepe bianco e una lieve nota ematica. È una syrah che si lascia bere con disinvoltura, aggraziata, supportata da un tannino fitto e deciso. Inizio a fantasticare e bevendo Sauro penso a un ballerino classico che seppur non dotato di un particolare talento attraverso sacrificio, sudore e una dedizione ferrea potrebbe arrivare a esibirsi su palcoscenici inaspettati.

Il sole lentamente scivola via tra le dolci curve dei Monti Aurunci, vado via con la consapevolezza di aver incontrato dei ragazzi con una voglia matta di mettersi in gioco e un amore incondizionato per il luogo a cui appartengono, ai più forse sconosciuto, dove la viticoltura vanta una tradizione millenaria ma tanto loro lo sapevano già.

Quando ti servono un poker d’assi: Vitovska, Malvasia, Refosco e Terrano

Ah gli splendidi versi del poeta ignoto Bacco che del Carso le doline onora
ecco il primo verso da soffiare nella siringa.
(Carolus L. Cergoly)

La quantità prodotta è esigua: circa un ventesimo della produzione regionale, che a sua volta conta per circa un ventesimo di quella nazionale. Tuttavia, se guardiamo alla storia e alle caratteristiche identitarie che li contraddistinguono, possiamo considerare Vitovska e Malvasia, Refosco e Terrano quali stelle di prima grandezza nella costellazione enoica in Italia.

Non serve dar troppa carica alla macchina del tempo e rifarsi alle citazioni più antiche e autorevoli, peraltro già abbastanza note e talvolta controverse. È sufficiente viaggiare indietro di pochi secoli, fino all’epoca in cui Trieste entrava nell’orbita asburgica e Muggia, scomparso il Patriarcato di Aquileia, in quella veneziana; e leggere le cronache di viaggiatori e religiosi sconosciuti ai più, o quelle degli opposti interessi economici triestini e veneziani e dei dissesti, sabotaggi e incursioni che causarono; o, ancora, i trattati di medicina, gli atti catastali, i registri di transazioni commerciali, tributi, omaggi nobiliari, decime.

Che i vini di queste contrade fossero particolarmente graditi alla Casa d’Austria, in Germania e nelle Venezie, lo attestato molteplici fonti: allora non si facevano ancora i nomi attuali, bensì soprattutto quelli di Ribolla e Moschatellum, con la prima che denotava a Trieste e Muggia il bianco di qualità superiore.

Si nominava, in verità, anche il vinum terranum, ma solo nel senso generico di nostrano e per differenziarlo dai vini navigati e da quelli di maggior valore: un vino fuori commercio, prodotto per il consumo diretto delle comunità cittadine e del contado. Il vino di qualità triestino e muggesano, destinato invece al commercio piuttosto che all’uso quotidiano, veniva conservato nelle canipe – le caneve – in attesa dello smercio.

Di lì a poco – meno di un secolo – il Terrano, stavolta con la maiuscola, sarà oggetto di quella che lo storico Fulvio Colombo definisce una brillante operazione di marketing: la riscoperta del Pucinum, lodato da Plinio Seniore per la qualità e per le straordinarie proprietà medicinali che sarebbero valse lunga vita a Livia, l’imperatrice moglie di Augusto. Il pubblicitario di genio fu Pietro Bonomo, poi fatto vescovo, il quale collocò le origini del vino nell’area del Castello di Prosecco dove, vedi tu le coincidenze, si trovavano anche le vigne familiari.

Un altro vescovo, Andrea Rapicio, sull’onda del Pucino-revival celebrava il “… padre Pucino, che a Livia serbasti tanto a lungo una volta i suoi anni felici di vita […] abiti i colli aridi e l’alte rupi scoscese e i lidi giapidi e ch’ogni altro frutto sorpassi in valore e in fama”. Ancora, il medico senese Pier Andrea Mattioli ne riassumeva così i benefici effetti: “… i villani del Carso […] bevendo sempre vini simili al Pucino rarissime volte s’amalano, et invecchiansi lungamente, di modo che infiniti vi se ne ritrovano, che passano novanta, et cento anni…”. Mattioli regala a noi contemporanei e filologi della domenica anche un colpo di scena: descrive infatti il Terrano come: “… sottile, chiaro, lucido, proprio di color d’oro, odorifero, et al gusto gratissimo.” Un Terrano bianco. Probabilmente si trattava di glera, essendo la varietà originaria di queste zone e da queste diffusasi in Veneto e in Dalmazia. I tifosi del rosso, invece, individuano nell’etimo latino pix (pece) l’origine del nome e la spiegazione del colore.

Un altro secolo d’attesa, ed ecco la seconda operazione di marketing, complementare alla prima e altrettanto opportuna: la Ribolla triestina cambia denominazione e diventa Prosecco, assumendo il nome della zona di produzione oramai popolarissima per i suoi “preciosissimi vini commendati et desiderati da tutti i gran Signori d’Alemagna” – così il genovese Nicolò Manzuoli. A Muggia, che è veneziana, restano invece le Ribolle e sono “dolci e soavi, le quali vanno a Venezia e sono stimate, non aggravando né lo stomaco né la testa.”

Casi di opportunismo terroirista? Rebranding scaltro? Terrani bianchi? E il Pucinum, era un archeo-Refosco, una paleo-Vitovska o una proto-Glera? Tra storia e fantasia, sta a voi giudicare. Al di là dei cambi di denominazione, colore ed epoca, come conclude giustamente Fulvio Colombo, “… l’operazione poteva avere scarse possibilità di riuscita se il vino triestino – e aggiungiamo quello muggesano – non fosse stato già conosciuto e apprezzato.” Il punto è proprio questo: abbiamo a che fare con vini bevuti e celebrati da secoli – per l’esattezza da un paio di millenni – in quanto provenienti da terre particolarmente vocate e per ciò stesso riconosciuti per qualità superiore. O anche per le proprietà medicamentose.

Tornando a tempi più recenti, è noto che la configurazione del territorio e le matrici dei suoli determinano una suddivisione netta in due zone distinte, ben riflessa nel profilo organolettico dei vini: ai terreni marnoso-arenacei bruno-ocra o giallo ocra (flysch), ai pastini ben esposti al sole e più protetti dalla bora, si alternano sull’altopiano i suoli calcarei e le terre rosse in condizioni climatiche radicalmente diverse, dove la coltivazione si impone a costo di grandi fatiche – scassi, spietramenti e riporti – sui suoli prevalentemente rocciosi e dallo strato organico esiguo. Vini di terra da un lato, vini di pietra dall’altro, ieri come oggi accomunati dalla prossimità del mare.

Se un tempo furono archeo-Refoschi, paleo-Vitovske e proto-Glere, oggi sono questi: il Terrano, di fatto un Refosco dall’altopiano, e il fratello che è Refosco anche di nome e gli fa riscontro da basso, sul flysch della fascia costiera. Il primo viene dai suoli calcarei e ricchi di ferro del Carso ed è fendente, di sferzante freschezza e grande tensione gustativa; un compagno ideale per salami a grana grossa, stufati e zuppe. Il secondo ha pari vigoria ma è più corposo, solare e morbido, ha tannini di maggior grana e una speziatura più dolce; un rosso da abbinare a pietanze di carne più elaborate. C’è poi la versatile Vitovska, genio bianco del luogo, solo da pochi decenni recuperata all’anonimato, forse anche alla scomparsa, da lungimiranti vignaioli che ne compresero il pregio e le peculiarità e la sottrassero all’uso dell’uvaggio casalingo con malvasia e glera. Tanto è essenziale e asciutta nelle vinificazioni senza macerazione, quanto complessa e profonda in quelle che la adottano. Bianco dal grande potenziale d’invecchiamento, spicca per freschezza e sapidità marina, per il nerbo e le caudalies mandorlate e salmastre. La sua espressione aromatica è più o meno articolata nelle sue differenti versioni – dal floreale e fruttato tenui e bianchi delle Vitovska più magre a spezie gialle, agrumi canditi, frutta secca e pietra focaia in quelle macerate e più strutturate, fino a quelle di resina, miele, vegetali e speziate più complesse degli affinamenti in anfora o pietra di Aurisina.

C’è, infine, la Malvasia, che un vignaiolo del Carso ama chiamare “la Regina” e connotare per la sua “ossatura grossa”, flessuosa, sinuosa e prestante, distinguendola in ciò dalla Vitovska che per lui è “l’operaia”, fatta piuttosto di fibra e nervo, tensione e magrezza. Dei quattro vini è quello che spicca per intensità espressiva, struttura e opulenza, risolte però in energia e progressione grazie a freschezza e sapidità connaturate e infiltranti. La si può riconoscere, amare e, soprattutto, bere per la maggiore articolazione del suo corredo aromatico, con frutta ora fresca e croccante, ora dolce e matura, spezie dolci, variegati pot-pourri di fiori ed erbe di campo.

Ci sarebbe, in realtà, anche la Glera, che è tornata a casa da poco e già si va riacclimatando bene. Ce la lasciamo volentieri da parte per altre storie, altre bevute, riscoperte future.

[Post sponsorizzato. Le attività di pubblicazione fanno parte di un progetto della rete CARSO-KRAS per la valorizzazione dei vini autoctoni ad Indicazione Geografica Tipica Vitovska, Malvasia, Refosco e Terrano, finanziato dalla misura 3.2.1 del PSR 2014-2020 della Regione Friuli Venezia Giulia.]

[Credits foto]

Le UGA di Greve in Chianti con Alessandro Masnaghetti (il video è proprio bello)

L’associazione dei viticoltori di Greve in Chianti ha aperto la stagione degli assaggi autunnali con una chiccha di approfondimento degustativo coinvolgendo Alessandro Mapman Masnaghetti. Con esempi, tavolo e foto tratte dal suo ultimo libro proprio sul Chianti Classico (ora in prevendita, disponibile da fine settembre: “Il primo libro al mondo dedicato esclusivamente al territorio del Chianti Classico, ai suoi comuni, ai suoi vigneti e alle sue Unità Geografiche Aggiuntive (UGA).”).

Ora, il lettore ha due strade, anzi tre.

1) Mettersi comodo in poltrona e vedere l’intera presentazione su YouTube. Non serve nemmeno dire quanto ne valga la pena e quante informazioni di prima mano escano fuori.

2) Leggere il mio report sotto con video autoprodotti nel mezzo. Strada più facile e quanto più possibile fedele all’originale.
3) Leggere il report e poi vedere il video per intero, ovvero: come diventare cintura nera di Chianti Classico in appena due ore.

Bene, chi ha seguito la strada 2 o la strada 3 mi segua.

Masnaghetti – con calma e umiltà che lo caratterizzano – ci ha condotti in un percorso (da rifare subito in bici, a piedi e anche in auto) tra le tante diversità di un territorio come quello del Chianti Classico che, oltre alla suddivisione in 11 Unità Geografiche Aggiuntive (le famose UGA) presenta molte altre sfumature.

Riprendendo in parte alcuni concetti già espressi in una degustazione simile pochi mesi fa a San Casciano, apre la lezione mostrandoci come il Chianti Classico sia una DOCG molto eterogenea dal punto di vista geologico con macigni (a parte Vagliagli) quasi solo sui monti del Chianti, mentre per il resto è soprattutto marne, con formazione di Sillano, alberese e altre argilliti a fare la parte del leone. Sui bordi a nord (San Casciano) si aggiungono i depositi fluviali e nella zona sud ovest alcuni depositi lacustri, colline dolci e argillose che somigliano a quelle delle Crete Senesi come forma ma ovviamente non come geologia.

A sud (Castelnuovo Berardenga), troviamo sabbie marine plioceniche e conglomerati, come a Poggio Bonelli e lungo la strada tra Pianella San Felice e San Gusmè. Un suolo simile lo ritroviamo sul colle di Montepulciano e nell’astigiano. In zona si chiama tufo senese ma non è tufo per niente. Il tufo è vulcanico, questa invece è sabbia marina compattata.

Come linee generali sappiamo che dove c’è più sabbia ci sono meno colore ma più eleganza e intensità di profumi, dove ho più argilla il vino è più ricco e pieno, con più colore e struttura, e nel mezzo ci sono tutte le altre sfumature che però hanno meno importanza sul vino rispetto ad elementi come microclima, boschi, coltivazioni attorno, altitudine, latitudine e venti.

Greve in Chianti in particolare si stanzia su 12mila ettari, con il fiume Greve nel mezzo e i monti del Chianti che fanno da confine orientale: rispetto ad altri comuni del Chianti Classico, ha in media molti ettari dedicati a olivi e bosco, anche più di altre UGA, e nello specifico è Montefioralle ad avere più oliveti di tutti.

La mappa geologica di Greve cosa ci dice?

C’è una distinzione grossa a Greve in tre sottozone dal punto di vista geologico ben distint. Abbiamo Destragreve che ha come suolo di riferimento il macigno presente anche nella zona di Dudda e Lucolena (oltre i monti del Chianti, guardando il Valdarno) con scaglia toscana, argilliti varie,  la riva sinistra della Greve (che comprende anche Panzano e Strada in Chianti) che ha come suolo argilliti e formazione di Sillano a nord (la stessa argilla da cui si fa il famoso cotto) e infine Montefioralle, che anche se sarebbe sulla riva sinistra ha in realtà nel sottosuolo quasi solo alberese se non nella parte a sud che ha pietra forte. Panzano poi scendendo ulteriormente nel dettaglio ha un poco di tutto con zone ben mescolate e sovrapposizioni molto sfumate.

Su macigno anche qui troviamo poca vite perché c’è poco suolo e siamo quasi subito su rocciamadre. Ruffoli (dove c’è Querciabella) ha macigno e vegetazione e cambia molto rispetto a Lamole e Greve, nonostante il suolo sia simile. Ruffoli è più siccitosa e ha meno bosco.

I vini in assaggio, intrigantemente degustati a coppie, ci hanno permesso di cogliere molte delle sfumature riportate nella trattazione pur ribadendo che le micro differenze di terroir e l’interpretazione umana spesso vadano oltre le differenze che possono nascere dal suolo stesso.

Ottomani Chianti Classico UGA Greve “sottozona Strada” 2020
Ricco, denso e scuro, mirtillo e ciliegia, tannino sfumato e rotondo, calore accennato, tocco di liquirizia e qualche linea speziata. 87

Tenuta di Nozzole Chianti Classico UGA Greve “sottozona Chiocchio” 2020
La zona del Chiocchio è sempre a nord, famosa per argille e vasi di terracotta, sotto troviamo soprattutto formazione di Sillano; il vino è caldo, fine e trasparente, floreale, viola e lavanda, sorso teso e sottile di bella acidità e sostanza, finale veloce e agile, grinta e piccantezza. 88

Santo Stefano Chianti Classico UGA Greve “sottozona Greti” 2019
Zona più a nord, esposta a sud-ovest quindi più tannino e struttura, meno caldo, c’è anche alberese sotto, note di viola, menta e susine mature, mentolato e balsamico con bella sostanza e finezza, tocco amarognolo e pepe nero, liquirizia, caffè e tostature. Finale di sostanza e durezza che si fa apprezzare con tannino più incisivo e terroso (più di Panzano in genere, tipico della formazione di Sillano) rispetto a zone più calde. 89

Villa Calcinaia Chianti Classico UGA Montefioralle 2019
Guarda est, più fresco, alberese si sente in acidità o che si sente di più, frutto più chiaro alberese senza terrosità, delicato floreale, viola vivida e giaggiolo, bergamotto e arancio,  il sorso com freschezza e agilità, beva sapida e fine, scorre veloce lasciando bel segno di grinta e grazia insieme, tannino di bella fittezza. 91

Terre di Melezzano “Chiandrè” Bio UGA Greve 2020 “sottozona Destragreve”
Sponda destra della Greve, vigne sono su Sillano in alto, pietra forte e macigno, mix tipico di qui, stile più santo stefano ovvero tannino più incisivo, terroso, bicchiere trasparente e fine, ossidazione lieve, menta, amarena, viola, zenzero e curcuma, tannino e freschezza belle, pochi spigoli ma tanto carattere. 89

Castello di Querceto Chianti Classico UGA Greve 2020 “sottozona Dudda Lucolena”
Zona sempre fresca, tra monti del chianti e Valdarno in basso, guarda il Casentino. Finora era anche dura avere maturità, ora perfetto per acidità in evidenza, stile qui è molto su frutto scuro amarena, visciole, prugne e mirtilli, torna terrosità e amarognolo a Sillano e argilliti, finale progressivo e ricco, tanta sapidità e menta, ritmo e vivacità a mescolare abbondanza e tensione. 91

Ca’ di Pesa Chianti Classico 2018 UGA Panzano
Ricco pieno e decisamente tipico della sottozona, siamo su poggio di Pietraforte, macrozona si sente molto (Rignana, La Massa, Rampolla) con sue note di mora di gelso e arancio rosso, pare balzare fuori dal bicchiere per intensità e dolcezza , quasi stucchevole al naso ma che poi in bocca trova equilibrio con mentolo ed eucalipto a dare ritmo e piacevolezza facili ma mai banali.Una bella sintesi di compatezza di Panzano con in più freschezza di Alberese su lato est (all’opposto di questo vino), mentre su lato ovest dove siamo qui ho più pesantezza in genere, qui non la trovo perchè annata è più fresca, in altre annate sarebbe stato più ricco e carico. 92

[Lo storico fotomontaggio di Mapman è di Fabio Rizzari]

A tutte le mamme (Barolo Brunate 2014, Giuseppe Rinaldi)

Rientro in casa da una lunga vacanza, non il primo pensiero ma sicuramente quello più insistente è stappare una bottiglia godereccia da consumare spensierato con mia moglie al fianco, rinfrescando storielle appena vissute, figlie della nostra avventura familiare.

Non tutti i programmi vanno come previsto, ma meglio così. All’arrivo in cantina, gli occhi si posano subito su un pila di bottiglie di un produttore a cui sono particolarmente legato. Non ho tentennamenti e d’istinto afferro una bottiglia di Barolo Brunate 2014 Giuseppe Rinaldi. La mente – fresca dal prolungato riposo ma stanca dal lungo viaggio di rientro – torna malinconica alla prima ondata pandemica, aprile 2020, periodo in cui conobbi telefonicamente la signora Annalisa, persona squisita, con la quale discussi delle difficoltà a cui l’emergenza sanitaria ci stava sottoponendo e di come provare a superare al meglio quel brutto periodo, finendo quasi per dimenticare il motivo principale della telefonata.

Nei mesi che seguirono, nonostante tutte le precauzioni, mia madre si ammalò di Covid-19 e volò via. Nei giorni scorsi, durante le vacanze, sono venuto a conoscenza della triste notizia anche la signora Annalisa ci ha lasciati.

Se penso adesso al 2020, nonostante tutto il marasma che ci circondava, per me quello era un periodo felice, perché mia madre era viva. Ma la vita è così, è un processo naturale, i figli seppelliscono i genitori; da padre di due bambini, il contrario sarebbe per me un dolore insopportabile.

Barolo Brunate 2014, Giuseppe Rinaldi
Sussurra profumi di petali di rosa, sottili aromi di spezie stuzzicano la mente, scorza di agrume, tè nero e frutta rossa soggiungono col trascorrere del tempo. All’assaggio, eleganza e freschezza sono le prime parole che mi vengono in mente, raffinatezza e slancio le successive, è un vino da bere senza sosta, è conviviale e gioioso: muscoli, struttura e prestanza li lasciamo ad altri Barolo, questa è una bottiglia che stappi e bevi, poi ridi e pensi:” ma quanto è buono”.

Mia madre diceva sempre: ”cu te vo chiù bene da mamma u cuore ti inganna.”
Spero di riabbracciarti un giorno. E dopo il proverbio calabrese, un pensiero del mitico Beppe Rinaldi, raccontatomi proprio al telefono dalla signora Annalisa: “ Per apprezzare un Barolo devi sentire un processo di educazione e di conoscenza.”

E con questo Barolo Brunate 2014 nel bicchiere, un brindisi speciale a tutte le mamme che non ci sono più.

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