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20 Gennaio 2023

Alcol, salute, etichette e scelte europee. Un report per approfondire

ABSTRACT

. La Commissione Europea, nel suo Piano per la lotta contro il cancro, ha proposto un’etichettatura comune per tutti i paesi membri che riportasse avvertenze sanitarie su tutti i prodotti alcolici.
. Il Parlamento Europeo ha emendato quella proposta a larga maggioranza, esprimendosi negativamente proprio sul punto delle avvertenze sanitarie in etichetta.
. La Commissione ha successivamente dato via libera all’Irlanda per introdurre tali avvertenze, nonostante un voto molto chiaro del Parlamento Europeo sulla questione. La forzatura della Commissione è senza dubbio meritevole di biasimo.
. Ma che rapporto c’è fra alcol e cancro? Uno studio di Lancet Oncology lo chiarisce: anche al consumo moderato sono associati (pochi, pochissimi, ma pur ci sono) casi di tumori.
. Il punto dunque è tanto l’etichetta, quanto l’aprirsi di un fronte sanitario per il consumo di alcol. Questo, in passato, era stato messo all’indice per i suoi effetti sociali piuttosto che sulla salute.
. La scelta dei produttori di vino di combattere una battaglia su questo fronte, mirata semplicemente a negare i rischi, potrebbe rivelarsi una strategia perdente sull’esempio di quanto accaduto all’industria del tabacco.

Il rapporto fra alcol e salute è stato al centro di controversie politiche di settore negli ultimi mesi. Un dibattito a distanza che ha visto Intravino affrontare a più riprese l’argomento, soprattutto grazie agli interventi di Jacopo Cossater, tenendo una posizione che insiste sul non negare i rischi per la salute connessi con il consumo di alcol, senza tuttavia dimenticare quanto di buono, il vino in particolare e le bevande contenenti alcol in generale, ci possono offrire a fronte della nostra capacità di saperle gestire [1].

Dispiace che Assoenologi, per parola del suo presidente Riccardo Cotarella, abbia invece acceso di un fervore bellicoso i toni del confronto, definendo la propria posizione una “resistenza [nientemeno ndr], necessaria per ricacciare indietro questi folli attacchi [così sono definite le posizioni non sovrapponibili a quella di Assoenologi ndr] che rischiano, prima o poi, di creare seriamente dei danni inestimabili al vino, patrimonio della nostra storia e tradizione culturale e gastronomica.[2]”
Non dubito che Riccardo Cotarella abbia profondamente a cuore la nostra storia e tradizione culturale e gastronomica, ma credo abbia altrettanto  a cuore – del tutto legittimamente – i possibili contraccolpi che un mutare della sensibilità e della percezione diffusa rispetto al consumo di vino, potrebbe arrecare all’intero comparto e al suo indotto.

Comparto che in Italia vale oltre 14 miliardi di euro [3], senza considerare l’indotto. [4] Un settore già in difficoltà per una serie di fattori che chiunque può facilmente immaginare: i lockdown imposti dalla pandemia di Covid-19 e successive varianti, la guerra e i suoi molteplici effetti sull’economia e sul sistema produttivo, la stretta del credito, l’inflazione. [5] Che ci siano ragioni per essere nervosi, da parte dei produttori e di chi ne tutela gli interessi, è del tutto comprensibile. Tuttavia non è ancora venuto il giorno in cui il nervosismo e le reazioni scomposte saranno il modo giusto per affrontare una sfida.

Per questo ha senso tornare sull’argomento, per cercare di dare un po’ più di informazioni sulla vicenda e per rifuggire inutili eccessi retorici. E per riallacciare le fila di un dibattito che può stare su toni ben diversi da quelli finora proposti.

Il Piano europeo per la lotta contro il cancro

Era il 3 febbraio 2021, quando la Commissione Europea annunciava:

Oggi, alla vigilia della Giornata mondiale contro il cancro, la Commissione europea presenta il Piano europeo per la lotta contro il cancro, una delle principali priorità in materia di salute della Commissione von der Leyen e un pilastro fondamentale di una forte Unione europea della salute. […] Il Piano europeo per la lotta contro il cancro sarà sostenuto da azioni che spaziano in tutti i settori delle politiche europee, dall’occupazione, all’istruzione, alla politica sociale e all’uguaglianza, passando per il marketing, l’agricoltura, l’energia, l’ambiente e il clima, fino ai trasporti, alla politica di coesione e alla fiscalità.

Come chiunque può notare, non figura in quell’elenco di settori quello apparentemente più legato al tema della salute: la sanità. L’UE, infatti, integra le politiche sanitarie nazionali, sostenendo i governi locali dell’UE nel raggiungimento di obiettivi comuniQuesto per chiarire fin da subito che il piano non riguarda direttamente la politica sanitaria (su cui le competenze della Commissione sono relativamente limitate), ma più direttamente il marketing e la comunicazione, temi che rientrano nell’ambito delle competenze dell’UE.

I quattro pilastri di questo piano sono: prevenzione, diagnosi precoce, accesso ai trattamenti, miglioramento delle condizioni di vita dei malati. Riguardo alla prevenzione le linee guida del piano sono così sintetizzate:

Prevenzione attraverso azioni che affrontano i principali fattori di rischio come il tabacco (con l’obiettivo di garantire che meno del 5% della popolazione ne faccia uso entro il 2040), il consumo nocivo di alcol, l’inquinamento ambientale e le sostanze pericolose.

L’alcol viene quindi menzionato esplicitamente fin nei comunicati di sintesi (anche se fate caso a quel “consumo nocivo” perché ci torneremo dopo). Guardiamo allora l’intero documento della Commissione nella parte dedicata proprio all’alcol (pag. 10 e seguenti) e vedremo che quanto previsto dalla richiesta irlandese di cui si discute in questi giorni, è l’esatta applicazione di quel che veniva disegnato nel Piano europeo per la lotta contro il cancro.

Per ridurre l’esposizione dei giovani al marketing dell’alcol, la Commissione […] proporrà l’obbligo di indicazione degli ingredienti e della dichiarazione nutrizionale sulle etichette delle bevande alcoliche prima della fine del 2022 e delle avvertenze sanitarie sulle etichette entro la fine del 2023.

Il voto del Parlamento Europeo e il caso irlandese

Di recente la Commissione Europea non si è opposta ad un progetto presentato dall’Irlanda per introdurre avvertenze sanitarie nell’etichettatura di bevande alcoliche, vino incluso, vendute all’interno dei propri confini [6]. Quanto richiesto da Dublino va esattamente nella direzione del piano predisposto dalla Commissione e se fosse tutto qua, non si vedrebbe per quale ragione la Commissione avrebbe dovuto opporvisi.

Il fatto che non può essere trascurato è che il Parlamento Europeo, in una votazione del febbraio 2022 aveva esplicitamente dato parere negativo al Piano anticancro della Commissione Europea proprio laddove questo proponeva l’etichettatura sanitaria per l’alcol, sulla base del principio che c’è differenza tra consumo nocivo e moderato di bevande alcoliche e non è il consumo in sé a costituire fattore di rischio per il cancro.

E allora facciamo un po’ di ordine. Come abbiamo visto, il piano della Commissione Europea indicava alcune misure per la prevenzione del cancro, compreso l’intervento in materia di “marketing” relativo all’introduzione di un’etichettatura con avvertenze sanitarie per i prodotti alcolici. Il Parlamento Europeo, con un voto dell’assemblea, ha emendato il testo di quel piano, proprio nelle parti relative a tale etichettatura.
Quegli emendamenti sono stati presentati da parlamentari che fanno parte della maggioranza su cui si regge la Commissione: Paolo De Castro (Pd, S&D), Herbert Dorfmann (Svp, Ppe) e Iréne Tolleret (Renaissance, Renew) e hanno ottenuto ampia maggioranza in assemblea. La sostituzione del riferimento alle avvertenze sanitarie in etichetta con l’invito a fornire informazioni su un consumo moderato e responsabile di alcol, è passata con 392 voti contro 251 [7].

Si tenga dunque da parte la questione alcol e salute, sulla quale torneremo dopo, ma qui c’è una questione di carattere istituzionale. La Commissione, organo di governo dell’Unione Europea, ha di fatto avallato una decisione di un suo stato membro che va nella direzione opposta a quella indicata dal Parlamento Europeo in un voto in assemblea che ha riguardato esattamente quella materia [8].
Un esecutivo che in barba a quanto votato dall’assemblea elettiva di riferimento, autorizza uno stato membro ad agire in autonomia, non fa un buon servizio all’immagine delle istituzioni europee (immagine già non esattamente brillantissima quando si affronta il tema della rappresentanza) e mina alla base ogni pretesa volontà di andare verso una etichettatura comune in ambito europeo per ciò che riguarda le bevande alcoliche.

Su questo punto la politica italiana (e in seconda battuta quella francese), le associazioni di categoria italiane [9], europee e francesi, hanno dunque ragione di puntare l’indice contro il comportamento della Commissione guidata da Ursula von der Leyen? Credo di sì. Anche se i toni di alcuni sono stati sopra le righe, anche se certi sovranisti che si fanno alfieri delle regole europee appaiono curiosi, anche se potrà non piacerci il modo e potranno non piacere i protagonisti, ma ci sono delle ragioni che sarebbe sciocco non vedere.

Alcol e tumori

La scelta della Commissione Europea di avallare la fuga in avanti di Dublino è, a parere di chi scrive, un autogoal. Se il punto da affrontare è quello del rapporto tra consumo di alcol e salute, le attività da condurre, a fronte di una palese opposizione del Parlamento Europeo al tema delle avvertenze sanitarie in etichetta, avrebbe dovuto essere quello di costruire una maggioranza per il futuro. Non con forzature da parte della Commissione, ma semmai aprendo un dibattito.
Ci sono evidenze di un rapporto tra consumo di alcol e una maggiore incidenza di certi tumori? A guardare alcuni studi di autorevoli riviste scientifiche la risposta pare positiva, allo stato delle conoscenze attuali. Userò tutte le cautele del caso per trattarne perché, come molti che s’avventurano in questo dibattito, non sono un oncologo, non sono uno scienziato, ma ho fiducia nella scienza a partire dal non assegnarle alcuna assolutezza, ma solo ragionevoli certezze basate su un’esperienza in continuo aggiornamento.

Non a caso, su The Lancet Oncology – una delle riviste mediche più importanti ed autorevoli al mondo – il rapporto tra alcol e alcuni tipi di tumore è stato recentemente affrontato da una ricerca a cui fa da premessa un commento che vi riporto per intero.

Grazie all’utilizzo di dati aggregati sulle vendite commerciali e sul consumo autodichiarato di alcolici, Harriet Rumgay e colleghi forniscono stime aggiornate dell’onere globale del cancro attribuibile al consumo di alcol su The Lancet Oncology. Queste stime, basate su misure standard, sono utili poiché i modelli di consumo di alcolici cambiano nel tempo. I ricercatori hanno riscontrato che il consumo di alcol è associato a un notevole carico di tumori a livello globale (741.300 [intervallo di incertezza al 95% 558.500-951.200] casi di tumore attribuibili al consumo di alcol) con ampie variazioni geografiche. Sebbene il consumo pesante (>60 g al giorno) abbia contribuito maggiormente (346.400 [intervallo di incertezza al 95% 227 .00-489.400] casi), anche il consumo da leggero a moderato ha avuto un ruolo (103.100 [82.600-207.200] casi per il consumo moderato [<20 g al giorno] e 41.300 [35.400-145.800] casi per chi beve fino a 10 g al giorno). Includendo il consumo pregresso di alcolici, le stime sono aumentate. Gli autori osservano che le accise e la limitazione dell’accesso e degli orari di funzionamento potrebbero ridurre questo onere. Aggiungerei che, a livello di paziente, la combinazione di consulenza e farmaci può essere efficace. Tuttavia, per ottenere una solida comprensione dell’incidenza del cancro associato al consumo di alcol, dei meccanismi sottostanti e del modo migliore per intervenire, è necessario disporre di misure accurate dell’esposizione all’alcol.

La ricerca menzionata in questo commento potete leggerla per intero su The Lancet Oncology e quel riferimento alle ampie variazioni geografiche è indicativo di come possano esserci fattori ambientali e genetici che incidono a loro volta sugli effetti del consumo di alcol, oltre ovviamente alle abitudini di consumo. La ricerca in questione ha abbassato le stime della Frazione di Popolazione Attribuibile di persone colpite da un cancro correlabile al consumo di alcol, rispetto ai dati del 2012, tuttavia ha rimarcato come anche ad un consumo leggero e moderato sono attribuibili circa 40.000 casi a livello globale. Pochi? Pochissimi, se si vuole, ma pure ci sono. Ovviamente rimarcare che dati puntuali relativi al consumo sono essenziali per questo tipo di ricerca potrà sembrare banale, ma non lo è. Un conto è dire bevo molto, un conto è quantificare con esattezza la quantità di alcol assunta. Moltiplicare questo livello di precisione per una ricerca di dimensioni globali complica le cose in modo esponenziale.

Ci sono tuttavia evidenze ben note di tutta una serie di implicazioni per la salute legate al consumo di alcol che vanno oltre la relazione coi tumori [10] e ribadisco quanto già scritto su queste pagine: “un’industria [quella dell’alcol] che esiste da tempo e non ha mai dovuto affrontare grosse sfide rispetto alla pericolosità per la salute del proprio prodotto (l’alcool è molto pericoloso e ha dovuto affrontare sfide relativamente piccole rispetto alla sua pericolosità, questo intendo), inizia a dover considerare questo fronte con una rinnovata attenzione” [11].
In passato, infatti, alla base delle campagne che hanno portato alla proibizione dell’alcol in molti paesi non ci sono stati gli effetti sulla salute, ma quelli sociali. Negli USA fu il movimento per i diritti delle donne a farsi capofila della lotta per la messa al bando dell’alcol (donne più che giustamente stanche di subire le violenze dei compagni ubriachi), in Islanda fu un referendum del 1908, in Svezia si è andati avanti tra messe al bando e riammissioni sotto l’egida del monopolio, la Russia e l’Unione Sovietica hanno avuto più di un ripensamento sulla questione alcol. Questo per non parlare di paesi dove alle ragioni sociali si sono incrociate quelle religiose.

Etichette e salute

Se in merito al rapporto tra alcol e tumori è plausibile che l’industria del vino chieda maggiori riscontri scientifici, è altrettanto plausibile segnalare che ad oggi la letteratura più nota in materia pare essere piuttosto concorde sull’individuare questo legame (ed al riguardo segnalo anche questa ricerca, precedente a quella citata poco sopra, ma coerente nei risultati). Quello che è più plausibile obiettare è semmai che il fronte d’intervento più logico, utile e necessario ad oggi sia quello delle menzioni sanitarie in etichetta.

Non voglio eccedere nel cinismo, ma la principale ragione per cui gli Stati Uniti hanno già inserito sulle bevande alcoliche commerciate nel proprio paese la dicitura che vedere riportata in immagine non è legata alla salute ma al portafoglio delle grandi aziende di alcolici. Gli Stati Uniti infatti, sono all’avanguardia per quanto riguarda le cause risarcitorie nei confronti di grandi aziende di ogni settore. Una delle chiavi vincenti che gli studi legali hanno trovato per ottenere risarcimenti sono esattamente i mancati avvisi di pericolosità relativi ai prodotti venduti da queste aziende (e questo vale per il tabacco come vedremo nel paragrafo successivo, come per i mobili Ikea). Del resto, gli Stati Uniti sono quel paese dove se sei maggiorenne ti vendono un fucile d’assalto, a patto di segnalarti che “hey, con questo ci puoi ammazzare la gente”. Grazie della segnalazione.

Credo che l’introduzione di tale etichettatura non abbia modificato in modo sensibile il consumo di alcol negli Stati Uniti e fatico a credere che possa ottenere effetti diversi in Europa. Questo è il motivo per cui da un lato trovo l’iniziativa della Commissione su questo punto, e la sua forzatura sulla vicenda irlandese, doppiamente insensata e dall’altra trovo eccessivi i toni di reazione da parte delle associazioni di categoria. E li trovo ancor meno sensati quando s’indirizzano verso la difficile battaglia per sostenere la salubrità dell’alcol e nel caso di specie del vino.

Lobby e futuro

Sul sito di Addictions France [10] il presidente Bernard Basset ha scritto un editoriale sul tema di cui riporto un passaggio molto interessante:

La lobby dell’alcol, e in particolare quella del vino, sta pagando per una strategia sbagliata, sul modello di quella dell’industria del tabacco, ormai totalmente screditata per le sue menzogne e le sue pratiche disoneste. Per molto tempo, le aziende del tabacco hanno mobilitato notevoli risorse per nascondere gli effetti nocivi del tabacco: hanno pubblicato studi falsi, hanno corrotto scienziati e governi… Ma alla fine la scienza si è imposta e le aziende del tabacco hanno perso ogni legittimità ad esprimersi sulla salute. Una convenzione internazionale (la Convenzione quadro dell’OMS per il controllo del tabacco o FCTC) vieta loro di svolgere qualsiasi ruolo in materia.

Per chi non conoscesse la storia della clamorosa disinformazione messa in atto scientemente dall’industria del tabacco americana, consiglio di leggere la celebre storia di “Una lettera aperta ai fumatori di sigarette” (in inglese “A frank statement to cigarette smokers“). Quello statement era un messaggio sponsorizzato congiuntamente dai produttori di tabacco, apparso nel gennaio 1954 su 448 giornali di 258 città degli USA (si stima che raggiunse 43 milioni di americani). Il messaggio metteva in discussione i risultati della ricerca che indicavano il fumo come causa del cancro e, allo stesso tempo, assicurava i consumatori che le sigarette erano sicure, impegnandosi a sostenere la ricerca imparziale per indagare sulle accuse secondo le quali il fumo è dannoso per la salute umana.
La strategia della negazione, finanziata da ingenti campagne, funzionò fino a fine anni ’90. Fu allora che iniziarono in USA le cause di risarcimento miliardarie da coloro che avevano subito i danni del fumo, i processi a carico delle industrie del tabacco per la disinformazione messa in atto e una diversa gestione delle regole sulle sigarette (a cui tuttavia si arrivò solo nel 2009 con una legge apposita). Fino ad arrivare a quanto rammentato da Basset riguardo al divieto internazionale per le aziende di tabacco di esprimersi in materia di salute.

Non si sta qui equiparando le due vicende, si sta solo rammentando un importante capitolo della storia recente del diritto, della salute e delle strategie di lobbying.
La storia, come noto, non insegna niente. Siamo noi, che nel caso, possiamo imparare qualcosa da lei. Sempre che se ne abba l’intenzione.

_______________

[1] Una rapida rassegna può essere presentata attraverso i principali interventi di Jacopo Cossater sul tema: Ancora su vino e salute. Arriva il Simposio di Assoenologi tra alimentazione e benessere (gulp!) , Vino e salute, smettiamola una volta per tutte . Segnalo poi Alessandro Morichetti: Anche il buon vino fa male alla nostra salute (purtroppo) e un mio rapido focus su vino naturale e salute: Il vino naturale fa bene alla salute? No
[
2] Qui l’editoriale di Cotarella
[3] I numeri del vino e Il Sole 24 Ore su dati Growth Capital e Vino.com
[4] Mediobanca su dati Istat
[5] Al riguardo è consigliato l’editoriale di Andy Neather per il sito di Tim Atkin (che fa un focus sul mercato UK, ma che vale in generale per tutto il comparto)
[6] Sole 24 Ore
[7] Ansa
[8] A chi obietta che tale materia sarebbe sanitaria, e quindi varrebbe la sovranità nazionale in materia è da far notare che no, la materia “etichettatura” è stata oggetto dell’iniziativa della Commissione in quanto afferente al marketing e non alla sanità … anche perché se dovesse essere intesa come sanitaria, materia sulla quale insiste un principio di sovranità nazionale, mi si deve spiegare con che logica si pretenderebbe di andare verso regole comuni di etichettatura in materia.
[
9] Anche la FIVI ha preso posizione al riguardo qui il link alla notizia sul sito di Askanews
[10] Qui una rapida rassegna
[11] Anche il buon vino fa male alla nostra salute (purtroppo)
[12] Fondata nel 1872 da Claude Bernard e Louis Pasteur, l’Association Addictions France è un’associazione la cui attività spaziano dalla prevenzione all’assistenza, dal lavoro sociale alla riduzione del danno.

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