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19 Gennaio 2023

Château de Beaucastel 2001 e il segreto per non passare mai di moda

Da quelle parti – a Châteauneuf-du-Pape – fa un caldo infernale. I terreni brulli sarebbero l’ambientazione perfetta per uno spaghetti western invece i cugini francesi ci hanno piantato una quantità di vitigni infinita, tanto che sono tredici quelli consentiti per fare il vino che piaceva tanto a Sua Santità quando stava ad Avignone.

Nello scegliere questa bottiglia da condividere con gli amici rifletto sulla moda e il suo costante bisogno di cambiare nel tempo in base alle tendenze e alla società, generando un movimento circolare perpetuo che ci riporta sempre al punto di partenza, cambiando sempre con il risultato di non cambiare mai.

Alcune cose sfuggono a questo meccanismo del “già visto” creando delle rare eccezioni che si posizionano in un luogo astratto protetto da una sorta di immunità. Ciò che non è mai stato di moda non sarà mai fuori moda.

Lo Châteauneuf-du-Pape è tutto questo. Le volte che me lo sono trovato sulla tavola sono davvero rare, non compare quasi mai nei salotti buoni, alle cene tra amici e pure i social – ormai così importanti nel decretare chi è in e chi out – gli danno poca importanza.

È una sorta di brutto anatroccolo ma la favola del brutto anatroccolo sappiamo tutti come finisce ed io non potevo certo esimermi dal regalare un lieto fine. La particolarità di questi vini – appartenenti alla prima AOC francese – sta nel poter assemblare fino a tredici varietà di uve differenti (grenache, syrah, cinsault, mourvedre…), dando modo ai vigneron di creare mélange capaci di rappresentarli al meglio e, cosa non da poco, di adattarsi alle differenti annate.

Vini in gioventù ricchi e giocati su un frutto sfacciato, a tratti violento, ma che grazie ad una così abbondante materia sono capaci di evolvere magnificamente, creando una parabola che permette molte finestre di beva e regala esperienze molto differenti nel tempo.

Châteauneuf-du-Pape Rouge Château de Beaucastel 2001
Ad osservane il colore impenetrabile e vivo, nasconde bene i suoi ventidue anni. La prima sensazione è di grande calore, nulla a che vedere con l’alcol ma piuttosto l’abbraccio di un amico o del fuoco di un camino, profuma del calore che ha il conforto e in questo caso sa di ciliegia, prugna con un cuore di menta piperita. Partiamo bene, decisamente bene. Naso invogliante come pochi, arrivano prima cioccolato amaro e rabarbaro, raggiunti subito da argilla e fiori secchi, i profumi sono diligenti ed ordinati quasi sapessero che per essere colti al meglio è bene uscire un un po’ alla volta.

Ricordo perfettamente l’ultimo Châteauneuf-du-Pape bevuto un annetto fa, millesimo 2019 del Domaine Charvin, e realizzo che rispetto a questo Château de Beaucastel 2001 le differenze, come in una vecchia foto dimenticata nel comodino, stanno più nel tono dei colori che nella sostanza. Non cambia di molto l’oggetto, tanto è vero che se avessi dovuto berli alla cieca dubito che avrei dato ai due quasi vent’anni di differenza, come se il tempo venisse rallentato dalla massa di questi vini e necessitasse di uno sforzo maggiore per spogliarli.

Gli ultimi profumi ad arrivare mano nella mano sono una speziatura piccante ed un po’ di tabacco, seguiti a stretto giro dal tamarindo. Da un naso così ampio e stratificato mi aspettavo un sorso più cremoso invece il vino si compatta ed entra dritto dichiarando subito tutta la sua nobiltà; alcol perfettamente fuso come tutto il resto del vino, dove spicca una bella finezza tannica che ne accentua la morbidezza. Tutto è molto preciso, ogni elemento trova corrispondenza chiudendo il cerchio mentre la sapidità ne aumenta la beva in modo pericoloso. Bottiglia di grande carattere e originalità con una chiusura che rimette in pace col mondo.

Purtroppo non ne ho più ma mi piacerebbe risentirlo tra una decina di anni , intanto questa bottiglia si merita un posto sulla mensola dei ricordi.

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