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18 Gennaio 2023

Orlando Abrigo | Verticale didattica di Barbaresco Montersino e Rongalio

Mi affascinano sempre quelli a cui basta una sniffata veloce per capire tutto di un vino. Quelli che mentre io cerco di capire se sia più ciliegia o amarena, sciorinano vitigno, zona di produzione, annata, collina e filare. Per quelli come me, che difettano anche in memoria, capire come si traduca un terreno in una bottiglia è mestiere difficile, che richiede però una ricetta tutto sommato semplice: assaggiare bottiglie della stessa denominazione, prodotte dalla stessa mano e possibilmente della stessa annata, nelle quali l’unica cosa che varia sia grossomodo solo la collina. Ecco come un pomeriggio in visita da Orlando Abrigo, Treiso, a bere e parlare di Barbaresco è stata un’occasione per imparare qualcosa e raccontare una storia.

Gianni Abrigo, secondo figlio di Orlando, inizia a lavorare in vigna da studente. La prima vendemmia seguita da lui è stata la 1986. Siamo in epoca pre iPhone, quando dopo scuola si poteva persino passare tre ore di fila per colline a vedere come cresce l’uva senza sentirsi lontani dal mondo. Nel 1991, Orlando Abrigo compra il vigneto sulla collina di Montersino, dove inizia la nostra visita.

Montersino è una vigna di circa 60 anni, con terreno leggero e ricco di calcare, esposta in pieno sud e piantata a rittochino (i filari sono disposti secondo la linea di massima pendenza). “Oggi non la pianterei a rittochino, ma così l’ho trovata e così la tengo, mi godo i vantaggi e impreco per gli svantaggi”. Nel caso di vigne esposte a sud come Montersino, il rittochino permette a entrambe le pareti fogliari di ricevere la luce del sole a mezzogiorno, inoltre quando le pendenze non sono eccessive, come in questo caso, la meccanizzazione è agevolata. Tra gli svantaggi principali ci sono l’erosione superficiale e la maggior difficoltà nel separare il fondovalle dalla cima della collina per differenziare la produzione.

La seconda vigna approfondita in degustazione è Rongalio, vero e proprio monopole in zona Meruzzano, esposta a sud ovest e caratterizzata da un terreno molto più ricco di minerali (ferro, zinco e manganese soprattutto).
Da qui nasce solo nelle annate migliori il Barbaresco Riserva Rongalio. “Abbiamo rinunciato alla menzione della vigna per questione di semplicità. Avremmo dovuto menzionare la denominazione, la zona e la vigna. L’etichetta sarebbe diventata lunga e di lettura meno immediata”. Sarà, ma in questo modo il concetto di vigna Rongalio un po’ si perde (a meno di non avere qualcuno che te la spieghi) ed è un peccato.

La degustazione.

Barbaresco Meruzzano 2019: rosso rubino con lievi toni granato ma ancora evidentemente giovane. Il naso inizia un po’ alcolico, poi si smorza. Toni soprattutto floreali, frutta fine (fragolina) e un cenno balsamico.
Di media struttura e dal tannino levigato è il classico vino d’ingresso, solido senza emozionare.

Barbaresco Montersino 2011: annata calda anche se non come la 2003.
Il primo impatto odoroso è un bel frutto rotondo e ben maturo, ciliegia e prugna soprattutto, poi petali di viola e la spezia che resta sullo sfondo.
Vino di volume, dal tannino ancora deciso seppure ammorbidito dal tempo, finisce su note di cioccolato che tornano al naso.

Barbaresco Montersino 2014: annata discussa, con tanta pioggia, ma che più di un produttore (non solo di nebbiolo) alla fine confessa di apprezzare particolarmente.
Molto colorato, qui la parte fruttata non è quasi percepibile: potpourri di fiori secchi, sottobosco, note balsamiche, autunnale e austero. Lungo, largo, molto fresco e dal tannino vispo è un ottimo esempio di quanto l’annata possa cambiare il profilo aromatico e gustativo.

Barbaresco Montersino 2016: annata grande praticamente ovunque, si conferma tale anche qui. Sintesi perfetta tra la 2011 e la 2014, qui ci sono la frutta ancora fresca, la spezia leggermente più dolce e le note floreali e di rabarbaro. In bocca ha ancora tanta tensione da spendere, con il tannino vigoroso e tanta freschezza da smaltire. Buono ora, crescerà ancora.

Barbaresco Rongalio 2009 (il Rongalio è divenuto Riserva solo dal 2011): frutta più scura, tra la scorza d’arancia e la mora, petali di fiori appassiti e note ematiche. La bocca è coerente, sapida, saporita e lunga con un finale che ricorda le note amaricanti del rabarbaro.

Barbaresco Riserva Rongalio 2013: naso più fine, balsamico e di frutta matura, in bocca la grande freschezza e il tannino che spinge parecchio sono al momento preponderanti sul resto. È il meno pronto dei Rongalio, e andrà dimenticato in cantina per un po’.

Barbaresco Riserva Rongalio 2016: anche in questo caso la 2016 è un po’ la sintesi dei due assaggi precedenti. Il naso conserva le note agrumate, firma del cru, assieme alla viola e ai piccoli frutti rossi, ma c’è maggior dolcezza. E ritroviamo la stessa dolcezza in apertura nell’assaggio, dove c’è gusto, freschezza e il tannino maturo delle annate migliori.

Menzioni speciali per Rongalio 2006 e Montersino 1994 assaggiati a cena.
Il 1994 è la prima annata per il Montersino. Più o meno mentre iniziava la vendemmia usciva Grace di Jeff Buckley: sembra ieri ma gli anni ’90 sono ben lontani.

Una prima considerazione riguarda la tenuta: nessun cedimento. Vitigno, territorio e mano chiaramente fanno la differenza.
La seconda è che ciò che in qualche modo ha distinto le due colline durante le mini verticali è confermato qui: toni più dark, larghezza e finezza per Rongalio, frutto più dolce e bocca più centrale per il Montersino. I toni balsamici, che ogni tanto comparivano in entrambi i vini qui sono più evidenti, probabilmente aiutati dagli anni in bottiglia. Esce infine una bellissima pesca di vigna mai percepita prima (che pure mi sarei aspettato). Probabilmente in questo caso ha giovato il fatto che avendoli bevuti a cena hanno avuto più tempo per esprimersi nel bicchiere.

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