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17 Gennaio 2023

Envinate, finalmente alle Canarie | Storia e magia dei vini atlantici sull’isola di Tenerife

Sole, mare, vacanze: le prime parole che vengono in mente pensando alle Canarie, isole che attraggono ogni anno milioni di turisti da tutto il mondo. In realtà, oltre a spiagge famose in tutto il mondo, questo arcipelago al largo delle coste del Marocco preserva una tradizione vitivinicola secolare, con viti che superano addirittura i 300 anni.

Ho visitato Tenerife più di dieci anni fa e grazie ad un amico, ormai insediatosi lì da circa 15 anni, ho scoperto che tra luoghi fantastici e natura incontaminata, per un appassionato incallito di terroir e vino non manca proprio nulla. Con il passare degli anni ho iniziato a documentarmi e più cercavo più trovavo informazioni e cantine interessanti. Finalmente ho trovato i vini giusti e per i prossimi sette minuti vi porto alle Canarie con me.

Arrivano le prime viti

La storia del vino nelle Canarie inizia cinque secoli fa per mano dei conquistadores spagnoli e portoghesi che attraccavano su queste isole come tappa intermedia prima di ripartire alla volta delle Americhe. Ben presto, poi, la presenza coloniale si fece sempre più dominante, imponendosi sulle tribù indigene locali dei Guanche.

Nelle Canarie, le prime barbatelle furono piantate dal portoghese Fernando De Castro a Tenerife verso la fine del XV secolo; a lui fecero seguito tanti altri e in poco tempo, da mero esperimento, i vini canari divennero una realtà concreta, iniziando ad essere esportati in Portogallo, Spagna ed Inghilterra (spesso in versioni fortificate ribattezzate Canary Sack) e riscuotendo successo per i successivi tre secoli.

Oidio e peronospora ma soprattutto diatribe commerciali con i paesi importatori condussero però l’industria vinicola canaria verso un ripido declino e solo molti anni dopo, con la creazione delle Denominazioni di Origine (la prima fu Tacoronte-Acentejo a Tenerife, nel 1985), iniziò finalmente a riscattarsi. Da quel momento ad oggi nacquero poi altre 9 DO, e 5 di queste appartengono proprio a Tenerife.

Questione di eredità

Oggi gran parte delle viti nelle Canarie conserva i sistemi di allevamento ereditati dai secoli precedenti. Tra questi, famosi sono i tradizionali hoyos o le più moderne zanjas a Lanzarote, ma soffermandomi maggiormente su Tenerife, che con il 65% della produzione è il maggior produttore dell’arcipelago, la parte nord è di influenza portoghese, con il caratteristico cordon trenzado, un sistema di viti attorcigliate che formano un cordone a circa 50 cm da terra (vedi la vigna di palo blanco nell’immagine di copertina), mentre più a sud l’influenza è prettamente spagnola, con viti ad alberello in stile Jerez.

Qui anche il corredo genetico di molte varietà risulta lo stesso di cinque secoli fa. L’isolamento dal resto del mondo, i vigneti in altitudine, la presenza di sabbie e sedimenti vulcanici originati dai vulcani un tempo attivi (il più famoso è il Teide a Tenerife, che con i suoi 3718 m rappresenta la punta più alta di Spagna): tutti fattori che hanno scongiurato l’arrivo della fillossera, consentendo il preservo della maggior parte dei vitigni ancora a piede franco. Un centinaio di varietà diverse in tutto l’arcipelago, dove oltre ai meno diffusi negramoll, tintilla e baboso, troviamo la malvasia vulcanica (quella citata da Shakespeare) e le più significative e longeve listán prieto, negro e blanco (il palomino dello Sherry), che tutt’ora troviamo anche in America Latina.

Una delle vigne da cui si ricavano i due vini Benje, a circa 1200 m

A differenza di quello che si può pensare essendo al 28° parallelo, il clima qui è principalmente di tipo sub-tropicale, ma più si sale in altitudine e più tende al continentale. Dopodiché troviamo tanti microclimi diversi che variano da zona a zona, in cui l’influenza degli alisei da nord si fa sentire con umidità e precipitazioni che rendono spesso difficile la maturazione dell’uva (molti dei vini non arrivano a superare i 12° di alcol). Inoltre, le Isole Canarie sono la prima zona d’Europa in cui si vendemmia: a Lanzarote, ad esempio, la raccolta inizia addirittura nella prima decade di luglio.

Il progetto Envinate

Se sull’isola di Tenerife la valorizzazione di viti e varietà antiche è ormai una tendenza più che consolidata in parte lo si deve a Roberto Santana, che nel 2005 in compagnia di Alfonso Torrente, Laura Ramos e José Martinez, suoi compagni all’Università enologica Miguel Hernandez di Alicante, diede vita a Envinate: progetto nato con l’intento di restituire lustro e centralità a vigneti storici situati in luoghi e posizioni particolari. All’inizio puntando sul solo territorio della Ribeira Sacra – Galizia (che trattammo tempo fa qui e qui), ma nel 2008 poi partì con quello dei vini atlantici.

Oggi il portfolio di Envinate vanta tre linee in totale: quella della Ribeira Sacra con 5 vini, la linea the Levant in zona Albacete (al momento un solo vino) e ovviamente quella atlantica a Tenerife, forse i prodotti più rari e ricercati di tutta la loro produzione. Ogni vino ha un costo medio compreso tra 16, 30 e 50€ (il prezzo più alto fa riferimento ai due cru di Taganan).

Ogni vigna viene allevata da famiglie e popolazioni locali (riportate poi in etichetta), poi seguite e supervisionate da Envinate che cura la parte enologica. Tutti vigneti in regime biologico/biodinamico e senza utilizzo di chimica, mentre in cantina solo fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, un uso essenziale di solforosa e imbottigliamento senza filtrazione. Dove poi, nello specifico, scelte come quella del grappolo intero o diraspo, affinamenti in legno (mai nuovo), cemento o acciaio, variano a seconda dell’interpretazione del vino stesso.

I vini

Dopo due anni di ricerche finalmente sono riuscito a mettere le mani su quasi tutta la produzione atlantica di Envinate (all’appello mancherebbero solo i due cru Margalagua e Amogoje di Taganan). Sette vini in cui spesso il leitmotiv è stato quello di un qualcosa di mai assaggiato, di particolare, anche se poi non sono mancate sfumature a richiamare memorie di assaggi passati. I bianchi sono forse quelli più particolari ma se vogliamo anche quelli da attendere maggiormente, mentre i rossi più immediati e di facile lettura ma dai tratti somatici più comuni.

Do Tenerife Ycoden-Daute-Isora – Benje Blanco 2020 – €18
Proveniente da diversi appezzamenti situati a circa 1200 m sulle pendici nord occidentali del Teide, con viti di listán blanco non allevate di età compresa tra i 70/100 anni. In questo come nel resto dei bianchi nessuna malolattica.
Parte ridotto e un po’ affumicato, ma il respiro gli regala pesca, susina, erbe aromatiche, il sorso è piuttosto salino, liquido, citrino e quasi acidulo, che fa salivare in abbondanza, chiudendo corto tra note affumicate e ferrose. Un po’ acerbo eppure dalla beva quasi gluglu, mi ricorda tanto uno chenin di Saumur.

Palo Blanco 2020 – (Valle de la Orotava) – €25
Ricavato da un singolo vigneto di 1,5 ettari a 600 m di altitudine, sulle pendici nord-orientali di Pico del Teide, da viti centenarie di listán blanco con sistema cordon trenzado. Vino di cui curioso è l’affinamento di dieci mesi in due foudre friulane ovali da 2500 litri.
Anche qui partiamo sul ridotto ma basta poco e sbocciano note di sandalo, fiori bagnati e punte balsamiche dritte nelle narici, che virano verso il terroso una volta in bocca. Agile e verticale, decisamente sapido e profondo, lascia un fresco retrogusto di sedano e prezzemolo tritato, facendosi apprezzare maggiormente a tavola senza mai sovrastare il cibo.

Taganana
Nome della zona situata a nord di Tenerife, che secondo l’antica lingua Guanche significa “intorno alle montagne”. Qui i vigneti sono promiscui e lasciati allo stato brado, posti tra i 75-300 m su scogliere di roccia vulcanica primaria appena sopra l’Oceano Atlantico (vedi foto sotto), dove a causa del terreno difficile ogni lavorazione viene svolta a mano o, come nel caso del trasporto dell’uva durante la vendemmia, con l’aiuto di animali.

A Taganana, vigne allo stato brado con vista

Taganan Blanco 2020  €26
Blend di gual, forestera gomera e verdello, malvasia, listán blanco, marmajuelo e albillo criollo, da viti di età compresa tra 60 e 300 anni (!!!) coltivate da 15 famiglie diverse.
Paglierino pallido, subito note ossidative, poi mielose, biscottate e di pesca in polpa, più glicerico e dai toni mediterranei rispetto ai precedenti, con sapidità e acidità ben distinte che pungolano lingua e gengive in un sorso fatto di curve e piacere, chiudendo nel fin di bocca con una patina salata persistentissima; mi ricorda una stupenda Riserva Ivana ’97 di Radikon assaggiata un anno fa. L’ho già riordinato, bellissimo…

Taganan Tinto 2020  €21
Blend di diverse varietà a bacca nera come listán negro, listán gaucho, malvasia negra, negramoll, baboso con piccole percentuali di vitigni a bacca bianca. Come per il Blanco viti non allevate di 60-300 anni che poggiano su suoli basaltici e sabbiosi, terrazzati e molto scoscesi.
Raffiche di viole e frutti rossi, tostature e note dolci di caramello, cacao e baccelli di vaniglia, estratto, carnoso ma il dinamismo non gli manca, la trama tannica è abrasiva ma non prevarica il bel fruttato di ciliegia in chiusura. Il potenziale c’è ma forse ha bisogno di tempo per esprimerlo appieno.

Do Tenerife Ycoden-Daute-Isora – Benje Tinto 2020 – €18
96% listán prieto con il restante 4% da listán blanco e tintilla, ricavato da vigneti ricchi di sabbia vulcanica posti tra 1000-1200 m presso Santiago del Teide (vedi foto sopra), con viti di età compresa tra 70-100 anni.
Di color rubino classico, spunti di arancia rossa, note ferrose e di tabacco da pipa coerenti da naso a bocca, in cui acidità e un tannino ben calibrato pennellano vigore, frutta e piacere. Vino bellino, completo, che ingolosisce e asciuga bene il palato.

Migan Tinto 2020 – (Valle de la Orotava) – €26
Questa cuvée proviene da due appezzamenti molto antichi di listán negro condotti a cordon trenzado. Il 60% proviene da una vigna di sabbia vulcanica sita in località La Habanera (uve interamente pigiate a grappolo intero) posta a 600 m, mentre il 40% da una parcella in località San Antonio (15% a grappolo intero), ricca di argilla su un pendio a 350 m.
Tra i quattro è quello dal tono più scuro, più complesso e di maggior concentrazione, tra frutti rossi e fiori appassiti è proprio il sorso a stupirmi, con una incredibile sensazione tattile-olfattiva di buccia di ciliegie acerbe che insieme a rosmarino e sterpaglie secche accompagna un sorso croccante e di grassezza. Vino che riempie la bocca di roba ma senza appesantirla, che ha prodotto in me l’effetto Wow!

La Santa De Úrsula 2020 – (Tacoronte-Acentejo) – €31
Proviene da una zona chiamata La Carujera, sulla costa nord-orientale, considerata la più mite e umida di Tenerife. È un blend di tre parcelle con viti di oltre 100 anni che affondano su terreni sabbiosi, argillosi e basaltici posti tra i 350/650 m. 48% negramoll, 50% listán negro e 2% listán blanco.
Stuzzica al naso con ribes rossi, violetta e spunti pepati, in bocca è come una lama stretta e appuntita, fresca, agilissima e dal tannino leggero, che punge piacevolmente solo la punta della lingua. Interessante e familiare a tratti, mi ha fatto pensare ad un esile Chianti Classico in annata fredda.

Per chiudere, un breve video che rende ancora meglio l’idea di viticoltura su questi territori.

[Foto da josepastorselections.comMappa delle DO by Quentin Sadler]

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