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10 Gennaio 2023

Col botto

Ripensarci mi mette gioia. Due bottiglie sensazionali consumate con barbara brutalità. Non così elegante e celebrativa ma di certo efficace e carnale come si conviene alle cose che provocano piacere.

Ultimo dell’anno, pochi intimi, ritrovo alle 19:30.
Pronti-via, si sgancia pesante.
Krug Rosé 20ème edition Brut in magnum. Freschi di 26esima edizione bevuta pochi giorni prima, let’s go.
Color salmone tipo lambrusco salamino vinificato in rosa, chiaro, già al naso netto e intenso su note ricche, dalle nocciole tostate alle fragole in gelatina, dinamico e avvolgente, riempie le narici rimanendo pimpante. Un po’ diverso nei tratti dall’ultima versione, più rossa e sottilmente meno verticale, ci si pianta in testa facendo il vuoto, candidandosi a super eroe della serata. Bicchiere a cui era impossibile non tornare col naso per quel mix fruttato non smaccato poi boisé bello non caricaturale, abbastanza irresistibile da chiamare una golata frequente e con (parziale) sorpresa: a un bouquet così tonante corrisponde un sorso ricco eppur slanciato e grintoso, golosissimo, fragoloso. Risultato: tre persone al tavolo e magnum prosciugata in 25 minuti netti (19:23-19:48, il timing della fotocamera è stato fondamentale per ricostruire la carneficina), con bicchieri versati tipo sagra dell’uva, pigliando la bottiglia per il collo e riempiendo mezze pinte. Edizione eccezionale, nientedimeno.

Non avevo mai usato il Krug iD presente in retroetichette per le informazioni del caso ma stavolta sono andato a spizzarmele di gusto il giorno dopo, quasi per prolungare il piacere visto che a riferimenti tecnici eravamo particolarmente scarsi: iD 116011, cuvée creata a partire dalla vendemmia 2007 con 66 vini di 5 annate diverse (tra 2007 e 2002), 47% pinot nero, 37% chardonnay, 16% meunier, sboccatura nell’inverno 2015-2016 (circa 90 mesi). Livello altissimo per quella che sarebbe stata la bottiglia della serata ma in una serata dove è girato tutto a meraviglia, senza cedimenti (rarità), con una lineup divertentissima che ci ha fatti godere molto.

A seguire, Jacquesson 745 ha parato tutti i colpi e da Jeroboam ha fatto una la sua bella figura, Giulio Ferrari 2010 si conferma versione maiuscola, dall’eleganza mirabile (davvero può non piacere un vino del genere? Boh*) e dopo un vagone di bolle spazio ai rossi.

Saltati in blocco i bianchi, arriva una caraffa alla cieca.
Maledizione. Già al primo naso ho tutta l’impressione che ci ricorderemo a lungo di questa serata perché il vino nel bicchiere tira fuori i superpoteri. Lo associo immediatamente a un grande Borgogna come ne capitano molto, molto raramente. Diciamo un centesimo delle volte che si legge di qualcosa che entusiasma il bevitore ma che poi così entusiasmante non è. Il naso è polifonico, stereofonico, suona melodie celestiali con balsami che vivono di vita propria, pepe bianco e fruttini di ogni sorta. Si pianta in testa con un ritmo ipnotico e in bocca è una cavalcata incessante e inarginabile. Misurato, lavorato di cesello, è agile senza anemia e robusto senza sovrastrutture, incanta e conquista all’unanimità (alla cieca stavamo già usando superlativi di quelli che espongono spesso a figure barbine). Scopro essere il Richebourg 2018 di Anne Gros e questa bottiglia mi ricorda quanto la Borgogna monumentale sia al contempo entusiasmante e rarissima da trovare.

Vino assoluto, per dovere di cronaca rilevo un prezzo medio di 1.400 euro ma di questo aspetto aspetto potremmo parlare per ora senza venirne a capo. Quanto alla nostra serata, invece, ormai settata su un livello di piacere himalaiano, è finita qualche ora dopo in modo inatteso: pizza alla Nutella quasi all’alba per festeggiare il nuovo anno col botto. Impasto serio, pornografia di altissimo livello.

 

* Giulio Ferrari 2010 in carta a 180 euro in un ristorante di pesce del cuore – Papillon a Porto Sant’Elpidio, tappa fissa quando sono nelle Marche – era l’occasione giusta per ribere con calma uno dei due metodo classico più buoni d’Italia (e l’ultimo Annamaria Clementi 2014 non lascia il benché dubbio al riguardo, rispetto ad un interlocutorio 2013). Perché gli assaggi in cantina sono bellissimi ma il valore reale è quello di un gusto cui corrisponde un prezzo che si è disposti a spendere per un’etichetta. Ospiti in azienda è sempre tutto più buono.

Quasi timido, crosta di pane, tanta frutta gialla e zafferano, uno dei quattro che mi viene da cercare con maggior frequenza proprio per quell’intuizione del “più lo annusi e più non smette di far uscire cose”. Mantenere tanta delicatezza con una maturazione così lunga è una roba che giustamente lascia di stucco.” Conferma piena: vino splendido già al naso, delicato e incisivo in un mix di frutta gialla, mango poi agrume fresco, boulangerie delicata, saporito e vellutato al gusto per un livello complessivo di goduria a mio avviso indiscutibile. Prezzo importante (più che raddoppiato negli ultimi anni), scelta aziendale di posizionamento chiara e nuova uscita di cui si sentirà parlare, specie perché sarà l’ultima di Ruben Larentis, enologo aziendale Ferrari al timone dal 1986 e ormai prossimo alla pensione. Bella responsabilità per i Giulio Ferrari che verranno a partire dal 2023.

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