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5 Gennaio 2023

Il vino sadomaso

Il vino sadomaso è un’eterna alternanza di piacere e dolore, fastidio e godimento, attrazione e repulsione. Piace come possono piacere le pratiche sadomasochistiche, le frustatine, i sex toys in libertà un po’ ovunque. Se il sadismo è “la perversione di chi trae piacere dall’infliggere sofferenze all’oggetto dell’impulso sessuale” e il masochismo è “la perversione per la quale nei rapporti erotici il piacere è procurato da una sottomissione umiliante e dolorosa al partner”, il vino sadomaso gode nel farti un po’ tribolare come i graffi sulla schiena, che sono fastidiosi ma danno piacere, però sono fastidiosi, però danno piacere.

Questa profonda riflessione di carattere gnoseologico è nata la settimana di Natale a pranzo al Sorì di Cuneo, recente apertura in cui mi sono recato con un cavallo che preferisce rimanere anonimo come riscaldamento ad un importante shopping orologiero. Avevamo messo in conto due bottiglie per festeggiare senza esagerare ma come sempre siamo finiti per sbracare.

La bottiglia in più è stata solo ed esclusivamente colpa della prima boccia scelta, uno Chablis Premier Cru 2019 Butteaux di Francois Raveneau in carta a 140 euro (prezzo folle, etichetta che gira a tre volte tanto): finendo nell’arco di credo non più di 15 minuti – vino eccellente, ancora verde nei toni, ricco e burroso quanto basta per ingolosire senza appesantire, non pungente al naso: un acquisto azzeccatissimo oltre ogni logica – ha lasciato spazio ad una voragine di tempo e sete prima di passare al rosso e qui è arrivata la bottiglia alla cieca oggetto della riflessione.

Primo naso immediato di frutta secca e gheriglio di noce, qualche muffetta, un fondo di arancia amara rinsecchita e candita, un tono su due piedi abbastanza nettamente jurassiano e distante dal vino precedente. Laddove con Ravenau quel mix di erbette e grassezze morigerate ci aveva risucchiato letteralmente nel bicchiere, partendo anche da una temperatura semitiepida o comunque non freezy e portando a un sorso compulsivo, qui siamo saliti sulle montagne russe. Odi et amo, ti annuso poi devo lasciarti un attimo a distanza, poi mi attiri ma sostengo lo sguardo solo fino a un certo punto. E in bocca… Sbam! Uno schiaffo di acidità violenta, quasi abrasiva, una sculacciata a mano piena, una sferzata di burrosa freschezza che dialoga coi tratti olfattivi in una comunicazione fatta di occhiatacce e carezze, sussurri e gemiti, unghie affilate e polpastrelli docili.

L’Arbois Pupillin 2016 di Pierre Overnoy – questo il vino sadomaso del giorno – ci ha accompagnato per una quantità di tempo relativamente lunga e perpetuando le stesse suggestioni fino alla fine. Un mix inestricabile di cariche positive e negative, personalmente non il vino che vorrei tutti i giorni a tavola ma, nella mia elaborazione, perfetto testimone di un savoir faire enologicamente intrigante, forse ancestrale, magari premoderno e al contempo prezioso, unico e patrimonio da salvaguardare.

A chiudere la giornata, un Saint-Joseph 2020 di Gonon, produttore del Rodano che ultimamente mi ha regalato bevute eccezionali.

Pensiero finale: il concetto di sadomaso applicato all’enogastromia ha tante declinazioni (specie negli ultimi anni con una maggior diffusione delle sensazioni amare e acide, un tempo neglette). Basti pensare ad esempio alla birra, e penso a una meravigliosa Gueuze di Cantillon e bevuta a Capodanno in condizioni fisiche diciamo traballanti: imbottigliata nel 2019 e da consumarsi preferibilmente entro 20 anni come indicato in retroetichetta.

Non siamo ancora riusciti a spiegare del tutto il potere resettante ed ipnotico di una birra simile, che profuma di limone ammuffito e succhi gastrici a tal punto da profilare un carattere così definito e riconoscibile rispetto ad altri prodotti della stessa categoria ma di livello praticamente sempre inferiore. Ora, nemmeno il nerd più esasperato potrebbe dire che i lambic siano prodotti di facile fruizione, al primo naso solitamente ispirano repulsione, poi qualcuno si ferma lì e qualcun altro va molto avanti.

Io ancora ricordo il profumo di yogurt scaduto che associai alla prima Gueuze bevuta in vita mia. Un’etichetta bianca di Girardin comprata online circa 20 anni fa perché aveva quattro stelle nella storica Guida alle birre del mondo di Michael Jackson. Spiazzante, rimasi un po’ stordito, non avevo fatto nessun corso sulla birra e non avevo nessuno con cui confrontarmi all’epoca. Solo i video del Kuaska intercettati online e consumati avidamente… altra epoca ma stessi graffi sulla schiena. Il primo fa male, poi magari ti piace.

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