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5 Gennaio 2023

È morto Luciano Sandrone. (Il sentito ricordo di Ivano Antonini)

È morto Luciano Sandrone, uno dei grandi barolisti di Barolo. Quello che segue è il ricordo di Ivano Antonini, oste e sommelier tra i più noti in Italia che lo porta nel cuore e che (anche) con le parole di Luciano Sandrone ha alimentato la propria sconfinata passione per il Barolo.

Ricordo la prima visita. Credo fosse il 1998 o giù di lì. Avevo circa 25 anni e le emozioni che vivevo quando mettevo piede per le prime volte in Langa erano sempre da pelle d’oca. Il pensiero di poter scambiare due chiacchiere con i miti di questa terra andavano ben oltre il semplice assaggio dei vini. Lo scopo non era quello di “andare a bere” ma di “andare ad acculturarci”.

I navigatori non erano ancora così diffusi. Arriviamo a Barolo nella tarda mattinata di una fretta giornata invernale. Luciano vinificava ancora nella vecchia cantina. Insieme a me, il compagno di tante avventure enologiche Hans Dieler. Non avevamo il Tom Tom e quindi non riuscivamo a capire dove fosse la cantina. Incrociamo una vecchietta che ci dice che era proprio dietro di noi. Nessun cartello, solo un’autobotte parcheggiata sulla curva, oggetto di scherno con Luciano per molti anni. Non avevamo appuntamento. Non è mai facile prendere appuntamento per una visita in Langa oggi, figuriamoci all’epoca dei telefoni fissi e dei fax. Suoniamo il citofono. Silenzio totale per almeno tre minuti, fino a quando si sente da dentro una voce che in dialetto piemontese dice “Sto arrivando”. Ma in maniera più contrariata.

Ci apre proprio lui. Chissà come mai me lo ero proprio immaginato così. Spettinato (come sempre del resto… ) Lo sguardo fiero ed un po’ sornione che ti fa capire che da un lato gli fa piacere che gli hai reso visita, dall’altra che gli stai rompendo le balle perché ha un sacco di lavoro da fare. Un “Citrico” ma meno burbero, per intenderci…

Ci fa entrare e capiamo subito che la nostra visita durerà solo pochi minuti, finché va ad afferrare il “ladro”, tre bicchieri ISO, e ci avviamo già per l’assaggio dalle botti. Mani con le rughe scavate dal tempo e dal duro lavoro, stappano con forza i cocchiumi e iniziamo ad assaggiare i vini in anteprima. Io con il mio personalissimo taccuino prendevo appunti come da perfetto scolaretto. Si vede che la mia curiosità e la passione che nutrivo già allora per il nebbiolo presero il sopravvento e fecero breccia nella dura corteccia che rinchiudeva l’anima di Luciano. Ecco che poi il racconto della sua vita, dei suoi vini, dei suoi progetti futuri divennero oggetto di discussione delle due ore successive. Quella che sembrava una visita “sbrigativa” era andata ad oltranza. Stappò anche due bottiglie. Ma del contenuto poco mi interessava. Pendevo dalle sue labbra ormai. Ci raccontò il sogno che aveva di costruire la cantina nuova e di dare finalmente un luogo più consono e adatto ai suoi vini. O meglio… alle sue creature.

Fu in quel momento che imparai che il nebbiolo rispecchiava proprio il carattere dei suoi produttori. Ti devi avvicinare con rispetto, curiosità e passione per andare alla ricerca delle piccole sfumature. Altrimenti risulteranno dei buoni vini e nulla più.
Ho il coraggio di dirtelo solo ora, caro Luciano, perdonami se spesso e volentieri preferivo Le Vigne, soprattutto nelle annate più difficili. Anche se di Cannubi Boschis, quando era grande, ricordo vini monumentali con la capacità di parlarmi al cuore. Come le bottiglie targate 1990 e 1996. Indimenticabili. Proprio come il tuo operato.
Ci mancherai Luciano, fai buon viaggio.

Ivano Antonini

[Credits foto]

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