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22 Dicembre 2022

Com’è un grande vino di Borgogna dopo vent’anni

Una serata a tema Borgogna guidata da Giancarlo Marino (avvocato di professione e sommo conoscitore della zona) è stata la scusa per scoprire un po’ i tratti somatici dell’annata 2002 in Côte-d’Or ma soprattutto un assist per comprendere meglio una delle tante e decantate virtù dei vini di questa zona, la longevità.

Quindi, com’è un grande vino di Borgogna dopo 20 anni?

Non tutti i millesimi sono uguali e un esperto come Marino ci racconta che, dopo anni di esperienza sul campo, ormai li divide in tre categorie:

quelli marcati dal carattere dell’annata, in cui l’andamento climatico si fa sentire maggiormente plasmando poi il vino. Es. 1990, 2003, 2005.
quelli della territorialità, in cui è più facile riconoscere tratti e peculiarità del singolo vigneto. Es. 1996, 2001, 2010.
quelli in cui domina l’aspetto varietale del vitigno, con vini in gioventù spesso molto simili e che solo col tempo mostrano appieno le sfumature del proprio carattere.

Dopo gli assaggi fatti, la 2002 è sembrata una via di mezzo tra seconda e terza categoria.

Annata drammatica in gran parte d’Europa, come fino alla seconda metà di agosto sembrava essere anche in Côte-d’Or, dove però nell’ultimo periodo è avvenuto il miracolo: i venti freddi del nord spazzarono via nubi e umidità, scongiurando marciumi e cattivi presagi, trasformandola in un’annata splendida per quanto riguarda i rossi (specialmente della Cote-de-Nuits), con chicchi più minuti ma dalla buccia più spessa e una componente tannica ben presente. Per i bianchi, Marino ha parlato di annata “tenera”, non così entusiasmante insomma.

Su nove bottiglie, ho scelto quelle che più mi hanno colpito, ben quattro, per un mio personale podio.

4) Meursault 1er Cru Les Genevrières – Rémi Jobard
Bello, agile e completo; col suo tipico manto giallo acceso tinto di note balsamiche, frutta matura e fiori appassiti, carnoso il giusto, quasi salato e profondissimo.

3) Nuits-Saint-Georges 1er Cru Les Saint Georges – Robert Chevillon
Tempra robusta fatta di ferro e fuoco, dove ruggine, pesca noce e piccantezza profumano una corazza tannica ricamata che raschia finemente lingua e palato in profondità. A breve riceverà l’investitura di Grand Cru per sedere finalmente a tavola con i più grandi, con merito.

2) Clos des Lambrays Grand Cru – Domaine des Lambrays
Soffice ma incisivo, fra lavanda, terra bagnata e un ciliegione nitido, accarezza le papille con delicatezza, charme, lentamente e sulle punte, sa dove vuole arrivare. Cornice d’oro e impressionismo: “La classe di danza” di Degas.

1) Chambolle-Musigny 1er Cru La Combe d’Orveaux – Bruno Clavelier
Snello, cesellato, elettrico: una Stratocaster ’68 di Hendrix accordata in modo perfetto, che non suona ma canta a squarciagola sensualità, energia e tensione di Chambolle, emanando frutti di bosco e spunti di grafite. Il mio re della serata.

La maggior parte dei vini non dava alcun segno di cedimento, anzi. Vent’anni e non sentirli: la longevità della Borgogna.

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