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16 Dicembre 2022

Conversazione con Marco Malvaldi: di vino e altre storie

Marco Malvaldi, pisano, classe 1974, è uno degli scrittori italiani contemporanei più famosi; la fama arriva soprattutto con La briscola in cinque, primo episodio della serie di gialli che ha come protagonisti i terribili vecchietti del BarLume, da cui è stata tratta anche una serie televisiva (ma leggete i libri, fidatevi). Chimico di formazione, si affaccia anche alla divulgazione, che culmina in un saggio sugli aspetti scientifici dello sport, ma la sua produzione comprende anche una fiaba, romanzi storici e numerosi racconti.

La passione per la gastronomia è fuori discussione, dal momento che il detective protagonista di due suoi volumi è nientemeno che Pellegrino Artusi, ma anche il vino compare spesso nei libri. Si affaccia timidamente nel primo romanzo sotto forma di un Bellavista e di un Incrocio Manzoni, alla mescita come aperitivi, per arrivare all’ultima fatica, scritta a quattro mani con la moglie Samantha Bruzzone, in cui la protagonista ha addirittura un diploma di sommelier; da antologia le due pagine dedicate alla memoria olfattiva e alla descrizione organolettica di un orange wine, tra ricordi d’infanzia e sentori di banana e cumino; paragrafi in cui si percepisce molto la formazione scientifica dei due autori, entrambi ex ricercatori universitari.

Troppa la curiosità, ho dovuto fargli qualche domanda.

Marco, qual è dunque il fantomatico orange wine a cui si fa riferimento nell’ultimo romanzo?
Una Ribolla gialla di Gravner, buonissima, anche se io preferivo le sue Ribolle di una volta, non-orange, che ho bevuto in un locale ben fornito a Pisa. Era il periodo dell’Università, metà anni ’90, e il ristoratore disse che ci avrebbe fatto assaggiare il miglior vino bianco del mondo; naturalmente pensai a un’esagerazione, ma poi il vino era davvero meraviglioso.

Resto fulminato, perché ricordo anche io con grande rimpianto quella Ribolla perduta: conosci davvero il vino, dunque.
Sono un appassionato, dalla cultura enologica non sistematica e molto poco organizzata, cui tento di sopperire con una costante applicazione sul campo.

Quando è nata la passione?
Leggevo le riviste patinate che comprava mio fratello, come Gran Gourmet e simili, e mi ricordavo con facilità i nomi delle etichette più prestigiose e le tabelle delle annate. Così nei locali chiedevo un certo anno piuttosto che un altro. Una volta ordinai Cabreo il Borgo e mi proposero l’ ’87, ma io pretesi il 1988; con 30-35000 lire si bevevano grandi bottiglie, come L’Apparita di Castello di Ama.

In quegli anni, da studenti, si veniva presi in giro dagli amici, se si spendevano 35000 lire per una bottiglia di vino.
Sì, ma io ribattevo che per un concerto di un cantautore italiano ce ne volevano 50000! A testa, tra l’altro, mentre il vino si divide e si beve insieme. Poi scoprimmo che nell’osteria che citavo prima il proprietario aveva una caratteristica interessante: si ordinava un buon vino, per esempio un Brunello, di livello medio-alto, e dopo l’assaggio gli si diceva “certo che questo è quasi quasi all’altezza di Soldera”; e lui, con l’aria di superiorità verso chi capisce poco, per farci sentire la differenza ci stappava davvero una bottiglia di Soldera.

Bevi quotidianamente o solo in occasioni particolari? tieni grandi bottiglie in cantina?
Può capitare di aprire come l’altro giorno a pranzo una bottiglia di Poggio Argentiera, ma così poi non ho lavorato per tutto il pomeriggio; in genere stappo solo se c’è l’occasione giusta. Non ho una cantina vera e propria, ma un frigo-cantinetta e non potrei mai tenere delle bottiglie, che so, di Masseto in casa: mi sveglierei di notte per controllare se ci sono ancora e chiedere loro se stanno bene. Ho avuto recentemente una delusione da una bottiglia che ho conservato troppo a lungo, Redigaffi 1988: ancora bevibile, ma fin dal colore si capiva che aveva superato il suo meglio da tempo.

Redigaffi, Apparita, Cabreo… hai gusti molto classici, quasi demodé.
Può essere, certo; poi abito in Toscana, quindi è normale frequentare certe etichette. Rischierò anche di fare la figura dell’incompetente, ma devo confessare che non mi piace il Nebbiolo; i miei vini preferiti di Gaja sono il Gaia & Rey e il Darmagi. Bevo anche qualcosa di più attuale però, penso allo chenin di Thierry Germain, L’Insolite. Ultimamente mi dà grande soddisfazione l’Alto Adige.

Infatti citi il Vorberg 2019 nell’ultimo libro, abbinato ad una pasta alla bottarga.
Della Cantina di Terlano mi piace pure di più il loro Lagrein Porphyr, ma trovo straordinaria soprattutto la produzione di Alois Lageder, per esempio il Cor Römigberg per tornare ad un vitigno internazionale.

Il vino diventa anche strumento narrativo nel tuo lavoro.
In un racconto di qualche tempo fa parlo di una truffa legata a grandi bottiglie rubate; ho anche telefonato a Montevertine per sapere se potessi citare il loro Pergole Torte riserva 1990. Certo non potevo aspettarmi una bella cassa da 12 come ringraziamento: è un vino rarissimo, forse non esiste più nemmeno una delle 750 bottiglie prodotte.

In un altro racconto uno Champagne compare addirittura come chiave del caso, per altro dopo aver descritto un menù con abbinamento di tre etichette da brivido: Selosse La Côte Faron, Billecart-Salmon La Clos Saint Hilaire 2006, Krug Clos d’Ambonnay 2002.
In realtà da qualche tempo mi piacciono soprattutto i piccoli produttori: quando vedo sull’etichetta la sigla RM, Récoltant Manipulant, compro. A prezzi giusti ho incontrato vini normali, ma anche trovato Champagne di altissima qualità.

Altre grandi bottiglie nella memoria?
Initial di Jacques Selosse, Occhio di Pernice di Avignonesi…

Gli impegni strappano Marco alla nostra conversazione per portarlo ad una presentazione della manifestazione milanese Bookcity: è abbastanza però per capire che il chimico e professionista della scrittura anche sul vino ha conoscenze e competenze tutt’altro che dilettantesche.

[Alla conversazione assiste la moglie di Marco, Samantha Bruzzone, come detto anche lei scrittrice. Certo è da lettore ingenuo, ma vedendo gli occhi che le brillano alla citazione di ogni etichetta, è inevitabile sorga il sospetto che la sommelier protagonista dell’ultimo romanzo possa essere un po’ il suo alter-ego]

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