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12 Dicembre 2022

IntravinoCup – Selezione Naturale | 16 in gara e una piccola storia sul prezzo dei vini (contronatura)

320 votanti. Di 32 cantine ne rimangono in gioco 16, per un prossimo turno che credo di poter dire ancora interlocutorio, in attesa delle sfide potenzialmente più imprevedibili. Si vanno infatti delineando quelli che sembrano i protagonisti capaci di riscuoter un consistente consenso da parte dei lettori di Intravino.

Arianna Occhipinti, ad esempio, dopo aver superato l’avanguardia social di viticoltura eroica e ballo su TikTok di Barbacan, ha superato un mostro sacro come Lino Maga ed ora se la vedrà con un Patrick Uccelli, che ad oggi è forse la più grande sorpresa di questa IntravinoCup. Oppure Emidio Pepe che dopo aver superato Tenuta Lenzini e Paolo Marchionni, si confronterà adesso con la Cascina degli Ulivi di Stefano Bellotti in quello che forse è l’accoppiamento più tosto di questo turno, insieme al confronto fra Stefano Amerighi e Nino Barraco.

Il tabellone dello scorso turno ha previsto degli incroci crudeli anche nella sfida tra La StoppaGravner, con quest’ultima cantina che passa confermandosi come una di quelle accreditate per arrivare davvero fino in fondo. Ma l’esito per me più doloroso è stato quello del confronto tra Zidarich, che ha passato il turno, e La Distesa di Corrado Dottori. Per una ragione che spiegherò ora, ma che avrei preferito raccontare alla fine di questo gioco (sì, ero convinto che La Distesa meritasse almeno la finale).

Il più compiuto discorso sul vino naturale

Corrado Dottori – da: ladistesa.it

Quando la bottiglia di vino naturale diventa merce […] la deriva commerciale e mediatica è dietro l’angolo. Sono solo cambiate le parole d’ordine: il vino non deve più essere morbido, opulento e fruttoso bensì “sano”, genericamente “eco-compatibile” e magari “misterioso” o comunque bioqualcosa. […]

Fare vino seguendo le (presunte) richieste del mercato significa negare l’essenza del movimento “naturale”, che sintetizzo in 3 punti: critica radicale al modo con cui oggi l’umanità si relaziona alla natura, visione totalmente alternativa dell’agricoltura, lotta ai processi socio-economici dominanti. Oggi è impossibile parlare di “vino naturale” senza affrontare i nodi legati al sistema industriale di produzione, accumulazione e commercio […] Valutare i “vini naturali” solo in base a caratteristiche sensoriali è limitante e ingeneroso nei confronti di chi da anni lavora ad un’idea integralmente diversa del vino e, oserei dire, della vita stessa.

12 anni fa, fra le righe di un contributo scritto per Intravino, Corrado Dottori esponeva quello che a tutti gli effetti è stato il più compiuto discorso sul vino naturale che io ricordi. Volevo proporlo in chiusura di questo gioco e della riflessione che mi piacerebbe vi si accompagnasse (ma mi par di capire che il gioco attrae di più, ci sta, ma questo non vi salverà dai miei pipponi compreso un sunto finale, per cercare di segnare un punto nella vicenda di questa cosa chiamata “vini naturali”, al plurale), ma va bene così. Per compiuto, intendo un discorso che parte dalla vigna, arriva in cantina, ma non si ferma sulla sua soglia al momento di far uscire le bottiglie ad un prezzo che a quel punto è conveniente sia il mercato a decidere.

A Dottori va il merito di averlo messo in pratica quel discorso e non averlo usato per guadagnare la celebrità necessaria a fare il suo esatto contrario. Nur, Gli Eremi, ma anche Terre Silvate sono vini per i quali credo sia pacifico considerare che potrebbe essere chiesto 3 volte il prezzo attuale, senza per questo avere difficoltà a venderli. Anzi, forse ne guadagnerebbero anche in reputazione secondo la logica classica per cui alto il prezzo, alta la qualità. Una logica che – tra l’altro – ci dà lo spunto per racconta un passaggio interessante della storia del vino e che vale la pena considerare, anche solo per il piacere di intrecciare storie e storia.

Una piccola storia sul prezzo del vino

La famosa Esposizione Universale di Parigi del 1855, in occasione della quale venne redatta la più celebre delle classificazioni delle aziende vinicole di Bordeaux, arrivò per volere di Luigi Bonaparte. L’intento, fra gli altri, era quello di replicare la prima Esposizione Universale capace di generare un grande successo in termini mediatici, che fu quella di Londra del 1851 (il cui nome ufficiale fu Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations).

Vi erano però delle differenze profonde tra l’approccio francese e quello inglese. L’Esposizione londinese, tanto per cominciare, era espressamente dedicata a dare rassegna degli avanzamenti tecnologici ed industriali dell’epoca e pertanto, un prodotto come il vino (che pure gli inglesi avevano “innovato” nei decenni precedenti in cui si erano dedicati alla produzione dei genericamente detti vini fortificati) non figurava tra le invenzioni da mostrare. I francesi, invece, avevano – eredità delle importanti fiere commerciali che nei secoli avevano fatto la grandezza di terre come la Champagne, la Borgogna (così come delle Fiandre) – un’idea molto meno “tecnologica” e più manifatturiera e “commerciale” di ciò che doveva e poteva essere l’Esposizione (tant’è che l’Esposizione di Parigi ebbe come nome ufficiale quello di Exposition universelle des produits de l’agriculture, de l’industrie et des beaux-arts).

Sulla scorta di questa differente impostazione, fu radicalmente diverso l’approccio rispetto ai prezzi degli oggetti esposti. Gli inglesi erano contrari ad esporre i prezzi perché ritenuti inutili ai fini dell’Expo per come lo immaginavano, i francesi, invece considerarono che i prezzi dovessero essere esposti eccome. Tra le altre cose la Commissione Imperiale francese sosteneva che il prezzo potesse aiutare a valutare la migliore efficienza produttiva: considerando due prodotti paragonabili A e B, se A costa la metà di B, ciò che se ne può dedurre è che il sistema con cui viene prodotto A è più efficiente di quello con cui viene prodotto B [1].

Tuttavia, quando la Commissione Imperiale dovette affrontare la questione della partecipazione dei produttori di vino di Bordeaux all’Esposizione, scoprì che le cose non sarebbero state affatto semplici e che rispetto alla questione dei prezzi la propria convinzione, apparentemente logica, non aveva fondamento in quella terra in cui il vino aveva iniziato ad essere commercializzato in senso moderno circa 2 secoli prima.
Long story short: la Camera di Commercio di Bordeaux intervenne a fare da mediatrice, lavorò ad una nuova classificazione delle aziende della zona (che ricalcò per molte cose equilibri già noti) e per farlo utilizzò i prezzi in maniera diametralmente opposta a quanto immaginato dalla Commissione Imperiale: beni simili, con prezzi diversi, raccontano che il prezzo più alto è quello del bene migliore.

Per chiudere sui prezzi

Questa breve storia ci racconta una cosa ben nota: il prezzo è un veicolo d’informazione per il consumatore. Un’informazione espressa in numeri e sempre paragonabile. Nel mondo del vino di qualità, questa informazione ha un’importanza ancora più decisiva che in altri ambiti. Un prezzo maggiore non è solo opportunità di maggiore remunerazione ma anche strumento per comunicare valore.

Per questo la scelta di imporsi una regola sul prezzo che sia diversa dalle regole classiche è una scelta coraggiosa. Non alla regola dell’efficienza, non alla regola del mercato, non alla regola del marketing del prezzo. Ma il rispetto di una regola quasi monastica (viene in mente la regola di Benedetto, oppure certe sure del Corano rispetto al giusto prezzo) di chiedere una remunerazione che si trova giusta per il lavoro svolto e per la custodia della terra, ma rifiutando quel valore aggiunto che pure si potrebbe ottenere per grazia del mercato. È una scelta apparentemente illogica, pazza, contronatura.

Ed è una scelta che per questo molti preferiscono non seguire. Sì, ci sono – e non sono pochi – vignaioli/imprenditori che hanno fatto loro una scelta simile, ma ci sono altrettanti (forse ultimamente anche di più) che il vino naturale lo intendono contro le logiche dominanti solo fin sulla soglia d’ingresso del mercato, perché se poi la logica dominante è la più conveniente, ben venga il più classico dei “è il mercato bellezza (e io non posso farci proprio niente te, se non incassare)!”. E non è raro trovare vini di cantine che sul naturale ci si son buttate con diversi lustri di ritardo rispetto ad un Dottori (ad esempio), ma che sfruttando l’onda non si peritano a chiedere, già dopo poche vendemmie, prezzi che doppiano quelli dei vini de La Distesa. Buon per loro. Forse.

Il nuovo turno

Mi fermo qui, prima di farmi prendere troppo la mano e torno a ciò che realmente ci interessa. Le prossime sfide ve le elenco sotto e in calce trovate anche il link per votare. Vi ricordo che avete tempo fino a venerdì verso l’ora di cena, poi il turno si chiude e ci troviamo lunedì prossimo per i risultati e i quarti di finale.

Arianna Occhipinti – Monte Dall’Ora
Foradori – Dornach (Patrick Uccelli)
Cascina degli Ulivi – Emidio Pepe
Le Boncie – Monte dei Ragni
Stefano Amerighi – Nino Barraco
Gravner – Fattoria San Lorenzo
Zidarich – Dettori
Casa Coste Piane – Radikon

Per votare cliccate qui o l’immagine sotto

[1] Cfr. Dewey Markham Jr, “1855 A history of Bordeaux Classification – John Wisley & sons, Inc, New York, 1998

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