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1 Dicembre 2022

Chateau Latour 2005 e 1994

La mini digressione del giorno gira attorno a due bottiglie mitiche o meglio a due annate di uno dei miti eterni del vino mondiale. Quando si parla di Chateau Latour, ogni superlativo meno super non rende perfettamente l’idea. Qui siamo nel range dei pilastri della terra, i Padri Fondatori, gli evangelisti, quelle robe talmente iconiche che si corrono due rischi in uno: timore reverenziale sempre e, rovescio della medaglia, kill your idols fuck the system. Ho cercato di rifuggire entrambi in un duplice assaggio a poche settimane di distanza: due annate differenti, non alla cieca, due bevute in tutta pace e tranquillità con amici esperti e curiosi, né adoranti né scassaballe.

Due assaggi molto, molto significativi.

Chateau Latour 1994
Colore integro, non impenetrabile con qualche cenno granato e luminoso.
Profumo integro, bello, bordolese. All’inizio sul peperone non verde, poi c’è una bella densità di frutta scura, prugne disidratate e grafite. L’ossigeno porta poi a un’apertura netta sulla scatola di sigari, anzi ad essere sinceri è il profumo più vicino al tabacco che mi sia capitato di recente in un vino. Molto bello, e sotto a questo mix di cubani poco toscani, il naso più sensibile di noi ha intercettato anche una lieve pelle di salame, in quella quantità che non disturba. Vino che è stato bello annusare alle ore 20 e pure alle ore 23, con una evoluzione nel bicchiere e in bottiglia che lasciava esattamente intendere quanto sia relativo il concetto del tempo a Bordeaux in generale e con Latour in particolare. Sorso felpato e setoso, non infinito in termini di possenza e profondità in bocca ma con un fil rouge a legare integrità e compiutezza che in questi vini è la cifra distintiva. Bottiglia che ha raggiunto il suo apice espressivo, millesimo non indimenticabile ma soddisfazione alta e nessuna fretta di stappare. 12,5% di alcol.

Chateau Latour 2005
Sfortunatamente nessun appunto scritto ma un chiodo piantato in testa per una bottiglia memorabile destinata a spiccare in qualsiasi lineup. Purtroppo non alla cieca e dico purtroppo perché l’impressione memorizzata è stata davvero forte e la cieca è sempre divertente in tal senso. Vino devastante in tutto ma immaginate anche il contesto: cena conviviale-stappo semicompulsivo-mostri a tre teste e avanti un altro come niente fosse. Latour 2005: il grand vin per antonomasia in una grandissima annata, una sorta di minimasterclass sui grandi vini della storia. Compatto, quasi impenetrabile ma non nero, sulla melanzana. Già al naso emerge una idea che poi tornerà prepotentemente anche al sorso, qualcosa che ha a che fare con densità, fittezza e consistenza. La massima ricchezza di profumi nella minima espressività possibile, un po’ come quelle versioni di Hotel California in cui ci sono talmente tante chitarre a suonare che alla fine sembrano una cosa sola. Naso che rimbomba al solo pensiero per un misto di tonicità, definizione e compressione che risulta davvero difficile immaginare in prospettiva se non in un range di decenni. Al sorso, stessa identica impressione. Non pesante, non asciugante, ecco qui il pensiero della grande annata di grande vino letteralmente tuona. Alcol nei ranghi e presidio della lingua che diventa totale. A sconvolgere non è tanto o solo l’insieme di sensazioni prodotto ma anche una certa connaturata sensazione di eternità che accompagna vini come questo Latour 2005, ben pochi nel mondo. Se Latour 1994 è alla sua vetta espressiva, qui la sensazione è di non trovarsi nemmeno all’inizio della parabola evolutiva, come se il timer dovesse ancora partire. Assaggio devastante e illuminante, vino memorabile. 13% di alcol.

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