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29 Novembre 2022

Elogio del vino non competitivo e una piccola idea di felicità (El Plantarga 2019, Carlania Celler)

Ci sono vini che in un certo senso rispecchiano il nostro modo di intendere la vita in un determinato momento. L’ombra dell’età che avanza mi spinge a evitare in maniera ormai sistematica qualsiasi forma di competizione. Nelle solitarie corse in campagna preferisco i capi più comodi e consunti a quelli più tecnici e recenti, e misuro il tempo col campanile piuttosto che con lo smartwatch. Rallento alla ricerca della giusta cadenza, della sincronia gambe-polmoni, dell’armonia tra anima e corpo per faticare quel tanto che basta a produrre la dose giornaliera di endorfine.

Rallentando, un po’ come la tartaruga di Bruno Lauzi, spero forse di trovare quella felicità che libera dalle costrizioni e invita a godere, con la dovuta calma, del microcosmo di cui siamo parte. Pensavo a tutto questo bevendo uno strano vino rosa spagnolo capitato un po’ per caso sulla mia tavola. El Plantarga 2019 dell’azienda Carlania Celler è prodotto con uva trepat in purezza, vitigno a me sconosciuto ma core business di questa piccola cantina catalana. Proviene da una vigna di un ettaro e mezzo (dei 10 totali dell’azienda) coltivata in biodinamica certificata, nel comune di Barberà de la Conca, a un’altitudine di 410 metri, 20 km nell’entroterra di Tarragona.

In realtà, affermare che questo rosato sia strano non è corretto: sfugge piuttosto alla catalogazione sulla base dei parametri che siamo soliti usare per il vino dell’enologo. Qui la tecnica non è assolutamente predominante, la ricerca della performance inesistente. Non so spiegarlo meglio: si intuisce che non è costruito per piacere ma è frutto del piacere di produrlo. Un vino che non vincerà mai un concorso e non strapperà punteggi stratosferici ma che arriva comunque, a una velocità che non è certo quella della competizione, alla questione focale illustrata nell’antefatto.

Il colore è salmone chiaro, appena opaco per via dell’assenza di filtrazione e chiarifica, come un acquerello leggero senza alcuna ambizione di contrapporsi alla pittura materica. Tre anni dopo la vendemmia è ancora fresco d’uva fermentata, mela acerba, nespola e melograno ma l’impressione è che non vada atteso oltre. Si esprime con discrezione e con la semplicità disarmante del perfetto comprimario che lentamente conquista i sensi, esalta il cibo e appaga la sete. Nessuna esplosione di aromi o sapori né tantomeno deviazioni organolettiche che i detrattori associano spesso ai cosiddetti vini naturali.

In etichetta si legge SANS (Sense Additius Ni Sulfits – in catalano) ma non so se l’azienda aderisca o meno all’omonima associazione che vanta il disciplinare più restrittivo dell’intero comparto bioqualcosa. Ha 10,8 gradi di alcol, un solo mg/l di solforosa totale (credo sia un record) e un prezzo on-line, più onesto che competitivo, di circa 10 euro.

Rallentare, rifuggire la competizione, bere buon vino rosa: tre passi avanti verso un’illusione di felicità.

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