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22 Novembre 2022

Il giornalismo del vino non esiste

Antefatto

Siamo stati a Wine2Wine, business forum svoltosi il 7-8 novembre a Verona. Una delle poche manifestazioni sul vino in cui praticamente non si beve perché il focus è ascoltare ed eventualmente parlare. Due giorni, tre aule di diversa grandezza e una lista corposa e continua di 50+ sessioni sul tema Wine Communication con 100+ relatori. Partecipare come Media Partner è stata una ottima scelta e sono rimasto fino alla fine dei lavori per ascoltare il più possibile. Presenti per Intravino, a targhe alterne, io, Jacopo Cossater, Andrea Gori e Jacopo Manni.

Ovviamente, ci sono state sessioni più o meno interessanti: quella di Konstantin Baum MW per me è stata tra le più, quella sulle guide del vino decisamente tra le meno, e il meme di Italian Wine Drunkposting ha centrato solo una parte del problema: noia, autocelebrazione e assenza di info utili (quanto vendono? chi le compra? a cosa servono? quanto fatturano rispetto ai tour annessi e connessi? Boh, non si sa).

Passiamo però alla questione che ci è stata più a cuore, il panel a cui siamo stati invitati insieme ad altri rappresentati del settore.

Giornalismo del vino

Esiste? Che cos’è? Come funziona? A cosa serve?. Ci sono tre strade per scoprirlo: 1) Vivo?, 2) Morto o 3) X. Seguire il flusso e leggere fino in fondo potrebbe essere la scelta migliore.

1) Vivo?

Andrea Gori, in prima fila durante la sessione, ha registrato tutti gli interventi e non abbiamo fatto in tempo a scendere dal palco che già li aveva caricati su Spotify. Quindi se avete cuffiette, 45 minuti di tempo e l’argomento vi interessa, basterà solo premere play per ascoltare i partecipanti: Ferraro, Torcoli, Regoli, Piccoli, Carrera, Tonelli, Morichetti, alle direttive del ct Chiara Giannotti. Come esserci stati.

Poi nei commenti ci direte se c’era qualcosa di interessante o se vi dobbiamo rendere 45 minuti di vita persa.

2) Morto

Sette relatori in 45 minuti non sono stati una buona idea per sviluppare al meglio il discorso quindi riformulo tutto partendo da zero e ampliando a piacere.

Le basi, anzitutto.

Le notizie di qualità presuppongono un giornalismo originale, che scava per trovare la vera storia che si cela dietro la storia. Un giornalismo d’inchiesta che indaga sui torbidi intrecci tra denaro, politica e condotte aziendali. Un giornalismo di reportage internazionali da luoghi difficili da raggiungere e aree di conflitto pericolose. Storie che richiedono le competenze di professionisti in grado di utilizzare sia strumenti di reportage all’avanguardia, come banche dati e crowdsourcing, sia le tecniche del vecchio giornalismo di strada “consuma-scarpe”, per colmare le lacune nella trama di fondo.

Storie presentate in modo accurato, sfruttando la tecnologia digitale per fornire resoconti diretti dal campo e supporti visivi che spieghino ulteriormente in che modo si sono svolti i fatti. Storie impaginate in modo da rispettare l’intelligenza dei lettori, piuttosto che sfruttarne le emozioni. Non ne sono rimasti molti di posti in cui le notizie di qualità siano fatte bene, o dove vi sia anche soltanto l’ambizione di farle.

Sto leggendo Mercanti di verità – Il business delle notizie e la grande guerra dell’informazione di Jill Abramson, docente ad Harvard ed ex direttrice del New York Times. Volume che consiglio caldissimamente perché ripercorre con dovizia di particolari e migliaia di aneddoti (904 pagine per 24 euro) la traiettoria di 4 realtà editoriali tra le più rappresentative del panorama americano e quindi mondiale: BuzzFeed, Vice, The New York Times, Washington Post. Sarà abbastanza evidente a tutti che se il giornalismo è quella cosa bellissima sopra descritta, anche in assenza di conflitti e intrighi internazionali non è così facile trovare buoni esempi di pratiche giornalistiche, tanto nella stampa generalista quanto nella nicchia enogastronomica.

Il giornalismo del vino sostanzialmente non esiste, per varie ragioni che possono essere dedotte consultando con frequenza i contenuti di settore.

In primis, c’è il tema dell’indipendenza.
Se a finanziare uno spazio informativo sono le stesse aziende oggetto d’indagine – tendenzialmente le più grandi e con un budget da dedicare alla promozione – c’è un problema evidente. Ho conservato per anni lo screenshot di una nota testata in cui si potevano facilmente collegare i due articoli di apertura con le rispettive aziende presenti in pagina col proprio banner. Casi come questo sono frequenti e chiunque dica di poter parlare liberamente di aziende da cui riceve soldi mente sapendo di mentire.

Da che mondo è mondo, un’azienda che supporta le mie attività si aspetta quantomeno che io non ne parli male, che alla peggio non ne parli proprio ma che, se ne capita l’occasione, ne parli con accezione tendenzialmente positiva. Ogni eccezione conferma la regola e sono il primo a fare mea culpa perché lavoro nel vino tra distribuzione e vendita e sono il primo degli impuri.

L’interesse primario di chi fa informazione – con qualsiasi mezzo e a qualsiasi livello di rilevanza – dovrebbe essere quello di offrire un servizio onesto, documentato, trasparente, esposto bene, in maniera personale, magari originale ma comunque non ingannevole.

Il secondo problema riguarda il pubblico dei lettori.
Molto spesso, il destinatario della stampa di settore sono produttori stessi e stakeholders vari (intermediari, Consorzi, organizzatori di eventi…). Il lettore modello che si ha in testa sono aziende stesse, colleghi e altri animali dell’acquario: non gli appassionati, i consumatori disinteressati e curiosi di sapere. Il mondo del vino è pieno di ottimi professionisti, con grandi capacità di scrittura e assaggio, e molti pochi sono degnissimi di attenzione.

La proliferazione dei premi cui stiamo assistendo in queste settimane è solo una delle derive della stampa di settore: i 40 migliori vignaioli, i 100 migliori vini, il vignaiolo green dell’anno, i 30 migliori comunicatori under 30, le 50 migliori aziende over 30 under 50, i 15 viticoltori che salveranno la terra, le 3 migliori wine destinations d’Italia… Insomma, mai come quest’anno rileviamo un potente appiattimento dei contenuti prodotti sui premi elargiti. “Se non sai cosa dire, dai un premio” potrebbe essere il motto. Noi qui con Le 100 migliori cantine d’Italia siamo fermi al 2016 e sarebbe bello aggiornare quella lista, ancora molto bella, ma servirebbe ad offrire un servizio o solo a distribuire menzioni d’onore?

Un altro capitolo su cui la stampa di settore sta riuscendo a dare il peggio è senza dubbio il tema vino-salute. La disinformazione dilagante sui presunti benefici del vino è diventata insopportabile (Vino e salute, smettiamola una volta per tutte). Checché ne dicano Assoenologi e compagnia cantante, eccettuato il prof. Michele Antonio Fino col suo prezioso articolo sul quotidiano Domani – Il vino è un rischio, ma non puntiamo sulla deterrenza del consumo – lo stato dell’informazione su questo argomento è un pianto greco.

Non apriamo nemmeno il capitolo marchette, una battaglia persa.Tutti lo sanno, molti fanno buon viso a cattivo gioco, pochi si arricchiscono, nessuno ne parla. Qui mi piace ricordare un articolo del direttore Tomacelli datato 25 gennaio 2010 – Marchette del vino | La parola all’esperto – perché il do ut des all’oscuro di chi sta dall’altra parte dello schermo o del foglio di carta è la triste deriva di un ruolo che meriterebbe di essere nobile.

Insomma, si potrebbe andare avanti a lungo. Trovare buona informazione libera è molto difficile. Lo è spesso quella autoprodottta e/o sostenuta dai lettori che pagano una quota. Di recente mi sono abbonato a Il Post per ascoltare Morning, la rassegna stampa del mattino di Francesco Costa, e non avrei potuto spendere meglio quei soldi che invece non ho mai dato a Repubblica e Corriere. A dire il vero, confesso un altro peccato perché sono un recentissimo subscriber del New York Times, anche se non lo apro tutti i giorni, non parlo bene inglese, non capisco gran parte degli articoli. Mi godo però due cose: l’accesso al quotidiano più autorevole del mondo (e leggere Mercanti di verità ha consolidato questa curiosità mista a piacere) e la rubrica di Eric Asimov, The Pour. Il wine critic di un quotidiano simile è un buon insegnamento perché offre segnalazioni in libertà senza l’assillo del punteggio e con una indipendenza che può permettersi solo lui o quasi. Questo lo stile: “Di recente ho visitato le enoteche di New York per i rossi della Loira e ho trovato una dozzina di bottiglie che consiglio vivamente. Alcuni sono ottimi vini da sete a prezzi moderati. Altri sono troppo costosi per molte persone, cosa che capisco. Ma sono ancora valori eccellenti rispetto a quello che si potrebbe trovare allo stesso prezzo in alcune altre regioni francesi o nella Napa Valley.” Il critico che compra bottiglie al negozio e poi ne parla, nell’apparente semplicità del gesto, ai nostri occhi ha qualcosa di quasi anomalo. Rimpiango l’assenza di Porthos e dei suoi long-form perché erano soldi ben spesi così come la Guida ai vini de L’Espresso nella gestione Rizzari-Gentili, unicum nel panorama italiano per autonomia di pensiero e originalità delle segnalazioni (poi rimpiazzata da prodotti di scarso interesse e diverso impianto editoriale).

Partendo dalla mia esperienza di fruitore, credo che il futuro dei contenuti di qualità possa andare nella direzione di un accesso a pagamento, piccolo o grande che sia. Magari ci faremo un ragionamento anche noi ma il tema degli operatori non indipendenti conduce naturalmente all’ultimo contributo.

Corollario: quasi tutta l’editoria di settore non è indipendente, a prescindere dal settore. Poi parlando di cinema, teatro, libri e musica le stroncature esistono ancora mentre nel vino sostanzialmente no. Però non voglio tenervi a leggere per due ore quindi ne riparleremo.

3) X

Uscendo dalla sala di Wine2Wine ho intercettato su Facebook un intervento prezioso per i nostri ragionamenti. Scritto da Tommaso Ciuffoletti, centra molti dei temi in esame e merita di essere letto raw, senza introduzioni né commenti ulteriori perché sottolinea quanto il sistema del vino sia ipersensibile alle critiche e quanto gli attori principali, i produttori, malsopportino qualsiasi lontanissima forma di rilievo negativo. Una roba talvolta con esiti tragicomici: milionari che fanno i gradassi con le formichine, poraccitudine allo stato puro.

Ha detto Tommaso:

Da quando scrivo per Intravino ho sempre cercato di tenermi lontano da marchette di alcun tipo e quando ho scritto per parlar bene di cose mie l’ho sempre dichiarato, quando ho scritto di amici l’ho sempre chiarito, quando avevo – non già un conflitto d’interessi – ma anche solo un sentimento pregiudizialmente positivo verso qualcuno, l’ho sempre reso noto.

Ma nel frattempo ho anche scritto cose che non erano sempre gradevoli. Ho beccato un produttore che faceva il furbetto sulle rese dichiarate, ho scritto del patteggiamento per stalking di Pinchiorri, ho anticipato di un paio d’anni la decisione di un consorzio, ho chiarito alcune questioni antipatiche in punta di diritto, ho raccontato di mancati successi aziendali, ho riportato storie che non sembravano limpidissime in merito a vini e punteggi, ho ricostruito le relazioni tra potenti del vino italiano e Putin… Insomma, non mi sono fatto amici e non me ne volevo fare.

Ed è giusto così. Non ricevere inviti per degustazioni in splendide cornici è qualcosa che mi rende sereno. Lo stesso vale per inaugurazioni, press tour, blablabla. Un tempo ero io quello che invitava ed effettivamente i rompicoglioni era del tutto sensato scansarli. Ma se questo lo capisco, quello che capisco meno è l’aver ricevuto in questi anni messaggi di minaccia, grottesche lettere di diffida, minacce di querele, offese di vario tipo. Da personaggi il cui spessore è ben definito da questi modi. Ho addirittura ricevuto offese e lezioni di giornalismo da ignoti maestri e da altri con volontà didattiche degne di miglior causa. I miei preferiti ovviamente sono quelli che minacciano querela per vedere se ti cachi addosso e togli il pezzo a loro sgradito. E ci tengo a chiarire che mai nessun pezzo è stato tolto, e mai nessun querela è giunta.

Certo qualche volta il mio eccezionale avvocato ha dovuto rispondere a qualche studio legale (una lettera la conservo gelosamente come esempio di cosa vuol dire essere briganti, ma per fortuna anche semianalfabeti), ma mai una querela è giunta. Perché non c’era niente da querelare.

Ma funziona così. Finché scrivi del sentore di bacca rossa nella splendida cornice ed è tutto bellissimo, allora bene così. Ma se ti azzardi ad uscire di lì per raccontare altro – in modo informato, senza intenti diffamatori, solo per volontà di cronaca – il bel mondo di antichi valori e saperi di una volta si rivela per quello che è. E la minaccia di querela arriva proprio per farti capire come funziona. Poi la querela non arriva, ma tanto basta.

Non per questo perdo passione per scrivere e raccontare. Anzi il contrario, perché l’errore sarebbe pensare che i modi dei prepotenti siano quelli a cui arrendersi, anche nel credere che siano la regola. Però credo che sia giusto dirlo e dirlo senza vergogna: il bel mondo del vino è anche questo. E fare informazione in questo mondo non è certo facile. E forse, alla fine, è pure vero che per certi versi… è quasi inutile.
E questo è.

A tal proposito, ve la ricordate la causa persa da Gaetano Manti (Il Mio Vino) contro Scavino, con un risarcimento da 15.000 euro? Querela partita per una recensione non lusinghiera di un vino deludente su una rubrica un po’ perculatoria. A quell’epoca, c’erano giornalisti internazionali che venivano glorificati quando dentro a un bicchiere di Barolo sentivano vanilla, coffee e chocolate. Big boh.

In conclusione, per un resoconto testuale e puntuale di Wine2Wine rimando a WineNews, che è quanto di più distante al mondo da Intravino ma che sulla copertura delle manifestazioni non ha eguali, con una potenza di fuoco in termini di persone e mezzi davvero impressionante. Una specie di ANSA del vino insomma, tanta cronaca e poco commento.

Quello del giornalismo applicato a vino e dintorni è un tema bellissimo e inesauribile, potremmo parlarne per ore. Saremo felici di leggere i contributi che eventualmente verranno ma anticipo una severa moderazione dei commenti affinché il confronto avvenga su binari civili e rispettosi. La libertà di commento è bella ma abbondantemente sopravvalutata e su questo tema noi per primi tendiamo a surriscaldarci velocemente.

[Cover: Simone Di Vito]

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