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18 Novembre 2022

Dalla Rivoluzione Verde agli alberi in vigna con Stefano Lorenzi. Intervista e storia dell’agricoltura zippata

A ricordarci che la natura è una cosa e l’ordine imposto dai filari della coltivazione un’altra ci pensa il Thoreau che in Walden si dedica inizialmente alla coltivazione di fagioli, ma poi ci ripensa.

Intanto i miei fagioli, i cui filari già piantati raggiungevano, messi in fila, la lunghezza di sette miglia, erano impazienti di essere zappati; i più vecchi erano notevolmente cresciuti ancora prima che gli ultimi fossero nel terreno: davvero, non era facile liberarsene. Cosa significasse questa regolare, orgogliosa, piccola fatica erculea, io non lo sapevo. Giunsi ad amare i miei filari, i miei fagioli, sebbene fossero molti di più di quanti me ne occorressero”.
[…]
Poi guadagnai un’altra esperienza. Mi dissi, non pianterò fagioli e grano con lo stesso impegno per un’altra estate, ma – se non li avrò perduti – semi quali la sincerità, la verità, la semplicità, la fede, l’innocenza e simili, per vedere se cresceranno in questo terreno, anche con meno fatica e concimazione, e mi sosterranno, perché di certo non si sono esauriti in questo campo. Ahimè! Io mi dissi così, ma è passata un’altra estate e poi un’altra e poi un’altra ancora, e sono obbligato a dirti, caro Lettore, che i semi che ho piantato, se poi erano i semi di quelle virtù, sono stati mangiati dai vermi o hanno perso vitalità, e non hanno germogliato.
(Walden: Vita nei boschi,  Henry David Thoreau)

Chi sono io per stabilire che lì debbano crescere fagioli e non altre piante? Perché estirpo quelle che io chiamo erbacce per fare spazio ai miei fagioli? Lascerò che crescano se il destino lo vorrà e non pianterò altri che semi di una fede in ciò che semplicemente sarà. Quel che fu è che i fagioli non crebbero.

Una cosa si può dire di Walden: è un testo radicale, ardito, di una scrittura non sempre scorrevole, ma incredibilmente onesto. E sì, la natura è una cosa e l’ordine imposto dai filari della coltivazione un’altra.
O almeno, un terreno dedicato ad una monocoltura, gestito in modo efficiente da un punto di vista produttivo, ha di che dare ragione al De Andrè – rivedendo Lee Masters – de Il Suonatore Jones: “Libertà l’ho vista dormire/Nei campi coltivati/Protetta da un filo spinato”.

L’agricoltura moderna …

Tuttavia, per la grandissima parte della storia dell’agricoltura, quell’ordine dato dall’uomo alla natura è stato nei limiti di una sfida che vedeva in realtà la seconda imporre le proprie regole. La scena de Il Gladiatore con Russel Crowe che accarezza le spighe di un grano che si allunga a perdita d’occhio per i campi della Val d’Orcia [1] sono ottime per il cinema, ma per quanto quella terra sia lì da sempre (almeno 4 milioni di anni) e per quanto le abilità di agricoltori dei romani siano ben note [2] molto probabilmente un grano del genere non è mai stato coltivato da alcuno che parlasse latino.

Per sommissimi capi, uno dei grandi salti dell’agricoltura moderna è avvenuto negli Stati Uniti, che hanno iniziato a costruire la propria potenza nel corso del XIX secolo con fertilizzanti azotati prima, pesticidi e mezzi meccanici per lavorare grandi appezzamenti di terreno [3]. Un modello poi diffuso nel secondo dopoguerra insieme ad ulteriori nuove conoscenze in ambito chimico, meccanico e di selezione delle sementi, che hanno dato vita a quella fase di incremento nella disponibilità alimentare (uno dei fattori chiave dell’impennata demografica globale), nota come Rivoluzione Verde.

Il modello dell’organizzazione agricola in senso moderno, monocolturale, specializzato, ampiamente poggiante sulla chimica e la meccanizzazione, si è andato affermando in forza di una capacità produttiva che ribaltava i rapporti di forza con quella natura che fino ad allora era stata limite insormontabile e spesso crudele. Le carestie che erano così ricorrenti, divennero lentamente un’eccezione ed infine un ricordo (eccettuati quei paesi che s’affidavano a Grandi Balzi in avanti o a pianificazioni la cui inefficienza è stata ripetutamente confermata dall’esperienza e, per chi avesse ancora dubbi, la Corea del Nord è sovente in cerca di ministri dell’Agricoltura[4]).

… e i suoi critici

Come ogni opera dell’uomo, il modello vincente dell’agricoltura moderna ha iniziato a mostrare i propri limiti, anche in considerazione della velocità e della profondità dei cambiamenti apportati [5]. I limiti emersi sono ecologici, in primis, ma anche economici (concentrazioni con tendenze al monopolio in alcuni settori chiave) e sociali.

La crescita demografica in India dal 1960 al 2010 Di Valérie75 – Opera propria, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=18060

Alcuni esempi.

La diffusione “globale” di ibridi più produttivi fu rapidissima: “nel 1970 le nuove varietà occupavano circa il 10-15% della superficie coltivata a riso o frumento nel Terzo Mondo. Nel 1983 la percentuale era salita a oltre la metà e a 3/4 nel 1991. In Cina nel 1990, i ceppi a resa elevata cotituivano il 95% del riso e del frumento coltivati” [6] (nel considerare la perdita di biodiversità, si tenga presente tuttavia che contestualmente a quella diffusione di ibridi superproduttivi vi fu un aumento rapidissimo di superfici destinate all’agricoltura).

Oppure si pensi agli effetti del massiccio ricorso ai fertilizzanti azotati, che ebbe l’epicentro del proprio successo in quegli stati agricoli degli USA che stanno lungo il corso di fiumi come il Missouri e il Mississippi. Proprio in questi fiumi sono defluiti nel tempo i residui di quei concimi, andando a riversarsi infine nel Golfo del Messico e dando vita a quel che oggi è conosciuta come dead zone [7]. Si potrebbe andare avanti nell’elenco dei limiti e delle contraddizioni generate dal successo di quella Rivoluzione, tuttavia qua ci preme darne solo una rapida rappresentazione, avendo però cura di evitare semplificazioni da eccessi positivistici o, al contrario, da eccessi di reazione.

Alberi in vigna. Il ritorno a ciò che era …

Fino agli anni della Rivoluzione Verde, la regola dell’agricoltura globale era quella della promiscuità. Anche la più avanzata specializzazione applicata alla gestione dello spazio agricolo prevedeva la coesistenza di specie diverse in appezzamenti di terreno relativamente piccoli. E laddove la convivenza non fosse pianificata per scelta, questa era imposta dalla volontà di una natura che non era facilmente arginabile.

Per quel che riguarda gran parte dell’Europa e del Mediterraneo – lo ricordo sempre – parlare di storia dell’agricoltura significa parlare, per diversi secoli almeno, di mezzadria e la promiscuità era esattamente uno dei tratti tipici della mezzadria. Laddove vi era spazio per coltivare qualcosa, quel qualcosa veniva sistemato. Il grano sotto alla vite, la vite appoggiata ad alberi da frutto. Ed ecco che invece di una vigna in senso moderno abbiamo qualcosa che, per quanto opera di un ingegno agricolo, si rifà, in senso lato, ad un modello naturale.

Un albero da frutto in una delle vigne che gestisco a San Giovanni delle Contee

Ancora ne sopravvivono in vigne sparse per la penisola (non solo ad Aversa, dove sono assurte a simbolo meraviglioso della vitivinicoltura locale). Ma sono solo il retaggio di un passato trascorso o forse un’ipotesi per il futuro della vitivinicoltura di qualità?

Sì perché se l’agricoltura globale, per pensare ad una propria riconversione dal modello attuale deve considerare una vasta serie di variabili estremamente rigide (a partire dalla necessità di sfamare una popolazione che continua ad aumentare a ritmi la cui sostenibilità pone sfide impressionanti), la vitivinicoltura di qualità può permettersi di pensare a modelli alternativi qui ed ora.

Questo perché, spero sia chiaro a tutti, la vitivinicoltura è quella nicchia dell’agricoltura che produce un bene non necessario e il cui valore è aggiunto dal marketing con moltiplicatori che quasi tutto il resto dell’agricoltura può solo sognare. In questo senso non può che essere intesa come avanguardia e con quest’occhio a ciò che sarà, proviamo a guardarla.

A colloquio con Stefano Lorenzi

Premetto per correttezza che lavoro per una società che realizza sistema agroforestali in 18 paesi del mondo (in Asia, Africa, Centro e Sud America). Per sistema agroforestale s’intende proprio un sistema che consocia su uno stesso terreno colture stagionali o annuali, con la presenza di alberi, arbusti e che contempla in questo ambiente anche la presenza di animali; il tutto cercando di costruire un sistema complesso, ma che per questo si tiene in un equilibrio capace di offrire una grande resilienza. Qualcuno potrà ritenere dunque che abbia un pregiudizio positivo rispetto a questo modello. Nelle settimane scorse, ho avuto uno scambio interessante con Stefano Lorenzi, arboricoltore e appassionato di vino che si sta dedicando da tempo allo studio delle interazioni tra alberi e paesaggio vitivinicolo.

L’idea, per farla semplice, è che reintrodurre elementi arborei all’interno di uno spazio dedicato alla monocoltura, come quello del vigneto specializzato, possa essere una scelta vincente da un punto di vista ambientale, della salute del vigneto, della bontà delle uve e – ma questo lo dico io – anche della promozione del proprio vino, forse sì, un po’ più “naturale”. E la prima cosa che, giustamente, Stefano premette alle sue riflessioni, è proprio l’osservazione di ciò che erano le vigne in Italia fino a poco tempo fa.

La consociazione della vite con altre colture non rispondeva a regole basate su conoscenze di microbiologia, ma pure dava effetti positivi. Come potevano sapere, anche solo 60 anni fa, che la corteccia dell’acero è dimora di un acaro che mangia gli acari fitofagi dell’uva? Però intuivano che l’acero si consociava benissimo con la vite. Altro esempio è la presenza di pioppi vicino alle viti in ambienti troppo ricchi d’acqua per la vite, perché il pioppo sottraeva grandi quantità d’acqua e la vite poteva così trovarsi in un terreno migliore.

Immagine esemplificativa di logica agroforestale da: https://forestrypedia.com/agroforestry-system-detailed-note/

Quindi, ciò che prima era dettato da necessità, oggi tornerebbe ad avere senso.

La monocoltura si è dimostrata troppo debole per i cambiamenti climatici in atto. Se è troppo secco va in sofferenza, se piove troppo va in sofferenza, se è troppo ventoso va in sofferenza. Insomma, un mix ragionato di colture mette al riparo la coltura principale e in più permette di avere opportunità produttive anche dalle altre. Ma soprattutto benefici, ad esempio: regimentazione delle acque piovane, ombra, mitigazione delle temperature, dei venti, interconnessioni radicali, aumento della sostanza organica, aumento della permeabilità del terreno e ancora e ancora.

Ma la monocoltura è particolarmente adatta alle lavorazioni meccaniche, pensa alla disposizione di un moderno vigneto specializzato. E la cosa è particolarmente rilevante se parliamo di appezzamenti molto ampi.

È chiaro che un sistema agroforestale funziona meglio dall’impianto. Insomma se progettato con criterio fin dall’inizio, assegnando anche un ruolo agli spazi di passaggio. Se lavoro dal principio secondo questo criterio posso trovare uno spazio per tutto: alberi, vigna, siepi miste che mi diano ambiente riproduttivo per uccelli che mangiano insetti o magari siepi spinose che facciano da recinzione naturale. Ma anche rispetto ad un vigneto esistente, progettato per essere il classico vigneto da monocoltura specializzata, io credo abbia più da avvantaggiarsi che da svantaggiarsi rispetto ad una ridefinizione degli spazi, perché oggi, forse, ancora la situazione regge, ma un vigneto ha una vita media che si calcola in decenni. Ecco se non pianto oggi qualche albero che mi ripara dagli eccessi di calore, dagli eccessi di pioggia o altro … beh, magari correre al riparo tra 15 anni potrebbe essere tardi.
A chi mi dice che la monocoltura è migliore da un punto di vista economico io rispondo: per ora”.

Mi dai qualche altro esempio di interazione positiva tra alberi e vigna?

Guarda, ti cito volentieri i risultati di uno studio dell’Università di Torino – al quale ho dato un mio piccolo contributo – durante il quale sono stati monitorati dei vigneti che sono circondati da boschi ed altri, invece, più isolati e distanti rispetto ai boschi. Oggetto dello studio sono stati gli stomaci di alcuni insetti tra cui calabroni e vespe, per valutare l’attività dei lieviti sulla pruina dell’uva. Hanno visto che – prelevando campioni per 3 anni – nelle vigne prossime ai boschi, sulla pruina si arrivava ad avere fino a 27 varietà di lieviti, di cui 3 o 4 non buone per le fermentazioni in cantina. Mentre nelle vigne isolate non si arrivava a più di 11 varietà di lieviti, di cui sempre 3 o 4 non buone per le fermentazioni in cantina.
Considera poi che durante le estati calde, di notte l’aria fresca esce dal bosco e va a ventilare la vigna, tirando a sé l’aria calda. Funziona come un respiro rinfrescante notturno.
Ma anche avere solo alcuni grandi alberi all’interno di una vigna, significa offrire ospitalità a animali e batteri utili ai lieviti. Oltre a tutte le interazioni positive rappresentate dall’avifauna, perché la gran parte degli uccelli sono insettivori. 

Mi pare che anche queste poche note possano dare il quadro di un tema di grande interesse.

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NOTE

[1] Per la precisione siamo sotto Pienza, nella strada che scende dalla Pieve di Corsignano.
[2] Grazie in particolare al lavoro di Poggio Bracciolini (1380-1459) , che riscoprì l’opera altrimenti dimentica di Columella (4-70 d.C.).
[3] Il ‘secolo americano’, quando gli Stati Uniti sono diventati una superpotenza – Mappa Mundi e Il dominio dell’agricoltura statunitense post 1945
[4] Di norma, infatti, dopo che qualche carestia si abbatte regolarmente sul paese, non potendo imputare la colpa ai piani quinquennali dell’infallibile leader, il ministro dell’Agricoltura di turno viene variamente accusato di collaborazionsimo con il nemico yankee e giustiziato in qualche pubblica piazza. Quindi attenzione perché è un lavoro che ha i suoi rischi.
[5] Chi volesse approfondire può senza dubbio dedicarsi ad una lettura imprescindibile: “Qualcosa di nuovo sotto il sole – Storia dell’ambiente nel XX secolo” di John R. McNeill, edito in Italia da Einaudi e di recente ristampato.
[6] McNeill – pag. 282
[7] Ogni anno, i nutrienti in eccesso provenienti da città, fattorie e altre fonti nei bacini idrografici arrivano nel Golfo del Messico e stimolano la crescita delle alghe durante la primavera e l’estate. Le alghe alla fine muoiono, affondano e si decompongono. Durante questo processo, i batteri che consumano ossigeno degradano le alghe. I bassi livelli di ossigeno risultanti vicino al fondo sono insufficienti per supportare la maggior parte della vita marina, rendendo l’habitat inutilizzabile e costringendo le specie a trasferirsi in altre aree per sopravvivere. greenreport.it
The largest cause of this ecological mayhem is the 120 million tons of synthetic nitrogen used globally in agriculture each year. That is twice the amount of nitrogen reaching fields from organic sources such as animal manure, crop waste, and leguminous plants that fix their own nitrogen. Yale.360

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