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14 Novembre 2022

Ho bevuto tre bottiglie alla cieca con littlewood (e c’era anche Shaquille O’Neal)

Il bello dei blog sta nei commenti, ci siamo detti per una decina d’anni. Vale sempre meno ma a volte ci scappa la sorpresa. A metà della scorsa settimana mi arriva un wapp: “Buongiorno alessandro sono Franco Boschetto alias littlewood. Se passi sabato sera all’Osteria sotto casa tua qualcosa da bere c’è (no giulio f!)”.

Per chi capita di frequente su queste pagine, il commentatore littlewood suonerà noto. Storico forumista del Gambero Rosso, su Intravino ha all’attivo circa 160 commenti dal 2018 ma non mi ero mai soffermato a capire chi ci fosse dietro. In sintesi: Franco Boschetto lavora in vigna e come trattorista per aziende di vino e attualmente è in forza in una delle realtà più interessanti di tutta la Valpolicella (Cà La Bionda). Moglie astemia, figlio enologo che sta facendo uno stage in una nota azienda di Barolo (indizio: “Domattina devo andare ad aprire il recinto delle galline”) e, a monte di tutto, una cantina privata da oltre 7.000 bottiglie accumulate negli anni. Praticamente tutti mostri, ma questo lo avrei scoperto dopo. Insomma, per educazione passo a salutare la Boschetto family & friends e sfodero un bicchiere fiammante ché  non si sa mai.

Quattro bottiglie alla cieca, ecco le mie impressioni di assaggio ripescate a memoria.

Prima bottiglia.
Dorato carico verso l’ambra, profumi evoluti, terziarizzazione fin quasi al fungo partendo da una base dolce, bella ma dolce, la frutta è arrivata al capolinea e il dinamismo nel bicchiere scarseggia un po’. Il sorso è compiuto, ha una linea di acidità a ravvivare il sorso però è la rondeur a prevalere. Ipotizziamo possa essere uno Champagne con vari anni sulle spalle, ormai arrivato al picco, anche un po’ dopo. Comunque già di partenza timbrato da una maturazione avvolgente che gli anni hanno accentuato. Da berne un bicchiere o due, non di più perché risulterebbe noioso.
Era Jacquesson 1996. 25.740 bottiglie prodotte, 3,5 g di dosaggio, degorgiato nel 2006, 57% pinot nero e 43% chardonnay.

Seconda bottiglia.
Naso terziario bello, balsamico e ampio, un po’ vegetale (fa pensare a qualche cabernet), poi esce fuori un misto di finocchio, senape, grafite e frutta scura. Metterci il naso dentro è molto divertente e invita il sorso. Che a sua volta non è affatto greve, ha una sua pienezza ma gira molto bene, non rapisce ogni angolo della lingua e questo mi fa pensare che non sia una annata di quelle monstre Però a stupire è questa sintesi di vino adulto con una sua snellezza e nessun cedimento, zero smagliature. Poi il bello di non avere un database infinito in testa, nel mio caso, è che non marcisco nello scervellarmi per capire cosa sia. Già quando ho inquadrato che trattasi di un qualcosa simil-bordolese con parecchi anni sulle spalle e complessivamente di pregevolissima fattura, il degustatore che è in me si appunta un distintivo sul petto. Era Vega Sicilia Unico 1990, e tutti zitti.

Terza bottiglia.
Carico ma non scuro, bella densità e colore pimpante. Ci butto il naso dentro e devo dire che il primo flash che mi salta in testa riporta ai vini della Valpolicella che amo (pochissimi). Paradossalmente tenero e sussurrato, su frutta dolce ma non sfatta, anzi turgida, pugno di ferro in guanto di velluto, più gira nel bicchiere più inizia a comunicare, andando su qualche vegetale, altre frutte, con un’idea di presenza, compostezza e profondità che davvero non teme niente e nessuno. Faccio un sorso. Tanta la materia, c’è una quota di dolcezza sì ma niente di stucchevole, non legnosità volgare né surmaturazione né astringenza né calori alcolici fuori controllo. Alla cieca, metto questo vino nel capitolo delle bottiglie Shaquille O’Neal (quando ero giovane pensavo a Sassicaia, cioè Michelle Pfeiffer): un essere umano gigante ma talmente proporzionato e agile da avere pochi eguali nel mondo. Stratificato, di una matericità non pesante e con una bocca debordante. Dico Amarone e ipotizzo Dal Forno, visto che con Franco pochi minuti prima parlavamo proprio di Valpolicella e stili. Era l’Amarone della Valpolicella Vigneto di Monte Lodoletta 1994 di Romano Dal Forno. Esperienza di assaggio autenticamente eccezionale per un vino la cui traiettoria di vita è stimabile in, boh, qualche decennio? Perfetto a 28 anni di età, probabilmente lo era pure a 10 e immagino lo sarà anche a 50. Per quanto ora davvero in forma smagliante. Postilla di Rossano Ferrazzano: “1994, equilibrio magico fra la prima e la seconda fase stilistica di Dal Forno. Uno dei migliori Amarone mai assaggiati, io lo preferisco nettamente rispetto alle annate successive dai muscoli ipertrofici e lucidi. Era perfetto anche a 10, confermo.” Tema interessante, da approfondire.

Peccato per la quarta bottiglia – Les Nourrissons Vignes Centenaires 2005 di Bernaudeau – in realtà aperta dopo lo Champagne e purtroppo tappata, perché viste gioventù rimarchevole, freschezza e franchezza c’era il rischio che fosse da pelle d’oca.

Last but not least, un’idea sui prezzi. Il valore di mercato è un tema centrale nelle riflessioni sul vino e torna sempre utile per contestualizzare gli assaggi. In numeri, stando a WineSearcher: Jacquesson 1996 – 225 euro, Vega Sicilia Unico 1990 – 739 euro, Dal Forno – 518 euro, Les Nourrissons – 897 euro.

Grazie Franco. E pure se tuo figlio andasse a fare stage in Nuova Zelanda, tu torna lo stesso.

Franco Boschetto aka il commentatore “littlewood”

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