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9 Novembre 2022

Perché fare vino vegano e non dirlo (con David Foster Wallace)

Sono vegano, non praticante.
Questa è l’unica ironia che mi permetto nei confronti di un universo che ammiro e rispetto; chiunque voglia commentare qui sotto in modo sprezzante una scelta così coraggiosa, si legga prima gli ultimi paragrafi di Consider the lobster di David Foster Wallace (malamente tradotto in Italiano con “Considera l’aragosta”*): sono le riflessioni scritte per la rivista Gourmet – indubitabilmente onnivora – a margine del suo reportage sul Festival dell’astice (lobster, appunto) nel Maine. Domande profonde sulla sofferenza delle bestie, su come i posteri guarderanno le nostre pratiche alimentari, sulla riluttanza a pensare allo status morale degli animali: una pagina incantevole, lirica, etica. Cos’altro dev’essere, in fondo, la letteratura?

Ora, il problema pratico: ho conosciuto una bravissima consulente per hotel e ristoranti che vogliano sviluppare servizi vegani. Non stiamo parlando di occhieggiare ad una moda ma di locali di alto livello, attenti alla qualità, che intercettano una clientela con enorme capacità di spesa, soprattutto straniera; una nicchia molto promettente. Ho quindi iniziato per lei delle ricerche pro bono, non approdando quasi a nulla e non riuscendo a suggerirle etichette vegane all’altezza. Come mai?

Esistono da anni sul mercato vini realizzati senza impiego di prodotti di origine animale, solo che i principali distributori italiani e le enoteche online sembrano ignorare questa tipologia: è impossibile trovarne sui loro siti tramite filtri di ricerca, mentre interpellati direttamente rispondono quasi tutti di non averne in catalogo (solo un paio mi hanno richiamato incuriositi per cercare di capire che cosa stessi cercando e per quale motivo). Il fatto è che non sanno di averne già nel loro portfolio, anche perché sono le cantine stesse che fanno poca o nessuna pubblicità alla loro scelta. Ci sono bensì eccezioni eclatanti di aziende orgogliose delle loro certificazioni (Avignonesi, Pievalta, una linea di Masi…non esattamente piccole realtà per adepti), ma la maggioranza non riporta in etichetta nessuna menzione.

Per i vini francesi la situazione non cambia, ed è solo incrociando con grande fatica i cataloghi degli importatori con le principali società di certificazione (per esempio questa) che si fanno scoperte interessanti, come Château Dauzac: è un Grand Cru Classé di Margaux che costa circa 50 euro a bottiglia, l’esempio perfetto di quel che sto cercando; la conferma che è un vino vegano si trova ben nascosta nelle pieghe del loro sito, sicché non c’è da meravigliarsi che le enoteche online non sappiano di vendere un prodotto vegano.

È come se le cantine si vergognassero, di fronte al grande pubblico, di aver abbracciato questa scelta; mi ricorda un po’ l’atteggiamento verso il biologico o il biodinamico rispettivamente una trentina e una ventina di anni fa: non pubblicizziamo, non si sa mai che ci prendano per ingenui, hippie, macrobiotici, figli dei fiori, stravaganti… poi, se scoppia la moda, saremo già pronti.
Non sarebbe invece già ora il momento di fare coming out?

[Foto cover: Quattro Calici]

* A ogni modo, al Fam (festival annuale dell’aragosta), mentre si sta vicino alle vasche gorgoglianti accanto alla pentola per aragoste più grande del mondo, a guardare le aragoste appena pescate ammassarsi l’una sull’altra, agitare impotenti le chele bloccate, stringersi insieme negli angoli in fondo o grattare freneticamente il vetro quando ti avvicini, è difficile non percepire che sono infelici, o spaventate, anche se è solo una versione rudimentale di queste emozioni… e, di nuovo, che c’entra poi se è solo rudimentale? Per quale motivo una forma di dolore primitiva, non verbalizzata, dovrebbe essere meno urgente o scabrosa per la persona che se ne rende complice pagando per il cibo in cui essa risulta?

[…]

È possibile che le generazioni future guarderanno alle nostre attuali agroindustrie e pratiche mangerecce in modo del tutto simile a come oggi noi vediamo gli spettacoli di Nerone o gli esperimenti di Mengele? La mia prima reazione è che un paragone del genere è ridicolo, estremo – eppure il motivo per cui mi sembra estremo è che credo che gli animali siano moralmente meno importanti degli esseri umani; e quando mi trovo a difendere tale convinzione, persino con me stesso, devo riconoscere che a) ho un ovvio interesse egoistico in tale convinzione, dato che mi piace mangiare certi tipi di animali e voglio continuare a farlo, e b) non sono riuscito a elaborare nessun tipo di sistema etico personale in cui tale convinzione sia davvero difendibile e non solo egoisticamente vantaggiosa.

[…]

Pensate molto allo status morale (possibile) e alla sofferenza (probabile) degli animali coinvolti? Se sì, quali convinzioni etiche avete trovato che vi permettono non solo di mangiare ma di assaporare e godervi vivande a base di carne (dato che naturalmente è il godimento raffinato, e non la mera ingestione, il punto fondamentale della gastronomia)?

Se, d’altro canto, non volete saperne di essere convinti o confusi e ritenete che ragionamenti come quelli del paragrafo precedente non siano che una futile contemplazione del proprio ombelico, cos’è che vi fa sentire veramente sereni, nel profondo, a liquidare l’intera faccenda? Ovvero, il vostro rifiuto di pensare a tutto questo è il prodotto di un pensiero definito, o è solo che preferite non pensarci? Pensate mai, anche solo tanto per, ai possibili motivi della vostra riluttanza a pensarci?

David Foster Wallace, Consider the lobster and Other Essays, 2005

(tr. it. Considera l’aragosta, 2006)

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