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7 Novembre 2022

“Conosci? Io mai sentito”: Arillo in Terrabianca, il Chianti Classico non smette mai di stupire

In occasione della Chianti Classico Collection svoltasi a Roma pochi giorni fa ho avuto la riprova che nel vino salta sempre fuori qualche sorpresa di cui ignoravi l’esistenza. Specialmente in territori vasti e articolati come quelli del Gallo Nero toscano. In questo caso la scoperta arriva da Radda, sottozona ormai nota per vini di pregevole eleganza. E proprio quando pensi che in un areale del genere tutto sia già stato scoperto e mappato, ecco la scintilla dell’imprevedibilità.

Nella masterclass condotta da Paolo Lauciani della Fondazione Italiana Sommelier in combo con Alessandro Masnaghetti (da remoto causa covid), oltre alla presenza del presidente del consorzio Giovanni Manetti (Fontodi) c’erano ben undici Chianti Classico Gran Selezione, ognuno in rappresentanza della propria UGA di appartenenza.

Sbirciando rapidamente la lista vini in assaggio lì per lì non c’era nulla di così sorprendente: il Don Tommaso 2019 di Villa le Corti per San Casciano, in cui l’alta percentuale di merlot (20%) si faceva sentire ma nel complesso non era affatto male; Tenuta di Nozzole col suo Giovanni Folonari 2016 per Greve sembrava già maturo ma comunque bello ed estremamente godibile; per Montefioralle c’era Castello di Verrazzano, unico 2017, caldo, concentrato e tannico, forse il più rimaneggiato per via dell’annata; il Vigna Grospoli 2018 di Lamole di Lamole conferma di essere ben fatto come sempre, ma a mio avviso non cosi affidabile come testimone della piccola enclave di Lamole.

Per Panzano il Vigna del Sorbo 2019 di Fontodi, un gustoso chiodo di frutta scura dritto sulla lingua e carico di prospettiva; Capannelle 2016 per Gaiole, liquido e decisamente fruttato ma poco incisivo. Il Castello di Fonterutoli 2019 per Castellina, che a dispetto di un alcol ancora non perfettamente integrato non mancava di attrattiva e margini di miglioramento; per Vagliagli il Vigna di Sessina 2018 di Dievole conferma il già ottimo assaggio fatto alla Collection di marzo alla Leopolda, dimostrandosi con pochi mesi in più sulle spalle ancora più realizzato e completo; per San Donato in Poggio il Castello di Monsanto col suo Poggio 2019 è sempre una garanzia; mentre il Colonia 2018 di Felsina rappresentava Castelnuovo Berardenga, vino che ha sempre il suo stile ma che non smette mai di ricordarmi quanto sia lontano dalla mia idea di Chianti Classico. Infine Radda, per cui ci servono questo vino di Arillo in Terrebianca 2019, di cui nelle prime file si vociferava: “Conosci? Mai sentito, tu? Nemmeno io…“.

Tanta frutta fresca, tra arancia sanguinella, ciliegie e amarene, fine e slanciato, pulito e verticale, non riempe la bocca ma la accarezza con eleganza e un tannino misuratissimo: una sorpresa bella quanto inaspettata. A masterclass finita il Terrabianca oltre che in bocca mi era rimasto in testa così ho deciso di scendere al piano inferiore per approfondire il discorso ai banchi d’assaggio.

Oltre al sorprendente Terrabianca, in degustazione c’erano anche il Chianti Classico Sacello 2020 e la Riserva 2019 Poggio Croce, due vini a conferma di grazia e pulizia già riscontrate nel Gran Selezione. Nel primo, più leggerezza, brio e facilità di beva condite da toni floreali e fruttati, mentre nel secondo spezie orientali e profondità di bocca mettono l’accento su un sorso più carnoso, fatto di forma e sostanza ma in cui non manca classe.

Nei giorni seguenti ho provato a documentarmi un po’ sull’azienda Arillo in Terrabianca: nata nel 1988 con Roberto e Maya Guldener, dal 2019 viene acquisita da Urs e Adriana Burkard (quest’ultima presente al banco d’assaggio), famiglia di origini italo-svizzere che oltre a quella di Radda ha anche una tenuta in Maremma e una in Val d’Orcia. La brutta notizia è che di questi vini non si trovano bottiglie in vendita online, perciò non mi rimane che farci un salto appena posso, un motivo in più per tornare in un territorio che anche stavolta mi ha acceso gli occhi come un abbagliante e dove sono sempre felice di sorprendermi.

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