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31 Ottobre 2022

L’oste di talento, il degustatore sentimentale e un garage grande come un silos

L’oste di talento tocca sempre le corde giuste: “Ti faccio assaggiare una cosa che mi hanno appena consegnato, così mi dai un parere. È un vino di garage biopuzzone di quelli che piacciono a te. Non ti dico cos’è”.

Un vino di garage?

Il movimento dei garagisti, nato negli anni Novanta a Bordeaux, identificava un gruppo di microproduttori (i cosiddetti microchâteau) accomunati non solo dal numero irrisorio di bottiglie prodotte ma anche dall’esigenza di creare, in risposta allo stile tradizionale bordolese, vini anticonformisti “d’origine incontrôlée”. Nel lontano 1995, Robert Parker assegnava al vino del garagista Jean Luc Thunevin (Château Valandraud) una valutazione superiore a quella dell’iconico Pétrus mettendo fine, in pratica, all’età dell’innocenza.      

In Italia, le macroregole incluse nella prima mitica edizione del Garage Wine Contest di Luca Risso e Filippo Ronco (correva l’anno 2010 e Intravino c’era) prevedevano che il vignaiolo garagista fosse:

a) un puro dilettante
b) un produttore di vino senza scopo di lucro
c) privo di partita iva o di aziende agricole alle spalle
d) capace di realizzare vini veri, autentici e pure buoni.   

Roba più spontanea e verace, completamente avulsa dal circuito commerciale. Più nello spirito della Disfida delle Contee organizzata da Tommaso Ciuffoletti & friends che non dell’elitaria deriva francese.

Ma torniamo al vino di garage biopuzzone nel mio bicchiere.
Sbirciando a tradimento riesco a leggere in etichetta ”Botijo Rojo”. Un garage iberico, dunque. Il botijo è infatti una brocca tradizionale spagnola in terracotta smaltata per tenere in fresco le bevande. Da non confondere col porrón, spesso usato per il tremendo calimocho (vino rosso e Coca Cola in parti uguali) che i simpatici spagnoli ti gettano direttamente in bocca (o in faccia se non hai i riflessi pronti per bere al volo) per la strada durante la feria. Che nostalgia!

Assaggio il vino e mi ritrovo catapultato in un paesino sperduto, immerso in uno scenario da Far West con tanto di strade polverose e buitres a disegnare ampi cerchi nel cielo indaco della torrida estate d’Aragona. È il momento dell’anno in cui il pueblo torna a brulicare di vita grazie a lavoratori e studenti che, come salmoni in fregola, rientrano dalle grandi città per riabbracciare famiglie ed affetti in occasione della semana grande. Sette notti di toros de fuego, musiche e danze, tra palchi ufficiali e peñas gestite come bucolici centri sociali da giovani con orgoglioso senso d’appartenenza e brillante spirito d’iniziativa.

Un altro sorso ed eccomi in piena vaquilla, in fuga da un manipolo di spaesate manzette dalle corna spuntate, infastidite più che altro dall’eccesso d’attenzione nei loro confronti. Correndo tra i vicoli trovo rifugio di porta in porta, invariabilmente accolto da un bicchiere di vino casalingo e inevitabilmente contagiato dalla gioia di vivere che gli spagnoli trasmettono senza alcuno sforzo apparente.

Accidenti, ci sono! È proprio quel vino! Un tinto de garnacha sepolto nel giardino della mia verde età. Ne riscatto una bottiglia al mio oste talentuoso e torno a casa felice come un bambino. Ma non è tutto. Cercando informazioni in rete, trovo lo stesso vino in offerta a meno di 10 euro e senza remore (né rimorsi per l’oste) ne ordino un cartone. La sera successiva stappo e mi preparo per un nuovo viaggio nel tempo.

Ma stavolta non funziona.

Cosa succede? Il vino è lo stesso, l’emozione no. La bevuta è piacevole ma non innesca suggestioni oniriche. Leggo in etichetta: “vino prodotto in un garage e maturato in cemento, senza trucco”. L’occhio cade sul numero di serie: 25.573 di 68.010 bottiglie totali. Gulp! Garage o autosilo multipiano?

Ormai è tutto chiaro: il prezzo popolare, l’elevato numero di esemplari prodotti e la consapevolezza della disponibilità nella mia cantina hanno rotto l’incantesimo. Un’altra prova lampante dell’inattendibilità di un degustatore sentimentale troppo sensibile ai condizionamenti esterni.

Ma di quale vino sto blaterando da un pò? Il Botijo Rojo 2020 di Bodegas Frontonio è un rosso biologico IGP Valdejalón da fermentazione spontanea di uve garnacha col 10% di grappoli interi. Entry-level dell’azienda, è un peso welter agile e scattante coi fruttini rossi pepati in evidenza, una bella sapidità a rimorchio e la freschezza che non t’aspetti (il pH è 3,27) a chiudere il ring. Un vino informale che chiama cibo semplice e amici assetati. Ai più suggestionabili, in determinate condizioni, può provocare fenomeni di teletrasporto.

Bodegas Frontonio è un’azienda situata ad Alpartir, comune di 600 abitanti a 60 km da Saragozza. Il clima è continentale con temperature estreme, precipitazioni scarse e 2.800 ore di sole all’anno (contro le 1.900 di Milano). L’agricoltura è a conduzione biologica e rigenerativa con attenzione particolare al recupero di vecchi cloni di garnacha. La cantina plurisecolare su più livelli permette la lavorazione separata delle 45 parcelle diverse con le quali vengono effettuati gli assemblaggi. Il Botijo Rojo sta alla base della piramide qualitativa della produzione aziendale (12 etichette in totale) che vede al suo vertice i “grand cru” Frontonio e El Jardín de las Iguales, poche centinaia di pezzi da vigne vecchie con prezzi che possono superare i 200 euro.

Bodegas Frontonio ha persino un Garage Wine Club per “condividere piccole cose pazze (collaborazioni con altri viticoltori, parcelle minuscole, creazioni rare) e inviarle a chi vuole godersele”. In soldoni paghi 117 euro ogni tre mesi e con la medesima cadenza ti vengono recapitate a casa 6 bottiglie di stranezze assortite a tiratura limitata, altrimenti irreperibili sul mercato. La fiducia è condizione essenziale per partecipare. I vignaioli Fernando Mora e Mario López si affidano allo slogan “la nostra prima regola è che non ci sono regole”, per poi rettificare parzialmente indicando i paletti del loro perimetro d’azione ovvero “vigneti biologici, minimo impatto ambientale, rispetto del terroir e del fattore umano”.

Insomma, paese che vai, garage che trovi. Parafrasando un amico, anch’io son partito da un garage ed eccomi qui, come ogni mattina, nel solito ufficio. Dov’è che sbaglio?    

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