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24 Ottobre 2022

Alta Langa, bassi istinti? (Cinque quesiti sul nuovo disciplinare)

L’Alta Langa DOCG si avvia alla prima revisione sistematica del disciplinare di produzione: un traguardo importante per uno spumante metodo classico che in meno di due decenni ha saputo guadagnarsi una nicchia nella considerazione degli appassionati, soprattutto da quando nomi illustri della produzione di grandi vini di Langa hanno deciso di avere le proprie bollicine di prestigio all’interno della gamma aziendale.

Il testo del nuovo disciplinare andrà in approvazione consortile a breve e non sembra che ci saranno sorprese, dal momento che la concentrazione di voti in mano a poche grandi aziende spumantistiche non rende la vicenda incerta. Tuttavia, proprio forse la grande concentrazione di voti nelle mani di poche grandi aziende spumantistiche illumina alcuni dettagli interessanti su cui sarebbe proprio utile poter approfondire e che poniamo qui in forma di quesito, certi che il presidente Giulio Bava e il suo CdA vorranno illuminarci.

1) Come mai, con un areale produttivo su tre province ormai enorme, si continua a mantenere nel nome l’aggettivo ALTA quando l’altitudine minima rimane, anche nella proposta di disciplinare, quella dei 250 m slm e come mai si richiede la “spiccata vocazione viticola delle particelle”, quando i nuovi impianti che davvero sono ad una altitudine considerevole insistono su aree dove prima NON si coltivava affatto la vite?

2) Come mai si prevede la raccolta manuale delle uve, con prescrizione del grappolo rigorosamente intero, ma si ammette l’uso dei bins, cassoni che contengono fino a 400 kg di uva che significano necessariamente lo schiacciamento dei grappoli alla base del contenitore? Ricordiamo che in Franciacorta il limite per contenitore è di 200 kg e l’altezza massima fissata in 40 cm, proprio per limitare i danni durante il trasporto.

3) Come mai il limite della resa in pressatura è fissato ad un generoso 65%, per di più senza distinzione fra la tipologia “base” e la tipologia “riserva”, mentre analogo limite, in Franciacorta è fissato al 55%? Considerando che la resa uva/vino di un qualsiasi vino rosso è scolasticamente calcolata sul 70%, non si tratta di limiti molto generosi, nell’interesse di una produzione attenta alla quantità, specie se si considerano i 60 mesi di durata della elaborazione dell’Alta Langa DOCG Riserva.

4) Come mai l’acidità totale minima di uno spumante metodo classico con affinamento minimo previsto in 30 mesi viene prevista in 5 g/l, che significa appena mezzo grammo per litro in più rispetto a un Dolcetto d’Alba DOC?

Ma la madre di tutte le domande, rispetto a questo curioso nuovo disciplinare in cui sembra davvero che si ondeggi fortemente tra affermazioni in favore di un innalzamento della qualità, a fronte di una sostanza non del tutto corrispondente, riguarda il nuovo capoverso dell’art. 7:

6.1 Nei casi in cui il produttore fa effettuare la sboccatura presso terzi per proprio conto, è obbligatoria l’indicazione del soggetto che svolge detta operazione (ragione sociale completa) seguita dall’indirizzo dove questa è avvenuta. Nel caso specifico detta indicazione deve essere riportata in etichetta con caratteri di almeno 2 mm di altezza nell’ambito dello stesso campo visivo in cui figurano tutte le indicazioni obbligatorie.

Per capire di cosa si tratti dovete sapere che la sboccatura (ovvero l’operazione con cui le bottiglie, al termine del remouage vengono congelate per un paio di centimetri del collo, di modo da far saltare il tappo a corona con il deposito dei lieviti, rabboccare con eventuale dosage e liqueur de spédition e richiudere con tappo a fungo , gabbietta e capsulone) è l’ultimo atto di un processo che dura molti anni: un’operazione che occupa, più o meno, un quarto d’ora a bottiglia (congelamento del collo compreso). Allora perché richiedere di indicare l’indirizzo del contoterzista che svolga questa operazione presso la propria sede (perché, nota bene, se il contoterzista viene nella mia azienda a fare questa operazione, sulla bottiglia non comparirà niente)?

Ebbene, uno potrebbe pensare per un grande, definitivo afflato di trasparenza: se qualcuno fa svolgere da altri delle operazioni deve dichiararlo in etichetta! Peccato che questo disciplinare NON preveda che nessuno debba dichiarare se l’Alta Langa DOCG lo fa con uve proprie o acquistate, con vino base proprio o acquistato o con una miscela di vini propri o acquistati e peccato soprattutto che se il contoterzista fa il lavoro per me nel mio cortile, non devo dichiarare niente: solo se porto le bottiglie da lui e le ritiro, magari il giorno stesso, devo dichiarare una informazione che avrà un solo effetto. Vale a die quello di creare grande confusione nel consumatore: quest’ultimo, infatti, si troverà un indirizzo della sboccatura diverso da quello dell’azienda che ha fatto il vino, ciò che lo indurrà a dubitare chi sia a produrre il vino, in maniera del tutto infondata.

A noi pare evidente che questa misura avvantaggerà le aziende abbastanza grandi da fare tutto presso la propria sede (vale a dire, in primis, i grandi gruppi spumantistici che detengono anche la maggioranza dei voti): esse continueranno a non dover dire nulla sulla provenienza aziendale o meno dei mosti e dei vini base, mentre obbligheranno i loro competitor “lillipuziani” a dichiarare dove eventualmente svolgono una operazione che al confronto è del tutto ininfluente sul prodotto finale e nulla aggiunge alla sicurezza e alla trasparenza, visto che, come detto, se il contoterzista viene a fare la sboccatura in azienda, non si deve dichiarare in etichetta alcunché in proposito.

Insomma, nel placido Piemonte all’insegna del “noi da sì bogioma nen” si svolgono grandi manovre per obbiettivi piuttosto limitati o addirittura di concorrenza irrituale: non sembra davvero venuta l’ora di dedicare i disciplinari al perseguimento della qualità senza compromessi e alla trasparenza vera nei confronti dei consumatori.

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