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21 Ottobre 2022

Il Lambrusco di Putin (e la vera storia del Sovetskoye Champanskoye)

La notizia è stata sulla bocca di tutti ed il mini-giallo dei doni lambrusconiani per il compleanno di Putin ha fatto un discreto scalpore: la stampa gli ha dedicato da qualche riga di colore ad articoli tra l’incuriosito ed il pedante.

Nel nostro pettegolo e piccolo enomondo ovviamente ci stiamo chiedendo che lambrusco mai avrà varcato le possenti mura del Cremlino. Per ora il segreto non è trapelato ma Intravino indaga.

Non ci fa tuttavia meraviglia che Berlusconi, generoso com’è, abbia inviato al tiranno russo una cassa di apparentemente modesto Lambrusco; del resto la UE ha decretato l’embargo verso la Russia dei beni di lusso, quindi è impossibile spedirgli vinoni o distillati di pregio, a meno di fare complicate triangolazioni. E, a maggior discolpa del Cavaliere, bisogna dire che lui non è né conoscitore né amante del buon bere, poiché pare sia pressoché astemio. Pure l’amico Vladimir secondo alcune fonti non è un grande fan delle bevande alcoliche, che schiva per ragioni dietetiche e salutistiche, per quanto talvolta si conceda per ragioni di ospitalità uno sciampagnino, o una vodka: la sua segreta passione pare siano invece i vini liquorosi e i vini della Crimea.

Aveva fatto scalpore anni fa, sempre in coppia con Berlusconi, lo stappo di una delle bottiglie tra le più pregiate custodite nella Massandra Winery dell’appena invasa Crimea: si trattava di uno Jerez 1775, una bevuta antiquaria pienamente degna di uno zar.

E il lambrusco, direte voi? Vi accontenterò.
La faccenda sta più o meno così.

In Crimea dai tempi del principe Lev Galitzin si produce il cosiddetto champagne russo, dapprima per il solo Zar Nicola e la sua corte, in seguito alla Rivoluzione per tutto il popolo sovietico. L’esigenza di rendere accessibile alle masse operaie il fine vino che all’Expo Universale di Parigi del 1900 aveva strappato l’incredula ammirazione agli stessi francesi aggiudicandosi, proprio lui, l’ambito Grand Prix de Champagne, portò l’enologo Bagreyeff, che già aveva lavorato per i Galitzin nella tenuta di Abrau-Durso sul Mar Nero, a creare un metodo economico ed accelerato per produrre questo tipo di vino. Il sistema, nato negli anni ‘30, fu elaborato ulteriormente dal professor Agabalyants. Tecnicamente si tratta di un processo industriale simile a quello per produrre l’aceto, in cui il vino ricircola da uno a tre mesi in giganteschi serbatoi che contengono del trucioli imbevuti di lieviti. La presa di spuma avviene quindi a grande volume ed a flusso continuo, ed il vino alla fine del processo è pronto per l’imbottigliamento senza ulteriori operazioni. L’invenzione valse allo scienziato il premio Lenin, il Nobel sovietico per meriti scientifici e tecnici.

Per l’enorme richiesta le vigne si moltiplicarono in ogni zona viticola russa, e il Sovetskoye Champanskoye, svincolato dall’areale di produzione della Crimea, diventò il vino della festa per tutti, una felicità accessibile per pochi rubli alle masse dello sterminato mondo comunista.

Ancora oggi in Crimea – che rimane il fulcro della produzione spumantistica russa (o ucraina?) – ne viene prodotta una popolare versione rossa da varietà cabernet sauvignon, merlot, kara shirai e saperavi, abboccata e dalla vivace schiuma, che ricorda nel color melograno i nostri Sorbara più tradizionali. Quasi sempre si tratta di vini modesti, a livello dei nostri bottiglioni di lambrusco di grande tiratura, quando non fatturati con mosto concentrato, alcool, e polverine assortite dell’enologo. Poche le etichette potabili secondo gli standard occidentali, tra cui si segnalano Zolotaya Balka ed l’un tempo celebre Novyj Svet.

Ecco, il vino del Berlusca, sempre che la storiella sia vera, non poteva essere nient’altro che una dolcissima sciampagna rosso chiaro della Crimea modenese, un genere di vino prediletto da oltre un secolo dai bevitori ricchi e meno ricchi di tutte le Russie: ma Italians do it better, però non diciamolo a Putin.

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