FacebookTwitterIstagram
17 Ottobre 2022

Mal di vigna e suicidi: una piccola inchiesta (necessaria)

Quando la sostenibilità entra nelle narrazioni intorno a una bottiglia di vino, difficilmente si fa menzione di quanto la vita lavorativa di un piccolo produttore sia effettivamente sostenibile. Condizioni di lavoro in vigna, difficoltà economiche, “ansia da prestazione” e poi visite, degustazioni, fornitori da pagare, contatti commerciali, viaggi: temi che a fatica trovano spazio di discussione e verifica, sovrastati da una narrazione bucolica dominante. In realtà, gestire un’azienda vinicola non è un pranzo di gala.

L’argomento è molto articolato e merita un approfondimento necessario attingendo da diverse fonti. Andiamo per gradi.

Partenza. Due articoli lontani ma vicini

La lettura di due articoli che, pur con premesse e argomentazioni diverse, puntano nella stessa direzione, ha dato il via ad un ragionamento su temi che la stampa di settore schiva come proiettili vaganti ma che alla fine diventano una domanda secca: perché negli ultimi anni lavorare un pezzo di terra e ricavarci del vino è diventato fonte di disagio mentale fino alla scelta estrema di farla finita? I due pezzi – comparsi a un anno di distanza l’uno dall’altro – prendono le mosse dagli stessi fatti: la tragica morte di quattro vignaioli francesi che si sono tolti la vita durante la prima metà del 2021.

Il primo articolo (What can we do better? su The Circular), scritto dalla giornalista e critica inglese Wink Lorch, approfondisce la relazione che viene a crearsi fra quelli che fanno il suo mestiere e i produttori. Lorch si chiede se quello che viene scritto – cioè i giudizi, i voti spesso senza appello, ma anche le dinamiche e le aspettative, le richieste e le pretese che si creano fra il mondo giornalistico e quello produttivo – abbia un impatto negativo sulle vite dei produttori interessati e non rischi di trasformarsi in una slavina che, unita ad altri problemi e incertezze, può travolgere soggetti fragili e in difficoltà. Il suo pezzo è una lettura che tocca diversi nervi scoperti. Le domande che si pone come critica professionista in merito al suo rapporto con i vignaioli e alle possibili pressioni provocate sono un atto di onestà intellettuale che i giornalisti raramente compiono.

I più cinici ribatteranno che chi sceglie di produrre vino – come tanti altri prodotti – deve aver ben chiaro che questa dialettica fa parte del gioco e quindi diventa necessario abituarsi alle critiche dei giornalisti, alle sollecitazioni dei clienti e alle dinamiche dei mercati. Vero fino ad un certo punto. Perché rimanere a galla in un mercato a volte schizofrenico, essere costretti ad una visibilità ininterrotta per non uscire dai radar e fronteggiare gli stravolgimenti climatici – presidiando ogni giorno vigna e cantina – può diventare una corsa ad ostacoli alla quale alcuni si rifiutano di partecipare.

Il pezzo successivo, scritto da Vinka Danitza (No one left to call su Burum), riprende l’articolo di Wink Lorch e la notizia dei vignaioli suicidi per provare ad allargare lo sguardo e dare una lettura che mette insieme cultura maschile, disagio mentale e condizioni di lavoro. L’assunto iniziale è che i vignaioli si muovono all’interno di un mondo dalla forte connotazione di genere, dove sopravvivono stereotipi legati ad una cultura rurale e tradizionalista in cui il mostrarsi fragili è segno di debolezza e quindi atteggiamento da evitare. L’autrice ammette che sia difficile far risalire questi suicidi ad un’unica motivazione. Problemi economici, preoccupazioni rispetto al cambiamento climatico, logorio fisico e mentale: diversi sono gli imputati.

La situazione si è inoltre inasprita negli ultimi due anni a causa della pandemia, che ha stravolto un intero settore fra chiusure, divieti e vendite saltate. Rimane invece un fatto inconfutabile: negli ultimi anni si è visto – dalla Francia all’Australia, dal Belgio all’Argentina – aumentare il tasso di suicidi fra coltivatori. Continuare a credere che il mondo del vino, per il suo valore edonistico, ricreativo e intellettuale, possa nascondere l’altra faccia della medaglia – fatta appunto di crisi personali, problemi di salute mentale e situazioni economiche deficitarie – corrisponde alla visione ingenua e sprovveduta di chi non vuole vedere realmente come vanno le cose.

Uno spettro si aggira per l’Europa 

In Europa queste situazioni di disagio non conoscono differenze di lingua e nazionalità. In Svizzera, un esempio fra i tanti, nel 2020 si lamentava un rischio di suicidi fra gli agricoltori maggiore del 37% rispetto al resto della popolazione. Soprattutto la Francia, come abbiamo intuito in apertura, negli ultimi anni ha vissuto un escalation dei casi di suicidio fra addetti dell’agricoltura a tal punto che Le Monde nel 2019 pubblicava un pezzo dal titolo inequivocabile, “Suicidi degli agricoltori, l’ecatombe silenziosa”. I dati raccolti parlano di almeno 500 suicidi ogni anno.

Risale al novembre 2021 un piano d’azione proposto dal Ministero francese dell’Agricoltura e dell’Alimentazione per venire in soccorso degli agricoltori che si trovano in contesti di disagio psicologico ed economico. Sempre in Francia è estesa la rete di associazioni e organizzazioni- Solidarité Paysans una tra le tante – che si occupano di salvaguardare le vite e il lavoro dei contadini francesi da difficoltà di ordine economico e finanziarie ma anche dal malessere lavorativo.

È emblematica in questo senso la lettera aperta che Quentin Bourse, produttore biologico della Valle della Loira, nel febbraio di quest’anno ha inviato al presidente francese Macron. È emblematica perché ci dà un’idea concreta di quali possano essere le cause di un tale contesto critico. A seguito di forti danni avuti da avversità climatiche, il vigneron francese ha visto aumentare nel giro di un anno il proprio premio assicurativo dai 25.000 del 2021 ai 48.000 dell’anno successivo. Per una piccola azienda come la sua, la scelta è stata fra cessare l’attività e rinunciare all’assicurazione (con conseguenze facilmente immaginabili). Il rischio economico, le difficoltà finanziarie e una burocrazia spesso soverchiante sono all’origine della condizione problematica in cui arrivano a trovarsi produttori di vino impegnati in un lavoro agricolo dalle poche tutele.

Uno sguardo all’Italia

Tentare di calare queste tematiche all’interno del contesto italiano non è un compito facile. Nel nostro paese l’atteggiamento verso chi soffre di disturbi dell’umore come la depressione è ancora influenzato da false credenze che la vedono come una condotta quasi da stigmatizzare piuttosto che una patologia da curare. Queste posizioni sono ulteriormente esacerbate in contesti più tradizionalisti come il mondo agricolo. Ma il fenomeno è tutt’altro che sommerso. In un articolo apparso su Agrifoodtoday dello scorso dicembre si cita uno studio dell’Istituto Nazionale delle Statistiche in cui veniva riportato che nel periodo fra il 2012 e il 2017 sono stati rilevati 559 casi di suicidio che hanno visto coinvolti soggetti che operano nei settori dell’agricoltura, della pesca, della silvicoltura e della caccia.

Per tentare di capire se e in che modo il mondo vitivinicolo è toccato da queste problematiche ho raccolto telefonicamente alcune riflessioni di Corrado Dottori, produttore naturale, pensatore critico e autore.

Io credo che una parte del problema sia da individuare nella trasformazione identitaria che ha vissuto chi produce vino a un livello artigianale. Fino a qualche decennio fa, la figura del vignaiolo come la intendiamo oggi non esisteva o comunque era percepita in un modo del tutto diverso. Oggi siamo arrivati ad un punto in cui il vigneron è quasi idolatrato, sembriamo delle rockstar contemporanee. Il problema è che poi, in un modo o in un altro, bisogna cercare di mantenersi all’altezza di queste aspettative e tanti alla lunga cedono. Social, eventi continui, degustazioni, guide. Ogni giorno c’è l’urgenza e la necessità di doverci essere e questo alla lunga su alcuni può avere un effetto devastante.

La realtà dei fatti spesso è in forte discontinuità rispetto al modo in cui il lavoro di un vignaiolo viene mostrato attraverso i diversi mezzi di comunicazione. Spesso viene narrata solo una faccia della medaglia, quella più appetibile. A non trovare spazio sono la difficoltà di far tornare i conti, la minaccia ormai inarrestabile rappresentata dal cambiamento climatico e le mille incombenze quotidiane a cui spesso una singola persona non riesce a dare seguito.

Purtroppo questo lavoro ti porta a non staccare mai. Anche quando hai finito il tuo impegno quotidiano, tu sei sempre lì con la testa. Conosco colleghi che, durante l’anno, non riescono a prendersi una pausa, una vacanza di qualche giorno. Hanno un atteggiamento quasi morboso. D’altra parte, oggi lavorare una vigna non si limita solo alla produzione del tuo vino. Quando hai finito in vigna devi vestire i panni del commerciale di te stesso per venderlo, devi accogliere i visitatori e i clienti, devi gestire un’azienda e quindi tutta la burocrazia che ci sta dietro e in tanti casi tutti questi ruoli fanno capo ad una persona sola. Non mi stupisco quindi se esistono casi di burnout. 

Durante la chiacchierata, Dottori mi fa un parallelo con il mondo della ristorazione e con i diversi casi di esaurimento e di suicidio occorsi anche fra le fila degli chef stellati. Con l’attenzione cresciuta in modo inverosimile verso l’alta cucina negli ultimi anni, con le pressioni per mantenere una stella e la tensione per tenere a galla la propria attività, il paragone calza perfettamente.

Cercare di avere una visione delle condizioni di chi produce vino nel nostro paese è una sfida proibitiva. Reperire risorse online è un compito scoraggiante. Pochissime notizie e dati a riguardo. Ho provato quindi a rivolgermi alla FIVI, la più numerosa e influente associazione indipendente di vignaioli italiani, per avere un quadro più completo. Qui di seguito le risposte a due domande che ho girato al presidente Lorenzo Cesconi.

All’interno della Fivi, nel corso degli anni, è emersa la percezione che fra i vignaioli associati esistano situazioni di disagio psicologico, stress emotivo o logorio fisico e mentale direttamente collegabili all’attività produttiva?

Sicuramente questi ultimi anni hanno concentrato una serie di emergenze e criticità alle quali non eravamo abituati. La pandemia ci ha messi di fronte al blocco di importanti canali di vendita e alla chiusura di flussi internazionali, i cambiamenti climatici ci fanno affrontare stagioni sempre più imprevedibili, e ora il combinato di inflazione e aumento dei tassi porta nuove preoccupazioni e colora a tinte fosche il prossimo futuro. È innegabile che tutto questo pesi sulla fiducia di chi fa impresa, e che quindi aumenti lo stress. Non sono però del tutto persuaso che i produttori di vino incontrino nel loro lavoro fattori di stress molto diversi e peggiori di quelli di altri imprenditori. Certamente i vignaioli vivono una variabile, quella meteorologica, che non è così impattante su altri settori produttivi. Ma possono contare su fondamentali solidi di cui altre forme di impresa non beneficiano come la terra su cui lavorano. Anche il tema del logorio fisico è certamente importante, ma credo che siano già stati fatti molti passi avanti rispetto alle generazioni precedenti, figlie di una cultura del lavoro che spesso coincideva con l’autosfruttamento: i nuovi imprenditori agricoli, i nuovi vignaioli, credo abbiano molta più consapevolezza di quanto sia importante non solo diversificare le proprie competenze e investire su di esse, ma anche distribuire meglio i carichi di lavoro nell’ambito dell’organizzazione aziendale. 

Pensate che esista una reticenza nel settore vinicolo nel trattare ed esporre temi come il disagio mentale, la depressione o lo stress psicologico e che di conseguenza ci sia anche una riluttanza nell’ammettere e affrontare problemi di questo tipo?

Ripeto, non credo ci sia una specificità negativa del mondo vitivinicolo. Di certo scontiamo alcuni limiti che sono propri di tutto il sistema delle piccole e medie imprese: per dimensioni e modello organizzativo, non sempre sono luoghi di lavoro nei quali è facile far emergere – ancora prima di saper affrontare – le condizioni di malessere e disagio. Le aziende agricole sono spesso a conduzione familiare, con gli inevitabili risvolti positivi e negativi: da un lato i legami forti tra parenti sono fondamentali per superare i momenti difficili, nei quali la solidarietà è un elemento necessario; dall’altro però possono creare tensioni, quando il tempo di vita e quello di lavoro finiscono per diventare un tutt’uno senza soluzione di continuità. Insomma, non sono convinto che il mondo vitivinicolo e agricolo in generale abbiano più problemi di altri settori, non credo ci sia un problema culturale specifico da trattare.

A colloquio con Vinka Danitza

Per avere un quadro che possa dare idea della percezione dei temi trattati al di fuori dei confini europei, ho sottoposto qualche interrogativo a Vinka Danitza, autrice di uno dei pezzi citati in apertura, PhD candidate in Sustainable (Wine) Tourism e consulente di wine tourism. Ecco le sue risposte.

Quanto il cambiamento di status del produttore – da attore agricolo a figura idolatrata e mainstream – ha influenzato l’aumento dello stress e della pressione a cui sono sottoposti oggi i produttori?

Questa è una domanda interessante intorno ad un tema al quale mi piacerebbe dedicare maggiore ricerca, perché certamente sembra ci sia stato un cambiamento nella percezione dei vignaioli ma credo riguardi alcune regioni in particolare o precisi segmenti del mercato, soprattutto quelli premium. Da un lato nei media dedicati al vino, sui siti web delle cantine o solo parlando con i coltivatori, c’è una rivendicazione della parola “agricoltore” come se l’identificazione con questo termine dia maggior prestigio rispetto a viticoltore, enologo e agronomo. Tuttavia ho l’impressione che questa presa di posizione non valga per chi lavora in zone meno prestigiose o produca vini generici. Quindi è interessante notare come questa identità stia cambiando per alcuni e non per altri. Per rispondere alla tua domanda, sono convinta che un vignaiolo che vive sulla propria pelle una tale trasformazione possa subire maggiore pressione e stress.

Secondo la tua esperienza e le tue ricerche, quali potrebbero essere le soluzioni per cercare di dare sollievo agli agricoltori e ai viticoltori che soffrono di patologie derivanti dal loro lavoro? 

Sulla base della ricerca che ho fatto per l’articolo, ci sono ricercatori, accademici e studiosi che stanno insistendo per ottenere più politiche pubbliche e l’intervento del governo nelle comunità agricole, per sostenere gli agricoltori in difficoltà. Nell’articolo Responses to adversity faced by farming men: a gender-transformative analysis, gli autori hanno osservato che “le avversità affrontate dagli agricoltori vengono vissute come un loro problema personale di adattamento e non è garantita alcuna responsabilità delle istituzioni sociali e politiche.” Certamente le pressioni dell’agricoltura sono aumentate notevolmente negli ultimi decenni e il sostegno del governo è diminuito. Si tratta quindi soprattutto di un problema governativo che va considerato come tale. A livello comunitario, alcune ricerche hanno indicato che ci sono molte organizzazioni di base che stanno già intraprendendo azioni per aiutare gli agricoltori, offrire servizi di consulenza, controllare per assicurarsi che stiano bene. Desidero sottolineare che la maggior parte delle ricerche e degli articoli che ho consultato, nonostante i viticoltori fossero citati, erano rivolti agli agricoltori in generale, non specificamente all’industria vinicola o ai produttori di vino. 

Dal tuo punto di vista, la stampa di settore potrebbe fare qualcosa di più per aiutare questi produttori in difficoltà?

È difficile rispondere perché vorrei dire sì, possono fare di più, ma come dovrebbe essere questo aiuto? E chi o quale organizzazione ha le possibilità per farlo? Sicuramente penso che all’interno delle denominazioni d’origine si potrebbe iniziare a discutere di come questa tendenza al suicidio fra gli agricoltori sia in aumento e come sta interessando anche i viticoltori e nel caso mettere insieme una campagna che sensibilizzi ai problemi di salute mentale nelle regioni viticole. Potrebbero anche offrire strumenti di aiuto, sessioni di consulenza di gruppo o persino trovare un modo per portare più professionisti della salute mentale in queste aree rurali.
Per quanto riguarda la stampa del settore vitivinicolo, credo che stia prendendo coscienza che la salute mentale è una questione centrale nel dibattito e che si debba trovare il modo di parlare, scrivere e comunicare su di essa in un modo che non etichetti qualcuno come debole, malato, fragile o disturbato. Dobbiamo anche essere consapevoli degli stereotipi che vengono usati per descrivere gli agricoltori come stoici, forti e che rendono riluttanti questi uomini a cercare aiuto quando ne hanno bisogno. Un altro fattore su cui la stampa potrebbe indagare è come alcuni eventi di protesta, penso alle azioni del CRAV (Comité Régional d’Action Viticole) nei primi anni 2000 e nel 2016, possano essere espressioni della difficile gestione dello stress. La stampa li ha chiamati terroristi del vino, sì hanno sabotato, distrutto e gettato bombe, ma quando ci si trova a non sapere come reggere situazioni critiche e problemi personali tutto questo porta le persone a reagire in modi violenti e distruttivi.

Credi la pandemia da Covid 19 abbia intensificato questi problemi?

Sì penso che abbia influito ma non ho condotto nessuna ricerca a riguardo. Ho letto però che alcuni fra i vignerons francesi che si sono tolti la vita avevano contratto il coronavirus con la conseguente perdita di gusto e olfatto, questo generò in loro forte stress e preoccupazione anche alla luce dell’ostacolo che poteva derivare per il lavoro. Ma basta questo perché un individuo scelga di uccidersi? Forse, non lo so. Credo che le cause siano molteplici in questa tendenza riscontrata e non siano solo riconducibili al Covid. In ogni caso, penso che approfondire queste tematiche richieda ricerca e attenzione soprattutto per evidenziare cosa non va fra i viticoltori.

I temi affrontati sono complessi, ognuno è contraddistinto da cause diverse e vissuto in maniera differente. Così come ogni caso di suicidio è unico e meritevole di essere trattato come tale. Ad emergere, a mio avviso, è l’esistenza – in Italia ma non solo – di una realtà vinicola fatta di piccole aziende, spesso a conduzione familiare o addirittura gestite singolarmente, che vive questi anni in maniera pericolante, assediata ogni giorno da pressioni e stimoli che in molti casi diventano di difficile gestione.

Nel caso dell’Italia, la cultura del vino è parte della nostra stessa identità e quindi la salvaguardia del patrimonio vitivinicolo è un imperativo categorico. Ma alla tutela di queste peculiarità dovrebbe seguire un’altrettanto vigile tutela di chi se ne occupa ma spesso non succede. Auspicare un mondo del vino sano e virtuoso significa creare le condizioni perché quel mondo sia capace di accettare e aiutare chi si sente sconfitto, chi sia sopraffatto dal male di vivere o rischi di cadere in un abisso.

Probabilmente, documentare una depressione e un disagio mentale può diventare utile quanto premiare un vino nella prossima guida.

[Credits foto cover: Massimiliano Cricco. Foto Dottori: Decanto. Foto Cesconi: Mauro Fermariello – Winestories]

Generated by Feedzy