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14 Ottobre 2022

L’ambizioso progetto The Library di Bertani e una verticale pazzesca in 43 annate di Amarone

Così, a memoria, non so quante altre cantine italiane possano vantare l’archivio di Bertani. Migliaia e migliaia di bottiglie a partire dalla metà del secolo scorso, anno dopo anno, a formare una cantina nella cantina, testimonianza della sua lunghissima tradizione nella produzione del più iconico tra i vini del veronese: l’Amarone della Valpolicella Classico.

«Mettiamo da parte e destiniamo all’invecchiamento qui in cantina circa il 5% della produzione del Classico» racconta Andrea Lonardi (COO – Chief Operating Officer di Angelini Wines & Estates, il gruppo di cui la cantina fa parte), «parliamo di 3/4mila bottiglie ogni anno». Un archivio storico che oggi trova una dimensione precisa con la presentazione di The Library, un progetto che vuole mettere in evidenza proprio la vocazione della cantina di Grezzana nei confronti dell’attesa, del tempo come chiave interpretativa del suo vino più conosciuto.

Per iniziare, The Library trova una perfetta sintesi in una notevole monografia curata da Nick Jackson, Master of Wine già autore di Beyond Flavour ed ex buyer di Sotheby’s. Un volumone di rara cura editoriale e tipografica che racconta in circa 230 pagine sia la storia della cantina e del suo Amarone della Valpolicella Classico che 43 annate che attraversano 6 decadi, dal 1958 al 2013, selezionate proprio da Nick Jackson tra le 48 disponibili in cantina. Per ognuna di queste, nel libro, una scheda contenente alcuni appunti sull’andamento climatico precedente quella vendemmia e una nota di degustazione. Visto il numero particolarmente ampio l’autore (con la collaborazione proprio di Andrea Lonardi e di Eleonora Guerini, responsabile marketing del gruppo) ha anche definito una classificazione che riflette l’individualità dei vini. Le 43 annate sono perciò state suddivise in quattro categorie che esprimono un carattere distintivo, quattro gruppi di annate i cui Amarone sono legati tra loro da un filo rosso: esuberanza, delicatezza, armonia e raffinatezza.

Sul sito di Bertani al progetto The Library è data particolare rilevanza, è possibile sfogliare infatti in maniera virtuale tutte queste annate e consultare le stesse informazioni contenute nel libro. Si scopre così che nel raggruppamento chiamato Esuberanza sono compresi quegli Amarone che “hanno mostrato un carattere estroverso, spesso con aromi intensi, ricche note fruttate e una generale sensualità”. Che per Armonia si intendono “vini equilibrati, dalle proporzioni classiche, che mostrano grazia, compostezza ed equilibrio. Di solito esprimono più vivacità rispetto ai vini delicati, ma risultano meno appariscenti rispetto quelli più esuberanti. Sono i più vicini allo stile Bertani”. E ancora, Delicatezza: “sottili, risolti, rilassati e dal fascino disinvolto. Facili da bere, confortevoli e appaganti”. Raffinatezza: “sono quei rari vini che mostrano finezza in ogni aspetto. A prescindere dalla struttura o dal grado di maturità, abbagliano con i loro splendidi aromi e sapori, svelando una complessità naturale e un fascino irresistibile”.

«Bertani è l’unica azienda della Valpolicella a possedere una biblioteca di 48 annate che copre 6 decadi, partendo dalla prima in commercio alla 2013, che verrà rilasciata sul mercato a dicembre 2023» continua Andrea Lonardi. «Di queste, ben 43 sono quelle selezionate da Nick Jackson per un progetto che immaginiamo possa diventare uno strumento per collezionisti o per chi vorrà raccontare l’Amarone nel mondo». L’ambizione è insomma quella di posizionare l’Amarone della Valpolicella Classico Bertani più in alto possibile, non solo nelle grandi carte dei vini con alcune delle annate più iconiche ma anche nel mercato dei collezionisti e delle aste.

Di queste 43 annate alcune sono infatti in vendita attraverso la rete aziendale, in Italia e all’estero, bottiglie che arrivano direttamente dal caveau di Grezzana etichettate per l’occasione con la carta originale. A Bertani è infatti tradizione conservare non solo una grande quantità di vino da tenere da parte, in cantina, ma anche le sue etichette in modo, all’occorrenza, di usare sempre quelle originali, senza ristamparle magari molti anni dopo.

Alcune informazioni a proposito dell’Amarone della Valpolicella Classico di Bertani, per inquadrarne il contesto produttivo:

Le uve provengono da sempre dalla Tenuta Novare, ovvero dalla zona di Arbizzano, a Negrar, corvina veronese per l’80 per cento e rondinella per la restante parte.
Storicamente la corvina è varietà che matura a fatica, cosa che nel tempo ha favorito il diffondersi della pratica dell’appassimento dopo la raccolta, tecnica che permette una concentrazione del frutto e degli zuccheri attraverso l’evaporazione dell’acqua negli acini, da cui deriva un vino più ricco e longevo.
L’appassimento si protrae per circa 3 mesi su graticci di legno in ambiente naturale, le cui condizioni (umidità, temperatura) nel caso di Bertani non vengono alterate artificialmente, per questo l’Amarone è uno dei pochi vini secchi al mondo le cui caratteristiche vengono influenzate anche da fattori climatici successivi alla vendemmia. Così Nick Jackson nel libro: “è altamente probabile che vini puri e precisi abbiano beneficiato di un autunno secco, con eccellenti condizioni di appassimento; allo stesso modo quei vini dal carattere più estroverso e barocco avranno forse conosciuto la botrite (o muffa grigia), che si sviluppa negli autunni più umidi”. E ancora: “il disciplinare di produzione della denominazione impone che il processo di appassimento non termini prima del 1° dicembre, ma le deroghe consentono di anticipare al 15 novembre. Interrompere l’appassimento in anticipo riduce la concentrazione di zuccheri negli acini e si traduce in Amarone più freschi e dal minor tenore alcolico, altro obiettivo ricorrente dello stile Bertani”.
La fermentazione avviene in acciaio durante il mese di dicembre, subito dopo i vini vengono trasferiti in grandi botti di rovere di Slavonia (Croazia) da 50/100 ettolitri per un periodo di 7 anni, senza mai venire travasati. La naturale traspirazione del vino viene compensata con quello dell’annata corrente, pratica volta a evitare ogni deriva ossidativa e che ha inoltre il pregio di dare ai vini e con il passare degli anni un tocco di giovinezza in più.
L’Amarone della Valpolicella Classico di Bertani non viene prodotto in tutte le annate, di recente sono state saltate la 2014 a causa delle eccessive piogge durante il periodo estivo e la 2020 a causa di una grandinata precedente la vendemmia.

Lo scorso 28 settembre ho avuto il privilegio insieme a un piccolo gruppo di giornalisti di assaggiare tutte (tutte!) le 43 annate del progetto The Library presso le Cantine Bertani, a Grezzana, poco a nord del capoluogo. Una degustazione che non è possibile definire con altri termini se non epica, memorabile, di eccezionale valore (oltre che di notevolissima presa emotiva per chi come me è cresciuto a Verona e già da ragazzo guardava a quell’etichetta come qualcosa di speciale, da aprire solo nelle occasioni più importanti).

La degustazione è durata circa 5 ore, periodo di tempo ahimé fin troppo breve per vini che in molti casi avrebbero necessitato di anche maggiore concentrazione tale era la loro statura. Assaggiare così tanti vini in così poco tempo ha tuttavia permesso agli assaggiatori di aprire uno squarcio su gran parte della storia dell’Amarone della Valpolicella Classico di Bertani, riuscendo a toccare con mano variazioni di stile e di espressività altrimenti di difficile comprensione. In questo caso la modalità verticale ha mostrato tutta la sua forza, degustazione che permette di leggere attraverso la sua storia tutte le vicende di un vino, e quindi delle persone che l’anno prodotto e del momento storico che queste vivevano.

Quelle che seguono sono le mie note di degustazione, volutamente sintetiche per riuscire a mantenere la concentrazione per tutte le 5 ore dedicate all’assaggio. Dove ho notato un cambiamento o dove ho pensato fosse importante soffermarmi mi sono permesso di inserire una breve nota molto personale. In grassetto i vini che mi sono sembrati più completi al momento dell’assaggio.

Prima batteria

1958 – L’attacco è passista, evocativo su note che richiamano non solo l’appassimento del frutto ma anche il cioccolato, il tabacco dolce in fase di essiccazione, la menta. Materico, ricco, il sorso si aggrappa al palato e si lascia ricordare grazie a un’acidità presente, ficcante, che sembra essere splendidamente integrata alla pastosità del vino. Barocco, sorprendente per precisione e per finezza.

1959 – Caffè, caffè e ancora caffè appena scottato dalla fiamma della torrefazione in un contesto tutt’altro che monocorde: tabacco, terra scaldata dal sole, una nota vegetale a introdurre un sorso pazzesco per eleganza, finezza, ariosità. Leggiadro, ampio, vola sul palato lasciando una saporitissima scia fruttata. Meno energico del precedente ma irresistibile.

1960 – Rispetto al precedente sembra vino più cupo, questo sì meno ampio i cui riconoscimenti sembrano maggiormente ancorati alla terziarizzazione. Caffè, cioccolato, dispensa. Fresco ma senza grandissimo grip, carnoso, in chiusura torna su note di caffè.

1962 – Medicinale ma anche terragno, generoso nella solarità, emerge un frutto di particolare fascino, passito e saporito. È vino goloso, meno ficcante nell’acidità rispetto ai due precedenti ma dal carattere lenitivo, riappacificante, vino che in questo momento vorrei sorseggiare leggendo un libro davanti a un camino. Se non fossimo in Valpolicella penserei di avere in mano (esagero) una Belgian Strong Ale, a Natale.

1964 – Attacca simile al 1962 ma ha meno energia, è più sottile, anche più fresco in un contesto che ricorda la buccia dell’arancia e un bouquet di fiori secchi. Che eleganza, che classe, meno avvolgente dei precedenti ma vibrante, stupefacente per beva.

1967 – Qui c’è un cambio di passo in termini di riconoscibilità del frutto, presente e invitante. Ma soprattutto: che acidità! Ricorda l’impronta di certi lambic, quindi terroso, legnoso, introverso ma anche capace di esprimere la freschezza di un lampone, per esempio. Travolgente per beva, pazzesco per definizione.

1969 – Più polveroso, dispensa e cacao, sentori di tè verde e di uva passa. Materico, dal tannino dolce e avvolgente, piacevolissimo per equilibrio e per leggibilità, così Amarone. Affascinante, un vino di peso senza peso.

1970 – Una sintesi dei due precedenti. Vino di sostanza, di peso, che mette in campo tutta la sua ricchezza glicerica, una certa trama tannica, una sicura freschezza in un contesto di immediata riconoscibilità. Fantastico, perfetto.

Alzo la testa e provo a respirare. Otto vini di impressionante integrità, energia, eleganza. Una serie da far girar la testa per numero di dettagli, soprattutto per freschezza e per beva. Se non fossimo solo all’inizio non ci avrei pensato due volte e avrei bevuto credo tutti i bicchieri.

1972 – Fanno capolino tante note floreali, passite, autunnali, oltre a tonalità fruttate molto evocative. Elettrico, fresco nel senso di anche sapido, saporito e lunghissimo senza particolare peso. Appena più tannico dei precedenti, il sorso ha maggior presa in un contesto di grande piacevolezza.

1973 – Sul frutto, solare. Molto fresco, energico ma paga qualcosa in termini di finale, emerge una nota alcolica, eterea, che nei vini precedenti era sempre maggiormente integrata nel sorso. Appare Amarone più slegato, più fragile.

1975 – Anche una nota vegetale per un sorso ricco, energico, potente al centro della bocca ma poi un po’ evanescente, il cui finale, glicerico, ricorda le carrube.

Non avevo mai pensato all’Amarone come un vino capace di esprimere note così iodate, se non proprio saline anche all’assaggio. È tuttavia (anche) questo uno degli elementi che mi sembra emergere da questa prima batteria, caratterizzata da una serie di vini (tutti gli anni ’60) di impressionante raffinatezza. Queste ultime annate appaiono appena più concentrate, ma è forse solo una questione di diversa età. Andiamo avanti.

Seconda batteria

1976 – Estivo nel profilo olfattivo: carrube, terra, ciliegia passita. Goloso, saporito e con continui richiami di caffè. È potente, caratterizzato da un tannino setoso e da un finale appena più amarognolo dei precedenti.

1977 – Serio. Attacca su note di cola, di cassettone, di uva passa. Vino di grandissima statura, ricco, sfaccettato, austero nella parte delle freschezze ma anche lascivo, generoso, nelle sue morbidezze. Esattamente quello che mi aspetterei da un grandissimo Amarone dopo così tanto tempo. Amarone at its best.

1978 – Più scuro, anche più vegetale. Trama tannica che risulta essere un po’ slegata, presente in termini di tattilità e non adeguatamente sostenuta da acidità e materia. È vino freddo, lontano, di poca partecipazione nonostante la notevole presenza in termini di corpo, di peso specifico.

1980 – Apre con un pizzico di zucchero filato, nota che intriga e che apre a un assaggio di discreto equilibrio, in cui lo zucchero sembra essere un po’ ingombrante, si avverte proprio al centro dell’assaggio la sua presenza. Dal tannino ben presente è vino ricco, barocco, paradossalmente da aspettare ancora, oggi mi pare meno intrigante di tanti suoi predecessori.

1981 – Più importante, ha maggior statura anche se sembra appena monocorde sul cacao, sensazione che dopo il primo sorso si trasforma in una diffusa selvaticità fruttata. Che lunghezza, che ritmo, è vino generoso ma senza particolare peso, dolce nella trama tannica ed elegante nella forma. Buonissimo e anche di più.

1983 – Serio, austero. Selvatico, note di sottobosco che poi sfociano verso una certa cremosità fruttata. Veemente nell’acidità, ricorda l’impostazione di alcuni Amarone degli anni ’60 ma con maggiore sfericità. Stoffa, allungo, classe.

Sono vini diversissimi, questi. Non tanto più contemporanei quanto più aderenti all’idea di Amarone che mi sono fatto nel corso del tempo. Quindi vini caratterizzati da una maggiore struttura e da tonalità più morbide in un contesto di insospettabile freschezza. Anche questa: che batteria fino a qui, che vini stupefacenti.

1985 – Autunnale ma caldo, emergono note di cenere, di prugna appassita, di ciliegia oltre che, distinto, di cuoio. Bello, pieno, appagante ma un po’ più corto dei precedenti, meno generoso.

1986 – In generale sembra che tutti questi vini giochino un campionato di maggior accoglienza, una morbidezza olfattiva che poi si traduce in un sorso molto pieno, ricco ma mai cioccolatoso, mai sfiancante e anzi invitante, elegante, in cui la riconoscibilità dell’Amarone emerge con una nitidezza assoluta. Questo 1986 ne è un perfetto esempio. Vino fantastico per profondità, eleganza e al tempo stesso per succosità, generosità, per la sua innata capacità di farsi volere bene. Stupendo.

1987 – Una nota di caffè espresso con una punta di bruciatura, una tonalità iodata e una scorzetta di arancia. È sorso di grande scorrevolezza, facilità di beva non senza il giusto peso. Appena alcolico in chiusura, un po’ amarognolo.

1988 – Tabacco e cioccolato, anche una punta di Frappuccino. Poi note anche autunnali (foglie secche?), con un’intrigante panorama agrumato. È vino serio ma non serioso, di grande equilibrio e discreta potenza, saporito e di impeccabile fattura. Grande annata per un sorso rilassato, pacioso, di particolare precisione senza forse l’energia materica dei migliori Amarone di questa batteria. Ma che classe.

1989 – Un tocco estivo per un vino goloso, ricco, piacevolissimo da sorseggiare in continui richiami di frutta matura, una speziatura gentilissima, una leggera carnosità. Appena corto.

Ancora: vini mediamente fantastici, piacevolmente avvolgenti e sempre reattivi, freschi, capaci di giocare un campionato fatto tanto di dettagli quanto di intensità. 

Nick Jackson

Terza batteria

1990 – Cacao e rovere, ricorda un cassettone, ma d’estate. È assaggio da cui sembra emergere una certa dolcezza, caratteristica che mi pare lo renda non così dinamico al sorso. Eppure ha finezza, dettagli, è vino che attrae con un ma.

1993 – Apre su note molto fruttate, mature, e (ancora) su tonalità che ricordano più il cacao che il cioccolato. La trama tannica è fitta, polverosa. Vino potente, importante, piuttosto cesellato su note anche floreali specie sul finale. Ricco e aggraziato al tempo stesso.

1994 – Sembra un Amarone che ripercorre uno stile più antico, come fosse uscito più dal decennio precedente che da questa batteria. Ha potenza, concentrazione, anche (poca) dolcezza ma sopratutto è vino fresco, caratterizzato da un’acidità che ben ne delinea il sorso. Mi piace moltissimo.

1995 – Molto cacao, carrube, foglie secche e inchiostro: potenza, ricchezza, ostentazione. Il residuo zuccherino è presente, ingombrante, sensazione che affiancata alle note di rovere affatica un sorso con una notevole presenza tannica.

Abbiamo cambiato decade e si sente. Questi sono Amarone che hanno un’impostazione diversa, la parte zuccherina appare più evidente in un contesto di maggior morbidezza anche glicerica. Meno passisti, più potenti.

1996 – Serio, elegante, di grande statura. È morbido, con un’importante componente glicerica, ma è anche elettrico grazie a una scossa di freschezza che gli dà ritmo, allungo. Il rovere è ben integrato, la trama tannica fitta ma fine. Grande vino, fin qui per distacco il mio preferito dei 90’s.

1997 – Molto inchiostro, china, note selvatiche di sottobosco che aprono a un assaggio di mirevole fattura, saporito sul frutto, cesellato nel tannino, non freschissimo ma nonostante questo generoso nel porsi. Piace.

1998 – Molto evocativo su toni di sottobosco, di sigaro, di prugna con un’interessante nota di cocomero maturo. Ricco, ostentativo, segnato da un uso molto “modernista” del rovere in un contesto di mirabile equilibrio complessivo. Potente, fitto, lunghissimo.

1999 – Intrigante nota medicinale, si intuisce la matrice dell’annata calda senza però la sfacciataggine della frutta eccessivamente in confettura (e cottura). Anzi, è vino elegante, raffinato, non un campione di complessità ma centrato, puntuale, tutto è al suo posto senza eccedere in muscolatura.

2000 – Il frutto è più fresco, non solo agrumato. A un primo “giro” nel bicchiere emerge una leggera nota balsamica che fa da filo conduttore a tutto il sorso. Appena amarognolo nel tannino è però vino fresco, tra i più leggeri di questa batteria.

2001 – Un po’ verde, Nelson al mio fianco dice che ha una “balsamicità appenninica”. Quella che emerge è però una ciliegia maturissima, quasi sotto spirito. Sorso generoso se non proprio dolce, caldo, a tratti alcolico, poco dinamico.

2003 – Caldo, fruttoso, balsamico, solare. È sfacciato, non si nasconde, mette subito davanti tutto quello che ha da offrire e il bevitore in questo caso non può fare altro che arrendersi e lasciarsi travolgere. Potente, con un pizzico di freschezza salata a fare da contraltare a una struttura poderosa. Finale bomboloso, goloso. Buonissimo, con il 1996 quello di questa batteria che ho preferito.

Mi metto a sorridere interrogandomi se il problema sia io o se la questione riguardi loro. Vini, questi, di cui riconosco lo spessore ma con cui fatico salvo un paio a entrare in sintonia. Amarone come ne ho assaggiati altri, anche celebratissimi: morbidi, ricchi, potenti ma che non riescono a toccare quelle corde che avevano invece intercettato tantissimi delle due batterie precedenti. La stanchezza inizia a farsi sentire ma non vedo l’ora di assaggiare i successivi.

Andrea Lonardi

Quarta batteria

2004 – Attacca dolce, torna una nota che ricorda quei cassetti un po’ polverosi già citati in precedenza. Emerge poi una nota appena vegetale, verde, affiancata da un piacevolissimo sbuffo balsamico. Secco, morbido ma non soffice è vino deciso, più nervoso che muscolare. Mi piace molto.

2005 – Apre su una nota zuccherosa, quasi di zucchero filato. Poi frutta rossa, anche uva in appassimento per un profilo barocco, di grande ampiezza e avvolgenza. Sembra più fresco di quello che realmente è, vino intrigante e profondo, tenace nel tannino ma disponibile nel sorso. Più completo del precedente in un contesto in cui tutto sembra più definito. Che grande vino.

2006 – Austero. Si avverte un tocco appena orientale, di cannella, in un contesto anche piacevolmente segnato dal rovere. Snello, amarognolo ma non amaro, teso nella trama tannica, vibrante sul finale. Il finale, lunghissimo, invita a tornare nel bicchiere. Ancora, che vino!

Questi primi tre Amarone hanno appena scompaginato le carte rispetto alle idee che avevano chiuso la precedente batteria. Vini di straordinaria raffinatezza in un contesto mai eccessivo in termini di corpo, hanno proprio un’altra marcia: sono definiti, freschi, invitanti. Che finale si sta prospettando.

2007 – Invitante sul frutto e su tonalità piacevolmente terziarie ma appare un po’ infiocchettato, figlio del to-do più che del to-be. È perfetto ma distante, lontano, davvero impeccabile per fattura (acidità/tannino/morbidezza, tutto perfetto) ma poco coinvolgente. Chiude appena più amarognolo di come aveva aperto.

2008 – Apre su profumi dolci che poi virano verso l’acciuga, oltre che su frutti rossi passiti. WOW! È vino esageratamente attraente, tutto giocato sulla salinità. Gessoso, verticale, elegantissimo, serrato nel tannino e disponibile nel corpo, chiama la bevuta come pochissimi altri Amarone assaggiati oggi. Vino fantastico, tra i migliori della degustazione.

2009 – Molto fine su piccoli frutti rossi e su tonalità di fiori secchi. Vino molto compatto, asciutto, teso. Articolato, equilibrato, appena salino, da strabere anche se sembra non avere la dimensione del precedente.

2010 – Un po’ più scuro rispetto al precedente, apre con una nota appena verde che poi lascia spazio al solito frutto (ciliegia matura) e a un’intrigante temperamento speziato. È ricco e potente in un contesto di austerità, severità. La trama tannica impressione per fittezza e per fattura in un contesto di impressionante pulizia, energia. Squillante, che fattura, che classe, che vino enorme.

2011 – Fiori secchi e frutta matura. Espansivo, colorato, invitante. Ricco ma un po’ alcolico al centro dell’assaggio, croccante e piacevolissimo ma sembra essere un passo indietro rispetto ai migliori assaggi della batteria. Certo quanta energia.

2012 – Splendido. Amarone come da manuale Bertani (per informazioni citofonare alcune delle migliori annate degli anni ’70 e ’80), tutto al posto giusto in un contesto di morbidezza e tensione al tempo stesso.

Si tratta, questa, della prima annata prodotta dall’attuale team. La sensazione, ma è cosa che è stata fatta capire, è che si cerchi di guardare al passato in cerca di uno stile tanto contemporaneo quanto classico, sottrattivo (per quanto questo sia termine che va tarato rispetto alla tipologia, è pur sempre un Amarone).

2013 – Sinuoso, elegante, disteso. Piccoli frutti rossi ancora freschi. Molto fine, understatement, tutto al posto giusto in un contesto di stupefacente sottrazione. È perfetto, in questo momento ricorda più un grande Valpolicella Classico Superiore che un Amarone ma ha chiaramente bisogno di tempo. Molto tempo, certo che vocazione gastronomica, che beva irresistibile.

 

[Fotografie: Andrea Moretti per Bertani]

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