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7 Ottobre 2022

“Qui una donna che vende vino è ancora oggetto di pregiudizio”: Elisa Moretto e una Garganega 2019…

Venezia è alle spalle, davanti l’infinita pianura. Nulla che lasci presagire la presenza a mezz’ora di distanza d’un fitto gruppo di colline ancora coperte da boschi selvaggi nonostante la plurimillenaria presenza umana. Tutto si materializza in maniera così repentina che quasi non ci si crede. Eccoci a Turri, frazione di Montegrotto Terme, un luogo con le pareti verdi e il soffitto blu alle porte dei Colli Euganei. Dicono che da queste parti le fonti termali siano più diffuse delle cantine; di certo l’acqua sulfurea è meno piacevole del vino solfitato e quello locale è più interessante di quanto non riportino le guide di settore.

Metto i piedi fuori dall’auto nella canicola e subito Elisa Moretto mi porta alla ‘Merica, la vigna più alta dell’azienda La Rosi, dal nome di mamma Rosanna che nel 1974 decise di acquistare due ettari di vigna e tre di bosco per dare un taglio – alla Calindri – al logorio della vita moderna.

Elisa è atletica e un po’ selvatica, riservata e un po’ inquieta (per me è vacanza, per lei è giorno d’imbottigliamento), occhi di husky che guardano avanti mentre io arranco a testa bassa per stare al passo. La bellezza del luogo vale un piccolo sforzo e poi vuoi mettere il piacere di far scrocchiare fra i denti qualche acino di moscata gialla? Siamo solo a metà agosto eppure la maturazione, per un palato inesperto come il mio, sembra cosa fatta.

Studi di chimica, un passato tra laboratori di analisi e combattimenti muay thai, una parentesi australiana e l’apprendistato presso la vicina Ca’ Lustra (del compianto Franco Zanovello), Elisa è alla guida dell’azienda dalla difficile vendemmia 2014. Camminando tra i filari mi confessa: “il Fior d’Arancio (spumante dolce DOCG metodo Charmat da moscato giallo, N.d.R.) è tradizione dei Colli, si vende bene e aiuta a far quadrare i conti ma il mio obiettivo è realizzare un grande Moscato secco fermo”.

Elisa è giovane, ha le idee chiare e sa il fatto suo. L’azienda è a conduzione squisitamente familiare: il supporto di papà Francesco in vigna resta imprescindibile quanto quello dei fratelli nella gestione della contabilità e delle pratiche burocratiche.

“Ho provato a proporre di persona i miei prodotti sul territorio, ma qui una donna che vende vino è ancora oggetto di pregiudizio. Mi sto muovendo in diverse direzioni e per il momento, complice la produzione esigua, vendo tutto senza problemi”.

La microscopica cantina è ben attrezzata e organizzata. Le fermentazioni sono spontanee e nessuna sostanza esogena (solforosa a parte) viene addizionata al mosto. L’intera produzione è certificata biologica e va in bottiglia senza filtrazione. Elisa si schermisce quasi a scusarsi: “le mie ultime vinificazioni sono un po’ estreme”. Estrema è la piacevolezza di tutti i suoi vini, in particolare dei bianchi da servire alla temperatura che di norma si riserva ai rossi leggeri per poterne cogliere ogni sfumatura.

La pinella, uva autoctona a bacca bianca, è alla base del Veneto Pinello IGP in versione sia ferma che frizzante (da rifermentazione in bottiglia con tappo a corona). Due vini semplici, equilibrati, poco alcolici (12%), conviviali e dall’interessante potenziale evolutivo, come testimonia l’annata 2018 che ho tracannato con piena soddisfazione. Del resto La Rosi è stata la prima azienda ad aver prodotto e commercializzato il Pinello rifermentato in bottiglia: “la scelta di non usare l’autoclave è nata applicando lo stesso metodo di lavorazione utilizzato dai nostri parenti viticoltori di Valdobbiadene”.

Il Vin del Frate è invece un IGP secco e fermo da moscato giallo e bianco, varietale senza eccesso, di muscoli e di tonica freschezza. Un vino importante dalla spiccata personalità pur nella sua essenza agreste, come Sterling Hayden nei panni del bracciante Leo Dalcò sul set di Novecento. Le vendemmie 2016 (duemila bottiglie), 2019 (288 bottiglie!) e 2020 (392 bt.) si equivalgono qualitativamente nelle loro sottili, fisiologiche differenze. La lavorazione è in solo acciaio, come per tutti i bianchi in catalogo. La macerazione sulle bucce è di circa 15-20 giorni ma NON aspettatevi un orange wine. Il volume alcolico varia tra 11 e 12,5 gradi secondo l’annata, e la solforosa totale all’imbottigliamento è di 15-16 mg/l (dieci volte sotto il limite del biologico). Tutto ben indicato nella retroetichetta che merita una menzione speciale.

Il mio coup de coeur è tuttavia per una bottiglia di Garganega 2019 (delle 480 totali etichettate come Veneto Bianco IGP) che Elisa sottrae alla sua scorta privata, forse in ossequio alla mia manifesta adulazione. Un vino assolutamente squisito. Pieno, armonico, vellutato, gustoso, corroborante e leggiadro (12% d’alcol e solo 12 mg/l di SO2 totale). Un capolavoro di espressività.

In coda c’è spazio per due rossi da taglio bordolese sapidi e speziati (poi ci sarebbero anche il Vin ‘Merica – carmenère dalla vigna omonima maturato in rovere – i succhi di frutta, ben 17 tipi diversi di confetture dal frutteto di proprietà, il miele, l’olio EVO, le uova, la selvicoltura…) ma per approfondire ulteriormente occorre un’altra gita sui Colli. All’ultimo assaggio da vasca la produttrice esprime un bizzarro desiderio: “mi piacerebbe che i miei vini fossero supportati da una maggiore acidità volatile”.

No Elisa, il tuo vino è perfetto così, contadino, autentico, pulito, semplice e profondo. Per favore non cambiare. Ci vorrebbe solo qualche bottiglia in più.

[Foto dell’autore eccettuata quella di Elisa Moretto, presa da Guida Bio]

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