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5 Ottobre 2022

Tu chiedi chi era Don Fiorino Marengo

Cercando Don Fiorino Marengo su Google non esce nulla. Quasi non fosse mai esistito. Strano ma non così sorprendente, in fondo. Storia di un’epoca premoderna in cui si pensava più a una decente sussistenza che a documentare per i posteri. Tutti conoscete la denominazione Barbaresco, più o meno tutti avrete sentito parlare della Produttori del Barbaresco (rigorosamente al femminile, è una cooperativa; usare il maschile vi individua immediatamente come forestieri e poco avvezzi), quasi nessuno sa chi sia stato Don Fiorino.

Io a questa vicenda sono particolarmente legato perché a Barbaresco ho vissuto 5 anni, quanto basta per capire più di un po’ la gente del luogo. Non chiedetemi vigne, esposizioni, giaciture e confini dei cru perché trovate tutto nei tomi di Masnaghetti e poi ho poca memoria. Per i gossip di paese, invece, non ho rivali. Peccato solo che, in buona parte, sarebbero informazioni da querela. Vivendo in campagna, tra le vigne, in mezzo ai produttori, giorno dopo giorno, cena dopo pranzo dopo merenda dopo scampagnata, si assorbe il vero humus del luogo e spesso non lo si trova sui libri.

Antefatto: il documento che segue non è mai stato pubblicato prima. O meglio, è uscito esclusivamente in una pubblicazione interna della cooperativa risalente addirittura al 2006. Lettori stimati? Boh, secondo me non arriviamo a 100 (e qualcuno nel frattempo sarà pure morto)* però serve una premessa. Necessaria, non scontata, per certi versi straniante.

Barbaresco, 60 anni fa, era uno dei comuni più poveri di tutta la provincia di Cuneo, la granda non a caso. 600 abitanti (oggi) su un cucuzzolo, scomodo da raggiungere, solo campagna, zero industrie, ma diciamo proprio zero di tutto: la malora, insomma. Quella malasorte che ti entra nel destino quando nasci in una terra povera, scavata dalla miseria e senza futuro. Quel nome che oggi fa brillare gli occhi – coi suoi vini e un paesello in cui di domenica in autunno potresti aprire una filiale Maserati-Ferrari-Audi-Lamborghini – nemmeno troppi anni fa era un concentrato di ingiustizia, disagio e pesantezza del vivere.

È in questo contesto che va ad innestarsi la nostra storia. La storia di una cooperativa che ha contribuito a trasformare la campagna più povera d’Italia fino a renderla quella più ricca d’Italia: considerando numero di abitanti, valore dei terreni e quantità di famiglie coinvolte, sostenerlo non è una forzatura. Durante la settimana o d’inverno non lo direbbe nessuno.

Celestino Vacca è stato presidente della Produttori per quattro mandati, dal novembre 1986 al novembre 1998. Prima di lui, presidente fu Riccardo Cravanzola. Dopo di lui, Giuseppe Rosselli. Celestino è stato il padre di Aldo Vacca, attuale regisseur della cooperativa, e oggi il presidente è Natale Vacca, detto Natalino, cugino di Aldo. Riccardo invece era il nonno di Luca Cravanzola, frontman e braccio destro di Aldo. Un affare di paese, di famiglia allargata.

Celestino Vacca

Il testo sotto, scritto da Celestino Vacca, è stato pubblicato sul notiziario della Produttori – “Il Barbaresco” – nel gennaio 2006. È il più grande tributo nero-su-bianco a chi questo successo tenne a battesimo, fortissimamente volle e sognò fino a renderlo cosa vera. Con un epilogo indegno, purtroppo.

La voce narrante è quella di chi ha vissuto quei fatti in prima persona, testimone oculare e osservatore partecipante. C’è tutta la genuina autenticità di tempi che furono, e molti passaggi non possono che suscitare una potente tenerezza. Quel che oggi è un successo planetario, allora fu fonte di scontri più o meno espliciti e ostilità di paese.

Il busto in onore di Don Fiorino Marengo, all’ingresso della cooperativa, in pieno centro a Barbaresco, sotto alla torre, è il minimo che i successori potessero fare. Il ricordo sotto, un tributo insostituibile.

Una storia commovente.

A DIECI ANNI DALLA SUA SCOMPARSA
BARBARESCO RICORDA DON FIORINO MARENGO 

Era arrivato nell’immediato dopoguerra, poco più che un ragazzo, raro emblema di intelligenza, bontà e altruismo, una fede cristallina e profonda che si apriva alla sua gente, soprattutto a noi giovani. Ti coinvolgeva e ti conquistava specialmente con l’amicizia. Il suo obbiettivo era cercare di fare delle cose buone per gli altri. Novello San Francesco, Don Fiorino si buttò a capofitto in una miriade di attività, non tralasciando neanche per un attimo l’apostolato.

Soggiogato dal ventennio fascista e da cinque anni di guerra, Barbaresco usciva da un tunnel, riaffacciandosi alla luce dopo anni di difficoltà, provocata da una miseria incastonata in tradizioni antiche, senza alcun tentativo di qualche fuga in avanti. Il culto rifletteva pienamente questo immobilismo. Quasi sconnesso dalle infiltrazioni secolari, il pavimento della chiesa aveva assunto un’evidente precarietà, l’umidità si trasmetteva ai banchi e soprattutto allo zoccolo dei muri: interamente distrutte le volute in barocco. Tentò timidamente anche una sottoscrizione, ma con esito ben poco felice, il costo si prefigurava molto alto per quei tempi. Mai come in quella circostanza risultò veritiero il luogo comune “qualche santo lo aiutò”. Il parroco prese coraggio dall’ansioso desiderio di rendersi utile, nonché dall’emergenza incombente. E finalmente venne applicato lo zoccolo marmoreo sul pavimento risanato.

C’era l’organo lassù, come in tutte le chiese peraltro, estremamente angusto lo spazio e bisognava dare dieci soldi, a volte una lira, ad ogni funzione a chi andava a tirare le corde del mantice, compito che non si poteva affidare a un ragazzo. Per la tecnica del sonoro trovò un esperto che si prestò, più che altro per amicizia; noi l’aiutavamo, impiegammo mesi lavorando solo la notte sù e giù per quella scala a chiocciola, e tutto fu spostato nel coro. Si sentiva l’attacco automatico della pompa ad aria, ma era stata recuperata da un “rottamaio” . Nel coro ci stavamo tutti, lui suonava e nacque così la cantoria, fu un grosso passo avanti.

E venne subito l’urgenza dell’asilo, non c’era mai stato nulla a Barbaresco, i bambini si allevavano nelle stalle d’inverno e nel cortile d’estate ed erano tanti allora, bisognava fare qualcosa. C’era un gerbido, semi franato, proprio ai piedi della torre medioevale, e Don Marengo lì iniziò a lavorare. Con l’abito talare imbrattato di calce dava le direttive e tutti concorsero, ivi compresi due impresari edili: fino ad allora erano stati concorrenti, ma in quella occasione trovarono completa armonia. In pochi mesi, a costi irrisori, come permettevano i tempi, fu costruito l’asilo.

Non erano ancora finiti gli anni Quaranta e lui in un paese di origini così rustiche pensò anche ad una filodrammatica: voleva tenere i giovani uniti e, facendosi aiutare da un amico universitario, Francesco Sobrero che successivamente divenne onorevole, riuscì a mettere insieme un gruppo di ragazzi e ragazze. Erano meno che ventenni, ma presero la recita così seriamente da considerarla un vero lavoro ed ebbero un certo successo anche nei paesi circostanti: contavano soprattutto la sua presenza, la sua capacità, la sua rettitudine.

La parola “azione cattolica”, 50 anni fa, per la gioventù dei paesi, era tutto un mondo di valori a cui attingere. Da noi ruotava completamente attorno al parroco. Specie nei mesi invernali si andava in parrocchia, e c’era sempre qualcosa di nuovo da fare. Eliminando alcune tramezze Don Fiorino era riuscito, nel fabbricato della parrocchia, a ricavare una sala ritrovo piuttosto grande con biliardo e altri giochi che era sempre piena alla sera. Con l’ingresso negli anni Cinquanta, tutto quel fervore di attività non gli bastava più. Voleva fare qualcosa di veramente importante per la sua gente. La sua cultura e le sue conoscenze gli facevano capire che era circondato da contadini, non ancora “agricoltori” e tanto meno “viticoltori” , il suo fine ultimo era quindi cercare in essi l’emancipazione.

Oggi possiamo facilmente capire quanta lungimiranza ci fosse in quelle aspirazioni. Cosciente dell’individualismo radicato nella nostra gente, cominciò prudentemente a parlare di associazione riferendosi all’agronomo Cavazza, mai dimenticato “padre del Barbaresco”. Cavazza aveva fondato una Cantina Sociale nel castello del paese nel 1894 e quella esperienza poteva essere ripetuta ancora, per il bene della popolazione.

Gli fu di valido aiuto il farmacista di Neive. Il dottor Maffei godeva di un certo carisma nella zona, era proprietario di diversi terreni coltivati a vigneto e cercava una miglior resa per le sue terre. L’imprenditoria del possidente e gli ideali generosi del sacerdote furono un binomio vincente. Altri che portarono un certo contributo, in quei tempi difficili, furono Cravanzola Riccardo e Viglino Lorenzo, che poi diventeranno i due primi presidenti della cooperativa, che con la loro preziosa collaborazione, riuscirono a coinvolgere famiglie della zona dell’Ovello e del Rabajà, in modo che l’organismo assunse subito una realtà topografica convincente.

Questo servì ad anteporre un argine alle insidiose argomentazioni di coloro che giudicavano deleteria la nascita di una cantina sociale. Questi, non potendo affrontare direttamente Don Marengo, svolgevano una capillare attività di contrasto; non erano certo da condannare, avevano le loro buone ragioni commerciali e di interesse privato, tuttavia era giusto pensare democraticamente anche alle difficoltà di coloro che costituivano la base della produzione dell’uva.

I riferimenti storici e pionieristici delle origini del Barbaresco erano ben diversi: Cavazza possedeva il castello con cantine di una certa ampiezza e adattabilità, Don Marengo nulla di tutto ciò. La parrocchia aveva un anfratto di cantina che usciva nel cortile, gli anziani ricordano ancora adesso di essere andati con picco e badile a squadrare e ampliare quel locale. Alcuni portarono delle botti usate e là sotto avvenne la prima vinificazione in comune. Fu così che, nel 1958, fu fondata grazie all’impulso e sotto la guida di Don Fiorino la Produttori del Barbaresco. Si vendettero le prime bottiglie, 500, forse 1000.

Nel 1960, con un piccolo contributo regionale, si avviò la costruzione della cantina vera e propria.. Diciannove erano i fondatori. Solo le uve nebbiolo si conferivano; le altre venivano vendute: un po’ per rispetto verso l’esempio di Cavazza, un po’ per garantirsi un guadagno alternativo nel caso le cose fossero andate male… bisognava sbarcare il lunario! In segno di rispetto a Don Marengo quei diciannove tenevano un comportamento eccezionale: portavano alla Cantina uve di grande qualità, davano una mano per la vinificazione. La notte Don Marengo registrava su un vecchio quaderno. Malgrado quella esasperata precarietà, le speranze erano alimentate da una buona coscienza di sé e da un crescente ottimismo.

Ma proprio in quei giorni, per Don Marengo doveva verificarsi una grave disgrazia. Un ragazzo che aiutava i muratori nella costruzione della cantina fu fulminato da un cavo. C’era un’impresa e quindi dei responsabili, ma tutto si risolse in colpa a Don Fiorino. Lui aveva voluto la Cantina e per causa sua quel ragazzo era morto. Dovette provvedere per la sepoltura, lui, il parroco “colpevole” . Ripensandoci, ancora adesso, ci viene da rabbrividire a quanto dolore, rimpianto, rimorso provò in quei giorni. Chissà quali parole poté dire o dovette dire a quel funerale.

Un grosso masso era crollato sulla sua sensibilità, la sua dedizione, la sua generosità. Il luminoso avvio della collaborazione da lui lanciato sprofondò nel buio. Il nostro intervento, alfine di portare qualche sprazzo di conforto, ottenne ben pochi risultati. Subito arrivò, dalla curia di Alba, l’ordine di trasferimento: Don Marengo veniva mandato via da Barbaresco. Dal vescovo ad implorare perché lo lasciassero con noi, malgrado tutto, eravamo solo in due…

Andavamo a trovarlo nella nuova parrocchia una volta all’anno, sotto Natale; conservava l’immagine della sofferenza. C’erano quattro posti sulla macchina, ma… non era mai piena! Quando l’altruismo ti porta a dare tutto alla gente… Per quanto da noi sollecitato con tutte le promesse di affetto e devozione non venne mai più a Barbaresco.

Quel seme da lui gettato si sviluppò e crebbe straordinariamente bene. Non è del tutto vero, quel che a volte si dice, che la Cantina dei Produttori seguì le sorti del Barbaresco. Se così fosse stato, sarebbe una cantina come altre in un ambiente privilegiato. Ci sono cantine sociali nel Bordeaux, nella Champagne, nel Chianti e nella nostra stessa zona del Barolo e del Barbaresco, ma questa è… un’altra cosa.

Chi cercò, caparbiamente, di far crescere la Cantina negli anni ‘60 e ‘70, si trovò a far convivere da una parte l’interesse economico, dall’altra ideali generosi, che avevano per riferimento la passione e la lungimiranza di Don Marengo. Ogni successo o traguardo raggiunto era vissuto come un omaggio al fondatore, alla sua sofferenza, alla sua sfortuna. Non si poteva parlare di particolare professionalità e tento meno capacità, tuttavia uno sviluppo così ben coordinato e così unico nel panorama delle cantine cooperative, è stato il frutto dei suoi indirizzi morali.

Alla fine degli anni ‘80 cominciarono ad affluire guadagni consistenti, un nome che diventava sempre più prestigioso, un riconosciuto rapporto qualità-prezzo, novello messaggio mai riscontrato in precedenza. Nell’ambito delle cantine sociali ci sentivamo i primi della classe , gli aderenti erano diventati finalmente…. “viticoltori”, conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.
Un bronzo ricorda Don Fiorino nell’entrata della Cantina; non sapemmo fare di più, e ci rendiamo conto quanto sia poco in confronto a quello che lui ha dato ed al benessere che ha creato.


La generosità di Don Marengo beneficia oggi 65 famiglie, avrebbero potuto essere il doppio, sono certo che i suoi intenti erano questi. Bastava che il pragmatismo programmatico fosse rimasto agganciato agli ideali. In un’area così piccola e circoscritta il segreto era il numero: un’equa distribuzione dei guadagni, un più evidente controllo del territorio a garanzia di ogni futura eventualità.

Lassù, nell’arena dei beati, Don Fiorino avrà trovato posto vicino alla grande anima di Cavazza, due persone che hanno dato senza chiedere, senza pretendere, senza ottenere. Competenza e generosità nel primo, dedizione e altruismo nel secondo. Due persone in un secolo e non erano neanche di Barbaresco: di Bologna l’uno e di Rodello l’altro: se non ci fosse stato il primo noi ora venderemmo nebbiolo e saremmo in ben altre condizioni; senza il secondo le nostre opportunità sarebbero state molto ridotte.

Tutti i grandi vini, oltre alle loro qualità intrinseche, generalmente posseggono una storia che a volte sfuma fino alla leggenda. Questa storia, oltre a renderli famosi nel mondo, li appropria di un fascino che suscita le passioni e conquista le genti. Così i toscani risalgono agli etruschi in combutta con i fenici, il Bordeaux deve molto alla potenza espansiva di navigazione della flotta inglese, la Champagne punta su un monachello e una serie di donne avventuriere e il Barolo fruisce delle astuzie di Cavour e delle intemperanze del “Padre della patria”. Più recente, seppur altrettanto famoso, il Barbaresco poggia su questi due uomini, sia pure diversi per grandezza e forma.

Certo furono altri a far crescere il Barbaresco nella seconda metà del secolo scorso: ma questa è imprenditoria, ammirevole, intelligente, supportata spesso da lungimiranza e professionalità, ma sempre al servizio dell’interesse aziendale.
Qui oggi siamo per commemorare altri valori, morali ed etici: quelli che, inavvertitamente forse, ci siamo portati addosso per la vita e ora, per quanto ci sia difficile, dobbiamo cercare di nascondere. Nel nostro mondo non esistono più anche se come tali sono indicati sui “vecchi” vocabolari.

Celestino Vacca

[Foto: Luca Cravanzola]

* Cento magari no ma pochi di più. Il giornalino era tirato in 3.000 copie e mandato ai clienti della cooperativa e ad una serie di indirizzi istituzionali come giornalisti e imprenditori dell’epoca. PR ante litteram. Poi le pubblicazioni cessarono perché Celestino Vacca vedeva sempre più a fatica e non riusciva più a scrivere, Aldo scriveva ma con sempre meno tempo per farlo e la spedizione era diventata impraticabile. In qualche modo, quello sarebbe rimasto il notiziario di Celestino Vacca e dopo di lui non ebbe un seguito.

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