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29 Settembre 2022

Tra Barolo e Barbaresco lavoro nero per sei euro l’ora: un reportage che fa pensare (e pure incazzare)

Che ci sia sfruttamento tra le colline di Barolo e Barbaresco è notizia che fa salire una discreta carogna a chiunque abbia un minimo di senso civico. Dei tanti aspetti marci che pur ci sono in un settore florido e portatore di benessere e ricchezza come la viticoltura in Langa, questo è probabilmente quello più intollerabile.

Ma andiamo con ordine altrimenti ci mancano dei pezzi.

Il periodo dell’anno in cui escono le guide del vino in Italia è uno dei più prolifici per trovare eccellenti incroci di pseudogiornalismo prestato alla vacua inconsistenza: spesso la distribuzione di premi e cotillon è talmente imbarazzante da meritare solo l’oblio ma per fortuna ci sono dei casi in cui è la cronaca di provincia a regalare le sorprese migliori. O purtroppo peggiori, come in questo caso.

Merita senza dubbio un plauso il reportage di Francesca Pinaffo pubblicato domenica 25 settembre sulla Gazzetta d’Alba, “dal 1882 il settimanale di Alba, Langhe e Roero”.
Il titolo purtroppo dice già tutto: “C’è un’Alba che lavora a sei euro l’ora in nero“.

C’è un’Alba che lavora a sei euro l’ora in nero (REPORTAGE)

L’articolo meriterebbe una lettura attenta ma siccome siete pigri riporto qualche stralcio significativo aggiungendo premesse, parentesi e le dovute considerazioni personali a margine.

Il punto di partenza, semplice e lineare, è che le colline vitate sono belle da guardare e raccontare ma starci in mezzo a sudare sotto il sole o col vento non è l’ambizione di nessuno. Fatte salve rare eccezioni, il lavoro in campagna attira come un calcio sui maroni e a testimoniarlo sono sia campagne molto povere (a basso valore aggiunto), sia zone molto ricche (ad alto valore aggiunto).
Questo tema mi è molto caro da anni, almeno sin dai Tre aspetti sostanziali (più uno) per capire la particolarità del successo di Barolo e Barbaresco, dove il +1 era:

4) Presenza massiccia di manodopera straniera. Paradossale o meno che possa sembrare, le colline più costose d’Italia sono quelle meno coltivate da italiani. Sembra incredibile ma un 70/80% della manodopera è costituita da macedoni, rumeni e albanesi (fonte: Coldiretti) infaticabili e operosi, spesso organizzati in cooperative (più o meno esemplari). Se da una parte, quindi, prosegue incessante la mappatura dei cru, o MGA (Menzioni Geografiche Aggiuntive) in legalese, dall’altra non ci sono frotte di giovani vignaioli impazienti di coltivare Villero, Bussia, Cannubi e Vigna Rionda (“Guarda, quello pota agli Asili”) . Nella ricca e benestante Alba, girare con gli scarponi interrati non è ancora del tutto cool ma potrebbe diventarlo.

Scrive Francesco Pinaffo su Gazzetta d’Alba:

Le colline Unesco parlano inglese e tedesco, fanno affari oltreoceano e attirano persone da ogni dove. È un volto dell’albesità, la capacità di farcela, lavorando duramente, convintamente, sempre. Ma c’è anche un altro volto, assai meno radioso, eppure da mettere in luce. Chi sono gli uomini che popolano le colline nella stagione del lavoro? Quali sono i visi degli stagionali? Sappiamo che, senza di loro, non potremmo mantenere il nostro attuale tenore di vita? Li trattiamo in modo adeguato? Gazzetta d’Alba da tempo racconta le loro povere esistenze. Per incontrarli, è sufficiente camminare per le vie che circondano il centro di Alba, nel tardo pomeriggio. Sono africani, a piedi o in bicicletta, camminano veloce, con lo zaino in spalla. Alcuni si trovano alla fermata dell’autobus: hanno scarponi sporchi di terra e magliette sudate. Sono gli “invisibili” che lavorano i vigneti, appena tornati dalla vendemmia. Non è facile avvicinarli e tanto meno avere informazioni precise sulle loro condizioni di lavoro. A prevalere è ancora quasi sempre la paura di perdere l’occupazione.

Ebbene sì, a chi è cresciuto col Tenete Colombo e La signora in giallo non sfuggirà l’incremento di africani a lavorare le vigne. Prima non c’erano o erano pochissimi, ora sono tanti di più.

Qualcuno, però, tra molti silenzi, sceglie di raccontare. «Ho appena finito la giornata in vigna», dice un ragazzo sui trent’anni, con gli occhi stanchi. «Vado a comprarmi qualcosa da mangiare e una bottiglia d’acqua, prima di tornare a casa». Chiediamo qualche informazione in più: «Lavoro tutti i giorni per una cooperativa, per nove o dieci ore, con una trentina di compagni. Guadagno sei euro all’ora, ma il mio contratto finirà a ottobre. La mia non è una situazione stabile: non è fissato un guadagno mensile, perché l’impegno non è garantito». Questo ragazzo è riuscito a trovare un alloggio insieme a due amici. «Uno di loro lavora in fabbrica e vive certamente meglio di me», precisa, per poi salire in bicicletta e andarsene.

Di fronte al cimitero, sempre alla stessa ora, si notano altri braccianti di origine africana. Arriva di colpo un’auto, scendono quattro persone: salutano, recuperano gli zaini dal baule e siedono sulla prima panchina libera. Sono tutti nigeriani, ma anche questa volta solo uno è disposto a parlare. «Anche noi lavoriamo sulle colline, ma arriviamo da Torino: ogni giorno prendiamo il pullman per Alba e la sera torniamo a casa», dice un ragazzo. «Quanto guadagno? Tra cinque e sei euro l’ora: è poco, ma a Torino non si trova niente da fare. Ci accontentiamo». Quando gli chiediamo se ha un contratto, diventa sospettoso e preferisce chiudere il discorso.

Pinaffo è una freelance che collabora a Gazzetta d’Alba da vari anni, non è la prima volta che si imbatte in questo genere di questioni e ho condiviso con lei una riflessione: non facendo nomi né dando riferimenti precisi il rischio è che la denuncia si risolva in un todos caballeros, dove tutti leggono ma nessuno si sente chiamato davvero in causa, men che meno chi alimenta un meccanismo marcio sulla pelle degli sfruttati.

A discapito di chi lavora bene – regolarizzando i dipendenti e offrendo buone condizioni di lavoro, tanto cooperative quanto soggetti privati – e a vantaggio di chi, per incuria o ignoranza, continua ad alimentare un sistema di sfruttamente perverso e irricevibile.

Un altro punto nevralgico rimane la stazione. Verso le 18.30, i braccianti africani si muovono tra la folla di pendolari e turisti. Le auto di alcune cooperative sono ferme sul piazzale e forse per questo è difficile trovare qualcuno disposto a raccontare. Fino a quando incontriamo un ragazzo che parla solo inglese: la sua terra è il Gambia, è sposato e ha un figlio di otto anni, che non vede da molto tempo. La sua storia è quella di molti migranti: arrivato in Italia su un barcone, si è spostato al Nord. A Bra ha lavorato per anni per una cooperativa. Poi, il contratto è terminato e ha dovuto lasciare anche la casa. La vendemmia gli è sembrata l’occasione giusta: «Il mio capo? L’ho conosciuto alla stazione. Guadagno cinque euro all’ora, ma senza contratto». È stato reclutato più di un mese fa, da quando è iniziata la stagione della raccolta, ma dice di non essere stato ancora pagato. Mentre camminiamo con lui verso via Pola, dove si trova il Centro di prima accoglienza della Caritas, apre una bottiglietta d’acqua. «L’ho comprata poco fa: il padrone mi fa pagare anche il cibo e l’acqua», precisa. La sua è certamente un’Alba molto diversa rispetto a quella che conosciamo: prima di approdare da don Gigi Alessandria, per tre settimane, ha dormito all’addiaccio, su una panchina, di fronte ai binari. «Una volta sono arrivati due poliziotti, i quali mi hanno detto che non potevo rimanere lì: quando se ne sono andati, sono rimasto».

Di questo tema, a dire il vero, si occupò anche Giancarlo Gariglio su Slowine ormai sette anni fa, nel giugno 2015, con l’articolo Schiavi nelle vigne a 3 euro l’ora: la nostra inchiesta sul caporalato, poi ripreso a novembre in Il caporalato nelle vigne spiegato a mia figlia: sfruttamento, evasione fiscale, incidenti sul lavoro.

Alla frase di Gariglio “In Langa e nel Monferrato se non ci fossero i macedoni si fermerebbe tutto” andrebbe oggi solo aggiunto “In Langa e nel Monferrato se non ci fossero africani e macedoni si fermerebbe tutto”.
Il problema dal 2015 rimane invariato e nemmeno affrontato, come dimostra la perfetta aderenza tra i numeri dell’articolo di Slowine e le cifre menzionate da Francesca Pinaffo su Gazzetta d’Alba: “Da un incontro sotto falso nome col direttore di una cooperativa considerata virtuosa e dalle tabelle che ci ha fatto vedere un vignaiolo, sappiamo che il costo orario “ufficiale” e fatturato di un manovale delle cooperative è di 10 euro più Iva l’ora (tutti i prezzi sotto riportati si riferiscono a un’ora di lavoro).
Sempre la cooperativa “virtuosa”, dietro nostra precisa richiesta, ci ha fatto sapere che in nero potevamo spendere 8 euro tutto compreso. Alcuni produttori ci hanno fatto capire che se l’azienda in questione è grande e richiede molto lavoro si può arrivare a 6 euro.
Nel caso di lavoro regolare, il manovale macedone percepisce 6 euro orari se è esperto e 4 euro se invece è alle prime armi. Questo ce l’ha rivelato un ex dipendente di una cooperativa, che ora lavora per un vignaiolo.”

Che fare, quindi?

Documentare, spiegare e fare luce sui fenomeni circoscritti di marcio nell’agricoltura mi sembra un dovere morale che per ora pochi altri oltre Gariglio e Pinaffo si stanno prendendo in carico.
Commenti del tipo “Mettete in cattiva luce un settore virtuoso, in cui la maggior parte delle aziende lavorano bene” o “Fate un danno a livello di immagine e ingigantite il problema” vanno rigettati convintamente. Perché se il 99,99% della comunicazione sul vino è volta proprio ad esaltare le positività del settore, questo non esime dal mettere in rilievo le criticità che pur ci sono, anche e soprattutto in una zona “fortunata”.

Da questo punto di vista, in conclusione, mi ritrovo perfettamente nelle parole di Francesca Pinaffo, che ho interpellato in merito a questa vicenda.

Proprio perché un settore è virtuoso, dovrebbe affrontare con decisione ciò che non va, soprattutto se si parla di diritti delle persone. E credo che, con la sua lunga storia basata sull’etica del lavoro, la zona di Alba possa davvero fare la differenza, portando avanti pratiche esemplari. Alcune settimane fa, in città, si è svolto il Forum Mondiale dell’Enoturismo: dal palco del Teatro Sociale, Carlin Petrini di Slow Food ha condannato le “piccole sacche di caporalato che purtroppo esistono”, invitando il mondo del vino ad affrontare il problema. Fuori, in contemporanea, un gruppo di attivisti e tre lavoratori africani erano impegnati in un sit-in pacifico: in sostanza, hanno distribuito agli ospiti del Forum un foglio – scritto in italiano e inglese – per accendere i riflettori sul problema e per chiedere maggiore attenzione. Avrebbero voluto anche loro salire su quel palco, per dare voce a un giovane lavoratore che ha vissuto in prima persona lo sfruttamento in vigna. Ovviamente, la risposta è stata negativa: per tutto il territorio, spero che a breve possano avere lo spazio che giustamente chiedono, magari in un momento pubblico organizzato in sinergia ai vari attori del mondo vitivinicolo. La conoscenza, la condivisione e il fare squadra sono elementi essenziali per combattere l’illegalità.

[Foto cover: Giancarlo Gariglio]

 

 

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