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27 Settembre 2022

Piccole gemme in verticale nella piccolissima Ghemme: Torraccia del Piantavigna, ad esempio

Percorro l’autostrada A26 in direzione nord da tutta la vita per le gite domenicali sul Lago Maggiore, ancor di più negli ultimi anni in cui, da Casale Monferrato, la Liguria sembra lontana come la Sicilia. Il cartello dell’uscita di Ghemme recita testualmente “ROMAGNANO S GHEMME”: da bambino pensavo che quel posto si chiamasse Romagnano San Ghemme, e mi chiedevo chi fosse colui.

La zona vitivinicola di Ghemme è geologicamente interessante.
Dalla collina di Pelizzane (siamo in zona Ronco dell’ulivo), rivolgendo lo sguardo verso ovest, si scorge nelle giornate limpide la serra d’Ivrea, e le colline di Ghemme ad una prima occhiata panoramica sembrano avere un’origine simile.
Basta però una breve passeggiata tra i vigneti e uno sguardo al suolo per capirne la differenza: Ghemme è fatta di strati di argilla e sassi rotondi, gli stessi che si vedono attraversando il fiume Sesia; siamo infatti su una terrazza fluvio-alluvionale, e le colline qui non sono altro che i detriti portati dal Sesia durante le piene per millenni.

Ghemme è una denominazione oggi piccolissima, poco più di 50 ettari vitati (dati del 2019), DOC dal 1969 e DOCG dal 1997.
In epoca pre fillossera il nord Piemonte coltivava a vite un’area simile per superficie a quella delle Langhe, e lo spanna (il nome locale del nebbiolo) era apprezzato dalle corti di mezza Europa e dai ristoranti del milanese, ma il parassita made in USA e l’industrializzazione prepotente che svuotò le campagne cancellarono quasi la produzione vinicola in quest’area.
Oggi i produttori sono pochissimi, spesso con appezzamenti di una manciata di ettari, ma le potenzialità del territorio sono ormai note e probabilmente è questione di tempo perché si torni ai fasti della prima metà dell’800.

Torraccia del Piantavigna nasce negli anni ‘50 dello scorso secolo quando Pierino Piantavigna (nomen omen), originario della Valtellina, mise a dimora un piccolo vigneto su una collina accanto al castello di Cavenago. Il nome Torraccia, contrariamente a quanto si pensi, prende spunto dalla forma quasi circolare di quella prima collina, e non dalla torre (unica in zona) del castello, ridotta ormai quasi ad un rudere.

Sarà poi nel 1997 che il nipote di Pierino, Alessandro Francoli (sì, quello delle distillerie) darà vita all’azienda così com’è conosciuta ancora oggi. Dal 2015 infine entra a far parte di Torraccia del Piantavigna con una quota importante anche la famiglia Ponti (sì, quelli dell’aceto), originaria anch’essa di Ghemme ma nota ben al di fuori del territorio piemontese.

È con evidente orgoglio che Mattia Donna (enologo) e Giorgio Bellomo (il Professore) ci accompagnano sulla collina di Pelizzane, fulcro della produzione, e ci descrivono il paesaggio. Perché Torraccia è anche Gattinara, che ormai ha calamitato gli investimenti e l’attenzione mediatica del nord Piemonte, ma Torraccia è soprattutto Ghemme: “Ghemme è la nostra casa! Lì sotto vedete la nostra azienda, noi siamo nati qui, noi siamo Ghemme!”.

Ad ogni ospite è stato chiesto di scegliere un’annata per la degustazione.
Io ho scelto la 2001, e come ormai capita sempre più spesso (più in Francia che in Italia) la degustazione parte dal vino più vecchio, questo.

Ghemme DOCG, 2001
Nebbiolo 90% e vespolina 10% da vigna Poncioni, un vigneto piantato nel 1977.
Annata piuttosto regolare con però i mesi di luglio e agosto particolarmente siccitosi.
Ciliegia sotto spirito, mora e prugna con una sottile nota di goudron e tabacco, balsamico, di grande eleganza.
In bocca il tannino è dolce e ammorbidito dal tempo, c’è grande sapidità e lunghezza. La dolcezza vanigliata del legno è ancora presente nonostante i 21 anni di bottiglia.
Nel complesso è equilibrato e di ottima beva. C’è da chiedersi quanto ancora possa resistere un vino del genere che dimostra metà degli anni che ha.

Ghemme DOCG, 2007
Nebbiolo 90% e vespolina 10% da vigna Pelizzane. Affinamento di 3 anni in botti nuove.
Naso dolce di lampone e viola, speziato di pepe nero e leggero chiodo di garofano. Un briciolo indietro di freschezza che accentua di conseguenza la dolcezza del frutto e della spezia. Meno longevo e austero del 2001, premia le rotondità quasi vellutate.

Ghemme DOCG, 2008
Nebbiolo 90% e vespolina 10% da vigna Pelizzane. Affinamento di 3 anni in botti nuove.
Il 2008 qui viene ricordato come “l’anno senza inverno”. Nei primi 3 mesi dell’anno le temperature furono miti e ci fu pochissima pioggia. In aggiunta a luglio una tromba d’aria si abbattè su Ghemme dimezzando la produzione.
Naso di viola, ciliegia e melograno, tannino ancora graffiante, tanta acidità e una leggera nota vegetale sia al naso che in bocca che ci raccontano sia dovuta ad una maturazione non completa dei vinaccioli da cui è stato estratto un tannino un poco verde.
Vino su cui scommettere per il futuro.

Ghemme DOCG Riserva, Vigna Pelizzane, 2008
Le uve provengono esclusivamente dalla zona in piano sulla cima della collina di Pelizzane (circa 1 ettaro) che fu travolto dalla tromba d’aria citata poc’anzi.
Per aumentare un poco la produzione circa il 20% dell’uva fu lasciata a grappolo intero, e per questa ragione è rimasto in affinamento in legno per ben 10 anni! Al naso colpisce per la balsamicità mentolata, poi viola, ciliegia e mora. La spiccata sapidità si percepisce prima ancora di assaggiarlo. In bocca è fresco, succoso e compatto, c’è tanta materia ma è anche verticale e sapido. Il tannino è fitto, avvolgente e maturo. Ottimo!
Gli assaggi nei primi anni non convinsero del tutto (ecco perché i 10 anni di legno prima dell’imbottigliamento). Oggi l’enologo Mattia Donna confessa che quella percentuale di grappolo intero, aggiunta più per circostanza che per un vero e proprio disegno, è un esperimento che si potrebbe ripetere. Nelle annate che lo richiedono e nelle percentuali corrette, è uno strumento in più a disposizione. Personalmente approvo.

Ghemme DOCG Riserva, Vigna Pelizzane, 2011
Le uve provengono esclusivamente dalla zona in piano sulla cima della collina di Pelizzane (circa 1 ettaro), e l’affinamento in legno è durato 5 anni.
Grande intensità olfattiva. Il naso restituisce note di freschezza, con scorza di arancia, rosa e viola, ciliegia e ribes, poi spezie dolci e note quasi ferrose e di liquirizia. Di grande struttura, fresco, sapido, succoso e con un tannino fitto ma ottimamente integrato. Legno presente ma di gran qualità e per nulla invadente. Ebbe ottime recensioni quando uscì e conferma il giudizio. Ha ancora tanti anni davanti a sé.

Colline novaresi Vespolina DOC, La Mostella, 2019
Il nord Piemonte deve la sua fortuna al nebbiolo, ma il nord Piemonte non sarebbe lo stesso senza la vespolina, uva coltivata qui da quasi due secoli presente in varie percentuali in quasi tutte le denominazioni di zona (Ghemme, Gattinara, Lessona, Boca, ecc…).
Circa il 3% dei grappoli de La Mostella sono lasciati appassire su graticci e l’affinamento è esclusivamente in acciaio e vetro.
Vino rosso estivo, semplice di ciliegia e pepe rosa e bianco ma con un tannino deciso e una nota pepata importante che gli donano grande personalità. Da bere fresco senza pensarci troppo sù, è un vitigno che almeno una volta nella vita va assaggiato in purezza.

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