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21 Settembre 2022

Quando ti servono un poker d’assi: Vitovska, Malvasia, Refosco e Terrano

Ah gli splendidi versi del poeta ignoto Bacco che del Carso le doline onora
ecco il primo verso da soffiare nella siringa.
(Carolus L. Cergoly)

La quantità prodotta è esigua: circa un ventesimo della produzione regionale, che a sua volta conta per circa un ventesimo di quella nazionale. Tuttavia, se guardiamo alla storia e alle caratteristiche identitarie che li contraddistinguono, possiamo considerare Vitovska e Malvasia, Refosco e Terrano quali stelle di prima grandezza nella costellazione enoica in Italia.

Non serve dar troppa carica alla macchina del tempo e rifarsi alle citazioni più antiche e autorevoli, peraltro già abbastanza note e talvolta controverse. È sufficiente viaggiare indietro di pochi secoli, fino all’epoca in cui Trieste entrava nell’orbita asburgica e Muggia, scomparso il Patriarcato di Aquileia, in quella veneziana; e leggere le cronache di viaggiatori e religiosi sconosciuti ai più, o quelle degli opposti interessi economici triestini e veneziani e dei dissesti, sabotaggi e incursioni che causarono; o, ancora, i trattati di medicina, gli atti catastali, i registri di transazioni commerciali, tributi, omaggi nobiliari, decime.

Che i vini di queste contrade fossero particolarmente graditi alla Casa d’Austria, in Germania e nelle Venezie, lo attestato molteplici fonti: allora non si facevano ancora i nomi attuali, bensì soprattutto quelli di Ribolla e Moschatellum, con la prima che denotava a Trieste e Muggia il bianco di qualità superiore.

Si nominava, in verità, anche il vinum terranum, ma solo nel senso generico di nostrano e per differenziarlo dai vini navigati e da quelli di maggior valore: un vino fuori commercio, prodotto per il consumo diretto delle comunità cittadine e del contado. Il vino di qualità triestino e muggesano, destinato invece al commercio piuttosto che all’uso quotidiano, veniva conservato nelle canipe – le caneve – in attesa dello smercio.

Di lì a poco – meno di un secolo – il Terrano, stavolta con la maiuscola, sarà oggetto di quella che lo storico Fulvio Colombo definisce una brillante operazione di marketing: la riscoperta del Pucinum, lodato da Plinio Seniore per la qualità e per le straordinarie proprietà medicinali che sarebbero valse lunga vita a Livia, l’imperatrice moglie di Augusto. Il pubblicitario di genio fu Pietro Bonomo, poi fatto vescovo, il quale collocò le origini del vino nell’area del Castello di Prosecco dove, vedi tu le coincidenze, si trovavano anche le vigne familiari.

Un altro vescovo, Andrea Rapicio, sull’onda del Pucino-revival celebrava il “… padre Pucino, che a Livia serbasti tanto a lungo una volta i suoi anni felici di vita […] abiti i colli aridi e l’alte rupi scoscese e i lidi giapidi e ch’ogni altro frutto sorpassi in valore e in fama”. Ancora, il medico senese Pier Andrea Mattioli ne riassumeva così i benefici effetti: “… i villani del Carso […] bevendo sempre vini simili al Pucino rarissime volte s’amalano, et invecchiansi lungamente, di modo che infiniti vi se ne ritrovano, che passano novanta, et cento anni…”. Mattioli regala a noi contemporanei e filologi della domenica anche un colpo di scena: descrive infatti il Terrano come: “… sottile, chiaro, lucido, proprio di color d’oro, odorifero, et al gusto gratissimo.” Un Terrano bianco. Probabilmente si trattava di glera, essendo la varietà originaria di queste zone e da queste diffusasi in Veneto e in Dalmazia. I tifosi del rosso, invece, individuano nell’etimo latino pix (pece) l’origine del nome e la spiegazione del colore.

Un altro secolo d’attesa, ed ecco la seconda operazione di marketing, complementare alla prima e altrettanto opportuna: la Ribolla triestina cambia denominazione e diventa Prosecco, assumendo il nome della zona di produzione oramai popolarissima per i suoi “preciosissimi vini commendati et desiderati da tutti i gran Signori d’Alemagna” – così il genovese Nicolò Manzuoli. A Muggia, che è veneziana, restano invece le Ribolle e sono “dolci e soavi, le quali vanno a Venezia e sono stimate, non aggravando né lo stomaco né la testa.”

Casi di opportunismo terroirista? Rebranding scaltro? Terrani bianchi? E il Pucinum, era un archeo-Refosco, una paleo-Vitovska o una proto-Glera? Tra storia e fantasia, sta a voi giudicare. Al di là dei cambi di denominazione, colore ed epoca, come conclude giustamente Fulvio Colombo, “… l’operazione poteva avere scarse possibilità di riuscita se il vino triestino – e aggiungiamo quello muggesano – non fosse stato già conosciuto e apprezzato.” Il punto è proprio questo: abbiamo a che fare con vini bevuti e celebrati da secoli – per l’esattezza da un paio di millenni – in quanto provenienti da terre particolarmente vocate e per ciò stesso riconosciuti per qualità superiore. O anche per le proprietà medicamentose.

Tornando a tempi più recenti, è noto che la configurazione del territorio e le matrici dei suoli determinano una suddivisione netta in due zone distinte, ben riflessa nel profilo organolettico dei vini: ai terreni marnoso-arenacei bruno-ocra o giallo ocra (flysch), ai pastini ben esposti al sole e più protetti dalla bora, si alternano sull’altopiano i suoli calcarei e le terre rosse in condizioni climatiche radicalmente diverse, dove la coltivazione si impone a costo di grandi fatiche – scassi, spietramenti e riporti – sui suoli prevalentemente rocciosi e dallo strato organico esiguo. Vini di terra da un lato, vini di pietra dall’altro, ieri come oggi accomunati dalla prossimità del mare.

Se un tempo furono archeo-Refoschi, paleo-Vitovske e proto-Glere, oggi sono questi: il Terrano, di fatto un Refosco dall’altopiano, e il fratello che è Refosco anche di nome e gli fa riscontro da basso, sul flysch della fascia costiera. Il primo viene dai suoli calcarei e ricchi di ferro del Carso ed è fendente, di sferzante freschezza e grande tensione gustativa; un compagno ideale per salami a grana grossa, stufati e zuppe. Il secondo ha pari vigoria ma è più corposo, solare e morbido, ha tannini di maggior grana e una speziatura più dolce; un rosso da abbinare a pietanze di carne più elaborate. C’è poi la versatile Vitovska, genio bianco del luogo, solo da pochi decenni recuperata all’anonimato, forse anche alla scomparsa, da lungimiranti vignaioli che ne compresero il pregio e le peculiarità e la sottrassero all’uso dell’uvaggio casalingo con malvasia e glera. Tanto è essenziale e asciutta nelle vinificazioni senza macerazione, quanto complessa e profonda in quelle che la adottano. Bianco dal grande potenziale d’invecchiamento, spicca per freschezza e sapidità marina, per il nerbo e le caudalies mandorlate e salmastre. La sua espressione aromatica è più o meno articolata nelle sue differenti versioni – dal floreale e fruttato tenui e bianchi delle Vitovska più magre a spezie gialle, agrumi canditi, frutta secca e pietra focaia in quelle macerate e più strutturate, fino a quelle di resina, miele, vegetali e speziate più complesse degli affinamenti in anfora o pietra di Aurisina.

C’è, infine, la Malvasia, che un vignaiolo del Carso ama chiamare “la Regina” e connotare per la sua “ossatura grossa”, flessuosa, sinuosa e prestante, distinguendola in ciò dalla Vitovska che per lui è “l’operaia”, fatta piuttosto di fibra e nervo, tensione e magrezza. Dei quattro vini è quello che spicca per intensità espressiva, struttura e opulenza, risolte però in energia e progressione grazie a freschezza e sapidità connaturate e infiltranti. La si può riconoscere, amare e, soprattutto, bere per la maggiore articolazione del suo corredo aromatico, con frutta ora fresca e croccante, ora dolce e matura, spezie dolci, variegati pot-pourri di fiori ed erbe di campo.

Ci sarebbe, in realtà, anche la Glera, che è tornata a casa da poco e già si va riacclimatando bene. Ce la lasciamo volentieri da parte per altre storie, altre bevute, riscoperte future.

[Post sponsorizzato. Le attività di pubblicazione fanno parte di un progetto della rete CARSO-KRAS per la valorizzazione dei vini autoctoni ad Indicazione Geografica Tipica Vitovska, Malvasia, Refosco e Terrano, finanziato dalla misura 3.2.1 del PSR 2014-2020 della Regione Friuli Venezia Giulia.]

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