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12 Settembre 2022

Punteggi ai vini e business. Basta, non se ne può davvero più

Scrivere un pezzo così richiede un breve cappello introduttivo, che spazia dai mille umori che si agitano alle implicazioni di questa storia. Parti a mille col furore di questo è uno scandalo, dobbiamo denunciarlo!, rallenti all’idea che alla fine tutti sanno come funziona e a tutti va bene così e infine ti fermi accettando che non esiste realmente un’alternativa a tutto questo.

Poi smetto di pensarci, che tanto non serve a niente e vediamo questa ennesima storia di punteggi e fatture.

Jason Wilson e le sue premesse

Durante una conversazione telefonica della scorsa settimana, il presidente di un’importante agenzia di pubbliche relazioni, con una lista di clienti che comprende regioni vinicole, grandi marchi e importatori, mi ha detto che la sua azienda paga “circa 25.000 dollari all’anno” a una certa pubblicazione vinicola influente. Non per scopi pubblicitari, mi ha detto. Il compenso serve invece “a garantire che i vini dei nostri clienti siano recensiti” e ad assicurarsi che “i vini recensiti con bassi punteggi non siano elencati” nei rapporti di degustazione dei critici. Questo è ciò che ha affermato. Questo compenso di “circa 25.000 dollari” consente inoltre all’agenzia e al suo cliente di vedere le recensioni con due giorni di anticipo rispetto alla data di pubblicazione. Ha insistito sul fatto che la sua azienda non è l’unica a pagare questo tipo di compenso a questa pubblicazione.

Se state pensando che si tratti della solita denuncia anonima priva di riferimenti, fatta tanto per fare, sappiate che no, non è così, quindi pazienza e proseguiamo insieme.

In un’altra conversazione, il responsabile di un’altra società di PR ha affermato che a uno dei suoi clienti – una popolare regione italiana – è stato detto da un’altra rivista specializzata che i loro vini non sarebbero stati recensiti a meno che non avessero fatto acquisti pubblicitari. In poche parole: i vini di un’intera regione sarebbero stati ignorati se non avessero fatto pubblicità! Non solo, ma la stessa persona mi ha detto che una terza importante rivista di vino, ha imposto un limite al numero di vini, provenienti da una certa nazione di lingua tedesca, che avrebbe recensito, semplicemente perché l’ente di promozione del vino di quel paese non pagava per fare pubblicità.

Quanto vi ho riportato, tradotto in italiano (grassetti miei, ndr), sono le frasi che aprono il pezzo che Jason Wilson ha pubblicato il 6 settembre sul suo sito www.everydaydrinking.com. Jason Wilson, oltre a curare il blog qui citato, ha scritto libri dedicati al vino e collaborato con testate come Washington Post, New York Times, New Yorker, Travel + Leisure e anche, come vedremo, Vinous, il sito fondato da Antonio Galloni dopo la sua dipartita dal team di degustatori di Robert Parker.

E così, mentre su Twitter la condivisione del pezzo di Wilson rimbalza su profili di produttori e altri professionisti del mondo del vino, che aggiungono le proprie note a conferma delle abitudini indicate da Wilson, il pezzo punta la propria attenzione proprio su Galloni.

A vinous experience

Wilson infatti racconta che i suoi ultimi report per Vinous sono stati per raccontare dei cabernet franc e degli chenin blanc della Loira, entrambi pubblicati a luglio del 2020. Poco dopo l’ultimazione di quei report, il rapporto tra Wilson e Vinous si interrompe, in un modo che Wilson attribuisce a differenze di vedute sul vino (naturale), oltre che sui compensi, ma che giudica del tutto fisiologico in un rapporto tra editore e scrittore. Fin qui tutto bene, ma diventa di particolare interesse quanto Wilson aggiunge dopo:

Poco più di due mesi dopo la pubblicazione dei miei report originali, Vinous ha pubblicato un report del suo fondatore Antonio Galloni, molto curioso, intitolato “Vinous Lockdown Special”, in cui Galloni scrive: “Ho pensato che sarebbe stato divertente fare qualcosa di diverso, scrivere un articolo su regioni e tenute che non tratto abitualmente e che sono mancate dalle nostre pagine”.
Nel reportage, Galloni tratta di 28 cantine apparentemente casuali della Borgogna, dell’Alsazia, dell’Austria, del Beaujolais e della Loira. In realtà, circa una mezza dozzina di produttori erano quelli che avevo già trattato nei miei report sul cabernet franc e sullo chenin blanc solo qualche settimana prima. Molti degli stessi vini vengono recensiti nuovamente. In alcuni casi, viene recensita un’annata più recente, per lo più con un punteggio più alto. In molti altri casi, la stessa annata è stata nuovamente recensita e ha ottenuto un punteggio più alto, di due, tre o addirittura cinque punti [rispetto a quelli dati da Wilson, ndr].

C’era qualcosa di strano. Ho esaminato più a fondo la mezza dozzina di produttori di cabernet franc e chenin blanc che Galloni aveva recensito – aziende famose come Huet, Pallus, Bel Air, Chidaine e altre – e all’improvviso mi sono reso conto che tutti quei produttori erano rappresentati dallo stesso importatore/distributore: Polaner Selections.

Quelle che a prima vista sembravano dunque aziende scelte – per dichiarazione di Galloni – per fare qualcosa di divertente, fanno venire qualche sospetto a Wilson. Il quale a questo punto ci informa che:

A fine 2021, un collega mi inoltrò una nota che Vinous aveva apparentemente inviato agli importatori e ad altri operatori del settore, a proposito di un nuovo pacchetto di abbonamento, chiamato “Vinous Preview”. Pagando per Vinous Preview, gli addetti ai lavori avranno la possibilità di “visualizzare le recensioni e i punteggi di Vinous circa 48 ore prima della loro pubblicazione”, l’accesso in tempo reale al calendario editoriale di Vinous e la “possibilità di inviare i propri vini per la recensione al di fuori delle normali tempistiche stabilite dal calendario editoriale”. Viene suggerito anche un quarto vantaggio: “Sono disponibili opzioni personalizzate e su misura“. Anche se non è mai stato confermato, sul forum di Vinous si diceva che Vinous Preview avesse un prezzo di 2.000 dollari al mese, o 24.000 dollari all’anno. […]

La ri-recensione

Leggere di questa curiosa pratica della ri-recensione mi ha fatto venire in mente il ricordo di un’esperienza avuta quando lavoravo in una importante cantina toscana che (come alcune altre nello stesso periodo) ebbe l’occasione di veder ri-recensite tutte le annate del proprio vino di punta dagli anni ’80 fino all’ultima annata in commercio ad allora. A ri-recensire quei vini, che in anni passati erano già stati recensiti da Robert Parker, fu esattamente Antonio Galloni, che allora lavorava proprio per Robert Parker. Ricordo che mi incuriosì questa pratica della ri-recensione e mi chiesi se fosse così usuale.
Ma in fondo ero giovane e forse un poco ingenuo e non mi posi le domande che invece oggi si pone Wilson. 

Le reazioni su Twitter

Come accennato sopra, il pezzo di Jason Wilson ha dato il via ad una serie di reazioni online, principalmente su Twitter, che non possiamo non menzionare, dato che coinvolgono Master of Wine, giornalisti, produttori e professionisti del vino con nomi di assoluto livello.
Tra questi c’è Jamie Goode, che con sintesi estrema ed efficace scrive che il “pay to play” – pagare per far parte del gioco – è uno dei grandi problemi della comunicazione del vino.

C’è anche chi non aggiunge alcun commento, ma si limita ad un retweet. Solo che a farlo non è uno qualunque, ma Tim Atkin MW.

Nomi che pesano, dunque, come quello di Jeb Dunnuck (tra le altre cose, anche lui ex collaboratore di Robert Parker). Qui una selezione di alcuni suoi tweet, in cui ci va giù senza mezze misure. Tra le tante cose, scrive Dunnuck: “Credo che l’operato di Vinous sia il più significativo attacco all’indipendenza della critica del vino che io abbia mai visto nella mia carriera. Addomestica i critici e degrada la critica del vino. Costruire un business sulla fiducia dei sottoscrittori e poi, senza dir loro nulla, vendere i report agli operatori in anticipo rispetto alla pubblicazione, per me come critico è inconcepibile”.

Ma c’è anche chi scrive che queste regole del gioco sono a tutti ben note. Chi decide di starci non fa che accettarle.

Il giornalismo del vino, in soldoni…

Questa storia non è che un piccolo esempio in un mare di chiacchiere e dicerie su come il giornalismo del vino sia ridotto. Forse ci dà un’idea di quali domande porre. Forse no. La principale tra le mie domande: quanto valgono due o tre o cinque punti in più aggiunti al punteggio di un critico? In ogni caso, tutto questo è uno schifo per il numero sempre più esiguo di scrittori di vino che non offrono “opzioni personalizzate e su misura”.

Uso quest’ultima citazione dal pezzo di Jason Wilson perché ciò che non ho riportato del suo pezzo è una interessante riflessione sull’informazione del vino. Una riflessione amara che mi ha fatto rimbalzare pensieri in testa come fossero palline di obiezioni e controbiezioni, che hanno finito per scivolare tutte nell’unico cinico buco dove dovevano finire: così è se vi pare e se non vi pare così è lo stesso.

Meme di Italian Wine Drunkposting

… Ma alla fine c’è da indignarsi, stupirsi o sperare in altro?

Esistono tanti modi di fare giornalismo ma certo, perché tale possa chiamarsi, ogni tanto sarebbe opportuno che vi fossero di mezzo anche delle notizie. E invece se penso allo scenario italiano, contemplo rarissime – le dita di una mano sono in eccesso per contarle – eccezioni alla regola che fanculo le notizie! Chi vuole le notizie?

Ad una domanda del genere è difficile rispondere. Pensateci bene.

A chi frega qualcosa delle notizie? In teoria dovrebbero interessare il pubblico, nel caso del vino dovrebbero interessare innanzitutto i consumatori. Consumatori che in teoria avrebbero interesse ad essere informati di ciò che accade nel mondo del vino. Ed informati da fonti autorevoli e indipendenti (ed autorevoli perché indipendenti).

Ma esistono davvero questi consumatori interessati ad essere informati in modo indipendente? A volte, a sentire certe lamentele, sembrerebbe di sì. Verrebbe a volte quasi da illudersi che sia pieno di consumatori desiderosi di quella informazione seria, autorevole, imparziale e indipendente da perfezione platonica. Il problema è che quando si passa alla realtà, quest’ultima impone che affinché si possa avere un’informazione libera e indipendente, il giornalista libero e indipendente (che non è esentato dal pagamento della bolletta del gas) possa anch’egli campare.

Per poter ambire a tanto, il giornalista ha bisogno che l’aspirante lettore di giornalismo libero e indipendente versi il proprio piccolo contributo, che insieme a quelli di tanti altri gli permetteranno di vivere una vita agiata e magari di pagarsi ogni tanto anche l’avvocato.

Ecco, questo mondo non è il mondo in cui viviamo.

E il meme di Italian Wine Drunkposting coglie un aspetto della realtà, senza dubbio. Ma tenendo la stessa immagine, così potremmo modificare i testi: nella parte alta, “Lettori di notizie gratuite, ancorché commissionate da consorzi, pr o altro” e, nella parte bassa, “Lettori pronti a pagare per notizie degne di tal nome”.

Questa è l’acqua*

Se chi paga sono le aziende, c’è davvero da stupirsi se poi i media hanno loro come committente? No.
Se le aziende tirano fuori dei soldi, avendo esse come fine la massimizzazione del profitto, è perché ritengono quelle spese funzionali al proprio business.
Per questo, se pagano tanto per alcuni servizi, è perché ritengono utili quei servizi.
Se pagano meno per altri – accontentatevi del pranzo e di un paio di omaggi – è perché ritengono meno utili quei servizi.

Ma certo non le si può biasimare se non rientra tra i loro interessi quello di finanziare una stampa libera e indipendente.
Perché non è il loro compito.
A far quello dovrebbero essere altri.

Che non lo fanno.
E questa è l’acqua in cui nuotiamo da anni.
Che forse non è delle più limpide.
Ma ormai ci siamo talmente abituati che se per un attimo uno si distrae quasi gli sembra di vedere che… no, niente, era solo un’impressione.

PS: Finito di scrivere questo pezzo ho sottoscritto l’abbonamento annuale al sito di Jason Wilson.

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