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7 Settembre 2022

Decisamente tra gli imperdibili di Romagna: Fondo San Giuseppe di Stefano Bariani

Diciamolo subito: non c’è vino di Fondo San Giuseppe che sia meno che buono. Più di qualcuno, buonissimo. Sono vini senza fronzoli, buoni e basta.

Ogni tanto è bello dichiarare amore per la propria terra, anche a costo di risultare campanilisti. La verità è che spesso si rischia il contrario, e cioè di snobbarla, questa Emilia-Romagna del vino.

La storia ci insegna che la cultura rurale, qui, era parecchio radicata e nel corso dei secoli ha costituito una pesante zavorra per la viticoltura emiliano-romagnola. Solo negli anni Sessanta del Novecento, complice l’abolizione della mezzadria, iniziò a diffondersi una nuova cultura organizzativa e produttiva che lentamente rivoluzionò il settore vitivinicolo della regione, alzando progressivamente l’asticella della qualità. La nascita del Consorzio per la difesa dei vini tipici romagnoli (oggi Consorzio Vini di Romagna) risale al 1962, le prime DOC (Albana di Romagna e Sangiovese di Romagna) sono del 1967. Il resto è storia, peraltro piuttosto recente.

Tornando a Fondo San Giuseppe, è utile inquadrare il territorio che ospita l’azienda agricola: siamo a Brisighella (piccolo borgo medievale che merita davvero una visita), nell’Appennino Romagnolo, a 400 metri sul livello del mare nella sottozona di Valpiana: un altopiano completamente circondato dai boschi e ricco di biodiversità. I terreni sono limo-argillosi, calcarei, con scheletro marnoso e ricchi di sostanza organica.

L’azienda si compone di 5 ettari di vigneto e 11 di bosco, quest’ultimo indispensabile al benessere dell’agro-ecosistema.
Stefano Bariani, dopo 10 anni di esperienza in altre cantine anche prestigiose, nel 2008 ha deciso di acquistare il fondo scegliendo la zona di Brisighella perché “collocata in una valle ancora integra, dove la natura è rimasta intatta, con il fiume e le colline, gli ulivi e i molti boschi”. E anche perché la terra, lì, costava ancora poco.

Stefano ha adottato con grande coerenza l’approccio naturale, rigorosamente biologico in vigna e non interventista in cantina.
Si è concentrato soprattutto sulle varietà a bacca bianca, favorite dalle altitudini elevate e dalle esposizioni: albana e trebbiano in primis, poi riesling renano, chardonnay e marsanne. Ha anche un piccolo vigneto con filari di albana nera mescolati a filari di centesimino, che dà vita all’unico vino rosso dell’azienda (il Collanima), e uno di moscato rosa che insieme allo chardonnay dà origine a un vino rosato (l’Ésor).
Il Caramore è uno chardonnay in purezza, affinato parte in acciaio e parte in tonneaux. Tanta materia succosa, frutto maturo, ma anche tanta mineralità gessosa. Niente ruffianaggini. Uno di quei vini che mi riconciliano con lo chardonnay.
Il Ciarla è quello che ho bevuto più di recente, 100% riesling renano, anch’esso affinato parte in acciaio e parte in legno. Un bel riesling con tempra e struttura, dove le componenti floreali pungenti dialogano con quelle piriche, quasi sulfuree, e la bocca resta bella asciutta. A seconda delle annate, ci ho trovato più o meno grassezza, ma sempre con una bella nettezza coadiuvata dalla freschezza.


Il Fiorile è una vera chicca di albana, sempre affinato per metà in acciaio e per metà in tonneaux. Qui c’è tutta la potenza e la longevità del vitigno, ma senza opulenza. È un vino ricco, lievemente tannico, con tutto il suo corredo di agrumi, ginestra e frutta gialla matura, ma in bocca mantiene una verticalità che impedisce al vino di sedersi.
Il Tèra è fatto con trebbiano romagnolo, affinato soltanto in acciaio. A nobilitare il vitigno servono vini come questo: snello ma non diafano, improntato sulla freschezza e sulla fragranza ma comunque saporito, mai banale né anonimo.
Il Rundinera è marsanne in purezza, affinato anch’esso in acciaio. Chiunque conosca il vitigno, originario della Valle del Rodano, sa che vinificato in purezza (e non nel classico uvaggio con viognier e/o roussanne) regala vini dal corredo olfattivo non esplosivo, intensi e pieni al palato ma senza mancare di freschezza e sapidità. Quello di Fondo San Giuseppe ha una bella personalità e un grande equilibrio, con miele, camomilla e frutta esotica in evidenza, un sorso glicerico e una lunga chiusura sapida.

Insieme a Paolo Babini di Vigne dei Boschi, di cui potete leggere qui la mia intervista, trovo che Stefano Bariani sia un grande interprete del territorio romagnolo di Brisighella, e la sua una realtà veramente da scoprire.

[Foto cover]

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