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1 Settembre 2022

Se un alieno mi chiedesse come devono essere i vini di Borgogna, gli farei sentire questo

Mi piace la leggerezza, non la superficialità. Mi piacciono i timidi, non i silenziosi, gli esuberanti e non gli spacconi, i raffinati e non gli spocchiosi. Chi si espone e non chi si impone, il vento e non la tempesta. È tutta una questione di misura di equilibrio, non occorre urlare per farsi ascoltare se hai cose interessanti da dire.

È tutta una questione di equilibrio, come in questo vino.

Non manco mai di fare una passeggiata andata e ritorno da Beaune a Volnay, che distano tra loro cinque chilometri. Tornare in città dopo una visita, un pranzetto con qualche bicchiere di troppo lungo le stradine di campagna che costeggiano la vigna è per me un classico mei pellegrinaggi borgognoni.

Ricordo la visita al Domaine Voillot come una delle più faticose in assoluto e il motivo è presto detto: ero con i tre miei amici più cari, nessuno spiccicava una parola di francese e quindi ero solo io a confrontarmi con Jean-Pierre Charlot e a tradurre: il problema è che lui versava dei bicchieri XXL e non amando sputare il vino mi è toccato bere spesso a garganella come un assetato che aveva fatto una maratona nel deserto per stargli a ruota.

Ovviamente gli amici con molta generosità erano sempre pronti a bere quello che per me risultava impossibile.

Lui è un uomo di rara gentilezza e disponibilità, imprigionato in una stazza imponente (da ex rugbista) e quel giorno ci fece sentire tutti i vini e in più annate: la visita finì con un Pommard Les Pezerolles 1982 che se chiudo gli occhi mi sembra ancora di averlo in bocca tanto era buono e vivo.

Qua siamo lontani anni luce dalla Borgogna lustrini e paillettes, dalle speculazioni selvagge, questo non è un vino da selfie, questo è un produttore che ha uno stuolo di appassionati che per nulla al mondo rinuncerebbero alla possibilità di bere un suo vino, altroché rivendere. Per celebrare il primo giorno di lavoro dopo la pausa estiva, cercando di ripartire con il piede giusto, mi sono aperto questo Pommard 1er Cru Les Rugiens 2017 che è poesia.

Un ricamo di pinot nero animale e floreale, i profumi danzano e sono talmente belli e nitidi che quasi ti sembra di vederli.
Trame speziate dolci, cestino di lamponi tutto amplificato da una spinta fresca quasi di eucalipto che stordisce. Arancia amara in chiusura. In bocca ha pressione ed allungo, brilla di energia e setosità insieme. Lungo, lunghissimo, anzi interminabile e puro, finisce con una leggera nota di incenso che se fosse possibile ne aumenta la classe.

Se incontrassi un alieno che mi chiedesse come devono essere i vini di Borgogna, per cominciare gli farei sentire questo.

[Foto JP Charlot: Les Jours]

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