FacebookTwitterIstagram
24 Agosto 2022

Cascina Degli Ulivi: quell’amore/odio che non finirà mai

Odi et amo.

Non basta un verso di Catullo per esprimere quel che mi suscita l’azienda Cascina degli Ulivi. A pochi giorni di distanza l’uno dall’altro sono accaduti episodi che mi hanno fatto riflettere sulla percezione dei vini di una delle prime cantine a praticare la biodinamica in Italia.

Il primo: una bottiglia di Montemarino 2019 bevuta in un ristorante di Novara in presenza di amici, sommelier ed enologi. Giudizio dei più: naso preso a sberle da ventate di vernice, bocca imperfetta dove l’acidità trascinava via ogni altra sensazione.

Il secondo: l’apertura in occasione del mio compleanno di un Filagnotti 2010: complessità ed eleganza, al naso e sul palato le sensazioni dei grandi bianchi.

Il terzo: una discussione interminabile tra amici bevitori su quel che piace e quel che non piace, dove convinzione comune è che il vino debba essere buono (con tutto quello che buono può significare), digeribile e possibilmente saper emozionare.
Da una parte fomentati puristi, eterni difensori della biodinamica, dall’altra seguaci di lieviti selezionati e interventismo, ma amanti del buon bere.
Il tono di voce sempre più alto, prese in giro a fior di labbra, si nominavano bottiglie, annate, vitigni… Il tutto tra risate e simpatici insulti, con il tasso alcolemico in ascesa. L’innesco della discussione? Non a caso una bottiglia di Ivag di Cascina degli Ulivi, azienda che, a quanto pare, o si ama o si odia, appunto, oppure si ama un po’ e si detesta un po’, tutto insieme.

Non voglio addentrarmi nella descrizione dei vini dell’azienda perché sono tanti, il mio discorso fa più che altro riferimento alle bottiglie capaci di invecchiare.
Quanto all’azienda vi basti sapere che circola da anni nell’underground del vino, che è diventata hype, che non è solo vino ma un modo di vedere il mondo, che qui solforosa e lieviti selezionati non entrano e che alla guida c’è la giovane Ilaria, figlia di Stefano Bellotti, anima salva di Cascina degli Ulivi.
Di Stefano si è già detto e scritto molto, non ho nulla da aggiungere, se non che quando ne parlo mi coglie un’emozione profonda. Non è semplice, in questa vita, incarnare, come ha fatto lui, un “Altrimenti”, essere “Altrove” dal pensiero dominante, essere “Contraddizione”, avere una convinzione da perseguire fino in fondo, per usare le parole di un uomo di teatro, Antonio Neiwiller: “Ci vuole un altro sguardo per dare senso a ciò che barbaramente muore ogni giorno omologandosi”.
Di certo il vino di Cascina degli Ulivi è fuori dalle tendenze dominanti, e per questo divide, contrappone, fa discutere, e questo è il bello della tavola, questo è il bello del vino.

Ripenso spesso alla discussione intorno a quel che è “buono” e a quel che “buono” non è, a quel che piace e a quel che non piace e credo che davvero non finirà mai; ho in cantina almeno trenta bottiglie diverse di Cascina Degli Ulivi e non so mai cosa aspettarmi da ciascuna di loro. C’è una tendenza, da non confondere con la verità: le bottiglie d’annata non sono perfette ma i difetti con gli anni si armonizzano ed esaltano la beva, quelle sono per me ambrosia, emozione e sussulto, giaciglio per desideri incontrollati, ristoro e piacere sottile, visione degna del miglior Khayyamm:

“Dell’Eterno né tu, né io, conosciamo i Segreti
E questo enigma del mondo né tu, né io, conosciamo.
Il nostro incontro è nascosto da un velo:
Quando il velo cadrà, né tu, né io rimarremo.

Se sono sobrio la gioia mi è nascosta da un velo
Ma la mia mente perde coscienza se bevo
C’è un attimo solo fra sobrietà e ubriachezza
Per cui tutto darei. È quello la Vita!”

Filagnotti 2010 e 2012, un Montemarino 2008, La Merla Bianca 2007, svariati Mounbé, e molti altri ancora… vini che hanno un solo difetto: i tappi ogni tanto sono consumati, si sbriciolano, quindi l’apertura è una bella sfida ripagata però dalla bevuta.

Le bottiglie giovani, invece, come tendenza, si rivelano ricche di difetti, scomposte, strane. Sono inviti alla pazienza. Ma non sempre abbiamo voglia, o meglio, possibilità di aspettare. E allora ci facciamo andare bene il difetto? Come ci comportiamo nel regno delle incertezze?
Io non lo so, lo ammetto, ognuno è libero di pensare quel che vuole, il gusto è una questione personale, l’etica anche. Di una cosa però sono convinto: questo odi et amo continua ad affascinarmi e mi sa tanto di storia d’amore. Ci si cerca, ci si allontana, ci si ama e poi detesta, in una vertigine infinita. Mi auguro che non ci sia fine nemmeno tra me e Cascina degli Ulivi, realtà misteriosa e cantata, con i piedi vicini al Monferrato e sulla testa l’aria di Genova, luogo dal volto sfaccettato, dove si uniscono per vendemmie ed esperienze, intorno alle tavole apparecchiate, i folli in ricerca, i saggi e i viandanti, colmi di dubbi, che ritrovano scintille di sé nel contatto con la terra, i disperati di città che desiderano trovare una nuova spinta al vivere. Qui dove gli esperti insegnano e i giovani imparano, dove i vecchi ringiovaniscono e a qualche giovane occorre maturare troppo in fretta. In questo luogo contraddittorio, così materiale, così spirituale, così accogliente e così inospitale.

Mi tornano in mente le parole di un amico ottantenne, un monferrino DOC: “Giudica i giovani chi giovane non è più, ma nei giovani è tutta una spinta, tutta una confusione, chi da giovane è mai stato unito? Chi in armonia con il mondo? Se cerchi un giovane è perché lo vuoi così: tutto arruffato, tutto imperfetto, perché ricorda a te chi sei stato, tutti i tuoi vorrei, tutte le tue sofferenze, tutte le tue velleità.”

Generated by Feedzy