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11 Agosto 2022

Quer pasticciaccio brutto della gonna per sommelier (querela per diffamazione della FIS annessa)

Il caso delle divise da indossare per chi svolge servizio con la Fondazione Italiana Sommelier e delle risposte date da quest’ultima a una ragazza che chiedeva di valutare l’opportunità di un cambio di tali consuetudini ha avuto una certa eco nell’enomondo, tuttavia è opportuno riportare sommariamente i termini della vicenda.

Nicole Hesslink, si legge sul suo profilo Instagram, è una fotografa, nata negli USA e cresciuta in Giappone, che attualmente si trova nelle Marche e proprio a Fermo si è iscritta ad uno dei corsi della Fondazione Italiana Sommelier (FIS). Durante una delle lezioni Nicole chiede lumi all’insegnante riguardo alla divisa da indossare per svolgere servizio con la fondazione. Se si guarda sul sito bibenda.it alla voce “Divisa” si trovano due foto piuttosto scarne di una coppia, un lui e una lei, che si prestano a far da modelli indossando quella che in tutta evidenza è la divisa ufficiale della FIS. Giacca e pantaloni blu, camicia bianca e cravatta viola per lui; gonna e giacca blu, camicia bianca e foulard viola per lei.

“Perché solo gonne e non anche pantaloni (per lei)?”. Questa la domanda di Nicole all’insegnante. La risposta è un laconico “Chiedilo tu stessa alla sede romana”. Ed è quel che Nicole procede a fare. Scrive una serie di email dove avanza la stessa domanda, ricevendo inizialmente risposte a dir poco evasive (tipo “è così perché questa è stata la decisione del consiglio amministrativo”, giudicate voi il senso di una risposta del genere) e che lasciano giustamente insoddisfatta la curiosità di Nicole, la quale continua ad incalzare finché non riceve la risposta che chiude la questione con un perentorio: “se non vuoi indossare la gonna, la soluzione è semplice, per rimediare al problema puoi sempre decidere di lasciare il gruppo di servizio della Fondazione!”.

Lo scambio di mail fra Nicole e la FIS è stato screenshottato e pubblicato da Nicole sul suo profilo Instagram il 7 febbraio di quest’anno, in un post in cui lei racconta l’episodio, spiegando che ha semplicemente deciso di fare come suggeritole – cioè abbandonare la FIS – aggiungendo alcune considerazioni personali che si chiudono con una riflessione: “Siamo tutti liberi di avere le nostre opinioni, comunque gradirei che le mie fossero rispettate per non aver nominato direttamente questa organizzazione”. In effetti Nicole non nomina mai, nel suo post, la FIS, ma negli screenshot dello scambio di email che ha pubblicato si legge chiaramente che si sta parlando della “Italian Sommelier Foundation”. (Jacopo Cossater aveva ricostruito la vicenda qui).

Pochi giorni fa, il 5 agosto, Nicole pubblica un nuovo post dove mostra la qualifica di sommelier ottenuta dalla FISAR, alla quale si era iscritta dopo aver abbandonato la FIS, e rende noto di essere stata raggiunta da una querela per diffamazione: “they are taking me to court for defamation”.

Comprensibilmente, Nicole si dichiara preoccupata per questa situazione. “Pensare che potrei perdere la causa mi preoccupa. Tuttavia, alla fine della storia, non ho rimpianti per quel che ho fatto. Credo di aver mantenuto un comportamento civile non avendoli nominati (e continuando a non nominarli).”
Come detto però, negli screenshot pubblicati si legge ciò da cui è facile evincere che l’organizzazione in questione è la Fondazione Italiana Sommelier e qua sta, a mio parere, uno dei nodi della vicenda.

Che l’organizzazione in questione sia la FIS, ripeto, si evince chiaramente dagli screenshot dello scambio di email pubblicato sul profilo IG di Nicole Hesslink. La pubblicazione di quegli screenshot è a questo punto rilevante – credo – anche in relazione al delitto di diffusione di riprese e registrazioni fraudolente previsto dall’art. 617-septies del codice penale (una cosa quindi un po’ più specifica rispetto alla diffamazione prevista dall’art. 595 del c.p).

Chiunque, al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine, diffonde con qualsiasi mezzo riprese audio o video, compiute fraudolentemente, di incontri privati o registrazioni, pur esse fraudolente, di conversazioni, anche telefoniche o telematiche, svolte in sua presenza o con la sua partecipazione, è punito con la reclusione fino a quattro anni.
La punibilità è esclusa se la diffusione delle riprese o delle registrazioni deriva in via diretta ed immediata dalla loro utilizzazione in un procedimento amministrativo o giudiziario o per l’esercizio del diritto di difesa o del diritto di cronaca.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa.

Ho riportato il testo per esteso, ma il punto della questione credo sita in quel “al fine di recare danno all’altrui reputazione o immagine”. In questo caso immagino che gli avvocati della FIS intenderanno dimostrare la volontà di ledere l’immagine dell’organizzazione, mentre i difensori di Nicole dovranno fornire argomenti sufficienti a convincere che non v’era quella volontà da parte della loro assistita. 

Credo questo sia il sunto della questione, accompagnato al tentativo d’inquadrarla in maniera un po’ più specifica di quanto ho visto fare altrove (ed un grazie al prof. Michele Antonio Fino,  con il quale mi sono consultato prima di scrivere questo articolo).

È dunque tutto qua?
Non credo. 

Ritengo legittimo che un’organizzazione intenda tutelare la propria immagine e la propria reputazione. Peccato che abbia perso l’occasione per farlo di fronte alle sensate, garbate e opportune domande di una persona iscritta ad uno dei propri corsi.

Ritengo legittimo che un’organizzazione si dia delle regole, anche rispetto a cose come la divisa di chi svolge servizio per l’organizzazione stessa. Ma le regole che un’organizzazione si dà non sono immutabili ed impermeabili rispetto al resto del mondo. Anzi, tanto più sanno adattarsi al mutare dei tempi, tanto più mostrano la propria vitalità. È plausibile che la gonna fosse una scelta considerata ovvia qualche tempo fa, ma se non si avverte oggi l’opportunità di cambiare tale regola e si risponde come si è risposto di fronte ad una domanda garbata, il problema non è di chi domanda, ma di chi risponde in quel modo.

Ritengo legittimo tutelare la propria immagine anche in sede legale, ma fatico a non vedere nell’atteggiamento della FIS – di chiusura di fronte a garbate domande e poi dritto per avvocati – anche un modo che sa di volontà di imporre una certa soggezione.

Credo infine che Nicole abbia fatto quello che spesso non riescono a fare tanti che invece fanno informazione. Porre una questione in modo aperto e coraggioso. Anche rischiando di rimetterci del proprio, perché in effetti, in questo mondo non è raro che molti considerino che si possa solo scrivere bene di loro. E se qualcuno critica, l’unica risposta è la querela o la sua minaccia.

Spero che questa vicenda si chiuda nel migliore dei modi per Nicole, al netto della leggerezza nel postare quegli screenshot di cui forse non c’era bisogno, ma nei quali (in quegli screenshot e in quei post) fatico a vedere una volontà diffamatoria.

E credo sia da valutare anche l’opportunità – se lei lo vorrà – di fare quanto Jacopo Cossater proponeva in un commento su Instagram: raccogliere dei soldi per aiutarla a sostenere le spese legali (anche se poi, per non essere ipocriti, la cosa andrebbe ripetuta ogni volta che qualche querela arriva chi scrive di vino).

[Credits foto: Nicole Hesslink]

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