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10 Agosto 2022

Visitare aziende super blasonate: perché ci piace tentare l’impossibile?

Da quando seguo il mondovino da vicino una cosa non è mai mancata all’organizzazione dei miei tour in cantina: il tentativo di visitare un’azienda super blasonata.

Vai in zona Barolo e chiami Giacomo Conterno:
«Pronto, c’è Roberto?».
«Ma vai a cagar…».
Sei a Montalcino e bussi a Soldera, giri per Barbaresco e citofoni a Gaja; scherzi a parte, un tentativo stupido e inconsapevole fu quello in cui una volta, causa una settimana in Borgogna dopo il secondo livello AIS, inviai una mail al Domaine Armand Rousseau chiedendo poi, neanche troppo velatamente, il listino prezzi aggiornato oltre alla possibilità di una visita in cantina: a ripensarci anni dopo rido, mi imbarazzo e poi ricomincio a ridere.

Sono passati anni, tour, bevute, il gusto evolve, la consapevolezza aumenta, inizi a distinguere il possibile dall’impossibile ma il vizietto del tentativo inaccessibile è sempre lì in agguato.
Anche se poi, a distanza di anni, dopo aver visitato alcuni luoghi mitici, le delusioni non sono mancate: c’è quello che ti fa sentire di troppo e non vede l’ora di sbolognarti, chi ti versa il vino col contagocce e chi poi ti accoglie certo, ma col motto “Guardare ma non assaggiare” (anni fa ne avevamo parlato qui). Insomma, non sempre ne è valsa la pena.

E allora perché continuare a provarci? Per quell’aura di inaccessibilità? Per quel collezionare visite in stile figurine “Ce l’ho, ce l’ho, mi manca”? O perché fa figo? Ritengo che visitare aziende importanti, storiche o che magari con gli anni sono diventate una sorta di Mecca per ogni appassionato di questo piccolo grande mondo sia sempre e comunque un’opportunità. Assaggiare vini discretamente inaccessibili aiuta a dare una tridimensionalità, a capire il vero apice qualitativo di una certa zona e/o denominazione oppure, come a volte mi è capitato, a comprendere fino a che punto il vino/azienda in questione sia diventato elitario per una effettiva qualità o per strategie di marketing. Per poi scoprire che magari, li a due passi, c’è qualcosa di meglio a molti meno euro.

Il quartier generale del Domaine de la Romanée-Conti

«Pronto, è il Domaine della Romanée-Conti? Cercavo il signor Aubert…».
«Ah, è andato in pensione?».
Per ora non sono mai arrivato fino a quel punto ma ho il fondato sospetto che prima o poi lo farò. Purtroppo lì già il nome della via fa capire come andrebbe a finire… Rue du Temps Perdu.

 

[Foto DRC]

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