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15 Luglio 2022

Di Jura, Cronache Marziane e John Paul Appleseed (aka Giampaolo Gravina)

Cronache Marziane #9
The Green Morning (feat. Giampaolo Gravina)

Nella prima edizione di Cronache Marziane (“una raccolta di ventotto racconti di fantascienza di Ray Bradbury, legati fra di loro dal tema comune della futura esplorazione e colonizzazione del pianeta Marte”, ndr), Ray Bradbury inserisce un intervallo di quattro mesi tra l’ottava e la nona cronaca. Qui su Intravino ne sono trascorsi più o meno otto dalla nostra ottava (Cronache Marziane #8. The Settlers); molto è successo, in un certo senso anche troppo, la pausa superbradburiana ha a che fare con quel troppo. Le Cronache divertivano una persona che non c’è più.

Va bene. Sette mesi fa presentavamo così Benjamin Driscoll, il lonely one: “Uno dei pochi solitari in fuga dagli Stati Uniti alla ricerca di avventura e miglior sorte sul pianeta rosso. Driscoll è una sorta di redivivo John Chapman, alias Johnny Appleseed, il pioniere e missionario che piantò alberi di melo in giro per il paese degli uomini liberi.” Rispetto al pacifico e girovago precursore, Driscoll non vaga pedibus calcantibus, possiede invece una motocicletta e mostra una certa propensione agli svenimenti, ipersensibile com’è alle atmosfere povere d’ossigeno. Il suo mezzo non è alimentato da un accumulatore agli ioni di litio ma la sua figura rievoca il mito della frontiera nel suo misconosciuto coté spirituale e ambientalista: anche lui, infatti, getta semi ovunque vada, nella speranza di veder crescere un giorno piante che producano ossigeno e risolvano le sue fastidiose lipotimie. Ci riuscirà, infine, proprio come Appleseed aveva fatto crescere nel Midwest decine di migliaia di meli, a beneficio soprattutto dei pionieri che ne facevano preziosa scorta durante le lunghe marce in carovana.    

Di scooter, per la precisione, e non di motocicletta è dotato invece Giampaolo Gravina. Da molti anni usa anche quello per andare in giro a gettare semi, nel suo caso di vite più che di mela, dove gli sembra utile. Nel tempo è andato gettando copiose manciate di semi borgognoni, langaroli, montalcinesi e chissà di quante altre piante a beneficio di esploratori e coloni a venire. A me è successo di imbattermi in lui mentre, giunto in scooter alla Piramide Cestia, piantava l’ultimo di tre semi giurassiani nel caldo già opprimente della prima estate romana; come nel tempo la città è andata ingemmandosi qua e là di Borgogna, Langhe e Rosso di Montalcino, così è auspicabile che da qui a qualche anno, grazie a John Paul Appleseed, Roma veda crescere un’altra pianta nuova.

Dei tre semi, come lui ha premesso nella presentazione della serata, questo terzo è stato il più vario e sorprendente: un “… paesaggio stravagante di sapori, che è una delle caratteristiche identitarie dello stile ossidativo in assenza di fortificazioni”, in cui la voile “… configura un assetto del vino unico e durevole”. Alla fine, è inevitabile rincrescersi molto di aver perso le prime due fasi di questa semina: sia per i vini, sia soprattutto per la compagnia di Giampaolo, didatta colto ma spensierato, uno tra i pochissimi capaci di cambiarsi d’abito a più riprese, da quello del docente a quello del gaudente, senza sfoggio di maschere o artati stilemi.

Bravo.   

Cremant du Jura BBF 2018, Bénédicte et Stéphane Tissot (chardonnay, dosaggio zero)
Fine e composito nel bouquet di gesso, fiori secchi, brioche, pompelmo e mandorle. Sorso bilanciato tra freschezza, sapidità infiltrante e giuste rotondità di contorno, frutta matura e nocciola, pieno e sostanzioso. Bel finale che vira su mela disidratata, pane tostato e lime.

Cremant du Jura La Bulle d’Amelie BdB Brut Nature 2018, Bruno Bienaimé (chardonnay)
Provenendo dalla cantina di Georges Laval, Bienaimé arriva nel Jura e adotta una vigna del 1973. Il 2018 apre al naso su pera e fiori bianchi ed evolve su note salmastre, di alice, senape e olive al forno, decisamente e lindamente carnoso. Con questa premessa arriva spiazzante un sorso dritto, segaligno e fendente, di pregevole lunghezza e pulizia, teso e dal finale sapidissimo, ornato da una coda ossidativa morbida e fumé accennata e coesa, non debordante.

Côtes du Jura Blanc 2015, Domaine Jean Macle (chardonnay 80%, savagnin 20%)
Che cosa si colloca in posizione intermedia tra un vin jaune e uno Château-Chalon, quando la voile si dissolve? Questo, ad esempio. Si nutre di marne blu, si fa le gambe scalando pendenze che arrivano al 50%, fermenta in cemento, poi passa tre anni in barrique sotto il velo, finché c’è. Apertura in pianissimo, naso levigato e denso, speziatura complessa e delicata, agrumi disidratati, noce e fumo. Sorso da apprezzare in lentezza, fitto, onctueux, impegnativo ma sostenuto da giusta tensione acida e salina.

Chardonnay du Hasard vin de voile 2015, Domaine Labet
Zwitterding come il precedente, pare esaltarne la complessità dello sviluppo aromatico guadagnando in affilatura, dinamica e tensione. Bouquet cangiante e complesso, di grande equilibrio: apre su alghe, salamoia, frutta da guscio e curry ben coesi, vivificati da note agrumate e un soffio di volatile; ai passaggi successivi evolve su grafite, sottobosco, muschio, speziatura più decisa e un tratto grasso e latteo di fondo. Bocca avvincente per presa – una presa di sale – sviluppo e lunghezza, di tensione incessante e sapidità sferzante.

Arbois Vin Jaune En Spois 2012, Bénédicte et Stéphane Tissot (savagnin)
Da vigne tra quelle più giovani del Domaine (1993-2000) coi suoi 50 ettari circa in conduzione biodinamica, ecco il vino ideale per familiarizzare col genere del giallo per la relativa – sottolineate: relativa – immediatezza e facilità di beva. Mela e fieno, nota ossidativa leggera e di evidente finezza ad abbellire, non marcare, il ventaglio aromatico. La bocca è tesa e sapida, appagante nei riscontri gustativi di cedro, fieno greco, anice e curry. Finale luminoso e salino con lunga, lieve coda ossidativa e virata improvvisa su un whiskey irlandese, giusto per rinfacciarci il giudizio sulla facilità. Bonus: la breve divagazione di Gravina sulla specificità del curry alla francese, più giallo e “dolce” che nelle ricette originali (ma senza arrivare alla mestizia dei condimenti di certe Currywurst tedesche).

Château-Chalon 2002, Domaine Macle 2002 (savagnin)
Felice introduzione di John Paul Appleseed alla fruizione di questo oggetto di culto: “Frugale, essenziale al punto da riconoscere solo le matrici.” Incasso con soddisfazione e inizio le manovre di avvicinamento, tenuto a bada da una salva di percebes, asparago, erbe amare, funghi, risotto allo zafferano, saldatura ed escargots sauvages – madeleine di una cena di tanti anni fa, Auprès du Clocher, Pommard – e qui già si può concludere che l’oggetto adotta la tattica del deragliamento dei sensi. Noce e zafferano, le sue armi di maggior calibro, fanno fuoco solo dopo venti minuti di schermaglie insieme a sale affumicato, nocciola, curry e ricordi di amontillado. Vince chiaramente lui perché marca la differenza tra l’ottuso nel senso comune, che sarei io, e in quello barthesiano di “… terzo senso che sfugge al linguaggio o, meglio, ne evidenzia l’infinita apertura, strutturando ‘altrimenti’ senza sovvertire il significato” (Gianfranco Marrone).

Arbois Vin Jaune Les Bruyères 2012, Bénédicte et Stéphane Tissot (savagnin)
Nessuno fino a quel momento aveva nominato il comté: sarà valso il cenno di crosta di formaggio a rammentare un abbinamento giurassiano tra i più classici. Il tacchino in crema al pepe verde, peraltro, ha superato in scioltezza la prova, complice forse l’articolata nota verde-speziata (pepe, vetiver, mallo, cappero). Potente ma ricco di un’acidità croccante che veste alla perfezione alcol e struttura quasi celandoli: risulta infatti vivace, fresco e aereo al sorso, fitto di agrumi e frutta da guscio, più cremoso nel lungo finale dalle note burrose (arachidi), leggermente iodate e ornate di un rancio tenue e finissimo.

Arbois Vin de Paille 2011, Domaine de la Pinte (savagnin, secondo annata possibile saldo di poulsard e chardonnay)
Rielaborando le note leggo a un certo punto: Mahavishnu. Invece era maraschino, grafia e presbiopia si aggravano, ma in realtà non fa differenza: l’orchestra fondata da John McLaughlin potrebbe essere il sottofondo ideale alla degustazione di questo vino piuttosto fusion. Fusion al punto da portare un Gravina ispiratissimo, dopo un’olfazione d’approccio, a presentarlo come un “vin de papaye più che de paille”. Applauso. Così, tra psichedelia, jazz e musica indiana, partono il mahavishnu-maraschino e la papaya, slivovica (o višnjevača, vedere sotto), cenere, miele, pomodoro, caramello e pompelmo rosa, John McLaughlin, Jerry Goodman, Billy Cobham e gli altri. Morbido, piacevolmente dolce nell’ingresso al palato, richiama frutta dolce (fico, mirabella) e caramellata (ciliegia, mandarino), mandorla e pomodoro confit, vivificato dalla riserva di acidità.

Macvin du Jura, Domaine de la Renardière (1/3 Marc du Jura affinato 14 mesi, 2/3 mosti d’uva).
Per scongiurare il rischio di sbraco – vuoi il caldo opprimente, vuoi il tasso alcolemico in fascia d’allerta, so solo che a quel punto il vociare ai tavoli cresceva e io ero tutto preso in una diatriba su quale variante di rakija avesse rievocato il vino di prima, se più slivovica o višnjevača – ci voleva giusto un coup de sifflet, un brusco richiamo all’ordine. Un ordine, beninteso, sui generis: profumato di cardo, sedano, confettura di rosa canina, marzapane e costituito in una giostra di amarezze e dolcezze in successione. Dolce con misura, pieno di richiami a miele ed erbe amare e divisivo: dotato per alcuni della “grazia pastello del sakè”, perentorio secondo me nel porre fine alle diatribe con un pugno (alcolico) calato sulla tavola.

NOTA – Il ciclo di tre serate, organizzato in collaborazione con Claudio Celio (Degustazioni dal Basso), prevedeva la trattazione dei bianchi ouillé nella prima, dei rossi nella seconda e di ossidativi, spumanti, dolci e Macvin in occasione della terza, svoltasi presso la Taverna Cestia di Roma.

[Foto interne di Elisa Ceccuzzi (Kitty’s Kitchen)]

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