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6 Luglio 2022

Trieste, bora, mare, luce, vino (e la Rete CarsoKras)

La bora, il vento di Borea. Nelle parole di tanti che l’hanno vissuta e cantata (e amata), la bora aguzza l’aria di schegge. È il vento giusto per una terra che ha mille patimenti. È il respiro del Monte Kâl, fratello gigante che dilata rabbioso il suo fiato nello spazio, gonfia il mare dalle profondità, lo rovescia mostruoso contro il cielo. La bora è chiara a cielo terso; quando, invece, è scura, porta pioggia, neve e gelo (la zima): la città, secondo i poeti, scricchia e turbina quando la bora disfrena la sua rauca anima. La bora, tra l’altro, è anche il vento di un tale Henri Beyle, meglio noto come Stendhal, che fu console di Trieste:

«Fa bora due volte alla settimana e cinque volte vento forte. Dico vento forte quando si è costantemente occupati a tenere stretto il cappello e bora quando si ha paura di rompersi un braccio.»

Secondo un proverbio triestino, la bora nassi in Dalmazia, la se scadena a Trieste e la mori a Venessia. Sull’Alto Adriatico soffia da E-NE, quindi dall’area artica continentale, si incanala attraverso la porta di Postumia tra il Monte Nanos, che è infatti detto l’altopiano della bora, e il Monte Nevoso. Proprio sul Golfo di Trieste si rinforza a causa del gradiente termico tra l’altopiano carsico e il litorale.

La bora più bella è quella di Umberto Saba:

Conosco la bora,
chiara e scura,
la detesto quando scende fuori misura
con cielo sereno.
Amo l’altra
che ha una buia violenza cattiva.
Io devo recuperare la bora
oppure qui affondare
nel mio paese natale
nella mia triste Trieste
nella mia Trieste triste
che amare è impossibile
e odiare anche.

Ma bella è anche quella chiara, che apre il cielo alla chiarissima luce di queste parti; luce che richiama alla mente quella descritta, in relazione al vento, da un altro poeta:

C’è vigore d’infinito
in questa luce breve, forse è il vento
che asciuga sull’asciutto l’aria dura…;

Oppure, ancora, le parole di Sandro Sangiorgi, quando scrive di giorni «… nei quali la luce sull’Altopiano è così impassibile da emanare un senso di dolore.» Le particolari condizioni d’irradiamento concorrono qui in un mesoclima assai diverso da quelli delle zone circonvicine: la luce pare coniugare una fredda, risplendente purezza e la bruciante concentrazione dei raggi. La sua febbrile pienezza estiva, tra l’altro, non è sfuggita ai viticoltori locali che scelgono spesso la pergola per proteggere i grappoli dal sole; né, forse, è sfuggita a Giuseppe Ungaretti:

Mi sento la febbre
di questa
piena di luce.
Accolgo questa
giornata come
il frutto che si addolcisce…

Lo stesso poeta, guardando ai cieli di qui, scrisse di limpido stupore dell’immensità.

I versi in precedenza richiamati sembrano riassumere le condizioni rilevanti per il frutto che si addolcisce a noi più familiare e grato: i viticoltori di queste terre hanno adattato sapere e mestiere alla forza, ma anche alla salubrità della bora, nonché alla potenza, ma anche alla pienezza della luce. Alcuni tra i più giovani, memori dell’età in cui era coltura dominante, da tempo recuperano alla vite anche la terza, storica condizione: il mare. Nella fascia lungo la costa triestina sottobora, con le sue tipiche matrici marnose, o sulle pendici rocciose che, lungo il costone carsico, degradano rapidamente verso il mare, lo stacco è brusco, le pendenze notevoli e il colpo d’occhio incantevole. Qui la vegetazione mediterranea, un tempo scarna, si è infittita negli ultimi decenni nascondendo alla vista molto del vigneto più antico insieme alla sistemazione tradizionale dei terreni, qui coltivati a terrazze dette pastini. La riscoperta o riconquista di questa zona, che fu d’elezione per la malvasia istriana, ha incoraggiato qualcuno a riportarvi anche un altra varietà tanto schiettamente autoctona, quanto letteralmente dilagata altrove: la glera.

Dal mare è bello risalire verso l’entroterra fino al vasto pianoro, dove l’azione erosiva dell’acqua e dell’anidride carbonica sui terreni calcarei ha determinato la formazione di incisioni più o meno grandi, laghi e fiumi qui visibili in superficie, là inghiottiti dal sottosuolo e talora risorgenti; e poi frane, depressioni, piccole forre a forma d’imbuto, le doline, e cavità ricche di concrezioni calcaree, gli inghiottitoi e le foibe. Le doline, in particolare, fungono da collettori dei detriti organici e degli ossidi insolubili che le rendono fertili.

Ma questa è già un’altra storia, una delle mille di qui.

[Post sponsorizzato. Le attività di pubblicazione fanno parte di un progetto della rete CARSO-KRAS per la valorizzazione dei vini autoctoni ad Indicazione Geografica Tipica Vitovska, Malvasia, Refosco e Terrano, finanziato dalla misura 3.2.1 del PSR 2014-2020 della Regione Friuli Venezia Giulia.]

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