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4 Luglio 2022

Terza Disfida delle Contee. Perché il vino è buono ma la rivoluzione è meglio

L’Italia che era

Dal 1964 al 1979 la Televisione Svizzera di lingua italiana  mise in onda una trasmissione settimanale di un’ora, dedicata espressamente agli emigrati italiani in terra elvetica. Nata da un accordo con la RAI, suoi autori furono i mitici Sergio Paolini e Stelio Silvestri (che curarono poi programmi simili per gli italiani in Belgio, Germania e Francia), il primo regista fu Sergio Genni ed il primo conduttore fu Corrado. Il programma si chiamava Un’ora per voi ed era una collezione di videomessaggi che una troupe registrava in varie parti d’Italia, presso famiglie che avevano un congiunto che si trovava in Svizzera per lavoro.
Per rendersi conto del pubblico potenziale di una simile trasmissione, basti pensare che i dati ufficiali dell’Istat ci dicono che solo tra il 1960 e il 1965 gli italiani che emigrarono in Svizzera furono oltre 850mila (nello stesso periodo oltre mezzo milione emigrò in Germania, mentre il boom dell’emigrazione in Belgio fu tra il ’46 e il ’56, anno, quest’ultimo, in cui si consumò la tragedia di Marcinelle in cui morirono 262 persone, oltre la metà delle quali erano lavoratori italiani).

Qualche tempo fa ebbi l’occasione di imbattermi per caso in uno scrigno contenente numerosi episodi in DVD di quella trasmissione conservati da mio padre in una delle tante librerie che ha sparso per case, studi, uffici e garage. Mi sono messo a guardarle in serie, senza un vero motivo, ma mentre le guardavo m’innamoravo di questi documenti eccezionali per conoscere l’Italia di un tempo così lontano e che invece era giusto ieri.
In una percentuale altissima di quei videomessaggi erano presenti il vino, la vigna, l’uva. Spesso il vino veniva menzionato subito dopo la salute dei familiari: “Ciao Francesco, qua stiamo tutti bene. La mamma è in forze e i bambini crescono sani. Il vino quest’anno è venuto buono”, altre volte veniva fatta menzione della stagione: “Abbiamo fatto tante patate e l’uva è bella e anche gli ulivi son carichi, vedrai che olio quest’anno”. Purtroppo online non si trovano che pochi frammenti di quella trasmissione [1] e su Youtube ho trovato solo due video di pochissimi minuti, eppure anche in quei pochi minuti vedrete che il lavoro in vigna viene prontamente menzionato.

Era un’Italia in cui ancora la maggioranza della popolazione risiedeva in zone rurali e montane (mentre già nel 2010 il 68% degli italiani viveva in aree urbane), in cui il vino veniva fatto per l’autoconsumo e per dare un’idea – rifacendoci sempre a dati ufficiali –  nel 1960 8,6 milioni di italiani erano occupati in agricoltura, circa il 60% dei lavoratori attivi [2].

Perché questi dati? Intanto per riconsegnare il vino in Italia ad una dimensione storica e agricola e poi perché San Giovanni delle Contee è uno dei luoghi in cui quella dimensione, mutatis mutandissopravvive in modi più sensibili di quel che si possa trovare in campagne più industrializzate o (peggio) più fortunate col marketing del territorio (e coi tradimenti storici e narrativi che esso opera).

L’Italia che è

Dire che quell’Italia sopravvive è dovuto al mio ereditario ottimismo. San Giovanni delle Contee (è di questo paese che parleremo) si trova infatti in una delle zone meno densamente abitate d’Italia ed in una di quelle che più velocemente si va ulteriormente spopolando. Un articolo di Roberto Volpi (statistico e demografo) pubblicato su La Lettura del Corriere della Sera del 27 maggio scorso racconta bene come le zone meno densamente abitate d’Italia sono anche quelle che si vanno spopolando con maggiore velocità. Su tutte c’è la provincia di Aosta, la quale tuttavia paga il prezzo di un territorio per la quasi totalità montano. Subito dopo, la provincia meno densamente abitata d’Italia è sorprendentemente quella di Grosseto, una parentesi a parte nella ricca Toscana, seguita da Oristano e Sud Sardegna. San Giovanni delle Contee si trova nel comune di Sorano, nell’estremo margine proprio della provincia di Grosseto. Da San Giovanni delle Contee la gente ancora emigra .. o meglio: emigrava, dato che ormai non è rimasto più nessuno che possa farlo [3].

Del resto rimanere non è facile e la colpa non è solo del destino cinico e baro. Certo questa è una terra storicamente povera, ma lo è anche per una marginalità di territorio che la politica e le amministrazioni locali e regionali hanno da sempre assecondato ed il fatto che oggi i 3 pilastri su cui si misura la qualità di uno stato moderno – sanità, educazione e infrastrutture di comunicazione – siano carenti, quando non totalmente disastrate, non è certo imputabile alla malasorte.

Certo c’è il vino per consolarsi. Ma mentre Montalcino, che negli anni Settanta sembrava avviata ad una sorte d’abbandono ancor più decisa, ha avuto la fortuna di essere inondata dai miliardi dei Mariani, noi qua siamo stati meno fortunati.
La Cantina Sociale di Pitigliano, nonostante qualche segno di dignitosa ripresa negli ultimissimi tempi, ha accumulato anni e anni di scelte poco lungimiranti, errori a tratti grotteschi e annate in cui le uve dei soci sono state pagate cifre che forse è meglio non rammentare (se qualcuno volesse diritto di replica, siamo qui). È un peccato, perché la forma associativa della cantina sociale può dare grandi risultati (ed in alcune parti d’Italia lo fa regolarmente da lustri), quel che però chiede in cambio è una ferrea disciplina di tutti gli attori coinvolti.
Sarebbe bello se quella disciplina trovasse fissa dimora anche a Pitigliano.

2019 – La 1° edizione de La Disfida delle Contee

Ma dalle parti di San Giovanni delle Contee ci sono anche grandi nomi del vino italiano: Antinori e Tommasi su tutti. Amici e paesani lavorano per queste aziende e ben venga l’occupazione, tuttavia per ragioni diverse si tratta di aziende che non hanno ragioni strutturali per investire nella valorizzazione del territorio.

In un caso c’è una ragione strutturale a suggerire l’opportunità che il valore del territorio rimanga basso. È il caso di Antinori, che ha molta terra di proprietà (100 ettari si legge sul sito aziendale) e parecchie altre decine di ettari in affitto in questa area e vi produce molta più uva di quanta sia necessaria per le etichette del vino imbottigliato con i marchi della cantina che ha in loco,Fattoria Aldobrandesca (30.000 bottiglie del Malbec Vie Cave, 13.000 bottiglie del rosato A da Aleatico e poche altre migliaia di un passito sempre a base di Aleatico). Il gruppo, come noto, possiede infatti altre cantine in Toscana con cui poter produrre IGT di più alto valore. È un meccanismo del tutto legittimo e ci mancherebbe, tuttavia è un forte incentivo a far sì che il territorio rimanga sottovalutato.

Anche Tommasi ha investito molto nei terreni della zona (terreni che hanno dei costi molto bassi rispetto alle potenzialità produttive e alla qualità del prodotto) ed anche Tommasi, se non possiede, ha comunque una quota rilevante di un’altra cantina Toscana, La Massa. Tuttavia rimane il fatto che Tommasi è un marchio che richiama inevitabilmente il Veneto e l’Amarone: qua ha puntato sui numeri (nonostante vada riconosciuto l’impegno a spingere un po’ il territorio, anche semplicemente attraverso le etichette).

Anche in questo caso, se qualcuno volesse diritto di replica siamo a disposizione, tuttavia sarebbe bello se oltre al diritto di replica ci fosse la volontà di un impegno maggiore per far crescere il territorio in termini di valore, almeno per quel che riguarda il vino. Anche perché si tratta di due dei gruppi imprenditoriali non solo più forti, ma anche più capaci di unire volumi e valore che ci siano in Italia.

L’Italia che sarà

Semplicemente, l’Italia delle tante San Giovanni delle Contee sparse per la penisola presto non ci sarà più.

O forse no

Insieme a 2 amici abbiamo iniziato a fare vino, con la ferma convinzione che una bottiglia sia un ottimo biglietto da visita di un territorio. Ma questo ora non ci interessa. Perché il vino è buono, ma la rivoluzione è meglio. E la rivoluzione – a meno che non siate dei nostalgici giacobin-leninisti – è meglio farla in tanti.

2020 – La 2°Disfida delle Contee – Ph. Daniela Giuliani Guastalla

E allora ho coinvolto un po’ d’amici per fare una cosa assolutamente priva di senso, o forse no.

Ho invitato fior di degustatori, importatori, esportatori, venditori, produttori di vino a San Giovanni delle Contee per comporre una serissima giuria pronta a serissimamente degustare e assegnare serissimi voti ai vini contadini, di cantina, autoprodotti per autoconsumo… chiamateli come vi pare, fatti dai sangiovannesi (e da altri contadini di zone vicine). Questa cosa ha preso il nome di Disfida delle Contee ed è iniziata nel 2019 con una prima edizione di cui potete leggere proprio qui su Intravino ed è proseguita nel 2020 con un’edizione che ha visto crescere il numero dei partecipanti e dei giudici (potete leggerne qui su Intravino, sul blog di Leonardo Romanelli e sull’Accademia degli Alterati).

Lo scorso 25 giugno abbiamo dato vita alla terza edizione ed è stata follia.

Un paese di 150 abitanti, contando anche qualche podere intorno, è stato invaso da oltre un centinaio di persone che sono venute nella periferia della periferia del nulla per assaggiare esattamente quei vini di cantina, fatti da persone che – come era la norma in Italia fino a pochi decenni fa – il vino lo fanno per berlo, non per venderlo.
E così sono venute a proprie spese persone che di norma vengono ospitate a pagamento o si muovono per promuovere e vendere i propri vini, perché hanno una professionalità riconosciuta che glielo consente o un interesse imprenditoriale che li muove. In questo caso si tratta di persone che hanno scelto di spendere del proprio (tempo, denaro e non solo, come vedrete) per permettere che questa follia prendesse corpo. E vi assicuro che vedere Leonardo Romanelli, per fare un esempio, bere il vino di Mario detto Pippo e giudicarlo in centesimi è stata una scena meravigliosa. A loro va non già il mio di grazie, ma quello di tutto il paese.

Leonardo Romanelli e Bernardo Conticelli durante la 3° Disfida delle Contee – Ph. Daniela Giuliani Guastalla

Questa la giuria:

Leonardo Romanelli (presidente)

Pietro Torrigiani (vicepresidente)
Paolo Marchionni
Martina Bartolozzi

Thomas Pennazzi (noto anche come Thomas Cognac)
Bernardo Conticelli
Andrea Occhipinti
Massimo Casagrande
Carla Benini (Sassotondo)
Adriano Zago
Antonio Camillo
Dario Marinari
Francesco Nardi

29 vini in gara, 8 bianchi e 21 rossi. Fra i concorrenti non solo vignaioli di San Giovanni delle Contee e dintorni (Sovana, Sorano, Pitigliano), ma anche da Roccatederighi (nella zona delle Colline Metallifere) e addirittura dalla Basilicata (con le bottiglie di Podere Spineto).

3° Disfida delle Contee – Ph. Daniela Giuliani Guastalla

A vincere la Disfida dei bianchi è stato Michelangelo Merli, un ragazzo il cui retaggio è diviso tra l’Italia e Hong Kong, ma che adesso vive in pianta stabile a Sovana e che, oltre a produrre in proprio, ha dato vita insieme a 2 amici ad un progetto che mira ad un percorso verso la produzione ufficiale di vino. Per adesso il nome è Sudato del Diavolo ed è stato un po’ ispirato da quel che abbiamo avviato qualche anno fa con Sciornaia. Nella batteria dei vini rossi il terzo posto è andato a Giuliano, la cui età non si rivela per rispetto, ma che insomma ha le sue primavere e che assisteva alla Disfida dal balcone di casa che affaccia sulla via principale del paese (chiusa per l’occasione).

3° Disfida delle Contee

Secondo posto tra i rossi a un vino speditoci dalla Basilicata, per la precisione da Bernalda, in provincia di Matera, altro luogo che condivide con San Giovanni delle Contee quel retaggio agricolo e marginale. Un ragazzo, Antonio Fiore, seguendo su Instagram quel che stavamo facendo a San Giovanni, ha deciso di dare una mano al signor Bernardo per fare di un pezzo di terra in contrada Spineto, qualcosa che potrebbe diventare una società agricola, ma che intanto ha dato vita ad un vino che pare avere più di una carta in regola.
Il primo posto tra i rossi, infine, se lo è aggiudicato Giorgio Sebastiani, che il vino lo fa con la famiglia per consumo personale, ma che delle 3 edizioni della Disfida se n’è aggiudicate già 2, dimostrando che col vino ha un certo feeling e non solo per il consumo. Giorgio fa il benzinaio alla stazione di una località che si chiama La Botte, dove ci sono due capannoni (uno deserto, uno sede di un Agriemporio) un ristorante-motel (tra Lynch e il Wes Anderson di Bottle Rocket).

3° Disfida delle Contee – Ph. Daniela Giuliani Guastalla

Se foste interessati a leggere tutto quel che c’è da sapere riguardo a vincitori e premi potete cliccare qui e alla fine della Disfida abbiamo festeggiato con cena per strada (piatti dell’Osteria Maccalè) e un karaoke orchestrato da Giacomo Laser. Il tutto incredibilmente senza una magnifica cornice, una splendida location, uno scenario mozzafiato o un anfiteatro di vigne. Pazzesco.

E intanto

Ma abbiamo avuto anche due premi speciali che devono essere citati. Il primo è il premio speciale intitolato a Intravino. A volerlo e ad ordinarmi di istituirlo, col suo modo spiccio per poter essere affettuoso senza darlo a vedere, è stato Antonio Tomacelli, che dal primo giorno in cui ho iniziato questa cosa completamente assurda, mi ha sempre spinto a crederci esattamente con quel modo che aveva lui: “Sbrigati e l’anno prossimo voglio un premio speciale dedicato a Intravino”. E così abbiamo fatto.

Il premio è andato al vino preferito da Thomas Pennazzi/Cognac, che ha assegnato un bel 91 nella sua personale classifica ad un rosso fatto due giovanissimi ragazzi di Sorano: Francesco Santori e Gabriele Ragnini che una cantina, come tutti dalle nostre parti, ce l’hanno di famiglia, bellissima e scavata nel tufo e che hanno chiamato Cantina della Luce.

Siamo due amici e abbiamo studiato scienze agrarie insieme a Viterbo. Appassionati di agricoltura. Conduciamo direttamente sia i vigneti che la cantina. Per la vendemmia siamo stati in circa 10 persone e l’anno scorso è stata come una festa in cantina perché tra noi e i passanti abbiamo fatto un pranzo con 20- 30 persone.

A sentirli parlare di vino c’è da rimanere affascinati.

La cantina appartiene alla famiglia di Francesco da 4 generazioni, è molto grande ed è stata scavata completamente a mano con il piccone. Gli scavi sono iniziati all’inizio degli anni ’20 e dicono sia stata completata nel giro di un solo anno dal solo bisnonno Umberto (un’impresa incredibile considerando la superficie e la cubatura). Veniva usata sia per fare il vino che per conservare le derrate alimentari che produceva la famiglia e a volte impiegata come luogo di ritrovo.
Il nonno Albano (figlio di Umberto) ha utilizzato la cantina per la maggior parte della sua vita per fare il vino e lo commercializzava anche! Albano lo portava in tutto il comune di Sorano con il somaro in piccole botti (la piccola botte, il nonno la chiamava “terzino”, ancora ne possediamo alcune anche se mal conservate) legate sul fianco dell’animale [tutto questo fino a metà anni 50]. Partiva la mattina presto e tornava la sera con le botti vuote. Poi con l’avvento delle auto il somaro si trasformò in un camion.

Credo che Thomas, alla cieca e senza conoscerli, non potesse scegliere un vino migliore per il premio Intravino.

Ora anche Gabriele e Francesco stanno immaginando un percorso verso la costituzione di una piccola società. Con loro, con i ragazzi di Sudato del Diavolo e anche con gli amici di Bernalda e chi altri ci sarà, l’appuntamento è per dopo la vendemmia, per vedersi, bere e… poi si vedrà.

Ma c’è un altro premio speciale di cui devo raccontare ed il merito di questa idea va ad un altro amico: Martin Rance, oggi sommelier e grande animatore delle attività Fisar di Firenze, con il quale ci conosciamo da quando frequentavamo brutti giri politici. Qualche giorno fa Martin mi chiama e fa: “Tommaso, per il meeting antirazzista che organizziamo a Cecina abbiamo previsto alcune degustazioni di vino, ma quello che rileva non è solo il vino buono, ma il messaggio e per questo avevo pensato che potessi venire a raccontare del vostro progetto e… beh, oltre ai tuoi vini, potresti portare qualche bottiglia dei vini che vinceranno la Disfida delle Contee?”.
“Martin, ma io te ne porto un boccione! Quando è?”.
Martedì 5 luglio, la stessa sera in cui è ospite Mimmo Lucano. Ce la fai?”
”Direi proprio di sì!”.

Perché il vino è buono ma la rivoluzione è meglio, e le storie, se ci sono, vanno raccontate tutte. Questa poi è solo all’inizio.

 

[1] Da quest’anno ho iniziato ad insegnare in una università americana, tenendo un corso sulla cultura del vino in Italia. Il video cardine per spiegare loro di cosa parliamo quando parliamo di cultura del vino in Italia, non è una di quelle robe da spottone con dronata di vigne e tradizione in colori pastello, ma esattamente un collage di video da Un’ora per voi.
[2] Nel 1970 erano 1,4 milioni. Nel 2010 erano 526.000, il 2,6% degli occupati in Italia.
[3] Anche se in piccola parte attira anche un po’ di immigrazione, principalmente dal Marocco.

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