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1 Luglio 2022

Un grande capitolo: il Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese. Dove eravamo rimasti?

In un martedì afoso di fine maggio a Roma in Prati il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese ha riunito l’intellighenzia romana della comunicazione del vino per la seconda edizione di Talk ‘n’ Toast – Conversazioni sul Pinot Nero (per chi non è di Roma, Prati è un quartiere considerato chic, la famigerata Roma Nord, e in quanto chic è l’unico che può fregiarsi della preposizione “in” per indicarlo, per cui si va IN Prati e non A prati… anche perché andare a prati non era cosi chic).

Talk condotto alla grandissima dallo scoppiettante e competente duo composto da Filippo Bartolotta e Adua Villa, al quale è stato commissionato il compito di trovare una nuova grammatica comunicativa per questo territorio.

Perché ci sia bisogno di una nuova comunicazione sul Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese lo si capisce subito dai dati.
Il 75% del pinot nero italiano si coltiva in Oltrepò. In questo triangolo, incastonato tra Piemonte, Emilia e Liguria, dei 13.000 ettari vitati, 3.000 sono coltivati a pinot nero, confermandosi così l’area di maggiore produzione in Europa, dopo Borgogna e Champagne. Il primo pinot nero metodo classico è nato proprio, nel 1865, ma quando si parla di pinot nero italiano viene subito in mente l’Alto Adige, poi l’Alto Adige e come terzo in classifica magari qualche zona in Toscana.

Nella sessione di domande aperte del Talk mi sono permesso – davanti ai 29 produttori presenti, ai vertici del Consorzio e a tutti gli astanti – di paragonare l’Otrepò a uno sleeping giant, dalla famosa citazione dell’ammiraglio Ysoroku Yamamoto sull’attacco a Pearl Harbour nel film Tora Tora Tora del 1970. Potrebbe anche darsi che l’originale sia invece di Napoleone, che parlando della Cina sembra abbia detto: “La Cina è un gigante malato e addormentato. Ma quando si sveglierà il mondo tremerà”.

Ecco, questo è esattamente quello che penso io dell’Oltrepò Pavese e la conferma di quanto sia ancora dormiente l’ho avuto parlando coi produttori. Tutti estremamente gentili, timidi e davvero poco spocchiosi, quasi dimessi. Avete presente il toscano medio? Ecco, quasi l’opposto.

Pensavo di averla sparata grossa e che mi avrebbero linciato e cacciato dalla sala e invece mi ritrovo questa stessa mia espressione in parecchi articoli, post e comunicati stampa che hanno seguito questo evento. Evidentemente sembra essere una disamina quantomeno condivisa.

Venendo ai vini, ho assaggiato tantissime belle cose e quasi tutte al femminile, aspetto non trascurabile.
I vini che mi porto a casa sono quelli di Tenuta Mazzolino, di grande eleganza con spunti nordici e balsamici, quelli poi di Conte Vistarino che lavora sulla via dell’eccellenza, con storicità e profondità (notevolissimo il loro Pernice) e infine uno dei produttori più piccoli della brigata, Alessio Brandolini, che dimostra nel bicchiere di avere una grandissima mano, facendo un lavoro di grande cesello e con una accuratezza maniacale che emerge in pieno ascoltandolo descrivere i suoi vini.

Insomma, se si sveglia l’Oltrepò dormiente, il mondo del pinot nero tremerà.

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