FacebookTwitterIstagram
10 Maggio 2022

Una storia russa che dice tanto: Putin e il vino (gli oligarchi, gli amici, le consulenze)

“Il magnate russo Andrey Yakunin si mette a produrre vino in Umbria: l’esperto Cottarella per le viti”. La notizia così titolata è apparsa sul sito d’informazione Umbria24.it il 7 aprile scorso [1]. Sì, fa parte del titolo anche l’errore nell’attribuire due t al cognome del più celebre consulente enologo italiano: Cotarella Riccardo.

La notizia, in sintesi, riguarda un investimento da 150 milioni di euro che Andrey Yakunin ha deciso di fare in Umbria, nel castello di Antognolla. Sempre Umbria24 ci informa che siamo “in un territorio che, oltre ad avere una lunga tradizione vitivinicola, si trova ed essere limitrofo a importanti indotti, quale quello ad esempio di Montefalco”. Ed ecco dunque che Yakunin decide di impiantare anche una vigna di poco meno di 2 ettari, a merlot, e per farlo si rivolge a Riccardo Cotarella. Yakunin, 47 anni, magnate russo, figlio dell’oligarca Vladimir, ex Kgb considerato un tempo molto vicino a Putin, è un imprenditore internazionale nel campo degli hotel di lusso. Di recente si è espresso con parole nette contro l’invasione russa dell’Ucraina in una bella intervista pubblicata il 9 marzo scorso sul quotidiano Il Tempo [2] che vi consiglio di leggere.

Questa notizia, tuttavia, ha risvegliato in me la curiosità riguardo ad un articolo pubblicato qualche tempo fa sul Corriere.it a firma di Luciano Ferraro, che trattava proprio delle consulenze russe di Riccardo Cotarella e che sono andato a rivedermi, insieme ad un tweet della giornalista Felicity Carter (che nel frattempo è stato cancellato, ma di cui abbiamo lo screenshot). Quella curiosità mi aveva portato a leggere un po’ di risorse reperibili online sugli affari vinicoli del Cremlino, che si sono rivelati essere tanto intricati’ quanto interessanti. Ma per mettere insieme i passaggi di questa storia dobbiamo prima andare a cena proprio con Vladimir Putin ed Emmanuel Macron (tanto di spazio, a quel lungo tavolo, non ne mancava).

Brindisi di stato
Come i francesi insegnarono al mondo, le cene dei vertici diplomatici non sono semplici cene, ma sono il proseguimento del lavoro politico con altri mezzi. Talleyrand, Carême e il Congresso di Vienna sono lì a ricordarcelo e per questo anche la cena tra Putin e Macron merita attenzione.

“Il senso di un incontro è nei dettagli. E Vladimir Putin ha disseminato una serie di indizi, durante la visita di Emmanuel Macron a Mosca. Uno è stato brutalmente aggressivo: quando ha detto alla fine, riferendosi a Volodymir Zelensky e all’Ucraina, «potrà piacerti o no, bella, ma te lo becchi», una frase oscena che in russo può ammiccare sia allo stupro, sia alla necrofilia, e che è stata accolta con raccapriccio pressoché corale dai commentatori europei”.

Così iniziava il pezzo di Jacopo Iacoboni su La Stampa dello scorso 8 febbraio [3], in cui si raccontava della cena al termine dell’incontro tra Putin e Macron. Siamo pochi giorni prima dell’aggressione russa all’Ucraina. Ho riportato proprio l’attacco del pezzo, con quel riferimento all’oscena frase di Putin, perché purtroppo oggi quella frase suona drammaticamente attuale e dà la cifra del personaggio.

Ma ciò che c’interessa arriva dopo. Secondo quanto riporta Jacoboni, infatti, durante la cena vengono serviti due vini, un bianco e un rosso, prodotti nella cantina Usadba Divnomorskoye, una tenuta molto cara al presidente Putin.

“Cottarella, l’enologo di D’Alema che fa il vino per Putin”
Lasciamo dunque Iacoboni (che se non siete abbonati a La Stampa potete leggere qui: [4]) e riprendiamo un articolo del Corriere.it del 30 maggio 2018, aggiornato il 12 ottobre 2020. Perché questo articolo ci racconta chi è che svolgeva la consulenza per la produzione dei vini della cantina Usadba Divnomorskoye.

Come detto si tratta di un articolo a firma di Luciano Ferraro (anche qui, memore degli insegnamenti del Direttore Tomacelli, ho provveduto a screenshottarlo). Il titolo dell’articolo è quello sopra riportato:“Cottarella, l’enologo di D’Alema che fa il vino per Putin”, così come scritto e pubblicato sul Corriere.it (ma nel resto del pezzo Cotarella viene chiamato col suo cognome correttamente scritto) [5].

Nell’articolo si dà conto che:

“Riccardo Cotarella, l’enologo dell’ex premier D’Alema, ha tra i suoi clienti una famiglia del potere politico russo, quella dell’uomo che Vladimir Putin ha nominato come paladino degli imprenditori, il difensore civico Boris Titov. Fondatore del Partito della Crescita, Titov si è anche candidato alle presidenziali del marzo scorso. Lo chiamano il re dello Champagne, perché dal 2006 (all’inizio era al timone, ora l’ha ceduto al figlio Pavel) è l’azionista di maggioranza del gruppo vinicolo Abrau Durso, la cantina di spumanti fondata da Alessandro II, nel 1870. Una grande azienda (680 ettari) che ha fornito il vino prima allo zar, poi alla nomenklatura (che impose le etichette con la scritta Sovetskoye Shampanskoye, Champagne sovietico), e ora al Cremlino, aprendo a pochi passi dall’ufficio di uno Champagne Bar, all’interno dei magazzini Gum, sulla Piazza Rossa […] Tra le aziende della galassia Abrau Durso c’è la Usadba Divnomorskoye, con vigneti tra i boschi che si affacciano sul Mar Nero”.

Dunque, a quel che si apprende dall’articolo del Corriere.it (pubblicato nel 2018 e aggiornato il 12 ottobre 2020) Riccardo Cotarella era il consulente* della cantina Usadba Divnomorskoye, facente allora parte della galassia Abrau Durso di Boris Titov.

Chi è Boris Titov?
Due parole su Titov andranno spese. Si tratta infatti di un personaggio che racconta bene come funziona il regime russo. Titov è formalmente fondatore e capo di un partito alternativo a quello di Putin. Alle presidenziali del 2018 si è addirittura presentato come candidato concorrente a Putin. La sua campagna elettorale è iniziata andando a Londra per dire agli expat russi quanto fosse bella Russia putiniana e quanto sarebbe stato bello se loro vi avessero riportato i propri denari [6]. Non male come oppositore. Il suo ruolo viene ben descritto da un pezzo dello Spectator – che Ferraro correttamente cita nel proprio articolo – che lo presenta come semplicemente “uno che lavora per Putin” [7], anche se lui nega.

Non appena persa – secondo copione – la corsa alla presidenza in favore di Putin, Titov ha continuato a mantenere il proprio incarico di Presidente della Commissione per i Diritti degli Imprenditori (che detiene ininterrottamente dal giugno 2012). Altri oppositori di Putin – forse un po’ più convinti di Titov – hanno avuto ben altri destini (per chi volesse approfondire basteranno un paio di ricerche su: Boris Nemcov, Anna Stepanovna Politkovskaja, Pavel Klebnikov, Sergei Yushenkov, Val’terovič Litvinenko, Stanislav Markelov, Natalia Estemirova, Sergei Magnitsky e mi fermo qui, ma la lista potrebbe allungarsi parecchio).

Dove finisce Titov, dove inizia Putin?
Ecco dunque spiegato il titolo del Corriere della Sera con Cotarella che “fa il vino per Putin”? No, non è solo questo. C’è altro, se si sta a quanto raccontato da Alexey Navalny.

Usadba Divnomorskoye si trova infatti sul Mar Nero vicino ad una cittadina chiamata Gelendzhik (poco lontano dalla Crimea), all’interno di un luogo splendido. Splendido tanto da essere finito nel video con cui il dissidente russo Alexey Navalny ha mostrato quello che lui stesso ha chiamato “uno Stato nello Stato”, “il più grande frutto della corruzione nella storia”: la megatenuta che Putin si sarebbe fatto costruire a due passi dalla Crimea. Se non sapete di cosa stiamo parlando potete vedere questo video.

 

“Secondo la ricerca di Navalny, l’interesse di Putin per la viticoltura è cresciuto da un hobby a una fissazione. Con Boris Titov come prestanome, una società chiamata “Divnomorye” (che affitta strutture e spazi dalla società “Lazurnaya Yagoda” proprietaria dei vigneti che si trovano a Gelendzhik) e vende vino con il marchio “Usadba Divnomorskoye”.
(Following the money, Meduza) [8].

Pare dunque che non ci siano solo i rumors riportati da Ferraro in calce al suo pezzo, laddove scriveva: “Al Vinitaly – dove i vini vennero presentati nel 2018, ndr – alcuni giuravano che «tra i soci della cantina c’è Putin»”.

I vini dello zar
Provando ad andare un po’ più a fondo, credo sia opportuno far subito presente che non è facilissimo muoversi tra i giochi di scatole cinesi delle società che fanno riferimento agli interessi dietro Usadba Divnomorskoye.
Per dare un quadro sintetico, da quel che si può trovare in rete, la struttura risulta la seguente.

. Usadba Divnomorskoye (di qui in avanti UD), traducibile in italiano come “posto splendido in riva al mare”, è il nome del brand che si trova sulle etichette dei vini.
. Le vigne, lo stabilimento produttivo, i magazzini sono di proprietà di una società che si chiama Lazurnaya Yagoda [9].
. A produrre i vini del brand UD non è però Lazurnaya Yagoda, ma un’alta società ancora: Divnomorye.

Ho così trovato un articolo su Wine Business International [10], a firma Anton Moiseenko, che ci dà due informazioni interessanti.

La prima riguarda le misure di sicurezza per chi vuole visitare la cantina di UD.

“La stretta sicurezza non è nulla di insolito per le aziende vinicole: quando nelle cantine vengono invecchiati beni liquidi per svariati milioni di euro, è spesso un obbligo. Ma la sicurezza ai cancelli della tenuta sulla costa del Mar Nero è un po’ più esigente. Non solo le guardie controllano i documenti di tutti e fanno passare i visitatori attraverso i metal detector, ma ben prima della visita programmata, i visitatori sono obbligati a fornire il modello del loro cellulare e i dettagli del loro attuale impiego”.

La seconda è un aggiornamento al 2019 sulla proprietà della cantina.

“All’inizio del 2019, Divnomorskoye è stata acquistata da Gennady Timchenko (numero cinque della lista dei ricchi di Forbes Russia 2018, con una ricchezza stimata di 16 miliardi di dollari) e Vladimir Kolbin. Entrambi gli uomini sono coinvolti nel petrolio, nelle costruzioni e in molte altre attività – e hanno legami noti con il Cremlino. Entrambi hanno rifiutato di commentare l’accordo”.

Il vino si beve solo con gli amici
A differenza di Timchenko, Vladimir Kolbin non ha nulla dell’oligarca russo (un lavoro normale, una casa normale, nessun business particolare di cui è proprietario), ma ha dalla sua una cosa che in Russia vale più dei miliardi: è figlio di Petr Kolbin, amico d’infanzia di Vladimir Putin.

La storia dell’amicizia tra Putin e Petr Kolbin sembra la storia di un romanzo. In sintesi i genitori di Vladimir e Petr furono entrambi feriti durante la gloriosa difesa di Leningrado, anni dopo quell’episodio i due divennero vicini di casa e i loro giovani figli iniziarono a frequentarsi fino al giorno in cui, appena teenagers, uscirono per andare a ballare e si ritrovarono nel bel mezzo di una rissa, durante la quale Petr Kolbin difese il più gracile Vladimir. Fu quell’episodio a cementare per sempre la loro amicizia (e a spingere Vladimir Putin a studiare il judo). Negli anni i destini di Vladimir e Petr si separarono, ma Putin non dimenticò mai l’amico e a quanto pare, per la gestione dei propri soldi, si fida più di lui (e di suo figlio) che di esperti contabili. A ben vedere, anche in questo, il presidente russo dimostra di conoscere la teoria dell’organizzazione delle grandi multinazionali (così come delle organizzazioni criminali internazionali), che vogliono che i ruoli manageriali siano ricoperti da esperti, ma quelli apicali del più stretto inner circle, è bene che siano segnati da legami di fedeltà tribale, se non di sangue.

La storia completa dell’amicizia tra Vladimir Putin e Petr Kolbin potete leggerla in un bel pezzo del Guardian che racconta come, secondo i Pandora Papers, Kolbin senior sia da tempo il prestanome di fiducia per la gestione degli affari personali di Putin [11]. Anche in questo caso, il diretto interessato nega che ciò sia vero.

Gli affari
Ho così tradotto dall’inglese il restante stralcio dell’articolo di Meduza (uno dei siti d’informazione più invisi al Cremlino), in cui si dà conto di come la ricostruzione fatta da Navalny inquadri le attività vinicole di Putin.

“Nonostante i volumi di vendita relativamente bassi, Divnomorye ha ricevuto un prestito per 7,5 miliardi di rubli (101,7 milioni di dollari) nel 2018. Si dà il caso che Divnomorye appartenga a Vladimir Kolbin, il figlio di Petr Kolbin (uno degli amici d’infanzia di Putin che avrebbe agito in passato come azionista segreto per la società commerciale “Gunvor” di Gennady Timchenko, presumibilmente tenendo la quota di Vladimir Putin nell’impresa). I lavori di costruzione e ristrutturazione del palazzo e dei vigneti ricadono su una rete di imprese apparentemente scollegate che alla fine alimentano il denaro di un’azienda chiamata “Top Art Construction”, registrata a nome del figlio di Asya Borisova, donna il cui nome riecheggia sinistramente all’interno del Cremlino, dice Navalny. Borisova vola regolarmente a Gelendzhik per visite molto brevi, e le sue imprese impiegano 634 persone nella zona. Negli ultimi due anni, più di 10 miliardi di rubli (135,7 milioni di dollari) sono fluiti alle sue imprese locali a Gelendzhik. Navalny dice che è tutto per il palazzo e le cantine di Vladimir Putin” [8].

Questa dunque, in sintesi, la versione di Navalny.

Un tweet pungente, ma spuntato
Torniamo adesso a dove la nostra storia è iniziata.
Il 26 febbraio Felicity Carter ha fatto un tweet che riguarda proprio la storia che abbiamo messo insieme. Chi è Felicity Carter? Riprendo e traduco dal sito wine2wine. “Giornalista e redattrice, Felicity Carter è Executive Editor di The Drop, il ramo contenutistico di Pix” e tante altre cose. Il suo tweet, rimosso alcuni giorni dopo la pubblicazione (che, memore degli insegnamenti del direttore Tomacelli, ho screenshottato) diceva: “Sarebbe un grande atto di solidarietà se quei famosi nomi del vino italiano che hanno comprato vigneti dopo l’annessione russa della Crimea o che fanno consulenze alla cantina di Putin annunciassero di ritirarsi”.

Dopo quanto abbiamo visto, credo di poter dire che in merito al riferimento di tale tweet ai “nomi famosi del vino italiano che fanno consulenze alla cantina di Putin” non ci possano essere molti dubbi. Tuttavia all’invito di alcuni colleghi a fare i nomi (tra questi Walter Speller, collaboratore di Jancisrobinson.com), Felicity Carter ha preferito non rispondere oppure (se ho ben capito) prima ha risposto per poi cancellare la risposta. Non so come si dica in inglese “tirare il sasso e nascondere la mano”.

Un aneddotto gustoso
Lasciando per un momento da parte la presunta cantina di Putin, vale la pena segnalare che Felicity Carter ha fatto conoscenza diretta della Crimea in un viaggio del 2016, ospite proprio di alcune cantine della zona. Ne scrisse un pezzo interessante [12], senza fare molti riferimenti alle vicende politiche e militari del luogo, se non per una breve frase in chiusura di articolo (“Come risultato dell’azione militare e politica, il vino in questa parte del mondo è stato stravolto, da Kiev a Mosca” tutto qui), ma raccontando un divertente aneddoto che ha per protagonisti Putin e Silvio Berlusconi.

Durante la sua visita in Crimea, Felicity Carter ha avuto infatti la fortuna di visitare Massandra, un tempio del vino realizzato dal celebre Principe Golitsyn.
Per usare le parole di Carter:

“ Golitsyn è la figura più significativa della storia del vino russo. Ha studiato enologia in Francia, ha creato gli impianti di spumantizzazione di Abrau-Durso (e qua torniamo a Titov, ndr), ha fondato una scuola di enologia e anche Novyi Svit, un famoso produttore di spumanti, sulla costa meridionale della Crimea. Massandra, fondata nel 1894 nella zona di Yalta per rifornire il vicino palazzo dello zar Nicola II, è la cantina più famosa della Crimea.
[…]
La collezione del principe Golitsyn è il museo Hermitage dei vini fortificati, con diverse bottiglie di Jerez de la Frontera del 1775. Quelle bottiglie sono riuscite a sopravvivere alla rivoluzione russa e a due guerre mondiali, ma non sono riuscite a superare Silvio Berlusconi e Vladimir Putin, che hanno fatto questo stesso tour a settembre (2015 ndr). Berlusconi ha chiesto di berne una, e la nuova direttrice filorussa di Masssandra, Yanina Pavlenko, è accusata di aver rimosso una bottiglia, del valore di 90.000 dollari, per lui”.

In conclusione
Qua occorre fare uno sforzo di chiarezza, prima di chiudere.
Abbiamo il capo di un regime che ha di recente aggredito (nuovamente) uno stato sovrano con il proprio esercito e che pare abbia sviluppato nel tempo una curiosa passione per il vino. A supportarlo in questa passione ci sarebbero alcuni di coloro che compongono la sua cerchia di cosiddetti oligarchi, ma a quanto pare sono soprattutto gli amici, quelli di cui Putin si fida. Abbiamo la ricostruzione di Navalny riguardo alle proprietà di Putin e del suo entourage, realizzate – secondo tali ricostruzioni – con i soldi di ruberie e corruzione (una ricostruzione che è quella di un fiero oppositore di questo autocrate, ma certo pare essere piuttosto documentata – nota a margine: oggi Navalny si trova in un carcere russo). Abbiamo un professionista del vino, stimato a livello mondiale, che ha il pieno diritto di prestare il proprio lavoro a chiunque ritenga opportuno e che viene presentato in un pezzo del più importante quotidiano italiano come “l’enologo che fa il vino per Putin”. E infine abbiamo il tweet di un’importante giornalista internazionale del vino.
Nel considerare tutto questo si tenga presente che formalmente Putin non risulta avere partecipazioni nella cantina Usadba Divnomorskoye.

Rimarrebbe da capire – e può essere la domanda con cui chiudere questo pezzo – se quella consulenza raccontata dal pezzo del Corriere.it (aggiornato ad ottobre 2020) sia ancora in essere o meno. E se lo fosse, verrebbe da riproporre la domanda di Felicity Carter (se sia opportuno mantenerla in essere).

Ah, i vini!In realtà per concludere davvero, rimane una cosa da fare: farci un’idea dei vini della famosa (o famigerata) cantina UD. Su winesearcher ho trovato una scheda dedicata allo Chardonnay ivi prodotto. L’annata 2017 ha un punteggio medio di 87/100 e viene stimata ad un prezzo di 29 euro.

Senza dubbio c’è margine per migliorare.

[Foto cover: WineNews]

[1] https://www.umbria24.it/
[2] https://www.iltempo.it/
[3] https://www.lastampa.it/
[4] https://tribunatreviso.gelocal.it/ e valga come nota che in questo pezzo dell’8 febbraio scorso Iacoboni affermava: “la distribuzione internazionale – dei vini di Usadba Divnomorskoye ndr – è curata appunto da Cotarella” facendo quindi intendere che almeno fino a febbraio di quest’anno fosse in essere un rapporto tra Cotarella e la cantina.
[5] https://www.corriere.it/
[6] https://www.rferl.org/
[7] https://www.spectator.co.uk/
[8] https://meduza.io/
[9] https://www.emis.com
[10] https://www.wine-business-international.com/
[11] https://www.theguardian.com
[12] https://www.felicitycarter.com.au/
* Vale la pena segnalare che al 21 maggio 2019 una serata organizzata dalla delegazione AIS di Milano veniva presentata così: “L’azienda Usadba Divnomorskoe si trova in Russia, costa del Mar Nero, regione di Krasnodar, villaggio di Divnomorskoe, periferia della città di Gelendzhik. Una bellissima storia (!!! ndr) che intreccia Italia e Russia grazie alla collaborazione tra il capo agronomo Walter Biasi e l’enologo Matteo Coletti, aggiunta alla competenza del capo enologo Oleg Nichvidyuk. Il tutto sotto la supervisione di Riccardo Cotarella”.