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4 Maggio 2022

Beppe Fenoglio e la Produttori del Barbaresco per capire le Langhe (almeno un po’)

“Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra.”

Inizia così La Malora, uno dei più bei romanzi di Beppe Fenoglio, un quadro dell’indigenza contadina nelle Langhe degli anni ’30. Una storia di fatiche e silenzi, speranze impossibili e dignitose miserie, raccontata con il linguaggio diretto e franco dello scrittore albese.

Sembrano tempi lontanissimi, in cui l’uomo si accontentava di insaporire il proprio pezzo di polenta strofinandolo contro una sarda o di dormire sopra la paglia nel fienile. In realtà si tratta di appena 90 anni fa. Le colline preziosissime di Langa, trapuntate di vigne come le conosciamo adesso, trasudano la miseria dei nonni e languiscono nella nebbia di ricordi che nessuno vuol più ricordare. Invece la memoria, la storia dei luoghi e degli uomini, hanno un valore profondo.

Questo spunto arriva dall’incontro di qualche tempo fa con Luca Cravanzola alla Produttori del Barbaresco e dal suo formidabile racconto di questo pezzo di storia delle Langhe. Una testimonianza di come la velocità del progresso sia direttamente proporzionale alla velocità dell’oblio in cui cadono i tempi magri.

Barbaresco, a differenza di Barolo, ha vissuto un exploit ancora più recente. Non più tardi di 60 anni fa era il comune più povero di Langa e sembra incredibile il solo pensiero. Ricordare vuol dire, quindi, anche preservare. La terra ad esempio, da uno sfruttamento scellerato e di brevissimo respiro; le persone, dalla bramosia di ricchezza fuori controllo.

Questo è quello che può fare una cooperativa con un’enorme responsabilità come la Produttori del Barbaresco, con 53 soci, 107 ettari vitati a 100% nebbiolo e una filosofia produttiva improntata alla qualità delle uve, al rispetto dell’uomo e del suo lavoro. Su questo punto Luca si sofferma particolarmente, ci tiene a farmi capire che la cooperativa non serve a coprire con la quantità i difetti di qualità e accontentare i soci.

Nelle annate migliori la produzione arriva a 500.000 bottiglie ma non si fanno sconti sulla qualità delle uve vinificate perché la credibilità dell’intero progetto passa anche dall’integrità e dell’affidabilità delle sue espressioni. L’assaggio dei vini al momento della mia visita – ormai qualche mese fa – ha reso tutto molto chiaro: diverse declinazioni della stessa e unica uva, dal Langhe Nebbiolo 2020 a due cru Riserva del 2017 (Ovello e Rabajà) passando per il Barbaresco 2018. Un percorso coerente di complessità crescente che parte dalla versione più accattivante e fresca del Nebbiolo, transita dal vero flagship wine aziendale, il Barbaresco dalla nota etichetta gialla, che mostra già più potenza ed intensità, e si conclude coi due cru – prodotti solo nelle annate belle – che delineano in filigrana le differenze di vigna. L’Ovello più austero e robusto, di grande complessità olfattiva con tonalità di sottobosco, tabacco, ciliegia matura, bocca con densità e allungo, sorretto da un tannino grintoso ma perfettamente dosato; Rabajà invece è tutto eleganza e fascino, ammicca al naso una dolcezza di lampone e ciliegia, violetta e accenni speziati, in bocca è appagante, raffinato, avvolge il palato e chiude su una delicata scia di spezie.

Alla fine vino e letteratura hanno sempre spartito lo stesso fazzoletto di terra, e forse non è un caso.

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