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26 Aprile 2022

Decugnano dei Barbi, pionieri ad Orvieto (e una gran verticale)

Di Orvieto e i suoi vini si parla troppo poco. Io sto scoprendo questo territorio pian piano, una attenzione maturata in tempi recenti e, come ad ogni nuovo incontro, sono piena di entusiasmo e infilo un riferimento all’Orvieto più o meno in ogni conversazione. Il più delle volte però cade nel vuoto, o meglio in un profondo Pozzo di San Patrizio per rimanere in tema.

Ebbene, una bella visita a Decugnano dei Barbi e l’assaggio di molte annate del loro Orvieto Classico Superiore è quel che ci vuole per ridestare l’attenzione. L’idea che mi sto facendo negli assaggi di grechetto – in purezza e non solo – della doc Orvieto, è quella di vini lunghi, energetici e saporiti, in virtù della salinità che in bocca sostiene il sorso, rendendolo contemporaneo, dinamico e mai stancante.

Una vena di idrocarburo al naso fa da fil rouge e risulta sempre sexy, per niente sgarbata. Sarà che qualche cenno di petrolio gratuito di questi tempi s’apprezza sempre. Gli Orvieto nelle migliori espressioni sono vini non così immediati, con pochi frizzi e lazzi per conquistarti in pochi secondi ma nemmeno particolarmente difficili o cerebrali. Quei bianchi che sono più belli nel tempo, con la maturità ricca di sfumature, in pratica vini dal fascino brizzolato.

Un po’ di storia su Decugnano dei Barbi
La storia del vino di Decugnano inizia quasi mille anni fa: in un documento del 1212 si attesta infatti la compravendita di vino prodotto nelle terre di Santa Maria a Decugnano da parte del clero orvietano.
La storia della famiglia Barbi in Umbria parte invece negli anni ’70, quando Claudio Barbi, figlio di un famoso commerciante di vini bresciano, acquista la tenuta di Decugnano in abbandono. Siamo a cavallo tra Lazio e Umbria, poco distanti da Orvieto, tra il Lago di Corbara e il Parco Fluviale del Tevere.

Può sorprendere la decisione di acquistare terreni in Umbria anziché nella vicina Franciacorta ma all’epoca, racconta Enzo Barbi, succeduto al padre Claudio nella conduzione dell’azienda, l’Orvieto era un vino molto in voga, famoso in Italia e all’estero.

“Mio nonno commerciava molto vino di queste zone e ci veniva spesso per acquistarne grandi quantità. In uno dei suoi viaggi si innamorò di Decugnano e decise di acquistare la proprietà per farla gestire a mio padre, che non voleva commerciare vino ma farselo da sé. E questo posto non solo era bellissimo, ma nel terreno vi trovò tantissime conchiglie che tanto gli ricordavano i territori di Chablis, vino di moda all’epoca, e che mio padre amava in modo particolare”.

Era il 1973 e nella tenuta c’era poco più di qualche rudere. Di lì a breve Claudio Barbi avrebbe fatto parlare di sé e dell’Orvieto, creando nel 1978, da buon bresciano, il primo metodo classico umbro spumantizzando le uve locali, con l’affinamento delle bottiglie in una antica grotta etrusca scavata nel tufo ritrovata nella tenuta. Produzione che tuttora continua, ma con uve pinot nero e chardonnay, con sosta di almeno 4 anni sui lieviti, sempre nelle grotte naturali. Ma non finisce qui: Claudio Barbi fu il primo a produrre a Decugnano un muffato nobile italiano, nel 1981 (eh già, non furono gli Antinori!), che chiamò proprio Pourriture Noble, che negli anni a seguire ha reso famoso il territorio di Orvieto proprio per i muffati.

Il Bianco di Decugnano dei Barbi, Orvieto Classico Superiore
Si chiamava proprio così fin dal 1994, la sua prima annata di produzione: “Il Bianco” di Decugnano dei Barbi ha conservato il suo nome fino al 2019, anno in cui, coraggiosamente è stato cambiato in “Mare Antico”. Contemporaneamente è avvenuto il restyling della storica etichetta ovale in una dal taglio più contemporaneo. Il disciplinare di produzione dell’Orvieto doc prevede l’utilizzo di trebbiano e grechetto per almeno il 60%; per la restante percentuale possono concorrere altri vitigni bianchi tra cui anche chardonnay e vermentino.

Scoprirlo in verticale è stato un viaggio nel tempo speciale.

Il Bianco 1995
Seconda annata di produzione. Blend di chardonnay, trebbiano e grechetto in parti uguali; grechetto clone orvietano. Metà delle uve fermentata in barrique, malolattica non svolta. Attacco al naso dolce di vaniglia e pasta di mandorle, cui seguono sentori di acqua di mare e frutta secca tostata. Bocca rotonda e grassa, perfettamente bilanciata da una freschezza citrina ancora in evidenza. Sorso vellutato che chiude su aromi di burro, nocciola e caramella di orzo. Finale integro e persistente che mi fa venire l’acquolina in bocca.

Il Bianco 1996 (da magnum)
Uvaggio e vinificazione come sopra. Qui troviamo anche un frutto giallo, la pesca sciroppata, tornano la frutta secca e lo iodio come nell’annata precedente, con una ossidazione stranamente più spinta che nel campione precedente. Chiude con vena amaricante, cenni di chinotto e un finale disteso e sottile.

Il Bianco 2006
Uvaggio e vinificazione sempre come nei precedenti. Tè alla pesca, foglie secche, cipria e addirittura qualche sbuffo di mentuccia. Naso che ha un po’ sofferto. In bocca emerge l’aspetto salato e si fa più evidente l’amaricante finale legato alle tostature.

Il Bianco 2011
Dalla 2007 cambiano sia l’uvaggio che l’affinamento. 55% grechetto, 5% trebbiano, il resto è metà vermentino e metà chardonnay. Solo una piccola parte dello chardonnay fermenta in legno, tutto il resto è vinificato e affinato solo in acciaio. Il naso si assottiglia, lascia spazio alla parte marina: tante erbe aromatiche, dragoncello, maggiorana timo limonato e cenni fumé. Finale lungo e piacevole in cui compare gradita quella puntina di chardonnay in legno, che arricchisce di frutta secca e rotondità.

Il Bianco 2013
Blend e vinificazione come sopra. Lime, scorza d’agrume, albicocca, cenni di iodio. Ingresso in bocca pimpante, che poi rivela corpo e solidità e una lunga scia salina. Vino profondo che mi è rimasto impresso.

Il Bianco 2015
Limone verde, pietra, pompelmo, mela. Super intrigante, bilanciato, sorso fluido che suggerisce qualche nota tropicale e di mandorla. Bello.

Mare Antico 2019
Annata in commercio, col nuovo nome e la nuova etichetta. Floreale, mughetto e tiglio, parte fresca agrumata in evidenza e cenni anche mentolati. La bocca è improntata sulla freschezza citrina, che esalta il bel volume che il vino mantiene; il finale leggermente salino che richiama il lime e il cedro, ne allunga la persistenza piacevolmente. Da mettere da parte e attendere, se ci riuscite.

Confido nei lettori di Intravino, qualche osservazione o commento su Orvieto e i suoi vini sono sempre ben accetti.