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19 Aprile 2022

I molti spunti che offre il nuovo manifesto di Viniveri

In occasione dell’ultima edizione di Viniveri, la manifestazione promossa a Cerea dall’omonima associazione, Sandro Sangiorgi, fondatore di Porthos e padre spirituale del movimento dei vini naturali italiani, ha firmato insieme a Paolo Vodopivec, attuale presidente, un manifesto intitolato “La forma e la sostanza, le luci e le ombre”. Una riflessione che contiene diversi spunti -soprattutto uno- sul vino naturale. Eccolo.

Molti produttori si stanno pericolosamente abituando a imperfezioni tecniche, più o meno gravi, considerandole peccati veniali o, ancora peggio, aspetti caratteristici dei propri vini – e sovente anche di quelli dei colleghi. Sentivo che sarebbe accaduto, tuttavia ho evitato accuratamente di crederci: dal mostruoso equivoco delle cantine convenzionali che firmavano appelli per sottolineare l’indispensabilità della chimica e della biotecnologia per definire vino il fermentato del mosto d’uva, stiamo passando al paradosso mostruoso di chi considera la competenza tecnica un ostacolo alla realizzazione del liquido odoroso, quasi che meno si sa e meglio si riesce.

C’è un lassismo del tutto immotivato nei confronti della relazione tra forma e sostanza, c’è una diffusa indulgenza che sdogana liquidi imbevibili. Una questione fondamentale è non scindere mai i concetti di forma e sostanza, non cedere alla banale esteriorità ma, nello stesso tempo, non cadere nella trappola della genuinità come unico riferimento qualitativo. Se ci s’impegna in un’attività nella quale contano, insieme alla tecnica agronomica e al lavoro di campagna, spiritualità, educazione, pratiche manuali, capacità di osservazione e confronto col pubblico, non si può pensare a priori di far prevalere una delle due entità, la forma o la sostanza, nel lavoro è doveroso perseguire una bellezza completa.

Esiste un problema di percezione e riconoscimento della qualità, aspetto da non confondere mai con la genuinità. Quest’ultima è parte fondante di un vino buono, tuttavia l’espressione «al vino non è stato fatto nulla», che giustifica puzze e instabilità, rivela quanto si sia lontani dall’etica di forma e sostanza. Il vino è una bevanda di piacere, dunque è contenuto e contenitore, carne e respiro, sangue e nervi, accoglienza e complessità, sogno e riflessione.

Oltre che imparare a vinificare, maturare e affinare il frutto del proprio lavoro agricolo, diventa ineludibile educarsi alla degustazione, in modo da coltivare un senso di bellezza che elevi e non appiattisca tanto sforzo. Sembra incredibile, ma se i vini convenzionali hanno negato e stanno negando la restituzione del luogo, molti vini naturali la nascondono o la confondono tra le maglie di infezioni endemiche, grossolane riduzioni e un’inconcepibile mancanza di custodia.

Il messaggio è chiaro e non lascia spazio a interpretazioni di sorta: basta imperfezioni, lassismo o noncuranza, il vino naturale non può prescindere dalla massima attenzione da parte del vignaiolo ma anche dalla sua capacità di riconoscere il limite tra il “vino buono” e quel vino che invece fa dei difetti il proprio tratto distintivo (volatili e acetiche fuori scala, souris vari ed eventuali, deviazioni aromatiche riconducibili ad alcune specie di brett, etc.).

Il sottotesto appare altrettanto cristallino: una certa parte del movimento dei vini naturali italiano guarda con fastidio a tutta una serie di produttori che in questi anni si è affermata grazie a vini a suo dire fatti male e se possibile comunicati anche peggio al grido, sciocco e orgoglioso, de “al vino non è stato fatto nulla“.

C’è della verità. Di più, difficile anche solo provare a smentire ogni singolo paragrafo di questo manifesto così perentorio, certo curioso provenga dall’associazione – il Consorzio Viniveri – che da sempre pone più attenzione sugli aspetti organolettici dei vini presenti all’interno della propria fiera, tanto da organizzare nei mesi che la precedono alcuni momenti di degustazione e confronto per decidere se accettare o meno le candidature dei nuovi espositori.

Tutto molto condivisibile insomma, anche il fatto questa “diffusa indulgenza che sdogana liquidi imbevibili” sia quindi da ricercarsi oltre le mura dell’Area Exp di Cerea. Forse tra le altre associazioni, più probabilmente all’interno del grande circo che ruota intorno all’industria del vino naturale: giornalisti pronti a esaltare ogni novità stilistica senza guardare troppo alla sostanza, organizzatori più attenti al numero degli espositori presenti alle loro manifestazioni che ai vini in assaggio, distributori e agenti interessati tanto ai prezzi quanto al mercato potenziale, se poi questo accetta vini altrove non proponibili tanto meglio.

Nel leggere questo nuovo manifesto di Viniveri si avverte infatti la necessità di inserire questo ragionamento all’interno di un contesto anche commerciale. Non solo per sottolineare quanto quelli presenti a Cerea siano i vini più puliti o comunque quelli più esenti da difetti enologici quanto anche, e quindi, per provare a entrare all’interno di canali diversi da quelli solitamente dedicati al solo mondo dei vini naturali (seguendo forse un po’ le orme di Tenute Dettori, cantina da poco uscita da una storica posizione all’interno del catalogo Velier/Triple A per entrare come nome di punta nel portafoglio delle Tenute del Leone Alato, società agricola del grande gruppo assicurativo Generali). Giusto e legittimo la partita non si giochi sulla sola metodologia produttiva ma anche sull’espressività territoriale di vini che hanno fatto la storia del movimento e in alcuni casi delle rispettive aree di produzione. Da Casa Coste Piane per il Prosecco a La Castellada per il Collio, da Walter Mattoni e Oasi degli Angeli per il Piceno a Praesidium per l’Abruzzo fino a Ferrandes per Pantelleria, solo per citare alcuni dei soci del Consorzio.

Certo sarebbe stato forse ancora più interessante leggere non solo di questo (a loro vedere centrale) “problema di percezione e riconoscimento della qualità” ma anche delle derive che coinvolgono tanti vini naturali, oggi. Dal frizzante e macerato sulle bucce a tutti i costi fino alla sempre maggiore presenza di vini vendemmiati ogni anno prima non solo per la (grande) questione legata al cambiamento del clima, vini “glou-glou” che nella perenne ricerca dell’alleggerimento anche alcolico finiscono non tanto per tradire la loro aderenza territoriale quanto per banalizzare ogni possibile originalità espressiva.

In redazione qualcuno ha commentato scrivendo si tratti di “messaggio la cui tempestività è paragonabile a un’analisi odierna sulle prospettive del tubo catodico” e in effetti stupisce leggere queste cose nel 2022, quando ormai il mondo dei vini (naturali) è talmente sfaccettato da aver ampiamente superato il concetto di “vino buono” per andare verso ciò che può essere più o meno significativo, se pur all’interno di una grammatica organolettica condivisa. Se infatti la discussione intorno a quello che viene inteso come difetto enologico ha negli anni avuto un suo sviluppo è anche vero si tratta di insieme di conversazioni oggi sempre più residuali all’interno di un panorama la cui qualità media è molto cresciuta. A meno di voler parlare a un pubblico diverso, come detto precedentemente: una platea di persone che nel tempo non ha magari frequentato le manifestazioni di Viniveri e delle altre associazioni e che (ancora) oggi tende a ridurre il vino, soprattutto naturale ma non solo, al suo solo esito nel bicchiere.

Un manifesto che ha un po’ il sapore del reazionario insomma, il cui contenuto tra l’altro sembra andare nella direzione opposta rispetto a quella tracciata dal movimento nel corso degli anni, quell’inclusività che ha permesso a decine e decine di produttori, molti oggi celebratissimi, di trovare vendemmia dopo vendemmia la propria identità stilistica.