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14 Aprile 2022

Il vino al tempo della guerra

Stare due passi fuori dal mondo aiuta a vederlo meglio. Starvi dentro aiuta a berlo, a sentirlo meglio. Beato chi ce la fa. Chi sta dentro parla con dovizia di dettagli e sfumature, intrattiene, a volte poi cede al pensiero fisso e allo scilinguagnolo e perde di vista la prospettiva.

La prospettiva è tutto. A chi abbia eletto il vino a proprio mondo, un mondo piccolo e pittoresco come le Keys che da qui, due passi fuori, vedo sullo sfondo del mundo mas grande, un isolotto, insomma, senz’altro bello, candido e smeraldino e zaffirino ma pur sempre un pezzettino; ebbene, all’enocentrico che guarda all’isolotto come se fosse il mondo vorrei chiedere come fa e poi raccomandargli un radar terrestre. Specialmente adesso.

Capisco, certo, chi campa su quell’isolotto perché lo fa, lo vende, lo serve. Ma gli altri, che ne parlano e scrivono? Come gli viene di farne anche adesso il centro del mundo, se non proprio il mondo intero? Insomma, da queste latitudini penso a quel pezzettino di mondo e a quello grande che, come dice Alex, marmista messicano, di questi tempi se hace pedazos. Così se ne va il piacere di cercar senso in storie e storielle del vino, o di scriverne insufflandovelo leggiadramente. Così penso anche, tra nostalgia e imbarazzo, a quell’io che su gracile canna modulavo una volta il canto (1) del vino, metafisiche ed estetiche e semiosi, con quel certo disimpegno impegnato, lazzi e svolazzi, seriosità giocose eccetera. Divertissement da tempo dell’oro. Ora, però, non è più quel tempo. La Storia gira, lo fa proprio nella comfort zone, a due passi da casa.

Questo invece è Luciano Canfora: «La guerra determina e permea di sé tutta la realtà […] La guerra è lo strumento dell’arricchimento individuale e collettivo, è il pilastro della società schiavistica. E gli uomini che fanno innanzitutto e sopra ogni cosa il mestiere delle armi sono animaleschi in ogni loro manifestazione e assassini in ogni loro comportamento». (2)

Nella realtà permeata dalla guerra, mi danno fastidio la Storia e la Geopolitica da salotto; soprattutto me ne dà la prima quando è spacciata per metafisica, campo dell’eterna lotta tra uno spirito e i suoi zelatori da un lato, una bruta materia (o gente) dall’altro (3); qui i buoni, lì i cattivi; qui la missione fatale o civilizzatrice, lì i nemici e i danni collaterali. Mi piacerebbe, di questi tempi, che si dedicassero più tempo e riflessioni allo smascheramento di questo spaccio, lasciando in parte l’isolotto felice e le sue prospettive, le clausure isolane.

Seguitando, più fastidio ancora mi dà la Storia nell’estetizzazione dei momenti-che-fanno-la-storia coperti in dirette non-stop, discorsi alla nazione, approfondimenti in studio. Più di quelli mi infastidiscono solo gli ubiqui mediatismi del vino estetizzato. Il fuoco delle artiglierie svela il superfluo e il posticcio in tutta la sua insipienza. Il sapore del momento non ha per me alcun nesso con l’analisi sensoriale: è quello amaro di bassezze, sottigliezze e manipolazioni della comunicazione di guerra. In questo tempo, in questo spirito, che cosa me ne frega di estetica e metafisica del vino? O di analisi sensoriale? Sono contingenze. Mi piacerebbe che si impiegasse più tempo a pensare oltre i semplici riferimenti alla contingenza.

Ecco: «L’Apocalissi ci scorre sotto gli occhi ogni giorno, e non ce ne avvediamo». «Oggi, se è utile a una narrazione di comodo, le distruzioni a tappeto, i corpi dei civili colpiti, le colonne di fuggitivi in preda alla disperazione sono anche mostrati, ma passano tra uno show e l’altro, tra una pubblicità e l’altra e, posto che li vediamo, o li dimentichiamo subito o non ce ne importa nulla» (4).

Salute. Godetevi lo spettacolo.

Ille ego, qui quondam gracili modulatus avena carmen.
Da “Cesare, la guerra e le donne. Tutti gli errori di Roma” (Corriere della Sera, 18/3/2006).
Da U. Colla nell’Introduzione a J. J. Bachofen, La dottrina dell’immortalità della teologia orfica, Rizzoli, 2003.
Da A. Asor Rosa, Fuori dall’Occidente ovvero Ragionamento sull’Apocalissi (Einaudi, 1992) e A. Pellegrini ne ilgrandevetro.it