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6 Aprile 2022

Ci si conosce tutti, come in un paese (Teobaldo e il Montestefano)

Nato a Milano nei favolosi anni Ottanta, di ritorno da un viaggio in Eritrea si iscrive all’Accademia d’Arte Drammatica e fa l’attore per un po’, poi fugge nella Parigi dei bistrot, a Roma corregge romanzi in qualche casa editrice e cambia lavoro ogni tre mesi circa. Torna a Milano, beve seriamente, scrive poesie e lavora in una cooperativa sociale che inserisce sul lavoro persone fragili. Insomma, Marco Colabraro ci sta già simpatico.

“Venite in pochi, per favore. Per i pullman non c’è nemmeno il parcheggio.”

Non si assiste a nessuno show, non esiste palco ma l’anfiteatro delle vigne si affaccia sull’azzurro di una calda giornata di marzo. A Barbaresco non piove da dicembre. La terra chiara di Langa aspetta i primi germogli. “Per fortuna le nostre viti sono vecchie, cercano l’umidità nelle profondità del terreno, forse la settimana prossima qualcuno deciderà di aprire il rubinetto.”

Sessantadue anni, le viti dell’azienda agricola Serafino Rivella troneggiano su due ettari di collina ripida in cima al cru Montestefano: per i vecchi del posto, quelli che trovi ancora seduti sulle panchine delle piazze, la culla dei vini d’indole baroleggiante. Meglio dirlo a bassa voce, però, perché questa è terra nobile da Barbaresco. Marna e calcare. Esposizione a sud.

Sono le undici del mattino ed è meglio inforcare gli occhiali da sole. Coltivazione a Guyot, in vigna solo rame e zolfo. “Sono un po’ fissato con i diradamenti” dice Teobaldo Rivella, nobiltà piemontese nei modi, eleganza nel dire. “Siamo soltanto io e lui, non siamo più giovanissimi ma la vigna non è molta, ascoltiamo quello che la natura ci vuole dire e facciamo di tutto per renderci la vita più semplice, lavoriamo il giusto. La vite comanda lei, ma la conosciamo da anni, a volte possiamo intuire quello di cui ha bisogno. Ah, con i diradamenti di mio marito la vendemmia è più semplice, non bisogna stare lì a scegliere, l’uva è per forza buona perché quella cattiva state certi che lui l’ha già levata.” Parla così Maria, donna mite e con gli occhi buoni.

Qui il vino è una questione di famiglia da generazioni. Il padre di Teobaldo, Serafino, il nonno Pietro, il fratello Guido, prima in damigiana e ora eccellenza pregiata di un territorio unico. Gli stessi due ettari, fino al 2017 due vitigni (nebbiolo e dolcetto) per due vini: Barbaresco e Dolcetto d’Alba.

“Facevo il Dolcetto perché era il vino che piaceva a me. Mi piaceva proprio berlo, tenerlo sulla tavola, offrirlo agli amici. Quando è arrivata la grandinata che mi ha distrutto parte della vigna e ho scelto di ripiantare tutto a nebbiolo in tanti hanno detto “Finalmente!”. Io mica tanto, perché lo so che questa è terra da Barbaresco, ma…”: Teobaldo si interrompe, mostra le botti grandi di Slavonia usate.

“Ne ho avuta anche una di cento anni, poi una doga è marcita e allora l’ho dovuta per forza buttare. Negli anni Novanta anche noi, tradizionalisti e restii ad adottare il legno piccolo, abbiamo fatto una prova e comprato due barrique. Sai dove sono adesso? Tagliate in due, nell’orto, son vasi perfetti per i fiori.” Macerazioni dai trenta giorni in sù, fermentazione e maturazione in legno, lieviti indigeni, solforosa in imbottigliamento. “Il vino meno lo tocchi meglio sta. È la schiena che bisogna piegare, perché lo vedi quanto facciamo crescere i tralci vicino alla terra?”
“Per rubarle il calore?”, chiedo io.
“Bravo”, risponde. E versa il primo vino.

Rivella Serafino, Langhe Nebbiolo 2020
Risveglia il palato con sorsi eleganti. Il frutto si mischia a nota speziate ed erbacee. Il sorso è verticale, pieno, fresco.
Le viti, pur giovani, regalano un nebbiolo di sostanza dal finale lungo e convincente. “E bon”.

Poi il secondo.

Rivella Serafino, Barbaresco Montestefano 2018
Veste nobile, un rubino che risplende nel calice e attrae lo sguardo. Il naso è austero, si fa aspettare ma, quando si rivela, la complessità è tale che per il primo sorso si può attendere ancora un po’. I frutti caratteristici del nebbiolo che neanche sto a nominare, la spezia dolce, se vuoi trovarci il cuoio e il tabacco in qualche modo li trovi ma ti restringi le possibilità, quello che colpisce è la piacevolezza. La bocca conferma le prime impressioni. Elegantissimo, pieno, il tannino è spesso, lo immagini dare il meglio tra quattro o cinque anni, ma lo apriresti subito, che male non fa. Il finale è sorprendente per la sua lunghezza. “Boja Fauss”.

8.000 bottiglie circa sulle tavole di tutto il mondo. Il telefono fisso dei Rivella continua a squillare. Chiamano dall’Australia, dalla Corea, dalla California, anche dalle Osterie di Neive e San Rocco Seno D’Elvio che reclamano ancora qualche bottiglia. “Ne ho poche e me le chiedono in troppi”, dice Serafino. “Pensa te che un po’ da tutto il mondo cercano una piccola cantina a gestione famigliare.” “È un bel modo per viaggiare.” Azzardo io.

“Il modo migliore di viaggiare è spostarsi per davvero”, dice Teobaldo. “E noi per fortuna lo facciamo spesso”, aggiunge Maria. Meno Google Maps, meno Google Chrome, più auto, treni e aerei. Più visite in cantina. “Posso versarti un altro bicchiere?” Chiede Teobaldo. Non aspettavo altro.

Il vino scioglie la lingua, vengono fuori nomi, amicizie in comune, cantine che si desidera visitare. “Ci sono troppi mondi nel vino, ognuno sceglie il suo, e allora ci si conosce tutti, come in un paese”. Un paese che non esiste eppure c’è, patria della passione, sete e desiderio di tavola ricca e discorsi. Un po’ come il Barbaresco di Teobaldo Rivella: un nobile curioso che frequenta le tavole del mondo, pronto a rivelarsi e a confidare, a chi sa ascoltare e conosce la pazienza, i suoi segreti più intimi.

Marco Colabraro

[Foto: Grandi Bottiglie]

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