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5 Aprile 2022

Cantine fighe in posti un po’ “sfigati” (della Toscana)

C’è fermento in Italia e non parlo di birre. Cosa spinge tanti nuovi produttori ad investire risorse ed energie in vigne che non rientrano nelle denominazioni più blasonate? Non è solo per i costi proibitivi di certe zone, a volte sembra un desiderio di riscossa, una questione d’orgoglio. Questi nuovi piccoli produttori non rigettano il lavoro dei Consorzi o le loro dinamiche, non sono stati cacciati malamente da questi ultimi, non fanno vino con l’intento di salvare antiche tradizioni desuete.

Semplicemente fanno il vino che loro vorrebbero bere, hanno grandi palati e sono portentosi professionisti ma si trovano in zone un po’ sfigate. Se ascoltate un toscano parlare, gli sentirete sempre dire che “qui in Toscana il vino viene benissimo dappertutto”, frase ripetuta ad libitum insieme a molte altre tipo “Noi abbiamo inventato l’italiano e il Rinascimento”.

Confesso che per quanto riguarda il vino comincio a crederci. Stanno nascendo tante nuove piccole aziende vinicole che producono in zone snobbate da tanti critici e dai famigerati enofighetti. E invece in queste colline un po’ meno fashion si possono fare diversi vini in grado di emozionare.

Cantina Dainelli
La denominazione di appartenenza sarebbe quella del Chianti Colli Montalbano ma per ora la famiglia preferisce etichettare i propri vini come Toscana IGT. L’azienda è nuova, sta uscendo in questi giorni con la prima annata. Confesso che inizialmente ero perplessa, con gli stessi dubbi del più noioso dei sopracitati enofighetti: prenoto la visita in cantina con una telefonata e dall’altra parte dell’apparecchio la voce mi comunica entusiasmo, preparazione e tanta umiltà. Tutte doti poi confermate anche in presenza unite ad una straordinaria accoglienza, dote rara nell’ex Granducato. Scopro così che l’azienda beneficia delle competenze dell’amico Attilio Pagli e che, anche grazie alle sue dritte, la cantina è nata con divertimento e relativa semplicità. I vini degustati fanno riferimento alla prima annata prodotta in commercio da pochi giorni, c’è ancora molta strada da fare ma vi assicuro che sono vini che lasciano esterrefatti per la loro travolgente ed elegante personalità.

Intruso 2019 (sangiovese e malvasia nera)
Colore rubino scuro. Si apre con note molto profumate e cupe: mora, mirto, grafite, cuoio e una leggera nota ematica. In bocca è ben fatto, non c’è che dire: tannino esemplare che si percepisce solo in un secondo tempo, non troppo irruento, alcol leggermente sgranato, ma appagante e caratterizzato da una beva vivace.

Giacomo Baraldo
Di lui posso dire che non lo conoscevo, ho assaggiato i suoi vini ad una degustazione e lì ho avuto una folgorazione trascendentale. Quindi l’ho cercato e mi sono fatta raccontare tutto. Giacomo è giovane, ha le spalle larghe da rugbista, occhi azzurri e trasparenti, ha un’esperienza internazionale in qualità di enologo praticante (Nuova Zelanda e Argentina da cantina Chakra e da De Montille), possiede una vigna anche in Nuova Zelanda, ma vive a San Casciano dei Bagni. Con pacatezza e minuziosa precisione, senza mai apparire noioso, mi spiega che che cosa l’ha condotto alla produzione di vino convenzionale-tradizionale: una sintesi di esperienze universitarie e all’estero completate da un grande spirito di osservazione. I vini che produce lo rispecchiano tantissimo: pulizia, rigore, sapori decisi e un guizzo in più che mi piace pensare che provenga dalle sue tante esperienze all’estero. Distribuito a livello nazionale da Etica Vini, distribuzione capeggiata dal buon Luca Martini, miglior sommelier al mondo 2014, ragazzo che sicuramente ci vede lontano.

L’affacciatoio 2019 (Chardonnay)
Da vigne situate a più di 500 metri sopra il livello del mare. Giallo paglierino. Sentori netti e mediterranei di pesca gialla, timo limoncino, pietra bagnata, pompelmo e guscio d’ostrica. In bocca colpisce la texture perfetta di questo vino, il bilanciamento: apparentemente sembra non avere una spina dorsale che regge tutto perché c’è una somma delle parti che crea una straordinaria armonia.

Casa Gori
Matteo Gori è pratese e dopo aver conseguito il corso da sommelier compra un piccolo podere vicino Pienza. Ama la vita di campagna e se è vero che il vino della Val d’Orcia è il vino più bello del mondo, il suo lo possiamo tranquillamente definire il più desiderato del mondo. Poche ambite bottiglie, altissima cura e tante attenzioni, gestite con l’aiuto dell’amico d’infanzia Alessio Cecchini, ormai enologo volante da un Paese all’altro. Le etichette sono curate dalla compagna Benedetta (di nome e di fatto visto che Matteo è proprio bello bello in modo assurdo, scusa Benedetta!). La loro fattoria è uno dei luoghi più incantevoli del mondo e se non vi piace il vino, allora potete provare con la loro premiatissima birra fatta coi luppoli da produzione interna.

Sui Sogni 2020
Rosso rubino. Impatto che colpisce con la pulizia e la qualità degli aromi di frutta croccante: c’è dentro tutta la frutta rossa e quel leggero sentore di pesca gialla che personalmente adoro nel sangiovese. Corredano il ventaglio olfattivo anche fiori blu, e profumi di terra arsa. Un bel intercedere gustativo grazie alla preziosa spalla acida e al tannino presente sin dal primo istante e bene eseguito. Finale pulito.

Val di Buri
Confesso di non aver ancora visitato questa cantina ma qualche tentativo l’ho fatto. Sabrina Somigli ha avuto più fortuna di me nel 2020 e ne ha scritto proprio su Intravino ma ha senso riparlarne. Giacomo è una delle persone più silenziose e intense che io abbia mai conosciuto; compensa la moglie Marina Ciancaglini, PR che con le parole ci lavora. Giacomo ha iniziato ormai da qualche anno un progetto straordinario sulle colline pistoiesi dove diverse vigne semi abbandonate sono state recuperate, anche quelle che si trovano nelle zone più impervie. Il patrimonio genetico delle vigne più vecchie recuperate è inestimabile, ma la produzione rimane davvero di nicchia. Distribuzione a mezzo bauliera…

Forabuja 2020
Assaggiato circa un anno fa: possiede lo straordinario superpotere di saper far parlare la gente a tavola. Può piacere o no ma la bottiglia finisce sempre. Ha tutti i sentori della frutta gialla con diversi gradi di maturazione, fiori gialli e sentori erbacei, di erba di fine primavera appena sfalciata. In bocca è pieno e ricco, con l’acidità un po’ defilata per via del corpo e dell’alcol leggermente predominanti, ma buono e genuino.

Marzocco di Poppiano
Montespertoli, Chianti. Zona bellissima, decorata da meravigliose vigne e da produttori che conferiscono la maggior parte delle loro uve alla Cooperativa locale. Da qualche anno però sembra che ci sia il desiderio di alcuni piccoli produttori di sganciarsi per provare a camminare con le proprie gambe. L’azienda Marzocco di Poppiano non è proprio piccola, circa 74 ettari quasi in un corpo unico, ma è gestita con sapienza e intelligenza dai suoi proprietari: Roberta e Maurizio, commercialisti di giorno e supereroi nel week end. Non perdono occasione, italiana o straniera, per promuovere il proprio vino e il territorio e sono alimentati da una straordinaria conoscenza e curiosità nei confronti del mondo del vino. La loro prima annata prodotta è la 2014 e non mancano tante idee e progetti futuri. Da tenere sott’occhio.

Pretale 2016
Pretale è il nome della vigna, il vino è un blend di sangiovese, cabernet sauvignon, e canaiolo da vecchie vigne. Vivacissimo color rubino con buona trasparenza. Profumi molto intensi e cupi di erbe officinali, alloro, ginepro e mirtilli maturi. In bocca è di corpo, ben strutturato, l’alcol aggiunge struttura e si fa sentire sul finale che però rimane pulito e assolutamente piacevole.