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30 Marzo 2022

Live Wine 2022, intervista e bonus track (Cascina Bandiera)

Settimana scorsa, dopo tre anni di stop, è tornato a Milano Live Wine, il Salone Internazionale del vino artigianale. Oltre 150 produttori italiani ed esteri, scelti con un criterio che valorizza, dice il sito, “metodi agricoli rispettosi della terra e della naturale vitalità del vino”. Ho fatto due chiacchiere con Lorenzo de’ Grassi, fondatore di Live Wine insieme a Christine Cogez-Marzani.

Lorenzo, dopo tre anni di stop, com’è andata questa nuova edizione?
Devo dire molto bene. I numeri, praticamente, sono stati gli stessi dell’ultima edizione del 2019. Chi è abituato a organizzare eventi ci dice che, considerati i tempi, si tratta di un risultato straordinario.

Come si differenziano i risultati della giornata di domenica, rispetto a quelli del lunedì?
La domenica ha fatto ottimi numeri sia con il pubblico degli operatori, sia con quello degli appassionati. Il lunedì invece è stata una giornata più adatta a chi con il vino ci lavora, con un’audience composta per buona parte da operatori del settore, che hanno apprezzato una dimensione meno affollata e più professionale. Infatti anni fa avevamo anche il sabato, poi dal 2019 abbiamo preferito concentrarci su un pubblico meno generalista e un po’ più vicino al nostro mondo.

Come location, invece, avete scelto di mantenere il Palazzo del Ghiaccio.
Guarda, è una location impagabile. Spaziosa, luminosa, e ottima anche dal punto di vista dell’acustica. Essendo molto alta, non c’è il classico rimbombo da fiera in cui si fa fatica a sentire la voce di chi ti sta parlando.

Girando tra i produttori, ho trovato un interessante mix tra grandi realtà consolidate del contesto artigianale e nuovi nomi emergenti ancora poco conosciuti. È un equilibrio cercato e voluto?
Sì, per noi è interessante avere questo bilanciamento, perché ciascuna delle due dimensioni ha un ruolo importante e un perché. I nomi più noti, naturalmente, danno prestigio alla manifestazione. Allo stesso tempo, aiutano i più piccoli e meno conosciuti a emergere, “trainando” la tipologia degli artigianali e ampliandone la portata.

I meno conosciuti, invece, quale ruolo hanno?
Beh, c’è una significativa parte di pubblico, sia tra gli appassionati sia tra i professionisti, che partecipa alla manifestazione anche perché cerca la novità. Quel nome mai sentito da poter scoprire, assaggiare, e che può rivelarsi una piacevole sorpresa da inserire nelle proprie liste. I nomi emergenti aiutano l’evento, anno dopo anno, a mantenere una freschezza e una varietà nella proposta.

Qual è invece il punto di vista dei produttori rispetto al pubblico che frequenta l’evento?
Naturalmente, prima di tutto, per i produttori c’è l’occasione di incontrare i professionisti del comparto, di farsi conoscere, di fare business. Le cantine poi sono molto interessate anche a parlare con il pubblico degli appassionati per ascoltare il loro pensiero, la loro opinione. Live Wine è un’occasione unica per far assaggiare i propri vini, anche quelli nuovi, magari avere dei pareri a caldo, idee, punti di vista differenti.

Mi dicevi che quest’anno avete introdotto una novità per quanto riguarda la sostenibilità.
Sì, è la prima edizione in cui abbiamo aderito a “UNI ISO 20121 – sistemi di gestione sostenibile degli eventi”. In pratica è un protocollo con cui ti impegni, nel corso delle diverse edizioni, a migliorare progressivamente la sostenibilità dell’evento. Non solo dal punto di vista ambientale, ma anche da quello sociale ed economico. Ad esempio, gli allestimenti li abbiamo implementati con il supporto di una cooperativa che dà lavoro a persone con disabilità psichiche. Anno dopo anno, ti impegni a fare sempre meglio.

Chiudiamo con la sezione cibo dell’evento.
Anche questa ha funzionato molto bene, tutti davvero soddisfatti soprattutto dell’altissima qualità. Quest’anno, non sapendo quale sarebbe stata la risposta del pubblico, per il pranzo dei 150 vignaioli abbiamo fatto dei buoni utilizzabili presso i banchi alimentari, dando vita a un circolo virtuoso nel contesto dell’evento.

BONUS TRACK – CASCINA BANDIERA
Se è vero che, come afferma Lorenzo nell’intervista, Live Wine vive in equilibrio tra realtà affermate e nomi emergenti, per questa edizione mi sono dedicato maggiormente alla seconda categoria. La voglia di scoprire nuovi produttori mai sentiti nominare, e di andare magari incontro a belle sorprese, quest’anno ha prevalso.

Un incontro in particolare ha segnato la mia giornata, quello con Lina Rigo e Andrea Ferratini di Cascina Bandiera. Ne aveva già parlato nel 2017 Jacopo Cossater, qui su Intravino. Poneva l’accento sulle difficoltà nel reperire informazioni relative a questa cantina, e raccontava specificamente del loro pinot nero.

Oggi, a cinque anni di distanza, qualche informazione online si trova più facilmente, ma i due continuano a mantenere un profilo decisamente basso, per dirla con un eufemismo. Niente sito, zero social, giusto una mail da recuperare spulciando tra varie pagine. Preferiscono parlare con le persone, o meglio ancora accoglierle a San Sebastiano Curone, nel sud-est del Piemonte, dove coltivano due ettari di vigna secondo i principi della biodinamica.

Lina, che come Andrea è architetto di professione, mi racconta che sono stati tra i primi in Italia ad abbracciare il mondo biodinamico, e non l’hanno mai abbandonato. Inizialmente facevano vino in Veneto, precisamente ad Arzignano, ma poi hanno sentito l’esigenza di trovare un luogo più incontaminato dal punto di vista ambientale, ed è così che all’inizio degli anni Novanta sono arrivati in Località Bandiera.

I due fanno praticamente tutto in autonomia, con le loro mani. Era proprio quello che volevano quando hanno iniziato, e tutt’oggi funziona così. Andrea lo si può trovare in vigna, il suo mondo, mentre Lina è più facile incontrarla in cantina. La visione che hanno del vino è molto chiara. Lavorano con un approccio artigianale e rispettoso, ma su un punto sono molto chiari: il vino non deve avere difetti o imperfezioni. Infatti, assaggiando le loro diverse proposte, la sensazione generale è di grande pulizia e nitidezza.

A proposito dei vini, online si trovano diverse opinioni sul loro Chardonnay, Sansebastiano. Per questo scelgo di raccontare un altro vino, meno conosciuto, che si chiama Campetti, e in particolare la sua versione macerata. Venti giorni sulle bucce, annata 2019, 100% timorasso: è un vino stupefacente. Ha una vitalità vibrante, quasi elettrica, che si esprime con una freschezza sferzante di pompelmo e mela verde. In bocca la materia è tesa, guizzante. Il tocco della macerazione porta polpa e consistenza, ma non quell’effetto omologante che capita spesso di riscontrare. Chiude salino, minerale, con un soffio leggerissimo di idrocarburi destinato negli anni ad assumere un ruolo sempre più centrale. Davvero una splendida bottiglia.