FacebookTwitterIstagram
18 Marzo 2022

Un sogno chiamato Beba 99: andata e ritorno dalle Dolomiti

Succede che un amico ti passa una bottiglia, e che la stappi senza sapere minimamente cos’è o cosa c’è dietro. Assaggi, sorseggi, ci provi gusto e alla fine dal dubbio passi al piacere, fino all’invaghimento.

Capire che c’era lo zampino di sangiovese e i suoi fratelli o che abbia fatto un passaggio in botte (anche se usata) non era poi così difficile, ma scoprire la bella storia che ruota intorno al Podere Casaccia non poteva che spingermi a scriverne.

Siamo ad Anghiari, piccolo borgo di una Toscana un po’ lontana dai radar vitivinicoli, a pochi km da Arezzo, precisamente nella Val Tiberina. Comune dove nasce il fiume Tevere ma probabilmente famoso ai più per l’omonima battaglia tra repubblica fiorentina e milanesi nel 1440, conflitto che recentemente è tornato alla ribalta per via di una presunta rappresentazione ad opera di Leonardo da Vinci sulle pareti di Palazzo Vecchio a Firenze, ma che solo dopo studi specifici poi si è chiusa con un nulla di fatto: Leonardo infatti non è mai riuscito a dipingere la battaglia di Anghiari.

Questo vino nasce da amore e tradizione, da collaborazione, ma soprattutto dall’amicizia, dove il vino non è solo il risultato ma anche l’anello di congiunzione tra i protagonisti.

Con un filo di emozione prova a raccontarmene qualcosa Paola De Blasi, agronoma nonché epicentro di questo progetto ”Beba è il nomignolo con cui veniva chiamata in famiglia mia nonna Elena. Lei purtroppo è scomparsa pochissimi giorni fa, alla veneranda età di ben 101 anni, ma nella conduzione della piccola azienda di famiglia è rimasta vigile e presente fino al suo ultimo giorno. Da qualche anno coltivavo il sogno di mantenere ciò che c’è sempre stato nella mia famiglia, in particolare valorizzando una sua vecchia vigna di 2 ha (con sangiovese, canaiolo nero, colorino, aleatico e ciliegiolo), di circa ottant’anni e ancora col vecchio sistema ad archetto toscano. Nei miei pensieri c’è sempre stata la voglia di occuparmene, ma ahimè era impossibile farlo a tempo pieno per via del lavoro, e qualche anno fa stavo addirittura decidendo di estirparla. Ma è stato anche grazie ai consigli, nonché all’intervento di alcuni amici se invece di abbandonare tutto sono riuscita a rilanciarla e realizzare questo vino, il mio piccolo sogno…“.

Gli amici in questione sono Andrea Moser, Giulio De Vescovi, Giuseppe Fugatti e un certo Franz Haas, purtroppo da poco scomparso. “Mi hanno spinto a crederci e che c’era la possibilità di poter realizzare qualcosa di veramente bello, così nel 2019 (anno in cui mia nonna compii 99 anni, da lì Beba 99) dopo averla seguita perbene sono riuscita a vinificarla per la prima volta grazie al loro aiuto: Giuseppe Fugatti ha portato le uve da Anghiari fino alle Dolomiti, dove Andrea Moser l’ha vinificata nelle cantine di Giulio De Vescovi, e Franz, lui c’è sempre stato con i suoi consigli.

Il risultato è questo vino, annata 2019, dall’etichetta ruvida a richiamare un po’ la carta che si usava un tempo per le lettere, in cui sono raffigurate due mani che cuciono e ridanno vigore ad una vecchia pianta, ma che rappresentano sopratutto l’amicizia che ha dato vita a questo piccolo sogno.

Un sogno color rubino, dal frutto nitido e ben in evidenza al naso, una ciliegia a cui poi tutt’intorno ruotano note di ruggine e pepe nero; morbido, pulito e ricamato come la seta, in cui tannino e acidità si intrecciano per un sorso fine, gustoso, profondo, che vorresti non finisse mai.

A fine bottiglia spero che questo non sia solo un esperimento, e Paola scioglie subito le mie riserve spiegandomi che ci sarà una 2020, una 2021, e via via le prossime annate, che sta cercando di ottenere una certificazione biologica e provvedendo anche ad un reimpianto di alcune viti ormai improduttive, per incrementare una produzione che al momento è di sole 3000 bottiglie.

Non è solo un sogno realizzato, ma bensì uno che continuerà.

 

 

P.S. Nell’azienda di nonna Beba si coltiva anche orzo, dal quale Paola ha prodotto una gustosa birra, chiamata “Damigella”, realizzata con una ricetta di Agostino Arioli, il papà del Birrificio Italiano.