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25 Febbraio 2022

Di quel giorno in cui il Lambrusco di Bergianti e Venturelli finì sulla Revue du Vin de France

Tutte le strade del mondo portano a Roma, ma alcune pure a Modena. La nostra Emilia è una terra complessa e di opposti, di lavoro e di festa, di fabbriche e campagna, velata da fitte nebbie in inverno e da afa infernale in estate, divisa storicamente tra Don Camillo e Peppone.

La vita degli emiliani si lega indissolubilmente al Lambrusco e pochi vini riflettono così tanto la personalità e lo stile di vita delle persone e del luogo in cui nascono. Se fossimo in un film, “il Lambro” vincerebbe l’Oscar come miglior attore non protagonista, perché lui è così, c’è sempre ma ama accompagnare, non necessita di un posto in prima fila. Accompagna i piatti, accompagna le chiacchiere, i compleanni e le merende tra amici.

Le categorie più conosciute sono il Grasparossa, il Salamino e il Sorbara ma eviterò di farvi una lezione sul Lambrusco, vi lascio la sorpresa di provarli, la stessa che ho lasciato la scorsa estate al mio amico Roberto Petronio, importante firma della Revue du Vin de France ed eccellente degustatore. Dopo aver saputo che saremmo stati entrambi in Sicilia per le vacanze estive, ci siamo incontrati sull’Etna, a Linguaglossa, per una bevuta di Lambrusco che lui ha apprezzato a tal punto da programmare un viaggio a Modena in novembre, per approfondire e capire meglio come nascono le nostre meravigliose bollicine.

I vini che gli ho fatto assaggiare sono quelli che bevo più di frequente, non necessariamente i migliori (ci tengo a specificarlo) ma quelli che io amo di più. Anche se sono cresciuto nella culla del Grasparossa, il mio cuore batte forte per il Sorbara, più scarico, fresco e tagliente. C’è da dire che negli ultimi anni in tutte le zone la qualità è cresciuta parecchio e sono comparse delle vere e proprie eccellenze.

Quella sera di agosto abbiamo bevuto Vittorio Graziano, iconico produttore di Castelvetro, Gianluca Bergianti con il suo Salamino e alcuni vini di Vincenzo Venturelli, al quale sono legato da una profonda amicizia. Dopo tre mesi Roberto è venuto a Modena e gli ho organizzato un incontro con Venturelli, con il quale aveva scambiato chiacchiere al telefono durante la nostra serata siciliana.

Piccola premessa: il Professore (così è chiamato Venturelli, perché insegnava matematica) non è un produttore, bensì un hobbista che fa vino da quarant’anni – un vino irreperibile se non per gli amici – la cui fama va ben oltre Modena, tant’è vero che moltissimi grandi produttori lo ammirano e si recano a trovarlo per farci due chiacchiere (per saperne di più, leggi subito Il dilemma di Venturelli, il professore del Sorbara, ndr).

Personalmente, quando penso a Vincenzo mi viene in mente Ivan Graziani, un artista amato dagli artisti e poco considerato dal grande pubblico. Pensate che nella prima edizione di Champagne Experience, a Modena, sono state aperte bottiglie di Sorbara e Trebbiano (di cui fa poche bottiglie ) del Professore a ritroso fino al 1979, vini che lasciano un segno indelebile nell’anima prendendosi un posto d’onore nel cassetto dei ricordi.

Comunque, arriviamo da lui e c’è Bach sparato a tutto volume (la musica classica, sua grande passione, non manca mai: qualcosa del genere), mangiamo al volo due fette di salame e un po’ di Parmigiano mentre racconta la sua storia a Roberto, accompagnandola a qualche calice di buon vino, per poi recarci da Bergianti.

Nel corso della loro telefonata estiva, l’amico francese gli aveva proposto un incontro a due con un altro “lambruschista” e il Prof, dopo aver giustamente sottolineato che oggi come oggi i bravi non mancano, aveva espresso la sua personale affinità con Gianluca Bergianti, per un confronto e una bella chiacchierata sul vino. Arriviamo da Bergianti verso le 14:00.

Di Gianluca, che ha 45 anni, conoscevo solo i vini, ma mi mancava il viso a cui associarli e il bellissimo contesto in cui nascono. Siamo in zona Salamino, a Gargallo di Carpi, dove i terreni sabbiosi e limosi sono perfetti per il Sorbara. Curioso come questo sia un sito archeologico dove si produceva vino già ai tempi dei romani. L’idea è quella di creare un microcosmo dove il vino è parte di un vero e proprio organismo agricolo in cui si producono farina, frutta, miele e ortaggi, e si allevano animali. Sono presenti capponi, cavalli, pony e la prossima estate arriveranno le vacche.

“Vedo crescere qualitativamente tutto insieme ogni anno”, mi dice Gianluca. L’azienda è biodinamica certificata, il tempo scorre piacevole mentre camminiamo in campagna e ascoltiamo le sue parole appassionate, in un luogo di rara pace. La prime uscite – 2013/2014/2015 – sono state tutte di metodo classico e Bergianti, con straordinaria onestà, mi confessa che non lo ha fatto “per fare lo sborone”, come si dice da noi, ma perché la vigna era troppo giovane e il vino mancava di complessità, quella complessità che ha cercato di aumentare con la permanenza sui lieviti.

La prima uscita di un rifermentato è del 2016, con il Perfranco, poi dal 2017 con il San Vincent, per arrivare ora a circa l’80% di rifermentati. I suoi vini sono cresciuti di anno in anno diventando oggi, insieme ad alcuni altri, un vero e proprio punto di riferimento per l’intera zona. Anche qui non mancano le note dolenti: visto il grande successo, occorre cercare di accaparrarsi alcune bottiglie subito dopo l’uscita, perché purtroppo finiscono in un lampo.

Dopo tante chiacchiere, ci siamo trasferiti alla Trattoria Entrà, da Antonio Previdi, uno dei massimi conoscitori di Lambrusco e delle dinamiche a esso legate, il quale ci ha messo a disposizione il luogo dove fare la degustazione. Venturelli e Bergianti hanno portato entrambi tre metodi classici e tre rifermentati che hanno accompagnato un pomeriggio di rara bellezza e convivialità, al termine del quale abbiamo fatto una cena che è stata la chiusura perfetta di una altrettanto perfetta giornata.

“Mi avete fatto vivere un momento sospeso “ ci dirà Roberto, innamoratosi del contesto in cui si è trovato, rimanendo colpito da quella che ha chiamato la “modenesità”, un misto di ospitalità, allegria, buon cibo, rigore (quello che deve avere chi vuole fare le cose per bene) e ovviamente – ultimo ma non ultimo – Lambrusco. Non parlerò della degustazione di quel giorno perché è già stato fatto con un bellissimo articolo sulla Revue ma ci tengo a condividere le note dei due Sorbara rifermentati in bottiglia 2020 dei protagonisti di giornata. Chissà che a qualcuno non nasca la voglia di conoscere meglio il Lambro in tutte le sue declinazioni, serbatoio dove pescare autentiche perle andando oltre i big numbers.

Il tratto comune ai due vini? Una bollicina di pregevolissima fattura, in grado di competere per finezza con parecchie bottiglie ben più blasonate.

San Vincent 2020, Terre Vive
Colore brillante, un po’ carico per un Sorbara (che Sorbara in etichetta di fatto non è): si apre su toni floreali, su tutti la rosa antica, un melograno netto e definito (Gianluca ci dice che è un profumo che spicca quando i vini fanno la malolattica), mentuccia; in bocca è fresco, molto confortevole, con una beva da capogiro aiutata da una trama tannica percettibile. È più un vino rosso rispetto al Sorbara di Venturelli e trovo bellissimo il contrasto tra la sensazione di cremosità e l’energia che sprigiona. Grande vino davvero.

Sorbara 2020, Venturelli
Colore più flebile e trasparente. Profumi giocati su buccia di agrume, infuso di the e note piccanti; ha una fisionomia più verticale, da bianco. In bocca è più tagliente e slanciato, con acidità più percettibile e finale sfumato di mandarino. Beva compulsiva e repentini cambi di fronte con la bottiglia che finisce a tempo di record.

In conclusione, mi sento di dire che il Lambrusco non è solo un vino ma uno stile di vita. Almeno, il mio.

[Foto cover: RVDF]