FacebookTwitterIstagram
15 Febbraio 2022

Il nostro sentito ricordo collettivo di Antonio Tomacelli

Negli anni, oltre 100 editor sono passati di qui e tanta parte del merito è stata del nostro caro Antonio. Che Intravino continuasse tutt’oggi ad attirare forze sempre nuove era uno dei suoi più grandi motivi di orgoglio, motore e collante al tempo stesso: il nostro Direttore.

Quello che segue è un ricordo collettivo, in alcuni passaggi molto privato, che alcuni intravinici vecchi e nuovi hanno avuto il piacere di condividere. Mettendoli tutti insieme come in un grande puzzle, l’animo e il carattere di Antonio escono fuori nitidamente e con tanti colori.

Saremo grati a chi avrà piacere di aggiungere la sua pennellata.
Buona lettura.

— — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — — —

“Capoccione, affettuoso, protettivo. E stronzo di proposito per nascondere il suo essere sensibile. Non so se lo fosse con tutti, ma con me Antonio Tomacelli era così. Messaggi e telefonate per coordinarci e sopra a tutto il suo enorme supporto quando avevo qualche dubbio. Una volta mi accorsi delle fesserie scritte sulle schede di un produttore di Barolo: “Direttore che faccio, ne scrivo?”. “Allora, tu intanto fai un bello screenshot della pagina e poi scrivi, che se vengono a dirci qualcosa pubblichiamo lo screenshot e chiudiamo la questione”. Se quella di Intravino si è avvicinata ad essere una redazione, in questi anni in cui l’ho vissuta, il merito è senza dubbio di chi aveva il piglio del direttore. Quel piglio Antonio lo aveva. Ho conosciuto un po’ di direttori in vita mia, lui era quello che più di ogni altro esercitava la leadership in modi a tratti persino ruvidi, ma capaci di trasmetterti la stessa garra che aveva lui. E poi, se c’era da discutere con qualcuno per qualcosa che avevi scritto, lui era pronto a difenderti anche quando avevi torto. Perché? Perché interpretava così il suo essere direttore. E questa cosa, ai miei occhi, gli ha guadagnato stima e rispetto. Scrissi il mio primo pezzo su Intravino e qualcuno commentò “Un pezzo scritto con i piedi”, e io risposi “Come se scrivere coi piedi fosse facile”. Lui mi chiamò “Ciuffolé, guarda che quel cretino che ti ha commentato lo so io chi è, volevo dirti di mandarlo a fare in culo, ma ho visto che c’hai pensato da te. Bravo!”. Da lì in avanti credo di aver ripagato la fiducia che aveva in me e lui sentiva quella che io avevo in lui. Dalla fiducia credo si sia passati, in modo discreto e senza troppe parole, all’amicizia. Dopo l’ultima Disfida delle Contee non avevo scritto niente per Intravino, lui mi manda un messaggio “Come mai non hai ancora scritto della Disfida per Intra?”. “Ma perché non volevo sembrasse una roba marchettara”. “Ok, ora che hai detto questa cazzata mettiti a scrivere”. “Va bene Direttore, ma solo se mi prometti che l’anno prossimo vieni con Tonia”. “E allora veniamo, ma ora mettiti a scrivere”.
Io quel pezzo l’ho scritto, ma adesso so che non verrai. È la prima volta che non mantieni la parola da quando ti ho conosciuto.”
(Tommaso Ciuffoletti)

 

“Ricordo ogni emozione della nascita di Intravino a Firenze ma soprattutto ricordo quanto mi stava antipatico questo “Debord” che commentava ogni cosa su KelaBlu. Come Guy Debord ci tenevi un sacco alla tua brutta reputazione ma la tua generosità e la tua capacità di scovare talenti di scrittura ti rendeva più buono di quanto tu volessi. Ricordo le litigate in redazione, le correzioni, le mail e i messaggi sulle chat. Ricordo l’ospitalità in Puglia, la visita di te e tuo figlio in trattoria, il candore con cui raccontavi la tua vita privata, completamente diverso dall’aggressività pugnace delle tue battaglia sul vino e sulla comunicazione del vino. Dentro Intravino ci siamo sempre sentiti protetti dalle tue spalle larghe, a volte ci andavano stretti i tuoi schemi ma la coerenza e la coesione del messaggio di Intravino non hanno mai avuto cedimenti ed è sempre stato per merito tuo. Eri troppo schivo per guadagnarti le luci della ribalta e te le saresti meritate, le hai lasciate a tanti di noi e speriamo di averti ringraziato abbastanza in vita. Una vita in cui non ti sei risparmiato e che hai vissuto a tratti ferocemente, a tratti in maniera più da stratega ma sempre da guerriero alla ricerca della verità. Per me sei stato a volte una coperta di Linus e a volte un moloch da abbattere quando Intravino non seguiva le mie idee e le mie visioni ma non ti avrei mai voluto diverso neanche per un secondo da come sei stato. Addio amico mio, ti renderemo sempre orgoglioso di quello che hai creato in questi anni scrivendo le cose più belle e tu avrai la soddisfazione di non essere costretto ad editarle, vuoi mettere? Ti voglio bene, Tomax”
(Andrea Gori)

 

“Difficile ragionare stasera, perché mi ritrovo con molte cose non dette che adesso stanno lì, a occupare spazio e a fare peso.
Come è stato finora? Un numero imprecisato di argomenti sui quali essere in disaccordo con il vino sempre presente, ma come pretesto per ragionare d’altro. La libertà di poter dire qualunque cosa, magari argomentando (e ogni tanto anche senza argomentare, quando il pezzo pareva suonare bene). In fondo la regia del pensatoio di Intravino, al di là di mille scoop e anteprime, sta tutta là. E già mi manca.”
(Gianluca Rossetti)

 

“«Simone Di Vito chi? Fai la personcina educata e presentati.
Dopodiché: il post non è niente male ma va approfondito con due tre informazioni in più.
Fai vedere chi sei, ci risentiamo presto. Antonio Tomacelli»
Fu questa la prima mail ricevuta da Antonio. Invero ce n’è un altra di un paio d’anni prima (che non sono riuscito a ritrovare), in cui un giovane corsista Ais dopo un bel viaggio decide di scrivere un report di vino, e voleva farlo solo per Intravino, ma non ero pronto e la risposta fu: “No grazie, non ci interessa”. Antonio non era una persona immediata, non si concedeva così facilmente. Sapeva cosa e come lo voleva, e spesso su questo non era disposto a scendere a compromessi. Era geniale, ironico, sornione, pungente e severo al punto giusto, ma aveva un animo buono, nel quale ogni tanto mi concedeva di dare una sbirciatina. Aveva un modo tutto suo di mostrarmi il suo gradimento, il suo rispetto, la sua amicizia. Il suo percularmi infatti significava che tutto sommato mi apprezzava, anche perché diversamente non mi si sarebbe filato proprio. Le mie frequentazioni con lui erano limitate al solo online e al telefono, ma erano frequenti da quasi due anni, addirittura quotidiane da un anno a sta parte. “Ciccio oggi che abbiamo da pubblicare? Ti racconto di quella volta con Bonilli. È pronto quel post? Fratello caro dai retta a me…” quanti racconti, quanti consigli, quante risate.
L’ultima critica benevola me l’ha fatta pochi giorni fa “Ma che cazzo hai fatto a quel titolo? Hai cambiato tutto?“e io me la tengo stretta stretta. Come tante altre bacchettate sulle impaginazioni o su quello che scrivevo: “Ma che hai scritto? Davvero c’è ancora gente che usa la parola leccornie? Ma tu lo leggi Intravino? Occhio che ti vendo ad un altro blog!
Mi ha insegnato tanto, ma sopratutto ha creduto in me, lasciandomi da qualche mese anche le chiavi di casa, perché ormai si fidava di me, o forse, come mi disse una volta «Stavam scars a fetent»
La notizia della sua morte mi ha scosso, mi ha bloccato, pietrificato. Perché non ho perso un direttore, ho perso un amico, leale e sincero fino al midollo. Ciao dirett0’… E come mi dicevi sempre tu: «Ciccio, statt accort…»”
(Simone Di Vito)

 

“Sono entrato in Intravino in piena pandemia e proprio oggi, quando la terra mi è tremata sotto i piedi per la notizia infame che nessuno si aspettava, ho realizzato che io Antonio non sono nemmeno mai riuscito ad incontrarlo di persona. Caxxo.
In questo annus horribilis, in cui lui mi ha raccolto dal nulla per accogliermi in Intravino, mai ci siamo potuti vedere di persona, stringerci la mano o annusarci. Da persona che non lo ha mai nemmeno sfiorato non ho nessun diritto di ricordarlo, ma una idea di chi era Antonio Tomacelli, di quanto fosse figo e di quanto fosse avanti ce l’ho ben chiara dalla prima mail di risposta ad una mia supplica di poter scrivere su Intravino: «Caro Jacopo noi siamo 26 scappati di casa più un direttore la cui unica funzione è ripetere una volta a settimana “Questo blog non è un albergo!”. Non saprei che utilità ne potresti avere ma, nel caso, manda un post a piacere e lascia perdere zoom che non sei neanche una bella phaiga.
Vedi tu. Bacioni. Antonio Tomacelli.»”
(Jacopo Manni)

 

“Negli ultimi giorni mi è venuto in mente spesso “Devo mandare un messaggio a Tomacelli.. appena ho un secondo scrivo un saluto ad Antonio..” ma alla fine quel secondo non è mai saltato fuori e ora me ne pento. Sono andato a rileggermi i messaggi scambiati da quando mi hai fatto salire a bordo di questa nave e se dovessi scegliere un ricordo, uno soltanto, è la fiducia che davi alle persone. Non chiedevi patenti speciali, titoli vuoti o raccomandazioni false per entrare a Intravino ma solo onestà e schiettezza, quelle che tu hai sempre professato. Ciao Antonio, mancherai tanto.”
(Massimiliano Ferrari)

 

“Mi mancheranno i tuoi rimproveri perché scrivevo troppo sulla mia pagina, mi mancheranno i tuoi insegnamenti su come comportarmi nelle polemiche, chi mandare a quel paese e di chi fregarmene, mi mancherà il tuo essere così tremendamente schietto e diretto. Ci conoscevamo da poco più di un anno ma non hai mai mancato di farmi sentire parte di questo meraviglioso gruppo che avevi creato. Era troppo che non ti sentivo e dieci giorni fa ti ho chiamato per un saluto che non credevo sarebbe stato l’ultimo. L’unico modo che conosco per farti contento è aprire un grande vino, berlo e scriverne su intravino: “ Tu sei qua per farci sognare con le bottiglie che bevi, quindi fallo“, così mi dicevi e così farò. Un abbraccio caro Antonio, vedi di non mandare a fanculo troppa gente anche di là.
(Daniel Barbagallo)

 

“Quando arrivai mi scrivesti una mail formale, di quelle che si firmano “Il Direttore” e che spaventano un po’, poi mi chiamasti e sembrava di parlare con uno zio che non senti da un sacco di tempo. Capii quel giorno che ero nel posto giusto. Un pensiero per Tonia, che ogni volta che mi chiamavi sbucava a lasciare un sorriso e un saluto: Intravino è casa tua.”
(Denis Mazzucato)

 

“Ricordo che leggevo Intravino e mi dicevo “troppe poche donne, lì dentro”. Un giorno te lo scrissi e tu, senza nemmeno conoscermi, replicasti qualcosa come: “se pensi di poter incrementare le quote rosa, vediamo che sai fare, mandami un tuo pezzo”. Io lo feci, e da lì iniziò la nostra avventura. Burbero, senza peli sulla lingua, schietto, integro fin nel midollo, non era sempre facile relazionarsi con te, ma tu te ne fregavi perché sapevi il fatto tuo. E alla fine avevi ragione. Ci siamo incontrati solo una volta, durante un bellissimo meeting di Intravino, prima che il covid arrivasse a complicare tutto. Il mio ricordo rimane lì, a quel giorno: tu, la tua amata Tonia, le taniche di primitivo sfuso di cui andavi tanto fiero, e negli occhi l’orgoglio di aver messo insieme una crew tanto improbabile quanto forte. Grazie di tutto, Zio Tom.”
(Lisa Foletti)

 

“E adesso, Antò, che cosa dico a Ninì? Era deciso, anche quest’anno sarebbe tornata a trovare zio Tom e zia Tonia, come lo scorso anno e come l’anno prima, Antò. Non so come potrò dirle quello che non riesco a dire a me, perché mi sembra impossibile che sia vero. E quindi sto qui, immobile e impietrita, mentre dentro mi scorrono veloci i fotogrammi dei momenti passati insieme, fatti di risate, della tua pungente e geniale ironia, fatti di pensieri in libertà, di vino e di bellezza.
Te lo ricordi Antò, quanto ti sei divertito quando la prima volta io e Manu venimmo a pranzo da te e Tonia e ci impiattaste praticamente tutto l’Adriatico crudo e io t’ho guardata un po’ sgomenta: “Antò, ma che si muovono?”. E poi a Castel del Monte, quanto eri felice quel giorno e quanta passione nel raccontare. Quella passione che mettevi in tutte le cose, calda da diventar quasi furente a volte. Del resto eri un toro, Antò, e noi tori siamo un po’ così, capoccioni Don Chisciotte. Sono felice che Ninì abbia avuto la fortuna di passare del tempo con te. L’immagine che adesso mi strazia e allo stesso tempo un poco mi consola è quella di voi due, il gigante e la bambina, lontani, nell’acqua cristallina del tuo mare e noi tranquilli a riva a chiacchierare con Tonia, perché di te, Antò, ci si poteva fidare e l’aveva capito anche una bimba di tre anni. Un’altra cosa mi consola, sapere che nei tuoi ultimi anni sei stato felice fino in fondo, che l’amore non ti è mancato un solo attimo, che accanto a te c’è stata Tonia. Ed è a lei che ora penso, Antò, e so che sarai felice di vedere da lassù quando l’abbracceremo forte forte.”
(Samantha Vitaletti)

 

“La sua ironia, la battuta sarcastica sempre pronta e la passione incessante con cui affrontava ogni argomento. La lungimiranza e soprattutto la capacità di capire al volo cose che talvolta erano anche lontane dal suo quotidiano. Un uomo del sud che del sud rispecchiava una sorta di coscienza millenaria. Con lui mi sono sempre trovato a mio agio e da lui ho imparato tantissimo. Avevo sempre tante domande e lui era come un mentore. Ho un solo rammarico, nei miei pensieri ho sempre immaginato il giorno in cui lo avrei incontrato e sapere che quello rimarrà solo un pensiero mi fa tanto male. Mi ricordava tanto Renzo Arbore. Ho solo una cosa da dire: ANTONIO, GRAZIE DI TUTTO. Con affetto, rispetto e ammirazione.”
(Salvatore Agusta)

 

“Ciao Antonio, all’ultimo ritrovo intravinico da Burde ci urlasti con un misto di passione ed orgoglio: “Vi sono venuto a prendere uno ad uno!!!” Non lo dimenticherò mai. Mi hai sempre profuso affetto, stima, rispetto. Mi hai sempre incoraggiato a scrivere in piena libertà e indipendenza. L’ultima parola che ho di te, solo qualche giorno fa, è “scusa” sebbene non ce ne fosse alcun bisogno. Intravino mi ha fatto appassionare, divertire, crescere. Grazie infinite Tomax. Non finisce qui. E se vorrai passare a trovarmi sappi che non avrò paura. Ti aspetto con una buona bottiglia.”
(Nicola Cereda)

 

“Difficile e coraggioso. Accogliente sempre e sempre fermo. Uomo di opinioni forti, strutturate, consapevoli. Sguardo sempre avanti. Avrei voluto conoscerlo meglio, diamine non è sempre così? Stimolo continuo per la redazione e sempre presente. Direttori così si amano o si odiano, non sono uomini per le mezze stagioni. Io mi sono iscritto senza esitazioni al partito di chi lo ama, una tessera che conserverò sempre. Grazie, direttore. Daje.”
(Andrea Troiani)

 

“Essendo l’ultimo arrivato il mio grosso rammarico è quello di non aver mai incrociato i bicchieri, il nostro è stato uno scambio di mail e messaggi pieno di battutine taglienti (le tue) dove mi spronavi a scrivere più spesso. Faccio tesoro dei pochi e preziosi consigli e ti ringrazio per avermi aperto le porte del cerchio magico, come lo chiami tu. Buon viaggio, Antonio”.
(Antonello Buttara)

 

“Diretto’ non so cosa scrivere, sono molto triste e non riesco a formulare niente che abbia senso. Non siamo preparati al momento dei saluti, di solito quando il sipario si chiude poi gli attori ritornano sul palco 2 o 3 volte ancora, e il pubblico applaude. Adesso sono commosso e penso che ognuno dovrebbe prendersi il proprio applauso finale e uscire di scena contento. Ci penso io Direttò, ti applaudo lo stesso e ti ringrazio per avermi accolto in questa redazione incredibile, mi hai fatto un bel regalo. Un brindisi di cuore al tuo ricordo!”
(Alberto Muscolino)

 

“Mi hai accolto nella squadra di Intravino senza conoscermi, mi hai ospitato a casa tua come se ci conoscessimo da una vita… Averti incontrato in questo mondo è stato un immenso privilegio; non essere tornato a imparare ancora qualcosa il più grande rammarico. Generosità ed entusiasmo, per me questo era Antonio: due grandi qualità grazie alle quali sei riuscito a costruire qualcosa che resterà per sempre. Come il tuo ricordo. Ciao capo!”
(Giorgio Michieletto)

 

“Sbucavo dal nulla e mi hai fatto salire a bordo in quattro e quattr’otto. Mi hai accolto così: “Per quanto riguarda gli argomenti, massima libertà, ma se scopro che fai marchette ti uccido.” L’integrità è stato il primo dei tuoi insegnamenti, e anche il più grande. Ciao Boss, non sai quanto ci mancherai.”
(Graziano Nani)

 

“Oggi la penna pesa.
A volte, nel passato, già è capitato che pesasse. Ma così no.
A volte, prima di oggi, è capitato che la penna pesasse e che con la pesantezza iniziasse anche l’attesa della sveglia.
La sveglia era un affettuoso, unfriendly reminder.
Soprattutto, la penna pesava per la fatica e lo straniamento di tanto lavoro e tanto lontano, un lavoro agli antipodi del convivio e del vino da salotto, vetrina, ufficio, redazione e accademia.
Lontano com’ero, e lo sono anche ora, quando la penna pesava, quasi pregustavo il rimbrotto. E, immancabilmente, per mio gusto il rimbrotto arrivava. E la penna iniziava a pesare un po’ meno.
Oggi, invece, la penna pesa senza rimedio. Più ancora di lei, pesa un presentimento disgraziato, un senso di attesa nel timore della sua vanità.
Mi sa che il rimbrotto, stavolta, non arriva.
Grazie, Antonio. Per l’affetto, la fiducia e i rimbrotti, i primi due ricambiati in egual misura, i terzi no per mia manifesta incapacità. Anche i rimbrotti sono un’arte. Anche quelli sono serviti a volerti molto bene.”
(Emanuele Giannone)

 

“Mi hai voluto tu, Antonio, in questa tua cage aux folles che è Intravino. Per te ero l’outsider, quello che diceva sempre #nonsonounwineblogger, e #checifaccioqua. Ma ci siamo piaciuti: mi hai fatto provare, e sono rimasto. Sapevi tenerci insieme, sapevi tirarci la briglia quando era il caso, e soprattutto darci di pungolo quando eravamo troppo pigri coi tasti. E no, non eri un orco come facevi credere ai tuoi redattori novelli. Non si guadagnava un soldo, nella tua redazione, eppure ogni volta era un piacere scrivere per te. Perché si capiva che era qualcosa di unico, il tuo Intravino. Qualcosa per cui valeva la pena esserci. Anche perché c’eri tu. Che ci tenevi, alla tua creatura. Alla qualità della scrittura, ed a quella dei contenuti. E anche a noi, adesso puoi dirlo. Ti rompevo le scatole, ti correggevo le bozze, perché negli ultimi tempi non mettevi mai gli occhiali prima di pubblicarci, mi arrabbiavo se qualcuno di noi scriveva qualche orrore ortografico in lingue straniere. Ci tenevo anch’io, al tuo Intravino, alla fine.
E ora? Ora dobbiamo salutarti, tutti insieme, noi, questa banda di matti che hai radunato in ogni angolo d’Italia et ultra: e per la prima volta allungheremo il vino con l’acqua: quella delle nostre lacrime. Ciao Diretùr!”
(Thomas Pennazzi)

 

“Caro Antonio, la notizia del tuo addio mi è arrivata come folata di vento marino, avvolgente e pungente, Vento che ti spinge e si prende il tuo equilibrio prendendoti a schiaffi. Un vento che si trasforma e diventa carezza, che sa di sole e di sale, e ti protegge. Un soffio di vento che torna dove l’azzurro del mare si confonde con cielo per rimanere li per sempre a guardarci e guidarci.
Un abbraccio caro Antonio, grazie per aver avuto cura di me.”
(Giampaolo Giacobbo)

 

“Avevi il dono di lasciare spesso senza parole chi discuteva con te, fin dal tempo che eri Debord, quando ci si ingaglioffava senza troppi pensieri su Kelablu. È stato il tempo in cui la Rete ha trasformato le vie in un fascio di strade strette strette, dove ci si passava accanto, e poi ci si incontrava, e si beveva, e ci si attovagliava da Burde e si rideva degli arrosti e dei vini sbagliati alla cieca. E ci si inventavano cose, con quell’altro agitatore di Bernie Bernardi, a segnare la svolta tra il prima e il dopo. E il dopo s’è dilavato e allungato, come i chilometri tra la tua Puglia e la mia Emilia, ma se e quando ci si vedeva si parlava e si stracciavano sorrisi che non raramente diventavano risate amare come il sarcasmo di cui dispensavi i giorni e le settimane. E ora la notizia è entrata dalla finestra come il baleno che non t’aspetti, e io sono qui che cerco i tasti giusti, perché di nuovo mi hai lasciato senza parole, andando via senza chiedere permesso. Molto Tomacelliano. Quando arrivi mandaci un uozzap, che qui vogliamo sapere come è andato il viaggio.”
(Stefano Caffarri)

 

“Un po’ padre orgoglioso dei traguardi raggiunti, un po’ fratello che mandava a fanculo quando le mail traboccavano di ossequiosi “lei”. Ci siamo conosciuti così e non pensavo che sarebbe stato così divertente scrivere. A volte gli argomenti invece sono stati pesanti, scomodi e non ti sei tirato indietro. Per questo non ti ringrazierò mai abbastanza.”
(Clizia Zuin)

 

“Antonio è stato un mio talent/ammiratore come persona e come scrittrice di vino, ma soprattutto come cazzeggiona. Mi ha inclusa in maniera laica, lasciandomi sempre campo libero. Mi sono divertita da morire a collaborare con lui, a scrivere per Intravino. Non ho mai smesso di chiamarlo capo, ma non ho fatto in tempo a scrivergli: “Ehi capo, due cazzate mie, ogni tanto, le accetteresti di nuovo su Intravino?” Sarebbe tempo di tornare a ridere! Solo che Antonio non c’è più, e sono molto addolorata.”
(Cristiana Lauro)

 

“«Ciao Alessandra
Sono Antonio Tomacelli, l’editore di Intravino…».
Cosi mi hai scritto quell’ottobre 2018 chiedendomi di salire a bordo e far parte della tua ciurma. Un viaggio di cui ti sono, e sarò sempre, grata. Lessi il messaggio una decina di volte prima di risponderti. Ma le tue parole erano proprio cosi. Accoglienti. Oggi compro e apro un vino di Mamoiada che ti sarebbe piaciuto, bello da bere insieme.”
(Alessandra Corda)

 

“Il suo acume. Di Antonio ricorderò soprattutto questo. La capacità che aveva di leggere tra le righe. Di non accontentarsi mai. Di essere talvolta più caporedattore di tanti caporedattore “veri” che ho avuto in questi 20 anni. Ti spingeva a fare meglio. L’ironia, certo, era un altro suo tratto. Come la vis polemica, sulla quale non arretrava mai. Difficile come professionista, almeno per me, ma umanamente valido, validissimo. Quello che si dice un brav’uomo e un meridionale colto e lontano dai cliché. Che peccato non ricordare minuto per minuto il giorno in cui pensammo a Intravino. Eppure ho ben presente la sensazione di “nuova casa” di “pulito”, di qualcosa di entusiasmante che sarebbe iniziato. Qualcosa che sarebbe stato meno bello senza le idee di Antonio.”
(Francesca Ciancio)

 

“Vino, vita, lavoro. Una scrittura sempre efficace, ficcante e brillante, all’occasione tagliente.
Hai creato colori vividi, a volte graffianti. E ci siamo anche graffiati, ma mai feriti.
Tomacelli ed Intravino, una tappa fondamentale del mio percorso nel mondo del vino, quello che amo di più, e quindi della vita. Ci incontreremo nuovamente da qualche parte. Ciao Antonio.”
(Andrea Marchetti)

 

“Non ci siamo mai conosciuti, vuoi il Covid o i chilometri (io lombardo, tu pugliese) il lavoro e gli impegni, la vita ed i suoi giri. Ricordo poi il mio primo giorno di AIS – leggevo i libri di Moio e Cipresso, quando non Scanzi e Alice Feiring; volevo imparare a scrivere di vino ma, prima, dovevo imparare a conoscerlo e a berlo, annusarlo, sentirlo – la vocazione è niente senza il seminario ed il convitto della mia formazione è stato/sono stati, dopo vario peregrinare su Google, Intravino e la sua ciurma, i suoi commenti. Superato il corso e le sue trappole eccomi sommelier ma la strada è stata ancora lunga – un paio di “pezzacci” inviati alla redazione e gentilmente respinti, io impermalosito e i giorni passati a chiedermi cosa ci fosse in quegli scritti che non andasse (poi lo capii: facevano semplicemente schifo, dovevo ancora mangiare della pastasciutta). Un giorno però scrissi un altro pezzo, questa volta sui vini dolci piacentini e sulle meraviglie della Malvasia di Candia aromatica; qualcuno mi rispose “interessante, ci stiamo pensando sù”. Era Antonio, dalla sua mail personale: pochi giorni dopo eccomi pubblicato ed io felice, al settimo cielo: grazie per aver creduto in me, Antonio.”
(Davide Bassani)

 

La notizia è ancora lì, non riesco a farla mia del tutto.
Ci sei sempre stato e ora non ci sei più.
A scrivere di queste cose si corre il rischio di fare ritratti che sembrano santini, tu lo sai bene. E non vuoi – nemmeno io a dirla tutta- che si parli di te descrivendo un santino.
Irritante, generoso, acuto. Hai visto in me cose che fatico a mettere a fuoco dopo tanto tempo e tanti chilometri, scaraventandomi in un progetto fico cambiando la mia vita per sempre.
Sono stata nel tuo studio, candido e bellissimo, così diverso da te che ti ho sempre associato ad un ewok con la maglietta nera impiastricciata.
Sapevi parlarmi bene, con gentilezza e in modo quasi protettivo, ma le nostre conversazioni rimangono affari nostri e lì voglio che stiano, al riparo dal mondo e rifugio sicuro quando le cose non girano come vorrei.
Antonio, non ci sei più ma ci sarai sempre, perché se faccio quello che faccio lo devo a te e alla tua incredibile capacità di vedere molto più in profondità di quanto volessi far credere al mondo.
Ti devo tanto, ti devo tutto.
Non ti dimentico.
(Sara Boriosi)

 

“Ho conosciuto Antonio nel 2011, poco dopo avere scritto il mio primo post per Intravino. Per lavoro mi trovavo in Puglia. Lo avvisai, mi promise una cena. Mi venne a prendere in hotel, mi fece salire in auto, una Ford C-Max sgangherata. Era fine estate. Mi ero fatto la doccia, tolto la maschera da lavoro e vestito in pantaloncini e infradito. Salito a bordo sprofondo coi piedi nudi in un soffice tappeto di cenere. Il portacenere traboccava; come fosse un sorta di cratere in eruzione, ne fuoriusciva un letto magmatico che andava riempiendo l’invaso in cui ora si trovavano i miei piedi, del tutto ricoperti, perduti. Fumava, bestemmiai forte e ripetutamente. Rise, sminuì, passò ad altro disinvolto, perfettamente a suo agio dentro a quell’orrore.
Parcheggiò l’auto in via Pavoncelli. Non c’era un ristorante, ma il suo studio. In realtà un appartamento meraviglioso, del tutto irrelato con la nefandezza dell’auto, della sua maglietta nera, delle sue dita ingiallite. “Vedrai, sarà pornografico“, mi disse. Trovai apparecchiato, dal frigo uscì ogni ben di dio potesse offrire il mare pugliese. Stappammo, mangiammo. Inaugurammo anche un lessico fatto di perculate e volgarità. Gli volli bene. Tutti noi abbiamo condiviso con lui momenti di questo genere. Il contrasto tra disgusto e affetto, tra stima e irritazione, ammirazione e incazzatura. Ci fece sentire parte di una cosa figa, ci ha voluto bene, gliene abbiamo voluto, tutti, sempre.
I piedi li ho ancora in quella cenere, non li posso proprio più togliere da lì amico mio, se hanno fatto la strada che oggi cammino è per quel rito disgustoso a cui tu li hai costretti. ‘Bastardo’, ti sento dire.”
(Giovanni Corazzol)

 

“«Io scrivere al direttore Tomacelli? Ma mi prendi in giro, Romanelli?». Ti ho scritto questo e tu mi hai risposto: per chi mi hai preso, per il lupo cattivo? Falla meno lunga e scrivi!” Un po’ timore di te l’ho mantenuto, la tua schiettezza era disarmante a volte. Mi dispiace non averti incontrato di persona, credo che la paura del lupo mi sarebbe passata all’istante. Grazie per avermi accolta nella ciurma.”
(Sabrina Somigli)

 

“Antonio sentiva l’odore del sangue. Fiutava da lontano la polemica, la contraddizione stridente, quello che andava storto nel nostro giro sempre così pronto a beatificare la splendida cornice. E un attimo dopo addentava la preda e non la mollava più. Noi del gruppo eravamo quelli che, a turno, gli dicevamo “vabbè adesso calmati”, quindi si attivava lo schema della redazione che prova a trovare l’equilibrio. Alla fine succedeva anche che lui finisse vittima delle sue (delle nostre) crociate. Una volta che eravamo a Vinitaly io assaggio con lui cose di un produttore pugliese che trovo niente male.
Gli chiedo: come mai non ne hai scritto? Praticamente è tuo vicino di casa. E lui: non posso, gli ho disegnato io le etichette, un post su intra è conflitto di interessi. (Sì perché Antonio anche questo faceva, grafica per aziende dell’enomondo). Al che io reagisco: ecco, siccome questi hanno già la sfiga di avere te come grafico, non possono avere un post su Intravino? Comunque lo scrivo io, è roba mia. Lui si era arreso, assai poco convinto: “come vuoi, vedi solo di non fargli un servizietto”. (Aveva usato un altro termine). Da qui in poi la conversazione degenerava in vorticose prese per il culo e frizzi e lazzi. Abbiamo percorso molta strada assieme così. Ad Antonio piaceva molto quella cosa scritta annorum fa, “c’è stato un prima e un dopo Intravino”, era una delle sue medaglie preferite. Adesso ci tocca vedere, un bel po’ sgomenti, che ci sarà un prima e un dopo Antonio, qui in giro.”
(Fiorenzo Sartore)

 

“Con Antonio c’è sempre stato un rapporto diretto, immediato, asciutto ma non privo di stima e rispetto. L’ho sempre visto perfettamente calato nel suo ruolo di direttore editoriale (soprattutto dopo la separazione da Dissapore) e animatore di discussioni, un perfetto agitatore di idee sia interne che esterne al gruppo di Intravino. Ricordo ancora il mio primo e vero esordio: avevo già scritto su Intravino, dopo essere stato “reclutato” da Moricchia (scusate ma lo chiamo sempre così) e a quel tempo collaboravo con Repubblica; Antonio Scuteri (un altro Antonio a cui devo molto per aver scommesso su di me in tempi non sospetti) gestiva una rubrica, lui scriveva di ristoranti e io un piccolo spazio dedicato al vino. Era inizio 2012 e avevo scritto un pezzo su ciò che avevo stappato a Capodanno (e devo dire che già allora mi ero trattato molto bene), quello era stato un modo per iniziare a conoscersi e capire come e cosa scrivevo. Capitò un fatto che allora fece molto rumore: Jonathan Nossiter (mister Mondovino), in una intervista su GQ lanciò pesanti accuse sulla gestione della vigna e dei vini di Casale del Giglio. La polemica era rimbalzata nell’enomondo creando un bel po’ di trambusto, quindi cosa c’era di meglio se non una bella recensione “laica” sui vini dell’azienda? Ovviamente, vista la dislocazione geografica e la facile reperibilità su suolo romano, l’agnello sacrificale fui io. Non mi dilungo ulteriormente su ciò che ne conseguì, sul pezzo in sé e di quello che significò per me perché qui si sta parlando di Antonio; la cosa che più ricordo con piacere fu una risposta che chi scrive di vino avrebbe semplicemente stigmatizzato e che in realtà racchiude tutto Antonio, la sua ironia, perché no la sua paraculaggine e la sua capacità di far sentire importante all’interno di Intravino anche uno come me che di web e della sua scrittura sapeva ben poco. Io: “Anto’ il pezzo te lo scrivo, ci mancherebbe. Però capisci bene che non compro abitualmente i vini dell’azienda e che difficilmente me li manderebbe per un assaggio a rischio stroncatura. Li cerco in giro e ti faccio sapere cosa trovo ma poi è previsto un rimborso per le bottiglie comprate? Ti mando lo scontrino?” Lui: “Ale’ ma cosa vuoi che sia un tozzo di pane rispetto alla gloria eterna?” Seguono sul mio volto: sgomento, incredulità, incazzatura, risata. Aveva vinto lui. Sipario. Grazie Anto’.”
(Alessio Pietrobattista)

 

“Non poteva che essere all’ora di pranzo, mentre assaggiavo un vino che magari ti sarebbe piaciuto e mangiavo in un posto di Parigi che mi avresti incitato a raccontare: ed invece la telefonata di Tonia, inaspettata, che colpisce come un pugno e ti lascia intontito: ”Antonio non c’è più”. E d’improvviso quel pensiero strisciante, che scacciavo dalla testa, prende forma. Troppo tempo senza sentirti, pochi messaggi tra noi, ma mi confortava sapere che stavi seguendo tutto quello che veniva fatto sul sito. Altrimenti mi risuona la parola con la quale rispondevi: quel “Romané” con il quale iniziavi la telefonata e spesso non era ne ‘per decidere un articolo, ne per aspetti redazionali, piuttosto un confronto di idee ed opinioni. E quanto ci scherzavi quando c’era da scrivere un necrologio e mi dicevi che toccava a me, essendo il vecchio della banda, e quindi uno di quelli che aveva conosciuto la persona. Non ci sentivamo vecchi, diciamo eravamo i maturi del gruppo, e quando parlavamo mi sembrava un colloquio tra fratelli quando parlano dei propri figli: le alzate di testa del grande le cazzate del piccolo, ma tutto secondo una logica di comprensione e riflessione, per far funzionare bene tutto.
Avevi un gran fiuto nello scovare talenti, nel dare possibilità a tanti di mettersi in gioco e provare ad esprimersi, mai geloso, piuttosto contento dei risultati ottenuti. Potevi fare l’insegnante, sono convinto ti sarebbe riuscito, in maniera anticonvenzionale, beninteso Mi piaceva il tuo essere schietto, il non mediare troppo riguardo alle opinioni, il tenere un contegno preciso che non accettava compromessi. Ti sei fatto prendere in antipatia da tanti perbenisti di facciata, con il quale il saluto era scambiato a malapena: ma quanto è bello, porca miseria, uno che porta avanti le proprie idee e i propri pensieri senza doversi giustificare! Ci siamo confrontati spesso anche sull’aldilà. Quando ti scappava una bestemmia ti scusavi sempre con me, però quando ti giravano mi ricordo sempre che ricominciavi e ti prendevo in giro dicendoti che, riguardo a recitare litanie, saresti stato perfetto per ritmo e fantasia…Il famoso viaggio in Puglia che avevi già organizzato non si è fatto a causa del Covid, ed ecco un’altra occasione buttata e che non torna, meno male che eri venuto a Pisa con Tonia ed avevamo passato belle giornate con Andrea. Ci verrò in Puglia, a trovarti, peccato non poterti abbracciare e accarezzare la pancia, un gesto che ti faceva sorridere e facevi finta di arrabbiarti, ma sei sempre stato un orso tranquillo. Ti sia lieve la terra, Antonio.”
(Leonardo Romanelli)

 

Rileggendo alcuni dei tanti contributi di questo post non posso che pensare alla tua grande capacità di unire, di fare da collante tra persone diversissime tra loro. Se Intravino in tutto questo tempo è stato un contenitore di idee e di posizioni e di sensibilità tanto lontane è tutto merito tuo e della redazione che continuavi ad alimentare di forza nuove, mai perfettamente allineata su una stessa idea. Certo, questa diversità così preziosa comportava inevitabilmente un certo numero di zuffe, dissidi che nella stragrande maggioranza dei casi riuscivi però a risolvere con la battuta giusta nel momento più adeguato. «Se non hai fatto incazzare nessuno non è un post, sono pubbliche relazioni» non era tua ma dalla tua bocca usciva benissimo, tu che mi hai insegnato più di ogni altro a riconoscere le ragioni degli altri pur rimanendo sulle proprie. Generoso, sanguigno, testardo, acuto, spiritoso, brillante. Non so cosa succederà adesso, e se ne saremo capaci, ma faremo di tutto per mantenere integro quel tuo spirito così vivace che ci ha accompagnato in tutti questi anni.
(Jacopo Cossater)

 

“Non ho mai incontrato Antonio, dopo la prima chiacchierata di presentazione al telefono, ci siamo sempre e solo sentiti via email. La cosa che più mi piaceva del suo modo di fare era che rispondeva sempre ai messaggi, cosa rara in Italia.
Spesso solo con una riga, ma rispondeva, e la sinteticità con cui ci eravamo abituati a comunicare a volte era impegnativa tanto quanto scrivere un pezzo, pur di farci entrare tutto quello che uno gli voleva dire. E dalla sua risposta si capiva che aveva capito. Soddisfazione. Gli ho spesso sottoposto nuove idee e non ha mai detto di no, piuttosto ti diceva ‘ni’. Quando invece gli era piaciuto un articolo ci teneva a fartelo sapere, così come se i lettori avevano colto delle imprecisioni. Ecco, questo é quello che chiamo un ideale rapporto di collaborazione. Grazie per l’avventura Antonio, cheers!”
(Elena Di Luigi)

 

“Caro barbuto, mi mancherai. Ci siamo visti pochissimo e sentiti praticamente ogni giorno in questi quasi 13 anni da quel 4 giugno 2009 a Firenze, quando tutto iniziò. Intravino è cresciuto grazie alla tua presenza costante e alle tue intuizioni, ci tenevi con un affetto raro ed è stato un piacere condividere questo percorso insieme. Ci siamo insultati e regalati imprecazioni senza pietà ma sempre col desiderio di fare bene nel rispetto reciproco. Mi piace molto l’immagine di te che hanno tratteggiato le parole di tutti, ci rivedo in pieno l’Antonio che ho conosciuto e apprezzato. Sarà dura continuare con lo stesso spirito senza il nostro Direttore ma ci proveremo, sono certo che non avresti desiderato altro. Ti voglio bene, amico mio”.
(Alessandro Morichetti)

 

Caro Antonio,

lo sappiamo che avresti sbroccato dopo una lenzuolata così.

Per te i post dovevano essere di facile lettura, diretti, “pop”, come amavi dire. Stavolta però avevamo proprio voglia di ricordarti senza limiti di spazio e siamo sicuri che ne avresti sorriso sotto alla barba.

Ci mancherai.

La tua Redazione